Gianni Rodari
Il romanzo di Cipollino
Gianni Rodari
il romanzo di CIPOLLINO
EDIZIONI DI CULTURA SOCIALE
ROMA, 1951
Dove Cipollone schiaccia i piedi al principe Limone 5
Come Cipollino fece piangere per la prima volta il Cavalier Pomodoro 11
I guai di un Millepiedi quando accompagna i figli dal calzolaio 23
Dove Cipollino assedia il cane Mastino e lo prende per la sete 27
Il sor Mirtillo mette un campanello per i ladri 33
Il barone Melarancia ha dei guai con la sua pancia, e il duchino Mandarino minaccia di saltare dall'armadio 39
Dove Ciliegino non tiene conto dei cartelli di Don Prezzemolo 49
Il dottor Marrone viene cacciato dal Castello 57
Il Generale in capo dei Topi costretto a battere in ritirata 63
Viaggio con una Talpa da una prigione all'altra 73
Dove si vede che Pomodoro va a letto con le calze 85
Pirro Porro si ride delle torture 93
Senza volerlo Pisello salva la vita al Cavaliere 101
Il sor Pisello sale il patibolo 105
Spiegazione del capitolo precedente 107
Le avventure di Mister Carotino e del cane Segugio 113
Cipollino fa amicizia con un simpatico Orso 135
Una Foca con la lingua lunga 141
Descrizione di un trenino straordinario 151
Il duchino Mandarino e la bottiglia gialla 161
Mister Carotino nominato consigliere militare straniero 169
Il barone schiaccia venti generali senza volerlo 177
Cipollino fa la conoscenza di un ragno portalettere 183
Cipollino perde ogni speranza 191
Le avventure di Ragno Zoppo e Sette e mezzo 197
Dove si parla di un Limonaccio che non sapeva l'aritmetica 205
Il Principe Limone alle corse dei carri frenati 215
Pomodoro mette una tassa sul cattivo tempo 219
Un temporale che non finisce mai 227
Dove Pomodoro piange per la seconda volta 235
Dove Cipollone schiaccia i piedi al principe Limone
Cipollino era figlio di Cipollone ed aveva sette fratelli:
Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccia e così di seguito,
tutti nomi adatti ad una onorata famiglia di
cipolle. Gente perbene, bisogna dirlo subito, però piuttosto
sfortunata.
Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lagrime sono
di casa.
Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di
legno, giusto poco più di una cassetta come se ne vedono
tante dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle
parti torcevano il musino disgustati:
- Mamma mia, che puzzo di cipolla! - dicevano,
e ordinavano al cocchiere di andare più in fretta.
Una volta doveva passare di là anche il Governatore,
il Principe Limone. I dignitari di corte erano preoccupati
per il suo naso.
- Che cosa dirà Sua Altezza quando sentirà odore
di poveri? -
- Si potrebbe profumarli - suggerì il Gran Ciambellano.
Una dozzina di Limoncini furono subito spediti
laggiù per profumare i poveri. Per l'occasione avevano
lasciato a casa le spade e i cannoni e si erano caricati
sulle spalle dei bidoni con una pompa da spruzzare: i
bidoni erano pieni di acqua di Colonia, di profumo alla
violetta, di cuoio d'oriente e di acqua di rose di Bulgaria,
la più fina che ci sia.
Cipollone, i suoi figli ed i suoi parenti furono fatti
uscire dalle baracche, allineati contro i muri e spruzzati
per bene dalla testa ai piedi, tanto che Cipollino si prese
un raffreddore.
Ad un tratto si sentì suonare una tromba e arrivò il
Governatore in persona, con tutti i Limoni e i Limoncini
del seguito. Il Principe Limone era tutto vestito di giallo,
compreso il berretto, e in cima al berretto aveva un campanello
d'oro. I Limoni di corte invece avevano il campanello
d'argento, e i Limoncini di bassa forza un campanello
di bronzo. Tutti insieme facevano un magnifico
concerto e la gente correva a vedere: credevano che fosse
la banda.
Cipollone e Cipollino si erano messi proprio in prima
fila, così si pigliavano nella schiena e negli stinchi le
spinte e gli urtoni di tutti quelli che stavano dietro. Il
povero vecchio cominciò a gridare per farsi largo:
- Indietro! Indietro! -
Il principe Limone lo sentì e pigliò cappello.
Si fermò davanti a lui, piantandosi per bene sulle
gambette storte e lo redarguì severamente:
- Che avete da gridare «indietro, indietro»? Vi dispiace
forse che i miei fedeli sudditi si facciano avanti per
vedermi? -
- Altezza - gli bisbigliò nell'orecchio il Gran
Ciambellano - quest'uomo mi sembra un pericoloso
sovversivo, sarà bene tenerlo d'occhio. -
Subito una guardia cominciò a tener d'occhio Cipollone
con un cannocchiale speciale che si adoperava per
sorvegliare i sovversivi, e ogni guardia ne aveva uno.
Il povero Cipollone diventò verde dalla tremarella.
- Maestà - si provò a dire - mi spingono!
- E fanno bene! - tuonò il Principe Limone. -
Fanno benissimo! -
Il Gran Ciambellano, allora, si rivolse alla folla e
fece questo discorso:
- Amatissimi sudditi, Sua Altezza vi ringrazia
per il vostro affetto e per le vostre spinte. Spingete, cittadini,
spingete più forte! -
- Ma vi cascheranno addosso! - si provò a dire
Cipollino.
Subito una guardia cominciò a tener d'occhio anche
lui col suo cannocchiale, per cui Cipollino pensò bene
di svignarsela, infilandosi tra le gambe dei cittadini.
I quali, sulle prime, non spingevano tanto per non
farsi male; ma il Gran Ciambellano distribuì certe occhiatacce
che la folla cominciò a ondeggiare come l'acqua
in un mastello. E spinsero tanto che Cipollone andò a
finire dritto dritto sui piedi del Principe Limone. Sua
Altezza, che aveva i calli, vide tutte le stelle del firmamento
senza l'aiuto dell'astronomo di corte. Dieci Limoncini
di bassa forza balzarono come un sol uomo
addosso al malcapitato Cipollone e gli misero le manette.
- Cipollino! Cipollino! - gridava il vecchio mentre
lo portavano via.
Cipollino in quel momento era lontano, ma la folla
attorno a lui sapeva già tutto: anzi, come succede in
questi casi, ne sapeva anche di più.
- Per fortuna che l'hanno arrestato: voleva pugnalare
Sua Altezza. -
- Ma cosa dite, aveva una mitragliatrice nel taschino! -
- Nel taschino? Suvvia, questo non è possibile. -
- E non avete sentito i colpi? -
I colpi, in realtà, erano quelli dei fuochi artificiali
in onore del Principe Limone, ma la gente si spaventò
tanto che si mise a scappare da tutte le parti, per paura
dei Limoncini.
Cipollino avrebbe voluto dire a quella gente che il
suo babbo nel taschino aveva solamente una cicca di sigaro
toscano, ma poi pensò che era meglio starsene zitto.
Povero Cipollino! Gli pareva di non vederci tanto bene
dall'occhio destro: invece era una lagrimuccia che voleva
uscire a tutti i costi.
- Stupida! - disse Cipollino, stringendo i denti
per farsi coraggio.
La lagrimuccia, spaventatissima, fece dietro-front e
non si fece più vedere.
Per farla corta, Cipollone fu condannato a stare in
prigione tutta la vita, anzi, anche dopo morto; perchè
nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
- Povero babbo! Vi hanno messo in prigione come
un malfattore, assieme ai peggiori banditi. -
- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa - gli
disse il babbo, affettuosamente - In prigione c'è fior di
galantuomini. -
- E cos'hanno fatto di male? -
- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al
Principe Limone non piace la gente per bene. -
Cipollino riflettè un momento e gli parve d'aver
capito.
- Allora è un onore stare in prigione? -
- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba
e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe
Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in
prigione ci vanno i buoni cittadini. -
- Io voglio diventare un buon cittadino - decise
Cipollino - ma in prigione non ci voglio finire. Anzi,
verrò qui e vi libererò tutti quanti. -
- Non farti illusioni - sorrise il povero vecchio.
- Non sarà tanto facile. -
- Vedrai che ci riuscirò. -
In quel momento venne un Limonaccio di guardia
ad avvertire che la conversazione era finita.
- Cipollino - disse allora il povero condannato
- tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla
mamma ed ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io
desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il
mondo a imparare. -
- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli. -
- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi.
Quando troverai un prepotente, fermati a studiarlo
per bene. -
- E poi che cosa farò? -
- Ti verrà in mente al momento giusto. -
- Andiamo, andiamo - fece il Limonaccio
Cipollino avrebbe voluto rispondergli per le rime,
ma capì che non valeva la pena di farsi arrestare prima
ancora di mettersi al lavoro.
Abbracciò il babbo e scappò via.
Il giorno stesso affidò la mamma ed i fratellini allo
zio Cipolla, un buon uomo un po' più fortunato degli
altri perchè aveva addirittura un posto da portinaio, e
con un fagottello infilato in un bastone, si mise in cammino.
Prese per la prima strada che gli capitò, ma doveva
essere la strada giusta, perchè dopo un paio d'ore si trovò
all'ingresso di un paesino di campagna, senza nemmeno
il nome scritto sulla prima casa. Anzi, la prima casa non
era nemmeno una casa, ma una specie di canile che sarebbe
bastato a malapena per un can bassotto. Nel finestrino
si vedeva la faccia di un vecchietto con la barba
rossiccia, che guardava fuori tristemente e sembrava molto
occupato a lamentarsi dei casi suoi.
Come Cipollino fece piangere per la prima volta il Cavalier Pomodoro
- O quell'uomo - domandò Cipollino - che
cosa vi è saltato in testa di rinchiudervi là dentro? Io
poi vorrei sapere come farete a sortire. -
- Oh, è facile - rispose il vecchietto - il più difficile
è entrare. Io vi inviterei volentieri, giovanotto, e vi
offrirei un bicchiere di birra. Ma qui dentro in due non
ci si sta, e poi a pensarci bene non ho nemmeno il bicchiere
di birra. -
- Per me fa lo stesso - disse Cipollino - non
ho sete. Codesta sarebbe dunque la vostra casa? -
- Si - rispose il vecchietto, che si chiamava Sor
Zucchina - è un po' piccola, ma fin che non tira vento
va abbastanza bene. -
Il sor Zucchina aveva appena finito il giorno prima
di costruirsi la sua casetta. Dovete sapere che fin da ragazzo
il sor Zucchina si era fissato in testa di avere una
casa, e ogni anno metteva da parte un mattone.
Però c'era un guaio, e cioè che il sor Zucchina non
sapeva l'aritmetica, e così ogni tanto pregava Mastro
Uvetta, il ciabattino, di fargli il conto dei mattoni.
- Vediamo un po' - diceva Mastro Uvetta, grattandosi
la testa con la lesina - Sei per sette quarantadue...
abbasso il nove... insomma, sono diciassette.
- E bastano per fare una casa? -
- Io direi di no. -
- E allora? -
- E allora che cosa vuoi che ti dica? Se non bastano
per fare una casa farai una panchina. -
- Ma io non ho bisogno di una panchina. Ci sono
già quelle dei giardini pubblici e quando sono occupate
posso benissimo stare in piedi. -
Mastro Uvetta si diede una grattatina alla testa con
la lesina, prima dietro l'orecchio destro, poi dietro l'orecchio
sinistro, infine rientrò nella sua bottega.
Il sor Zucchina decise di lavorare di più e di mangiare
di meno, così risparmiava tre mattoni all'anno, e
qualche anno perfino cinque in una volta.
Diventava magro come uno zolfanello, ma la pila
dei mattoni cresceva.
La gente diceva:
- Guardate Zucchina, sembra che i suoi mattoni se li
tiri fuori dalla pancia. Ogni volta che la pila cresce di un
mattone, Zucchina diminuisce di un chilo. -
Quando Zucchina si sentì vecchio e non era più
capace di lavorare, andò a chiamare di nuovo Mastro
Uvetta e gli disse così:
- Per favore, venite a farmi il conto dei mattoni. -
Mastro Uvetta prese la lesina per grattarsi la testa,
diede un'occhiata alla pila e sentenziò:
- Sei per sette quarantadue... abbasso il nove... insomma,
sono centodiciotto. -
- Basteranno per fare la casa? -
- Io dico di no. -
- Che avete da gridare «indietro, indietro?» - (pag. 6)
- E allora? -
- Che cosa vuoi che ti dica. Farai un pollaio. -
- Ma non ho le galline da metterci. -
- Mettici un gatto: i gatti sono utili perché pigliano
i topi. -
- E' vero, ma io non ho un gatto, e a pensarci bene
mi mancano anche i topi. -
- Non so cosa dirti - sbuffò Mastro Uvetta, grattandosi
furiosamente la testa con la lesina - centodiciotto
sono centodiciotto, dico giusto? -
- Se lo dite voi che avete studiato l'aritmetica,
avete certamente ragione. -
Il sor Zucchina sospirò, poi sospirò ancora una
volta; infine, visto che a sospirare i mattoni non aumentavano
di numero, decise di cominciare senz'altro la costruzione.
- Farò una casa piccola piccola - pensava lavorando
- non ho mica bisogno di un palazzo, tanto sono
piccolo anch'io. E se i mattoni sono pochi, adoprerò
qualche foglio di carta. -
Il sor Zucchina lavorava adagio adagio, per paura
di consumare troppo presto i mattoni. Li metteva uno
sull'altro con delicatezza, come se fossero stati di vetro.
Li conosceva tanto bene, i suoi mattoni!
- Ecco - diceva prendendone uno e accarezzandolo
come se fosse un gattino - questo è quel mattone che
risparmiai dieci anni fa per natale. Lo andai a comperare
al mercato con i soldi del cappone: il cappone lo
mangerò quando sarà finita la casa. -
Ad ogni mattone tirava un sospiro lungo lungo. Ma
quando ebbe consumato tutti i mattoni, gli restavano
ancora molti sospiri, e la casa era venuta piccola come
una colombaia.
- Se io fossi un colombo - pensava il povero
Zucchina - ci starei comodissimo. -
Invece quando fece per entrare, battè un ginocchio
nel tetto e minacciò di far crollare tutta la baracca.
- Diventando vecchio divento sbadato, devo fare
più attenzione. -
Si inginocchiò davanti alla porta e così carponi e
ginocchioni, strisciando e sospirando, entrò nella sua
casina. Una volta dentro, ricominciarono i guai: se si
alzava faceva crollare il tetto; lungo disteso non si poteva
mettere perchè la casa era troppo corta; di traverso
non si poteva mettere perchè la casa era troppo stretta.
E i piedi? Prima di tutto bisognava tirare dentro anche
i piedi, altrimenti in caso di pioggia si sarebbero bagnati.
- A quel che vedo - concluse Zucchina - non
mi resta che mettermi seduto. -
E così fece. Si mise seduto e sospirò.
Se ne stava lì in mezzo alla casetta, sospirando con
circospezione, e la sua faccia, nel finestrino, sembrava il
ritratto della malinconia.
- Come vi sentite? - domandò Mastro Uvetta
che era uscito sulla porta della bottega a curiosare.
- Bene, grazie - rispose gentilmente Zucchina.
- Non vi va un po' stretta sulle spalle? -
- No, ho preso bene le mie misure. -
Mastro Uvetta si grattò in testa, secondo il solito, e
borbottò qualcosa, ma non si potè capire che cosa. Intanto,
da tutte le parti la gente veniva a vedere la casetta
di Zucchina. Venne anche una schiera di monelli e il
più piccolo saltò sul tetto della casina, e cominciò a ballare
il girotondo:
- Nella casa del sor Zucchina
la mano destra sta in cucina,
la mano sinistra sta in cantina,
le gambe in camera da letto
e la testa sotto il tetto. -
- Per carità, ragazzi - si raccomandava Zucchina
- fate piano altrimenti mi fate crollare la casa. E'
tanto delicata. -
Per rabbonirli si cavò di tasca tre o quattro bei confetti
rossi e verdi che ci stavano chissà da quanti anni e
li offerse ai ragazzi: i quali si tuffarono strillando sulla
mano e si azzuffarono per spartirsi il bottino.
Da quel giorno Zucchina, appena gli cresceva in tasca
qualche spicciolo, comprava dei confetti e li metteva
sul davanzale della finestra per i bambini, come si mettono
le briciole per i passeri. Così se li fece amici.
Qualche volta li lasciava entrare a turno nella casetta
e lui stava fuori a guardare che non facessero disastri.
Zucchina stava appunto raccontando a Cipollino
tutte queste cose, quando una nuvola di polvere si levò
in fondo al villaggio e subito si sentì un grande sbattere
di porte e di finestre. Si vide la moglie di Mastro Uvetta
abbassare precipitosamente la saracinesca. La gente si
tappava in casa come se stesse per arrivare un temporale.
Perfino le galline, i gatti ed i cani si diedero a scappare
di qua e di là in cerca di un rifugio.
Cipollino non fece in tempo a informarsi per sapere
che cosa stava succedendo: la nuvola di polvere, con un
fracasso tremendo, aveva già attraversato il villaggio e
si fermò proprio davanti alla casetta del sor Zucchina.
Era una carrozza tirata da quattro cavalli, che poi
erano piuttosto quattro cetrioli, perchè in quel paese,
come avrete già capito, erano tutti imparentati con qualche
verdura. Dalla carrozza balzò a terra un personaggio
imponente, vestito di verde, con una faccia rossa e tonda
che pareva sul punto di scoppiare, come un pomodoro
troppo maturo.
Quel personaggio era difatti il Cavalier Pomodoro,
Gran Maggiordomo e Amministratore del Castello delle
Contesse del Ciliegio. Cipollino pensò che doveva essere
un poco di buono, se tutti scappavano a vederlo arrivare,
e ad ogni buon conto si tirò in disparte.
Per intanto però il cavalier Pomodoro non faceva
niente di terribile. Cosa faceva? Fissava il sor Zucchina.
Lo fissava e lo fissava, crollando la testa minacciosamente,
senza dire una parola.
Il povero sor Zucchina avrebbe voluto sprofondare,
lui e la sua casetta.
Il sudore gli scendeva a ruscelli dalla fronte, come la
rugiada, e gli entrava in bocca, ma lui non aveva nemmeno
il coraggio di alzare una mano per asciugarselo e
lo mandava giù: era salato e amaro.
Il sor Zucchina chiuse gli occhi e pensò:
- Ecco, Pomodoro non c'è più. Io e la mia casetta
siamo come un marinaio e la sua barchetta in mezzo
all'Oceano Pacifico, e l'acqua del mare è azzurra e calma
e ci culla dolcemente. O come ci culla dolcemente, di
qua e di là... di qua e di là... -
Macchè Oceano Pacifico, macchè Oceano Atlantico:
era il Cavalier Pomodoro che aveva afferrato il cocuzzolo
del tetto e lo scrollava di qua e di là con tutta la
sua forza, facendone cadere i coppi.
Il sor Zucchina riaprì gli occhi, mentre il sor Pomodoro
lanciava un ruggito spaventoso, che fece chiudere
le porte e le finestre del villaggio anche più strette di
prima: e chi aveva dato solo un giro di chiave alla porta
ne diede subito un secondo.
- Ladrone! - gridava Pomodoro - brigante!
Sovversivo! Tu hai costruito un palazzo sul terreno che
appartiene alle Contesse del Ciliegio e pensi di passarci
il resto dei tuoi giorni, oziando e ridendo alle spalle
delle due povere vecchie signore, vedove e orfane di padre
e di madre. Ma te la farò vedere io! -
- Eccellenza! - pregava Zucchina - Vi assicuro
che il permesso di costruirmi qui la mia casetta mi è
stato dato dal signor Conte Ciliegione! -
- Il conte Ciliegione è morto da trent'anni, pace
al suo nocciolo. La terra è delle contesse, e tu mi farai
íl piacere di andartene sui due piedi. Del resto te lo dirà
l'avvocato. Avvocato! Avvocato! -
Il sor Pisello, che era l'avvocato del paese, doveva
essere stato tutto il tempo dietro la porta, pronto alla
chiamata, perchè schizzò fuori come un pisello dal suo
baccello. Ogni volta che Pomodoro scendeva al villaggio,
chiamava sempre l'avvocato per farsi dar ragione.
- Eccomi, Eccellenza! Ai vostri ordini - biascicò
Pisello, inchinandosi.
Ma era così piccolo che l'inchino non si vide: per
paura di sembrare maleducato il sor Pisello fece addirittura
una capriola, e andò a finire a gambe all'aria.
- Dite a quest'uomo che se ne deve andare subito,
in nome della legge. E fate sapere a tutti quanti che le
Contesse del Ciliegio hanno intenzione di mettere in questo
canile un feroce mastino per tenere a bada i monelli,
che da qualche tempo si dimostrano poco rispettosi. -
- Ecco, io, veramente... - cominciò a farfugliare
il sor Pisello, diventando sempre più verde per la paura.
- Che veramente e non veramente: siete avvocato
si o no? -
- Sissignore, Eccellenza Illustrissima: sono laureato
in diritto civile, penale e canonico all'Università
di Salamanca. -
- Basta così, allora. Se siete avvocato, ho ragione
io. Potete andare. -
- Sissignore, signor Cavaliere. - E il sor Pisello,
senza farselo ripetere due volte, scomparve come la coda
di un topo.
- Hai sentito che cos'ha detto l'avvocato? - domandò
Pomodoro al sor Zucchina.
- Ma l'avvocato non ha detto proprio niente. -
- E osi anche rispondere, sciagurato? -
- Eccellenza, io non ho aperto bocca. - mormorò
Zucchina.
- Chi ha parlato, allora? -
Pomodoro si guardò in giro minacciosamente.
- Birbante! Briccone! - disse ancora la voce.
- Chi ha parlato? Sarà stato quel sovversivo di
Mastro Uvetta. - concluse Pomodoro, e direttosi verso
la bottega del ciabattino picchiò con la sua mazza
sulla saracinesca dicendo:
- Lo so, lo so, Mastro Uvetta, che nella vostra
bottega si fanno discorsi sovversivi contro di me e contro
le nobili contesse del Ciliegio. Non avete alcun rispetto
per quelle due poverine, vedove e orfane di padre e di madre.
Ma verrà anche la vostra volta. E allora vedremo
chi riderà. -
- Verrà anche la tua volta, Pomodoro, e allora
scoppierai - disse di nuovo la voce. E il padrone della
voce, ossia Cipollino, si avvicinò tranquillamente con le
mani in tasca al terribile Cavaliere, il quale non sospettò
nemmeno per un minuto che fosse stato quel ragazzetto
a dirgli il fatto suo.
- Da dove sbuchi tu? Perchè non seial lavoro? -
- Io non lavoro - disse Cipollino - io sono uno
studente. -
- E che cosa studi? Dove sono i libri? -
- Studio i furfanti, Eccellenza. Giusto adesso me
n'è capitato uno sotto il naso, e non voglio perdere l'occasione
di studiarlo per vedere com'è fatto. -
- Un furfante? Qui tutti sono furfanti. Ma se ne
hai trovato uno nuovo, fammelo vedere. -
- Certo, Eccellenza - rispose Cipollino, strizzandogli
l'occhio con aria furba. Affondò ancora di più
la mano nella tasca sinistra e ne trasse uno specchietto che
adoperava per andare a caccia di allodole. Andò a mettersi
davanti al muso di Pomodoro e gli ficcò lo specchio
sotto il naso.
- Eccolo, Eccellenza: se lo guardi con comodo. -
Pomodoro guardò con curiosità nello specchio. Chissà
che cosa credeva di vederci! Naturalmente, invece ci
vide la sua faccia, rossa come il fuoco, con gli occhietti
piccoli e cattivi, con la bocca che pareva la fessura di un
salvadanaio.
Finalmente capì che Cipollino lo stava prendendo
per il naso: allora divenne addirittura furibondo. Lo
afferrò per i capelli a due mani e cominciò a tirare.
- Ahi! Ahi! - strillava Cipollino, senza perdere
l'allegria - Troppa forza per un furfante solo: Vostra
Eccellenza vale addirittura un battaglione di furfanti. -
- Ti farò vedere io - strillava Pomodoro. E tirò
così forte che una ciocca di capelli gli restò in mano.
E capitò quello che doveva capitare, trattandosi dei
capelli di Cipollino.
Che è, che non è, ad un tratto il feroce Cavaliere si
sentì un tremendo pizzicorino agli occhi e cominciò a
piangere come una fontanella. Anzi, come due fontanelle:
le lagrime gli scorrevano sulle guance in due rigagnoli,
a sette a sette. La strada fu subito bagnata come se
fosse passato lo spazzino con la pompa.
- Questa non mi era mai capitata! - rifletteva
stralunato Pomodoro. Infatti, siccome non aveva cuore,
non gli era mai capitato di piangere, e poi non aveva mai
sbucciato cipolle. Il fenomeno gli parve così strano che
balzò sul calesse, frustò il cavallo e scappò via a gran
velocità. Mentre fuggiva, però, si voltò indietro a
gridare:
- Zucchina, sei avvisato... E tu bricconcello pagherai
salate queste lagrime. -
Cipollino rideva come un matto, e il sor Zucchina si
asciugava il sudore.
Una dopo l'altra le porte e le finestre si spalancavano,
tranne quella del sor Pisello. Mastro Uvetta alzò
la saracinesca e venne fuori grattandosi la testa con entusiasmo:
- Per tutto lo spago dell'Universo! - esclamava
- ecco uno capace di far piangere il Cavalier Pomodoro.
Di dove vieni, ragazzo? -
E Cipollino dovette raccontare a tutti la sua storia,
che voi conoscete già.
I guai di un Millepiedi quando accompagna i figli dal calzolaio
Cipollino cominciò a lavorare nella bottega di Mastro
Uvetta, e faceva molti progressi nell'arte del ciabattino:
dava la pece allo spago, batteva le suole, piantava
le bullette negli scarponi, prendeva le misure ai clienti.
Mastro Uvetta era contento e gli affari andavano
bene, anche perchè molta gente veniva nella sua bottega
per dare un'occhiata a quel ragazzetto forestiero che
aveva fatto piangere il Cavalier Pomodoro.
Così Cipollino fece molte nuove conoscenze.
Venne prima di tutti il professor Pero Pera, maestro
di musica, con il violino sotto il braccio. Lo seguiva un
codazzo di mosconi e di vespe, perchè il violino di Pero
Pera era una mezza pera profumata e burrosa, e si sa
che i mosconi perdono facilmente la testa per le pere.
Più di una volta, quando Pero Pera dava concerto,
gli spettatori si alzavano e davano l'allarme:
- Professore, faccia attenzione: sul violino c'è un
moscone. -
Pero Pera interrompeva il concerto e con l'archetto
dava la caccia al moscone. Qualche volta un bacherozzo
riusciva a introdursi nel violino e vi scavava delle lunghe
gallerie: così lo strumento era rovinato, e il professore
doveva procurarsene un altro, se voleva suonare
senza stonature.
Poi venne Pirro Porro, che faceva l'ortolano: aveva
un gran ciuffo sulla fronte e un paio di baffi che non
finivano mai.
- Questi baffi - raccontò Pirro Porro a Cipollino
- sono la mia disperazione. Quando mia moglie
deve stendere i panni ad asciugare, mi fa sedere sul balcone,
attacca i miei baffi a due chiodi, uno a destra e uno
a sinistra, e ci appende i suoi panni. E a me tocca starmene
tutto il tempo al sole, fin che sono asciutti. Guarda
i segni delle mollette. -
Difatti sui baffi, a distanze regolari, si vedevano i
segni delle mollette. Venne anche una famiglia di Millepiedi
forestieri, cioè il padre e due figli, che si chiamavano
Centozampine e Centogambette e non stavano fermi
un minuto.
- Sono sempre così vivaci? - domandò Cipollino.
- Cosa dici mai? - fece il Millepiedi - adesso
sono tranquilli come due angeli. Li dovresti vedere
quando mia moglie gli fa il bagno: gli lava le gambe
davanti e loro si sporcano quelle di dietro, gli lava quelle
di dietro e loro si sporcano davanti. Non finisce mai e
ogni volta ci vuole una cassa di sapone. -
Mastro Uvetta domandò:
- E così, gli prendiamo la misura per le scarpe, ai
piccolini? -
- Per l'amor del cielo: mille paia di scarpe! Dovrei
lavorare tutta la vita per pagare il debito. -
- E poi - aggiunse Mastro Uvetta - non avrei
abbastanza cuoio in tutta la bottega. -
- Date un'occhiata a quelle più rotte, e vedremo
di cambiare almeno quelle. -
Centozampine e Centozampette si sforzarono di
tener fermi i piedi mentre Mastro Uvetta e Cipollino
esaminavano suole e tomaie, ma non ci riuscivano.
- Ecco, a questo bisognerebbe cambiare le prime
due paia e il paio numero 300. -
- Oh, quello può andare ancora - si affrettò a
dire Babbo Millepiedi - basterà rimettere i tacchi. -
- E a quest'altro bisogna cambiare le dieci scarpe
in fondo alla fila di destra. -
- Glielo dico sempre di non strascicare i piedi. I
bambini camminano, forse? Macchè: saltano, ballano,
strisciano. Ed ecco il risultato; tutta la fila delle scarpe
di destra si consuma prima della fila di sinistra. -
Mastro Uvetta sospirava:
- Eh, avere due piedi o mille è lo stesso, per i bambini.
Sarebbero capaci di rompere mille paia di scarpe
con un piede solo. -
Infine la famiglia Millepiedi se ne andò zampettando:
Centozampine e Centogambette scivolarono via come
se avessero le ruote. Il Babbo Millepiedi invece era
un po' meno veloce: infatti era un po' zoppo. Ma mica
tanto, poi: era zoppo solo da centodiciassette zampe...
Dove Cipollino assedia il cane Mastino e lo prende per la sete
E la casa del sor Zucchina? Andò a finire che una
brutta mattina il Cavalier Pomodoro si ripresentò, a
bordo della sua carrozza tirata da quattro cetrioli; ma
stavolta era accompagnato da una dozzina di guardie.
Senza tanti complimenti il sor Zucchina fu fatto sgomberare
e nella sua casetta fu messo un terribile cagnaccio,
di nome Mastino.
- Così - esclamò Pomodoro guardandosi attorno
con aria di minaccia - i monelli del paese impareranno
a portarmi rispetto, a cominciare da quel monello
forestiero che Mastro Uvetta si è preso in casa.
- Bene, bene - approvò Mastino.
- Quanto a quel vecchio scimunito di Zucchina,
imparerà ad opporsi ai miei ordini. Se vuole una casa, c'è
un posto per lui in prigione. Là dentro c'è posto per
tutti. -
- Bene, bene - approvò di nuovo Mastino.
Mastro Uvetta e Cipollino, sulla soglia della bottega,
assistettero a quella scena senza poter muovere un
dito. Zucchina si sedette tristemente su un paracarro a
lisciarsi la barba. E ogni volta che se la lisciava gli restava
in mano un pelo. Così decise di non toccarsi più la
barba per non consumarla. Se ne stava seduto sul paracarro
zitto zitto, e sospirava, perchè avrete già capito che
Zucchina aveva una grande riserva di sospiri.
Pomodoro rimontò in carrozza. Mastino si mise
sull'attenti e gli presentò la coda.
- Tu, fai buona guardia - comandò il Cavaliere.
Diede una frustata ai quattro cetrioli e la carrozza
ripartì.
Era una bella giornata d'estate, molto calda. Mastino
passeggiò per un po' davanti alla casetta, in sù
e in giù, dimenando la coda per darsi delle arie. Poi cominciò
a sudare e pensò che gli avrebbe fatto piacere un
bicchiere di birra. Si guardò attorno per vedere se c'era
qualche monello da mandare all'osteria a prendere la
birra, ma monelli non se ne vedevano. C'era Cipollino
sulla soglia della bottega di Mastro Uvetta che tirava lo
spago, ma chissà com'è, da quella parte Mastino sentiva
un odore sospetto e decise di non dirgli nulla.
Cipollino però si era accorto che il caldo dava molta
noia al cane.
- O io mi sbaglio - pensò - o qualcosa succederà. -
Successe difatti che il caldo aumentava col salir del
sole. Il povero Mastino aveva molta sete.
- Chissà cos'ho mangiato, questa mattina. Che
mi abbiano messo troppo sale nella zuppa? Mi sembra
di avere il fuoco in gola e ho la lingua pesante come se
fosse di cemento. -
Cipollino si fece sulla porta a dare un'occhiata.
- Ehi! - guaì Mastino con un fil di voce.
- Dice a me? -
- Si, dico a voi giovanotto. Mi andreste a prendere
un'aranciata? -
- Ci andrei volentieri, signor Mastino, ma giusto
adesso il mio padrone mi ha dato questa scarpa da risuolare
e non ho tempo. -
E rientrò senz'altro nella bottega.
- Che maleducato! - brontolò il cane, maledicendo
la catena che gli impediva di fare senz'altro una
scappata all'osteria.
Dopo un poco, Cipollino si affacciò di nuovo.
- Signorino - mormorò Mastino. - Mi porterebbe
un bicchiere d'acqua? -
- Io sì che glielo porterei - rispose pronto Cipollino
- ma giusto adesso il mio padrone mi ha dato da
rimettere i tacchi a un paio di scarpe del signor arciprete. -
A Cipollino dispiaceva molto di vedere il povero
cane patir tanto per la sete; ma gli piaceva ancora di
meno il mestiere del Mastino, e inoltre voleva dare
un'altra lezione a Pomodoro.
Verso le tre del pomeriggio il sole scottava tanto che
perfino i sassi sudavano. Il Mastino non ne poteva più.
Allora Cipollino riempì d'acqua una bottiglia e ci versò
una polverina bianca che la moglie di Mastro Uvetta
usava per addormentarsi la sera. Difatti, povera donna,
era tanto nervosa che senza quella polverina non le riusciva
di dormire.
Cipollino mise il pollice sulla bocca della bottiglia
e poi, portandosela alle labbra, finse di bere.
- Ah - esclamò poi lisciandosi il petto - quant'è
fresca! -
Il Mastino inghiottì un litro di acquolina e per un
momento gli parve di star bene.
- Signor Cipollino - disse poi - è buona quell'acqua? -
- Buona? Dica pure che è meglio del rosolio. -
- E non ci sono microbi? -
- Ma cosa dice! E' acqua purissima, distillata da
un professore dell'università di Barberino. -
E così dicendo si portò di nuovo la bottiglia alla
bocca e finse di inghiottirne un paio di sorsate.
- Signor Cipollino - fece il Mastino - com'è
che la bottiglia resta sempre piena? -
- Lei deve sapere - rispose Cipollino - che questo
è un regalo del mio povero nonno. E' una bottiglia
che non si vuota mai. -
- Me ne darebbe una sorsatina? Tanto come un
cucchiaio mi basterebbe. -
- Una sorsatina? Ma io gliene dò una mezza dozzina
di bottiglie! - rispose Cipollino. Figuratevi la riconoscenza
del Mastino: non la finiva più di ringraziare
il ragazzo, gli leccava le ginocchia, dimenando la coda
come non avrebbe fatto nemmeno per le sue padrone, le
Contesse del Ciliegio.
Cipollino gli porse la bottiglia. Il cane se l'attaccò
alle labbra e bevve, la bevve tutta fino in fondo con una
sola sorsata e stava per dire:
- E' già finita? Non mi aveva detto che era una
bottiglia miracolosa? -
Ma non fece in tempo a dirlo e cadde addormentato.
Cipollino lo slegò dalla catena, se lo caricò sulle spalle
e si avviò verso il Castello. Si voltò indietro ancora
una volta a guardare il sor Zucchina che ripigliava possesso
della sua casuccia: nel finestrino, la faccia del vecchietto,
con la sua barba rossiccia spelacchiata, sembrava
il ritratto della felicità.
- Povero Mastino! - pensava Cipollino camminando
verso il Castello - Te l'ho dovuta fare. Chissà
se mi ringrazierai ancora per l'acqua fresca, quando ti
sveglierai. -
Il cancello del parco era aperto: Cipollino posò il
cane sull'erba, lo accarezzò dolcemente e disse: - Salutami
tanto il Cavalier Pomodoro. -
Il Mastino rispose con un mugolio felice: stava sognando
di nuotare in un laghetto in mezzo alle montagne,
un laghetto di acqua fresca e dolcissima, e nuotando
beveva a sazietà, diventava d'acqua lui pure, una coda
d'acqua, due orecchie d'acqua e quattro zampe leggere
come gli zampilli di una fontana.
- Sogna in pace - disse Cipollino. E tornò al
villaggio.
Il sor Mirtillo mette un campanello per i ladri
Al villaggio, trovò molta gente radunata attorno
alla casa del sor Zucchina a discutere. A dire la verità,
erano tutti piuttosto spaventati.
- Che farà ora il Cavaliere? - si domandava il
professor Pero Pera con aria preoccupata.
- Io dico che questa storia finirà male. In fin dei
conti, loro sono i padroni e loro comandano, - osservò
la sora Zucca. La moglie di Pirro Porro le diede subito
ragione, afferrò il marito per i baffi come se fossero due
redini e fece:
- Arrì là! Torniamo a casa, prima che succedano
altri guai. -
Anche Mastro Uvetta crollava il capo.
- Pomodoro è rimasto beffato due volte: ora vorrà
vendicarsi. - disse.
L'unico a non preoccuparsi era il sor Zucchina: aveva
cavato di tasca i più bei confetti che si fossero mai visti
e ne offriva a tutti per festeggiare l'avvenimento. Cipollino
prese un confetto, lo succhiò ben bene, poi disse:
- Sono anch'io del parere che Pomodoro non si
arrenderà tanto presto. -
- Ma allora... - cominciò Zucchina, sospirando.
Tutta la sua felicità era scomparsa come il sole quando
passa una nuvola.
- Allora, la mia idea è questa. Non c'è che una
cosa da fare: nascondere la casa. -
- Nascondere la casa? -
- Appunto. Se fosse un gran palazzo non lo direi
nemmeno, ma una casa tanto piccola non si farà fatica
a nasconderla. Scommetto che ci sta tutta sul carretto del
cenciaiolo. -
Fagiolino, che era il figlio del cenciaiolo, scappò subito
a casa e tornò di lì a poco col carretto.
- Qua sopra? - domandò Zucchina, preoccupato
che la sua casetta potesse andare in pezzi.
- Qua sopra ci starà benissimo - rispose Cipollino.
- E dove la portiamo? - domandò ancora Zucchina.
- Si potrebbe - propose Mastro Uvetta - si potrebbe
nasconderla nella mia cantina, per intanto. Poi
si starà a vedere. -
- E se Pomodoro lo viene a sapere? -
Tutti guardarono dalla parte del sor Pisello, che
passava di lì fingendo di essere in un altro posto. L'avvocato
arrossì e si affrettò a giurare e spergiurare:
- Da me Pomodoro non saprà mai nulla. Io non
sono una spia, sono un avvocato. -
- In cantina sarà umido: la casa potrebbe sciuparsi -
obiettò timidamente il sor Zucchina. - Perchè
non la nascondiamo nel bosco?
- E chi la custodirà? - domandò Cipollino.
- Io conosco un tale - disse Pero Pera - che abita
nel bosco, il sor Mirtillo. Si potrebbe provare ad affidargli
la casa. Poi si vedrà. -
Decisero di provare. In pochi minuti la casina fu caricata
sul carretto del cenciaiolo: il sor Zucchina la salutò
con un sospiro e andò a riposarsi di tante emozioni
a casa della sora Zucca, che era sua nipote.
Cipollino, Fagiolino e il professore si diressero verso
il bosco, spingendo il carretto senza nemmeno fare troppa
fatica: la casetta non pesava più di una gabbia per i
passeri.
Il sor Mirtillo abitava in un riccio di castagna dell'anno
prima: un bel riccio grosso e spinoso, dove il sor
Mirtillo ci stava comodissimo, lui e le sue ricchezze, che
consisteva in una mezza forbice, una lametta per la
barba arrugginita, un ago con una gugliata di cotone e
una crosta di formaggio.
Appena ebbe sentito la proposta si spaventò moltissimo.
L'idea di abitare in una casa così grande gli faceva
venire i brividi.
- Non accetterò mai, non è possibile. Che cosa me
ne faccio di un palazzo come quello? Io sto bene nel
mio riccio. Sapete come dice il proverbio? Sto nel mio
riccio e non me ne impiccio. -
Però quando ebbe sentito che si trattava di fare un
piacere al sor Zucchina, accettò senz'altro:
- Ho sempre avuto simpatia, per quell'ometto.
Una volta l'ho avvisato che un bruco gli camminava
sulla schiena: capirete, gli ho quasi salvato la vita. -
La casina fu sistemata accanto al tronco di una quercia:
Cipollino, Fagiolino e Pero Pera aiutarono il sor
Mirtillo a portarsi in casa tutte le sue ricchezze, poi lo
salutarono e se ne andarono, promettendogli di tornare
presto con buone notizie.
Appena rimasto solo, il sor Mirtillo cominciò ad
avere paura dei ladri.
- Adesso che ho una grande casa - si diceva -
verranno certamente a derubarmi. Chissà, forse mi ammazzeranno
nel sonno credendo che io abbia chissà quali
tesori. -
Pensa e pensa, decise di mettere un campanello sulla
porta e sotto il campanello un cartellino sul quale scrisse,
in stampatello, queste parole:
«I signori ladri sono pregati di suonare questo campanello.
Saranno fatti accomodare e vedranno con i loro
occhi che qui non c'è niente da rubare». -
Una volta scritto il cartello, si sentì più tranquillo
e, essendo già tramontato il sole, andò a dormire.
Verso mezzanotte fu svegliato da una scampanellata.
- Chi va là? - domandò, affacciandosi al finestrino.
- Siamo i ladri - rispose un vocione.
- Vengo subito, abbiano pazienza che mi infilo la
vestaglia. - fece il sor Mirtillo, premuroso.
Si infilò la vestaglia, andò ad aprire la porta e li
invitò a guardare in tutta la casa. I ladri erano due giganti
grandi e grossi, con certe barbacce scure che facevano
paura. Cacciarono la testa in casa - uno per volta,
per non darsi delle zuccate - e si convinsero presto che
non c'era niente da portar via. -
- Avete visto, signori? Avete visto? - gongolava
il sor Mirtillo, fregandosi le mani.
la casetta non pesava più di una gabbia per i passeri... (pag. 35)
- Hm hm... - grugnirono i due ladri, piuttosto
scontenti.
- Dispiace anche a me, mi credano - continuò
Mirtillo - Intanto, se posso favorirli in qualche cosa.
Vogliono farsi la barba? Ho una lametta, qui. Un po'
vecchia, si capisce: è un'eredità del mio bisnonno. Ma
credo che tagli ancora. -
I due ladri accettarono. Si tagliarono alla meglio la
barba con la lametta arrugginita e se ne andarono con
molti ringraziamenti. In fondo, erano due brave persone:
chissà perchè facevano il ladro di mestiere!
Il sor Mirtillo tornò a letto e si riaddormentò.
Verso le due di notte fu svegliato da una seconda
scampanellata. C'erano altri due ladri; e lui li fece
entrare, a turno, si capisce, per non sfondare la casa.
Questi non avevano la barba, però uno di loro aveva
perso tutti i bottoni della giacca: il sor Mirtillo gli regalò
l'ago e il filo e gli raccomandò di guardare sempre
per terra, quando andava in giro.
- Sapete, a guardare in terra si trovano tanti bottoni. - spiegò.
E anche quei ladri se ne andarono per i fatti loro.
Così ogni notte il sor Mirtillo era svegliato dai ladri,
che suonavano il campanello, gli facevano una visita e
se ne andavano senza bottino ma contenti di aver conosciuto
una persona così per bene e gentile.
La casa del sor Zucchina era dunque in buone mani:
noi ve la lasciamo e andiamo a vedere che cosa succede
dalle altre parti.
Il barone Melarancia ha dei guai con la sua pancia, e il duchino Mandarino minaccia di saltare dall'armadio
È tempo ormai che diamo un'occhiata al Castello
delle Contesse del Ciliegio, le quali, come avrete già capito,
erano le padrone di tutto il villaggio, delle case,
della terra, della chiesa e del campanile.
Il giorno che Cipollino fece trasportare nel bosco la
casa del sor Zucchina, al castello c'era una gran confusione,
perchè erano arrivati i parenti.
Ne erano arrivati esattamente due: il barone Melarancia
e il duchino Mandarino. Il barone Melarancia era
cugino del povero marito di donna Prima. Il Duchino
Mandarino, invece, era cugino del povero marito di
Donna Seconda. Il barone Melarancia aveva una pancia
fuori del comune: cosa logica, del resto, perchè non faceva
altro che mangiare dalla mattina alla sera e dalla sera
alla mattina, prendendosi giusto un'oretta per fare un pisolino.
Quando era giovane, il barone Melarancia dormiva
tutta la notte per digerire quello che aveva mangiato di
giorno, ma poi si era detto:
- Dormire è tutto tempo perso: mentre dormo, infatti,
non posso mangiare. -
E così aveva deciso di mangiare anche di notte e di
ridurre a un'ora il tempo destinato alla digestione. Da
tutti i suoi possedimenti, che erano molti e sparsi in tutta
la provincia, partivano continuamente delle carovane cariche
di cibarie di ogni genere per saziare la sua fame. I
poveri contadini non sapevano più cosa mandargli:
uova, polli, maiali, buoi, mucche, conigli, frutta, verdura,
pane, biscotti, torte, il barone mangiava tutto
quanto in un momento. Aveva due servitori incaricati di
ficcargli in bocca tutto quello che arrivava, e altri due
che davano il cambio ai primi quando erano stanchi.
Alla fine i contadini gli mandarono a dire che non
c'era più niente da mangiare.
- Mandatemi gli alberi? - ordinò il barone.
I contadini gli mandarono gli alberi, e lui mangiò
anche quelli, con le foglie e le radici, intingendoli nell'olio
e nel sale.
Quando ebbe finito anche gli alberi, cominciò a vendere
le sue terre e con il ricavato comprava altra roba
da mangiare. Quando ebbe venduto le terre e fu diventato
povero in canna, scrisse una lettera alla Contessa
Donna Prima e si fece invitare al Castello.
Donna Seconda, a dire la verità, non era tanto contenta:
- Il barone, con la sua fame, darà fondo alle nostre
ricchezze: si mangerà il nostro castello come se fosse
un piatto di pasta asciutta. -
Donna Prima cominciò a piangere:
- Tu non vuoi ricevere i miei parenti. Povero baroncino,
tu non gli vuoi bene. -
- D'accordo - disse allora Donna Seconda - invita
pure il barone. Io inviterò il duchino Mandarino,
cugino del mio povero marito. -
- Invitalo pure - rispose sprezzante Donna Prima
- quello non mangia nemmeno quanto un pulcino.
Il tuo povero marito, pace al suo nocciolo, aveva dei
parenti piccoli e magri, che quasi non si vedevano a occhio
nudo. Il mio povero marito invece, pace al suo nocciolone,
aveva dei parenti grandi e grossi, visibili a
grande distanza. -
Il barone Melarancia era davvero visibile a grande
distanza: a distanza di un chilometro si poteva scambiarlo
per una collina.
Si dovette subito provvedere per un aiutante che lo
aiutasse a portare la pancia, perchè da solo non ce la
faceva più. Pomodoro mandò a chiamare il cenciaiolo
del paese, ossia Fagiolone, perchè portasse il suo carretto.
Fagiolone non trovò il carretto, perchè lo aveva
preso suo figlio Fagiolino, come sapete, e così si portò
dietro una carriola a mano, di quelle che adoperano i
muratori per portare la calcina.
Pomodoro diede una mano al barone a sistemare la
sua pancia dentro la carriola, poi gridò:
- Arrì, là! -
Fagiolone afferrò i manici della carriola e tirò con
tutte le sue forze, ma non la spostò di un centimetro.
Furono chiamati altri due servitori e tutti insieme
riuscirono a far fare al barone una passeggiatina nei
viali del Castello. Da principio non stavano attenti ai
sassi: la ruota della carriola andava a cercare i sassi più
grossi e puntuti del viale, come se lo facesse apposta, e il
povero barone riceveva nella pancia certi colpi che lo facevano
sudare.
- State attenti ai sassi! - si raccomandava giungendo
le mani.
Fagiolone e i due servitori stavano attenti ai sassi e
la carriola andava a finire nelle buche.
- State attenti alle buche, per l'amor del cielo! -
supplicava il barone.
Mentre lo portavano a spasso, però, non dimenticava
la sua occupazione preferita e sgranocchiava un
tacchino arrosto che sua cugina Donna Prima gli aveva
fatto preparare come antipasto.
Anche il Duchino Mandarino diede un bel daffare
al Castello.
La povera Fragoletta - la cameriera di Donna Seconda -
non finiva mai di stirargli le camice. Quando
gliele riportava, il Duchino torceva il naso, si metteva
a piangere e balzava in cima all'armadio gridando:
- Aiuto! Aiuto! -
Accorreva Donna Seconda con le mani nei capelli:
- Mandarino, che cosa ti fanno? -
- Non mi stirano bene le camice, ed io voglio
morire! -
Per convincerlo a restare in vita Donna Seconda gli
regalò tutte le camice di seta del suo povero marito.
Il duchino Mandarino saltò giù dall'armadio e cominciò
a provarsi le camice.
Dopo un poco, lo si sentì nuovamente gridare:
- Aiuto! Aiuto! -
Donna Seconda accorse con il batticuore:
- Cugino Mandarino, che cosa ti fanno? -
- Ho perso il bottone del colletto e non voglio più
stare al mondo! -
Questa volta si era arrampicato in cima allo specchio
e minacciava di buttarsi a capofitto sul pavimento.
Per farlo chetare Donna Seconda gli regalò tutti i
bottoni del suo povero marito, che erano d'oro, d'argento
e di pietre preziose.
Prima di sera Donna Seconda non aveva più gioielli
e il duchino Mandarino aveva ammassato parecchi
bauli di roba e si fregava le mani soddisfatto.
Le contesse cominciavano ad essere molto preoccupate
per quei loro parenti così voraci, e sfogavano la
loro irritazione sul povero Ciliegino, il loro nipotino
orfano di padre e di madre.
- Mangiapane a tradimento! - lo sgridava Donna
Prima - Vai subito a fare i compiti. -
- Li ho già fatti. -
- Fanne degli altri! - ordinava severamente Donna
Seconda.
Ciliegino, ubbidiente, andava a fare degli altri compiti:
ogni giorno ne faceva dei quaderni intieri, in una
settimana ne faceva una montagna di quaderni.
Quel giorno, le Contesse non finivano mai di fargli
fare dei nuovi compiti.
- Che cosa fai in giro, bighellone? -
- Vorrei fare una passeggiata nel parco. -
- Nel parco ci passeggia il barone Melarancia,
non c'è posto per i fannulloni come te. Va subito a studiare
la lezione. -
- L'ho già studiata. -
- Studiane un'altra. -
Ciliegino, ubbidiente, andò a studiare un'altra lezione:
ogni giorno ne studiava centinaia e centinaia.
Aveva già letto tutti i libri della Biblioteca del Castello.
Quando lo vedevano con in mano un libro, però, le
Contesse lo sgridavano severamente:
- Posa quei libri, monellaccio. Non vedi che li consumi? -
- Ma come posso studiare le lezioni senza toccare
i libri? -
- Studiale a memoria. -
Ciliegino si chiudeva in camera sua e studiava, studiava,
studiava. Sempre senza libri, si capisce. Aveva
tutto in testa e continuava a pensare nuove cose. A pensare
gli veniva il mal di testa e le contesse lo sgridavano:
- Sei sempre ammalato perchè pensi troppo. Non
pensare e ci farai risparmiare i soldi delle medicine. -
Insomma, tutto quello che faceva Ciliegino, per le
Contesse era malfatto.
Ciliegino non sapeva da che parte voltarsi per non
prendersi dei rabbuffi e si sentiva veramente infelice.
In tutto il Castello, aveva un solo amico, ed era Fragoletta,
la servetta di Donna Seconda. Fragoletta aveva
compassione di quel povero piccolo ragazzo con gli occhiali,
a cui nessuno voleva bene: era gentile con lui e
e di sera, quando andava a letto, gli portava qualche
pezzo di dolce.
Ma quella sera, a tavola, il dolce se lo mangiò il
barone Melarancia.
Il duchino Mandarino ne voleva un pezzo anche
lui. Per farselo dare saltò in cima alla credenza e cominciò
a strillare:
- Aiuto! Aiuto! Tenetemi, se no mi butto! -
Ma ebbe un bello strillare: il barone si mandò giù
tutto il dolce senza dargli retta.
Donna Seconda, in ginocchio davanti alla credenza,
pregava il suo cuginetto di non ammazzarsi. Per convincerlo
- Non mi stirano bene le camice, ed io voglio morire!... (pag. 42)
a scendere a terra gli doveva promettere qualcosa,
ma non aveva più niente.
Finalmente, quando capì che non c'era più niente da
prendere, il duchino Mandarino si rassegnò e calò a terra,
aiutato da Pomodoro che sudava sette camice.
Proprio in quel momento Pomodoro fu avvertito
che la casa del sor Zucchina era scomparsa. Il Cavaliere
non ci pensò sù due volte; mandò un messaggio al Governatore
e gli chiese in prestito una ventina di poliziotti,
ossia di Limoncini.
I Limoncini arrivarono il giorno dopo e fecero piazza
pulita. Questo vuol dire che fecero il giro del paese e
arrestarono tutti quelli che trovarono.
Arrestarono Mastro Uvetta, naturalmente. Il ciabattino
prese una lesina per grattarsi la testa e li seguì
brontolando. I Limoncini gli sequestrarono la lesina.
- Non potete portare armi con voi - dissero severamente
a Mastro Uvetta.
- E io con che cosa mi gratto? -
- Quando vi volete grattare, avvisate il comandante
e ci penserà lui. -
Così Mastro Uvetta, quando aveva bisogno di grattarsi
la testa per riflettere, avvisava il comandante dei Limoncini
e subito un Limoncino gli grattava la testa con
la sciabola.
Anche il professor Pero Pera fu arrestato: gli lasciarono
prendere solo il violino e una candela.
- Che cosa ne volete fare della candela? -
- Mia moglie me l'ha messa in tasca, perchè dice
che le prigioni del castello sono molto scure. -
Insomma, furono arrestati tutti gli abitanti del villaggio,
eccetto il sor Pisello, perchè era un avvocato, e
Pirro Porro, perchè non lo trovarono.
Pirro Porro non si era mica nascosto, anzi: se ne
stava tranquillo tranquillo sul balcone, con i baffi tirati
come due corde, e sui baffi il bucato steso ad asciugare.
Le guardie lo scambiarono per un palo e non gli badarono.
Zucchina seguì i Limoncini sospirando secondo il
suo solito.
- Perchè sospirate tanto? - gli domandò severamente
il comandante.
- Perchè ho tanti sospiri. Ho lavorato tutta la vita
e ogni giorno mettevo da parte un sospiro: adesso ne
ho migliaia e migliaia e bisogna pure che li adoperi. -
Fra le donne, fu arrestata solamente la sora Zucca
e siccome essa si rifiutava di camminare, le guardie la rovesciarono
e la fecero rotolare fin sulla porta della prigione.
Era così rotonda.
Siccome erano molto furbi, i Limoncini non arrestarono
nemmeno Cipollino, che se ne stava tranquillamente
seduto su un muricciolo a vederli passare, in
compagnia di una bambina che si chiamava Ravanella.
I Limoncini domandarono proprio a loro se avessero
visto da quelle parti un pericoloso sovversivo di
nome Cipollino.
Essi risposero che l'avevano visto nascondersi sotto
il berretto del comandante e scapparono sghignazzando.
Quel giorno stesso, però, andarono a fare un giro
d'ispezione al Castello. Cipollino aveva deciso che si
dovevano liberare i prigionieri e Ravanella naturalmente
era stata subito d'accordo.
Dove Ciliegino non tiene conto dei cartelli di Don Prezzemolo
Il Castello era un po' in cima alla collina ed era circondato
da un immenso parco. C'era un cartello che da
una parte diceva: vietato l'ingresso - e dall'altra parte
diceva invece: vietata l'uscita.
Una parte era destinata ai ragazzi del villaggio, perchè
non gli venisse la tentazione di scavalcare l'inferriata
per andare a giocare sotto gli alberi del parco; l'altra era
per Ciliegino, perchè non gli venisse la tentazione di
andarsene a fare quattro passi nel villaggio.
Ciliegino passeggiava tutto soletto lungo un viale,
stando bene attendo a non calpestare le aiuole e a non
rovinare i fiori. Difatti il suo precettore, Don Prezzemolo,
aveva fatto mettere dappertutto dei cartelli, su
cui c'era scritto quello che Ciliegino poteva fare e quello
che non poteva fare.
Per esempio, vicino alla vasca dei pesci rossi c'era
questo cartello: - E' vietato a Ciliegino mettere le
mani nella vasca. -
E c'era anche quest'altro:
«E' vietato ai pesci rivolgere la parola a Ciliegino.»
In mezzo alle aiuole fiorite c'erano cartelli come
questo:
«Ciliegino non deve toccare i fiori, altrimenti resterà
senza frutta».
Oppure come questo:
«Guai a Ciliegino se calpesta l'erba: dovrà scrivere
duemila volte - io sono un ragazzo bene educato».
Questi cartelli erano un'idea di Don Prezzemolo,
che non era un prete, ma il precettore di Ciliegino.
Il nostro visconte aveva chiesto alle nobili zie il permesso
di andare alla scuola del villaggio, insieme a tutti
i ragazzi che vedeva andare e tornare dalla scuola, agitando
gloriosamente le cartelle come bandiere. Ma Donna
Prima era inorridita:
- Un Conte del Ciliegio nello stesso banco di un
contadino! Giammai. -
E Donna Seconda aveva ribadito:
- I pantaloni di un conte del Ciliegio sul legno di
un volgare banco di scuola: non sarà mai. -
Così era stato preso un maestro privato, appunto
Don Prezzemolo, chiamato così perchè saltava sempre
fuori da tutte le parti. Per esempio, se Ciliegino, mentre,
faceva il compito, osservava una mosca che era entrata
in una macchia d'inchiostro e voleva imparare a scrivere,
saltava fuori da chissà dove Don Prezzemolo, si
soffiava il naso in un fazzolettone a quadri rossi e azzurri
e cominciava:
- Guai a quei ragazzi che guardano le mosche! Si
comincia sempre così. Poi una mosca tira l'altra, si comincia
a guardare anche il ragno, poi il gatto, poi tutti
gli altri animali e ci si dimentica di studiare la lezione.
Chi non studia la lezione non può diventare un bravo
bambino. Chi non diventa un bravo bambino non diventa
un brav'uomo. E chi non è un brav'uomo va in
prigione. Ciliegino, se non vuoi finire in prigione, smettila
di guardare quella mosca. -
Un'altra volta, se Ciliegino apriva il suo albo con
il proposito di disegnare qualche bella figura, saltava
fuori chissà da dove Don Prezzemolo, si soffiava il naso
e cominciava:
- Guai a quei ragazzi che perdono il tempo a disegnare
le belle figure. Che cosa potranno diventare da
grandi? Al più al più degli imbianchini, cioè persone
sudice e malvestite che girano giorno e notte a insudiciare
i muri e perciò finiscono in prigione come si meritano.
Ciliegino, vuoi tu finire in prigione? -
Per paura della prigione, Ciliegino non sapeva a che
santo votarsi.
Per fortuna qualche volta Don Prezzemolo non poteva
saltar fuori da nessuna parte, perchè era andato a
fare un pisolino o perchè indugiava a tavola davanti
alla bottiglia della grappa. In quei pochi istanti Ciliegino
era finalmente libero. Don Prezzemolo però se
n'era accorto, ed ecco perchè aveva fatto mettere tutti
quei cartelli: con questo sistema, poteva dormire una
oretta di più, sicuro che intanto il suo pupillo non perdeva
tempo e, passeggiando per il parco, imparava utili
lezioni.
Ma Ciliegino, quando passava vicino ai cartelli, si
toglieva gli occhiali, così non vedeva quel che c'era scritto
e poteva continuare tranquillamente a pensare ai casi
suoi.
Mentre dunque Ciliegino passeggiava nel parco, sentì
una vocetta che lo chiamava:
- Signor Visconte! Signor Visconte! -
Si voltò e vide un ragazzo della sua età, piuttosto
malvestito ma dal viso intelligente e simpatico, ed una
ragazzina di forse dieci anni, coi capelli raccolti in un
codino che le stava sempre in piedi sulla testa come la
coda di un gatto.
Ciliegino si inchinò educatamente e disse:
- Buongiorno, signori. Io non ho l'onore di conoscerli,
ma farei volentieri la loro conoscenza. -
- Allora perchè non viene più vicino? -
- Non posso. Il cartello mi vieta di parlare con i
ragazzi del villaggio. -
- Ma noi siamo ragazzi del villaggio, e lei ci sta
già parlando. -
- Quand'è così, vengo subito. -
Ciliegino era timido e bene educato, ma nei momenti
decisivi sapeva prendere decisioni eroiche. Entrò decisamente
nell'erba, calpestandola con tutta la forza delle
sue gambe e si avvicinò all'inferriata.
- Io mi chiamo Ravanella - si presentò la bambina
- E questo è Cipollino. -
- Molto piacere, signorina. Molto piacere, signor
Cipollino. Ho già sentito parlare di lei. -
- E da chi, di grazia? -
- Dal cavalier Pomodoro. -
- Allora non ne avrà certamente detto bene. -
- No, certamente. Appunto per questo mi sono figurato
che lei doveva essere una simpaticissima persona.
E vedo che non mi sono sbagliato. -
Cipollino sorrise:
- Benissimo. Allora perchè ci stiamo facendo tanti
salamelecchi e ci parliamo col lei come se fossimo dei
vecchi gentiluomini di corte? Diamoci del tu. -
Ciliegino si ricordò improvvisamente di un cartello
che stava sulla porta della cucina, e dove Don Prezzemolo
aveva fatto scrivere «Non si deve dar del tu a
nessuno», perchè aveva sorpreso Ciliegino e Fragoletta
che conversavano amichevolmente. Tuttavia decise di
passar sopra anche a quel cartello, com'era passato sopra
all'erba e rispose:
- D'accordo. Diamoci del tu. -
Ravanella era raggiante.
- Che cosa ti avevo detto, Cipollino? Il visconte
è un ragazzo molto simpatico. -
- La ringrazio, signorina - disse Ciliegino inchinandosi.
Poi arrossì e disse soltanto: - Grazie, Ravanella. -
Risero tutti e tre allegramente. Sulle prime Ciliegino
rideva appena appena con un angolo della bocca, ricordandosi
di un cartello di Don Prezzemolo che gli
proibiva di ridere se voleva diventare un ragazzo serio.
Ma poi, vedendo Cipollino e Ravanella ridere senza ritegno,
si lasciò andare e rise di cuore.
Una risata così lunga e così allegra, al Castello non
si era mai sentita. Le nobili Contesse, in quel momento,
sedevano nella veranda a bere il te.
Donna Prima udì la risata ed osservò:
- Sento uno strano rumore. -
Donna Seconda accennò col capo:
- Lo sento anch'io. Dev'essere la pioggia. -
- Ti faccio notare che non piove affatto - disse
Donna Prima, con aria sentenziosa.
- Se non piove, pioverà, - ribattè Donna Seconda
con decisione, alzando il capo per trovare conferma
nel cielo. Il cielo però era limpido come se fosse stato
scopato e lavato dalla nettezza urbana cinque minuti
primi: non si vedeva una nuvola a pagarla a peso d'oro.
- Io dico che è la fontana - ricominciò Donna
Prima.
- La fontana non può essere: è rotta e non da
acqua. -
- Si vede che il giardiniere l'ha riparata. -
Ma il giardiniere non si era nemmeno accorto che la
fontana era rotta.
Anche Pomodoro aveva sentito quello strano rumore,
e non era per niente tranquillo.
- Nelle prigioni del castello - pensava - ci sono
molti prigionieri. Bisogna vigilare, se non si vogliono
avere sorprese. -
Decise di fare un giretto d'ispezione nel parco e dietro
il Castello, dove passava la strada del villaggio, scoprì
i tre ragazzi in allegra conversazione.
Se il cielo si fosse aperto, e gli angeli fossero rotolati
giù l'uno sull'altro la sorpresa di Pomodoro non sarebbe
stata maggiore. Ciliegino che calpestava l'erba!
Ciliegino che parlava amichevolmente con due straccioni!
In uno di quei due straccioni, poi, Pomodoro ravvisò
subito il monello che lo aveva fatto piangere abbondantemente.
Montò in furore e diventò così rosso
che se fossero passati di lì i pompieri avrebbe creduto
che fosse scoppiato un incendio.
- Signor Visconte! - chiamò con voce terribile.
Ciliegino si volse, impallidì, si strinse all'inferriata.
- Amici - bisbigliò - scappate via, prima che
Pomodoro possa farvi del male. A me non oserà far
nulla. Arrivederci. -
Cipollino e Ravanella scapparono a gambe levate
inseguiti dalle urla del cavaliere.
- Per questa volta - osservò Ravanella - la nostra
spedizione non è riuscita. -
Ma Cipollino sorrise: - Chi te l'ha detto? Abbiamo
conquistato un amico, e questo non è poco. -
Il loro nuovo amico, intanto, si preparava a sorbirsi
le lavate di capo di Pomodoro, di don Prezzemolo,
di Donna Prima, di Donna Seconda, del barone Melarancia
e del duchino Mandarino: i due illustri parenti,
infatti, avevano ben presto scoperto che per far piacere
alle contesse bastava tormentare Ciliegino, e non ne perdevano
l'occasione.
Stavolta, però, sentiva un nodo alla gola. Non gli
importava nulla delle sgridate, dei rimproveri e dei castighi.
Non gli importava nulla degli strilli delle Contesse,
delle prediche di don Prezzemolo e dei sarcasmi
del duchino Mandarino. E tuttavia si sentiva molto infelice.
Per la prima volta aveva trovato due amici, per
la prima volta in vita sua aveva riso di cuore, ed ecco
che doveva perdere tutto di nuovo: Cipollino e Ravanella
erano scappati giù per la collina e forse non li
avrebbe più rivisti. Quanto avrebbe dato per essere al
loro posto! Quanto avrebbe dato per essere con loro, là
fuori, dove non c'erano cartelli, dove si potevano calpestare
i prati e cogliere i fiori!
Per la prima volta nel cuore di Ciliegino c'era quella
cosa strana e terribile che si chiama dolore. Era una cosa
troppo grande per lui, e Ciliegino sentì che non l'avrebbe
potuta sopportare. Si gettò a terra e cominciò a singhiozzare
disperatamente.
Pomodoro lo raccolse, se lo mise sotto il braccio come
un fagottello, e si incamminò su per il viale.
Il dottor Marrone viene cacciato dal Castello
Ciliegino continuò a piangere tutta la sera. Il duchino
Mandarino lo scherniva crudelmente:
- Il nostro Ciliegino si consumerà tutto in lagrime -
diceva - ne resterà solamente il nocciolo.
Il barone Melarancia, come certi grassi molto grassi,
aveva qualche cosa di dolce in fondo al cuore. Per consolare
Ciliegino gli offrì addirittura un pezzetto della
sua parte di torta. Mica tanto, però: un cucchiaino, ecco.
Ma conoscendo il vizio del barone, quella generosità non
era da disprezzare.
Le contesse invece erano inviperite:
- Nostro nipote doveva scegliere di suonare il piffero -
osservava Donna Prima.
- Sarebbe riuscito benissimo anche senza il piffero
a fare un ottimo concerto - rincarava Donna Seconda.
- Domani - minacciava Don Prezzemolo - domani
ti farò scrivere tremila volte: non devo piangere a
tavola perchè disturbo la digestione ai miei commensali. -
Quando però fu chiaro che Ciliegino non avrebbe
smesso di piangere, lo mandarono a letto.
Fragoletta fece del suo meglio per consolare il povero
visconte, ma non c'era verso. La ragazza si commosse
tanto che cominciò a piangere pure lei.
- Smetti subito di piangere - ordinò Donna Prima
- altrimenti ti licenzio. -
Per farla breve, Ciliegino si ammalò gravemente.
Aveva un febbrone che faceva tremare il letto, e una
tosse che faceva tremare i vetri.
Nel delirio chiamava continuamente:
- Cipollino! Cipollino! -
Pomodoro fece osservare che certamente il ragazzo
era stato spaventato dal pericoloso delinquente che circolava
nella zona.
- Domani lo farò arrestare. - disse al malato, per
confortarlo.
- No, no, per favore! Arrestate me, gettatemi in
fondo alla prigione, ma non arrestate Cipollino. Cipollino
è buono, Cipollino è il mio unico amico. -
Don Prezzemolo si soffiò il naso:
- Il ragazzo sta delirando. Il caso è molto
grave. -
Mandarono a chiamare i medici più famosi.
Venne prima il dottor Fungosecco e ordinò un decotto
di funghi secchi.
Ma il decotto non fece nessun effetto. Anzi, il dottor
Nespolino fece osservare che i funghi erano molto
pericolosi per quel genere di malattia, e che sarebbe stato
meglio un impacco di sugo di nespole del Giappone.
Col sugo delle nespole del Giappone imbrattarono
le lenzuola, ma Ciliegino non dava segni di miglioramento.
«Ciliegino si volse, impallidì, si strinse all'inferriata...» (pag. 55)
- Secondo me - sentenziò il dottor Carciofo -
bisognerebbe fare una medicazione a base di carciofi
crudi. -
- Con le spine? - domandò Fragoletta spaventata.
- Per forza, altrimenti non fa effetto. -
Medicarono Ciliegino con i carciofi crudi, appena
colti: il povero ragazzo saltava per le punture come
se lo scorticassero.
- Vedete? - disse lietamente il dottor Carciofo
- Il signor Visconte manifesta una maggiore vivacità.
Continuate nella cura. -
- Tutto sbagliato - esclamò il professor Delle
Lattughe, inorridendo - Chi è quel somaro che ha ordinato
una cura di carciofi? Provate invece con la lattuga. -
Fragoletta mandò a chiamare in segreto il dottore
dei poveri, ossia il dottor Marrone, che abitava nei boschi,
sotto un castagno. Lo chiamavano il dottore dei
poveri perchè ordinava pochissime medicine, e quelle poche
che ordinava le pagava lui di tasca sua.
Quando il dottor Marrone si presentò alla porta del
castello, i servitori volevano mandarlo via, perchè era
arrivato senza carrozza.
- Un dottore senza carrozza - essi dicevano
- è un dottore senza medicina. -
- Ma la medicina non sta nella carrozza - fece
osservare pazientemente il dottor Marrone.
- Un dottore senza carrozza non può essere che
un ciarlatano. - conclusero i servitori, e volevano sbattergli
la porta in faccia, ma proprio in quel momento
passava di lì Don Prezzemolo, che come sapete si trovava
sempre dappertutto e ordinò che lasciassero passare
il dottore.
Il dottor Marrone visitò il malato di sotto e di sopra,
gli guardò la lingua e gli occhi, gli tastò il polso, gli
fece qualche domanda a bassa voce poi si lavò le mani e
disse soltanto:
- O che brutta malattia
essere senza compagnia. -
- Cosa volete insinuare? - domandò bruscamente
il Cavalier Pomodoro.
- Io non insinuo nulla, io dico la verità, se la volete
sentire. Questo ragazzo non ha nulla. Ha un po'
di malinconia. -
- Che malattia è? - domandò Donna Prima che
non l'aveva mai avuta. Donna Prima, infatti, aveva un
debole per le malattie: quando ne sentiva nominare una
nuova se la faceva subito venire per provarla. Del resto
era tanto ricca che la spesa delle medicine non le importava
nulla.
- Non è una malattia, signora Contessa. E' una
tristezza. Il ragazzo ha bisogno di compagnia. Perchè
non lo mandate a giocare qualche volta con gli altri ragazzi. -
Non l'avesse mai detto: si levò un coro di proteste.
Il povero dottore fu coperto di insulti.
- Se ne vada - ordinò Pomodoro - se ne vada
prima che io la faccia cacciar fuori dai miei servi. -
- E si vergogni - aggiunse Donna Seconda - si
vergogni di avere abusato della nostra fiducia. Lei si è
introdotto nella nostra casa con l'inganno. Se io volessi
potrei farla denunciare per violazione di domicilio: non
è vero avvocato? -
E si volse a chiedere il parere del sor Pisello, che
quando c'era bisogno di un suo parere era sempre presente.
- Certamente, signora Contessa. -
E tratto il suo taccuino segnò subito, nel conto delle
Contesse Del Ciliegio: «Parere circa la denuncia del
dottor Marrone per violazione di domicilio, lire diecimila».
Avendo così guadagnato la sua giornata, si affrettò
a togliere l'incomodo.
Il Generale in capo dei Topi costretto a battere in ritirata
Sarete certamente curiosi di avere notizie dei prigionieri,
ossia del sor Zucchina, del professor Pero Pera,
di Mastro Uvetta, della sora Zucca e degli altri abitanti
del villaggio che Pomodoro aveva fatti arrestare e gettare
nei sotterranei del Castello.
Per fortuna Pero Pera aveva portato un pezzetto di
candela, perchè i sotterranei erano scuri scuri e pieni di
topi. Per tenere lontani i topi il professore cominciò a
suonare il violino: i topi non amano la musica e scappavano
via maledicendo quel dannato strumento che
impediva loro di avvicinarsi.
A lungo andare però, anche Mastro Uvetta fu stufo
di quella musica: Pero Pera era di temperamento malinconico
e suonava solamente canzoni malinconiche,
che facevano venir voglia di piangere.
Così pregarono il professore di stare zitto.
I topi, potete figurarvi, appena tornato il silenzio
marciarono all'attacco su tre colonne. Il Capo-topo ordinò
la manovra:
- La prima colonna convergerà da sinistra sulla
candela e se ne impadronirà. Ma guai a voi se la rovinate:
i denti per il primo ce li devo mettere io che sono
il generale. La seconda colonna marcerà sul violino: è
fatto con una mezza pera butirrosa e dev'essere squisito.
La terza colonna avanzerà frontalmente e avrà il compito
di distrarre il nemico. -
I capitani delle tre colonne spiegarono il loro compito
ai singoli topi di fanteria. Il Capo-topo prese posto
su un carro armato, ossia su una vecchia tegola sbrecciata,
adagiata sulla pancia di un topone che altri dieci
topi tiravano per la coda. I trombettieri suonarono la carica
e in pochi minuti la battaglia era decisa: Pero Pera
riuscì a salvare il violino, sollevandolo al di sopra della
mischia: ma la candela sparì come se le avessero soffiato
sopra e i nostri amici rimasero al buio.
Sparì anche qualche altra cosa, ma non è ancora il
momento di dirlo.
Il sor Zucchina non si dava pace:
- Tutto per colpa mia! -
- E perchè mai sarebbe colpa vostra? - borbottò
Mastro Uvetta.
- Se io non mi fossi intestardito ad avere quella
casa, non saremmo nei guai. -
- Ma state un po' zitto - esclamò la sora Zucca
- Non siete mica voi che ci avete messo in prigione. -
- Io sono vecchio, che cosa me ne faccio di una casa? -
continuava Zucchina - Posso andare ad abitare
sotto una panchina ai giardini pubblici, là non darò
fastidio a nessuno. Amici, per favore, chiamate le guardie
e dite loro che regalerò la casina a Pomodoro e gli dirò
anche dove può andarla a prendere. -
- Tu non gli dirai un bel niente - sbottò Mastro
Uvetta.
Il professor Pero Pera pizzicò tristemente una corda
del suo violino:
- Si metterebbe nei pasticci anche il sor Mirtillo. -
- SST! - fece la sora Zucca - non fate nomi.
Qui anche i muri hanno orecchie. -
Si guardarono in giro, spaventati, ma senza la candela
era così buio che non poterono vedere se la prigione
avesse davvero le orecchie.
E invece ce le aveva. Ne aveva uno solo, per la verità:
un orecchio rotondo, dal quale partiva un canale,
una specie di telefono segreto, che portava tutte le parole
che si dicevano in cella dritto dritto nella camera del
cavalier Pomodoro. Per fortuna in quel momento Pomodoro
non era in ascolto, perchè aveva troppo da fare
al capezzale di Ciliegino.
Nel silenzio che seguì, si sentirono degli squilli di
tromba: erano i topi che tornavano all'attacco, più che
mai decisi a conquistare il violino di Pero Pera.
Per spaventarli, il professore si accinse a suonare:
appoggiò lo strumento al mento, brandì l'archetto con
aria ispirata e tutti trattennero il fiato. Lo tennero per
un bel pezzo, ma poi lo lasciarono andare e si decisero a
respirare, perchè dallo strumento non usciva alcun
suono.
- Qualcosa che non va? - domandò Mastro
Uvetta.
- I topi mi hanno mangiato l'archetto. - esclamò
Pero Pera con le lagrime in gola.
L'avevano rosicchiato quasi tutto, lasciandone soltanto
pochi centimetri. Senza archetto non si poteva far
musica e l'esercito dei topi avanzava, lanciando terribili
grida di guerra.
- Tutto per colpa mia - sospirava il sor Zucchina.
- Smettetela di sospirare e dateci una mano - ordinò
Mastro Uvetta - O piuttosto, dal momento che
sospirate così bene, provatevi anche a miagolare. -
- Ho giusto voglia di miagolare - si lamentò
Zucchina. - Mi meraviglio di voi che siete una persona
seria e vi mettete a scherzare in questa situazione. -
Mastro Uvetta non gli rispose nemmeno e accennò
un miagolio così bene imitato che l'esercito dei topi
si arrestò.
- Miao, miao - miagolava il ciabattino.
- Miao, miao - gli faceva eco il professore, senza
cessare di piangere per la fine ingloriosa del suo archetto.
- Per l'anima di mio nonno Topazzo Terzo, re
di tutte le cantine e di tutte le fogne: qui c'è un gatto
- esclamò il Capo-topo, frenando bruscamente il carro
armato.
- Generale, siamo stati traditi - gridò uno dei
tre capitani giungendo di corsa. - Le mie truppe hanno
avvistato una colonna di gatti di solaio, armati di tutto
punto. -
Le sue truppe non avevano visto un bel niente. Avevano
solamente avuto paura, ma la paura fa vedere anche
quello che non c'è.
- Miao, miao - facevano disperatamente i nostri
prigionieri.
Il Capo Topo si lisciò la coda. Quando era preoccupato
si lisciava la coda a quel modo e a forza di lisciamenti
la coda era tutta consumata tanto che i soldati
avevano soprannominato segretamente il loro generale
Mezza-coda.
- Per l'anima del mio trisavolo Topazzo Primo,
Imperatore di tutti i granai, i traditori la pagheranno.
Intanto suonate la ritirata. -
I capitani non se lo fecero ripetere. Le trombe suonarono
la ritirata e l'intiero esercito si ritirò più in fretta
che potè, con in testa Mezza-coda, che dall'alto del suo
carro armato frustava senza pietà i topi da tiro.
Così i nostri respinsero vittoriosamente l'assalto.
Stavano ancora congratulandosi per la bella vittoria,
quando si udì una vocina che chiamava:
- Sor Zucchina! Sor Zucchina! -
- Mi avete chiamato, professore? -
- Io no - rispose Pero Pera - io non vi ho
chiamato. -
- Eppure mi sembrava di avervi sentito chiamare.
- Sora Zucca, sora Zucca! - fece ancora la vocina.
La Sora Zucca si rivolse a Mastro Uvetta:
- Mastro Uvetta, perchè fate quella vocina? -
- Ma cosa vi piglia? Io non faccio nessuna vocina.
Mi sto grattando la testa, perchè ho dentro un'idea che
mi prude. -
- Sono io - continuò la vocina - sono Fragoletta. -
- E dove sei? -
- Sono nella camera del cavalier Pomodoro e vi
sto parlando col suo telefono segreto. Mi sentite? -
- Si, ti sentiamo. -
- Anch'io vi sento benissimo. Pomodoro sarà qui
tra poco. Ho un messaggio per voi. -
- Chi lo manda? -
- Lo manda Cipollino. Dice che non dovete darvi
pensiero, che penserà lui a farvi uscire di prigione. Non
rivelate a Pomodoro il segreto della casina, non sottomettetevi:
penserà lui a tutto. -
Mastro Uvetta rispose:
- Non diremo niente e aspetteremo con fiducia.
Dì a Cipollino che faccia presto, perchè qui siamo assediati
dai topi e non sappiamo quanto tempo potremo
resistere. E un'altra cosa: vedi se puoi procurarci una
candela e degli zolfini. Quella che avevamo, i topi se la
sono mangiata. -
- Aspettate lì, torno subito. -
- Certo che aspettiamo: dove vuoi che andiamo? -
Dopo un poco si sentì nuovamente la voce di Fragoletta:
- Attenzione, ora vi mando giù la candela. -
Difatti si udì un fruscio poi qualcosa battè sul naso
del sor Zucchina.
- Eccola, eccola - esclamò felice il pover'uomo.
In un pacchettino c'era una bella candela di sego
e una bustina di cerini.
- Grazie, Fragoletta. -
- Addio, devo scappare perchè sta per arrivare
Pomodoro. -
Difatti Pomodoro entrava proprio in quel momento
nella sua camera. Alla vista di Fragoletta che armeggiava
attorno al suo telefono segreto, il cavaliere
montò su tutte le furie.
- Che cosa fai tu lì? -
- Pulisco questa trappola. -
Oh che brutta malattia essere senza compagnia... (pag. 61)
- Quale trappola? -
- Questa: non è una trappola per i topi? -
Pomodoro tirò un respiro di sollievo: meno male -
pensò - è tanto stupida che ha scambiato il mio orecchio
segreto per una trappola da topi. -
Si sentì subito più allegro e regalò perfino a Fragoletta
una carta di caramella.
- Ecco, per te - disse generosamente - succhia
questa cartina. E' dolcissima: un anno fa c'era dentro
una caramella al ratafià. -
Fragoletta ringraziò il Cavaliere con un inchino,
dicendo:
- In sette anni di servizio, questa è la terza carta
di caramelle che Vossignoria mi regala. -
- Vedi dunque - rispose Pomodoro - che io sono
un buon padrone: comportati bene e ti troverai contenta. -
- Chi si contenta gode - concluse Fragoletta, e
con un nuovo inchino scappò via per le sue faccende.
Pomodoro si fregò le mani, pensando:
- Ora mi metto in ascolto al mio telefono segreto.
Parlando tra loro i prigionieri certamente si diranno
delle cose molte interessanti, e forse forse verrò a conoscere
il nascondiglio di quella maledetta casina. -
I prigionieri invece, avvertiti da Fragoletta, avevano
udito l'avvicinarsi di Pomodoro, e figurandosi che
lui si sarebbe messo ad ascoltare i loro discorsi, gliene
dissero di tutti i colori.
Pomodoro avrebbe voluto gridare: - Ora vi aggiusto
io. - Ma non voleva scoprirsi, e per non sentite
più quei discorsi, tappò la cornetta del suo telefono, che
era poi un comune imbuto di quelli che si adoperano per
infiascare il vino e andò a dormire.
Mastro Uvetta accese la candela nuova. Per prima
cosa guardarono in alto, e in un angolo del soffitto scopersero
l'apertura del telefono segreto e fecero una bella
risata, figurandosi la faccia paonazza del Cavaliere.
La loro allegria, però, fu di breve durata. Infatti
un topo di vedetta, vedendo la luce nella cella, si affacciò
per esplorare la situazione e, data un'occhiata in giro,
corse subito a riferire al comandante.
- Generale - disse lietamente - i gatti si sono
ritirati. I prigionieri hanno una candela nuova. -
Mezza-coda inghiottì mezzo litro di acquolina e si
leccò i baffi, dove era rimasto un poco di sapore di quell'altra
candela.
- Fate suonare l'adunata. - ordinò seduta stante.
Quando l'esercito fu schierato, il Capo-topo fece un
altro discorso infiammato:
- Miei prodi, la patria è in pericolo. Perciò affrettatevi
al combattimento e portatemi quella candela. La
candela naturalmente la mangerò io, con l'aiuto dei miei
capi, ma prima di mangiarla ve la lascerò leccare un pochino
a turno. -
I topi gridarono d'entusiasmo, imbracciarono le armi
e marciarono nuovamente all'attacco.
Stavolta, però, Mastro Uvetta era stato previdente,
ed aveva appeso la candela in alto, dove il muro era un
poco sbrecciato e c'era un piccolo vano tra due mattoni.
I topi ebbero un bel saltare con tutte le loro forze: non
poterono raggiungere la candela. I più furbi si accontentarono
di rosicchiare un poco il violino di Pero Pera,
poi dovettero ritirarsi anche loro perchè il Capo-topo,
irritatissimo per l'insuccesso, voleva fare la decimazione.
Infatti, la fece. Mise tutti suoi soldati in fila e ne
fece fucilare uno ogni dieci.
Quella sera, in giardino, ci fu consiglio di guerra.
Cipollino, Fragoletta e Ravanella si trovarono dietro
una siepe per discutere la situazione, e discussero con
tanto calore che non si accorsero di nulla. Ossia non si
accorsero del cane Mastino, che facendo il suo giro di
ispezione piombò loro addosso come una furia. Mastino
non degnò di un'occhiata le due ragazze: si sedette tranquillamente
sul petto di Cipollino e abbaiò fin che Pomodoro
non venne ad arrestarlo.
Figuratevi la gioia del Cavaliere.
- Per darti una prova della mia benevolenza -
esclamò - ti rinchiuderò nella Fossa Segreta. La prigione
non è degna di te. -
- Faccia pure - rispose Cipollino senza scomporsi.
Che cosa volevate che rispondesse? O preferivate
forse che si mettesse a piangere per essere stato catturato?
Viaggio con una Talpa da una prigione all'altra
Cipollino si svegliò in piena notte con l'idea che
qualcuno avesse bussato alla porta. Ma quest'idea gli
parve così stupida che gli venne da ridere.
- Eppure qualcosa ho sentito. -
Mentre rifletteva per capire da che cosa fosse stato
svegliato, il rumore si ripetè. Era un rumore sordo e
continuo, come se qualcuno stesse picchiando con un piccone
a poca distanza.
- Qualcuno sta scavando una galleria - concluse
Cipollino dopo aver posto l'orecchio alla parete della
Fossa, dalla parte da cui sentiva giungere il rumore.
Aveva appena finito di fare questa constatazione
che dalla parete si staccò del terriccio, poi un mattone
cadde e dietro il mattone qualcuno o qualcosa saltò sul
pavimento della Fossa.
- Dove diavolo sono capitata? - cominciò a dire
una voce piuttosto nasale.
- Nella Fossa Segreta -, rispose Cipollino - ossia
nella prigione più scura del Castello. Mi scusi dunque
se non posso riconoscerla e salutarla come si deve. -
- E lei chi è? Mi scusi tanto, sa, ma io sono abituata
allo scuro, e questo posto è troppo chiaro per me.
Io alla luce non ci vedo. -
- Ho capito, non può essere che la talpa. -
- Per l'appunto - riprese la Talpa - era un
pezzo che volevo scavare in questa direzione, ma non
ne avevo mai trovato il tempo. Sa, ho decine di chilometri
di gallerie da sorvegliare, da ripulire. C'è sempre
qualche infiltrazione d'acqua (è per questo che mi sono
presa il raffreddore) - poi ci sono quei benedetti vermiciattoli
che non sanno mai dove andare a battere il capo
e non hanno nessun rispetto per il lavoro degli altri.
Sicchè, di settimana in settimana, avevo sempre rimandato.
Ma questa mattina mi sono detta: "Signora Talpa,
se lei è una persona di giudizio e desiderosa di conoscere
il mondo, è tempo che scavi in una nuova direzione".
Così mi sono messa in cammino e... -
Cipollino interruppe quella chiacchierata per presentarsi:
- Mi chiamo Cipollino e sono prigioniero del Cavalier
Pomodoro. -
- Oh non si preoccupi - disse la Talpa - l'avevo
riconosciuto all'odore. Però la compiango sinceramente.
Dover stare giorno e notte in un posto così chiaro
dev'essere una tortura. -
- Io per me lo trovo un posto abbastanza
scuro. -
- Non lo dica nemmeno per ridere. La compiango
sinceramente. Eh, il mondo è cattivo. Dico io: se volete
mettere qualcuno in prigione, mettetelo almeno in un posto
scuro, dove possa riposarsi la vista. Ma dal giorno
che i cartaginesi hanno esposto Attilio Regolo ai raggi del
sole dopo avergli strappato le ciglia, l'umanità è diventata
sempre più crudele. -
Cipollino comprese che non valeva la pena di fare
una discussione sulla luce e sul buio con una talpa, che
essendo abituata alle sue gallerie doveva avere sulla questione
un'opinione molto diversa dalla sua.
- Ammetto che la luce mi dà molta noia - sospirò.
- Lo vede? Cosa le dicevo? - La Talpa era tutta
commossa.
- Se lei non fosse tanto grande... - cominciò a
dire.
- Io? Sono piccolissimo, gliel'assicuro. Potrei passare
per un buco di talpa. -
- Può darsi, può darsi, giovanotto. Ma se vuol
farmi un piacere non chiami buchi le mie gallerie. Ecco,
forse io potrei accompagnarla per un pezzo di strada. -
- Potrei infilarmi nella galleria che lei ha finito
adesso di scavare. - propose Cipollino - Semprechè
lei mi faccia da guida, perchè da solo avrei paura di perdermi:
ho sentito dire che le sue gallerie sono molto
complicate. -
- O senta - rispose la Talpa - io mi annoio
molto a fare sempre la stessa strada. Sa che cosa le dico?
Scaveremo una galleria nuova. -
- Da che parte? - domandò subito Cipollino.
- Da una parte qualunque - rispose la Talpa -
purchè si possa andare a finire in qualche posto scuro e
non in un'altra terribile caverna luminosa come
questa. -
Cipollino pensò subito alla prigione nella quale si
trovavano Zucchina, Uvetta e gli altri. Sarebbe stata
una bella sorpresa, per loro, vederselo arrivare di sottoterra.
- Credo che si debba scavare verso destra - propose
alla Talpa.
- Destra o sinistra per me fa lo stesso. Se lei preferisce
la destra, andiamo a destra. -
E senza pensarci sopra due volte la Talpa ficcò il
muso nella parete e cominciò a scavare così furiosamente
che Cipollino si trovò coperto di terriccio.
Gli venne un accesso di tosse che gli durò un quarto
d'ora. Quando ebbe finito di tossire e di starnutire udì
la voce della Talpa che lo chiamava:
- Allora, si decide a venire, si o no? -
Cipollino si ficcò nell'imboccatura della galleria,
che era abbastanza larga per permettergli di strisciare in
avanti: la Talpa aveva già percorso parecchi metri, ad
una velocità fulminea.
- Eccomi, eccomi, signora Talpa - farfugliò sputando
il terriccio che la Talpa, continuando a scavare,
gli cacciava in gola.
Prima di proseguire, però, si fermò a tappare l'ingresso
della galleria:
- Quando scopriranno la mia fuga - pensò -
non sapranno da che parte me ne sono andato. -
- Come si sente? - domandò la Talpa continuando
a scavare.
- Benissimo, grazie - rispose Cipollino - qui
c'è buio perfetto. -
- Glielo dicevo io che si sarebbe trovato subito
meglio. Vuole che ci fermiamo un momentino? Io preferirei
di no, perchè ho una certa fretta, ma forse lei non
è abituato a correre nelle gallerie. -
- Proseguiamo pure - disse Cipollino, pensando
che a quell'andatura, in poche ore sarebbero stati nelle
vicinanze della prigione.
- D'accordo - La Talpa ripartì a gran velocità.
Scavando produceva un rumore simile a quello di un
martello pneumatico. Cipollino faticava a tenerle
dietro.
Un quarto d'ora dopo la fuga di Cipollino e della
Talpa, la porta della Fossa si aperse e Pomodoro entrò
con un sorriso trionfale.
Come aveva assaporato quel momento, il prode Cavaliere!
Mentre si dirigeva verso la prigione, gli pareva di
essere diventato più leggero di una ventina di chili.
- Cipollino è nelle mie mani - si diceva gongolando
- gli farò confessare tutto, dall'a alla zeta, e poi
lo farò impiccare. Quando questo sarà fatto, lascerò in
libertà Mastro Uvetta e quegli altri stupidi: da quella
gente non ho niente da temere. Ecco la porta della Fossa
Segreta. Ah ah, come me la godo a pensare a quel marmocchio
che certamente là dentro si starà struggendo
dalle lagrime. Scommetto che mi cadrà ai piedi e mi supplicherà
di perdonargli. Scommetto che mi luciderà le
scarpe con la lingua. E io lo lascerò fare, dandogli qualche
speranza di salvezza; poi gli toglierò ogni speranza
e gli comunicherò le mie decisioni: morte per impiccagione. -
Quando però ebbe aperto la porta e accesa una lampadina
tascabile, non trovò nessuna traccia del prigioniero.
La cella era vuota, assolutamente vuota.
Pomodoro non credeva ai suoi occhi. Le guardie che
gli stavano vicino lo videro diventare giallo, arancione,
verde, azzurro, indaco e violetto.
- Dove può essersi cacciato? Cipollino, dove ti
nascondi? -
La domanda era abbastanza stupida: dove avrebbe
potuto nascondersi Cipollino?
Pomodoro guardò sotto il tavolaccio, guardò nella
brocca dell'acqua, guardò sul soffitto, ispezionò il pavimento
e le pareti centimetro quadrato per centimetro
quadrato: nulla. Il prigioniero era scomparso, si era volatilizzato.
- Chi lo ha fatto fuggire? - domandò il Cavaliere
con voce terribile rivolgendosi alle sue guardie.
Il capo delle guardie gli fece notare: - Cavaliere, le
chiavi della Fossa le aveva lei. -
Pomodoro si grattò in testa: anche questo era vero.
Per risolvere il mistero si sedette in mezzo alla Fossa,
pensando:
- Comincerò col sedermi. A stare seduti si riflette
meglio che in piedi. -
Ma anche a stare seduto non gli veniva in mente nessuna
soluzione.
In quel momento si levò un soffio di vento e la porta
fu richiusa bruscamente.
- Aprite, buoni a nulla! - strillò Pomodoro.
- Eccellenza, non si può, è scattata la serratura. -
Pomodoro provò ad aprire con la chiave: ma la
serratura era fatta in maniera che si poteva aprire solamente
dal di fuori.
A vedersi prigioniero nella sua stessa prigione, Pomodoro
voleva scoppiare.
Diventò violetto, indaco, azzurro, verde, arancione
e giallo e minacciò di far fucilare sui due piedi tutte le
guardie se non avessero aperto la porta, tempo di contare
fino a cento.
A farla corta, per aprire la prigione bisognò far saltare
la porta con la dinamite. Lo scoppio mandò Pomodoro
a gambe all'aria e lo ricoperse di terra da capo a
piedi. Le guardie scavarono febbrilmente e alla fine tirarono
fuori Pomodoro come si estrae una patata dal
solco. Lo portarono fuori e lo esaminarono ben bene per
vedere se non avesse per caso qualcosa di rotto.
Difatti Pomodoro si era rotto il naso. Gli misero
un cerotto e il Cavaliere corse a nascondersi a letto. Si
vergognava troppo a farsi vedere in giro con quel cerotto
al posto del naso, in mezzo alla faccia.
Cipollino e la Talpa erano già molto lontani, ma
udirono l'eco dello scoppio.
- Che sarà mai? - domandò il ragazzo.
- Oh, non si preoccupi - lo rassicurò la Talpa
- deve trattarsi di esercitazioni militari. Il Governatore
Principe Limone crede di essere un grande condottiero,
e non ha pace se non può fare qualche guerra, magari
finta. -
La Talpa, continuando a scavare alacremente, non
finiva mai di fare gli elogi del buio e di dire quanto
odiasse la luce.
- Ricordo che una volta - raccontava la Talpa -
mi capitò di dare un'occhiata a una candela. Vi giuro
che dovetti fuggire a gambe levate: non resistevo a
quella vista. -
- Eh, sì - approvava Cipollino - certe candele
fanno una luce abbagliante. -
- Ma si figuri - riprese la Talpa - che quella
candela era spenta. Guai a me se fosse stata accesa. -
Cipollino si domandò come potesse dar noia agli
occhi una candela spenta, ma la Talpa si fermò improvvisamente:
- Odo delle voci - disse.
Cipollino tese l'orecchio: gli giungeva un lontano
brusio, ma non riusciva a distinguere in esso alcuna voce.
- Sente? - proseguì la Talpa. - Dove ci sono
voci c'è gente. Dove c'è gente c'è luce. Sarà meglio che andiamo
in un'altra direzione. -
Cipollino tese di nuovo l'orecchio, e stavolta gli
giunse distinta la voce di Mastro Uvetta: non poteva
capire che cosa stesse dicendo, ma non c'era da sbagliarsi,
conosceva benissimo la voce del ciabattino. Avrebbe voluto
gridare, farsi sentire, farsi riconoscere, ma pensò:
- E' bene che la Talpa non sappia troppo presto
che si tratta di miei conoscenti. Devo pensare prima a
convincerla a scavare in direzione della prigione, altrimenti
tutti i miei progetti andranno in fumo. -
- Signora Talpa - disse - ho sentito parlare di
una caverna molto buia, che secondo i miei calcoli dovrebbe
trovarsi appunto da queste parti. -
- Più buia di questa galleria? - domandò la Talpa
in tono dubbioso.
- Infinitamente più buia - mentì Cipollino -
Immagino che le voci che udiamo appartengano a persone
che si riposano la vista in quella caverna. -
- Hm... - brontolò la Talpa. - Questa storia
non mi persuade molto. Ma se lei ci tiene proprio a visitare
la caverna. A suo rischio e pericolo s'intende. -
- Le sarei proprio riconoscente - pregò Cipolino
- Si vive per imparare, non le sembra? -
«Mezza Coda prese posto su un carro armato...» (pag. 64)
- E sia - concluse la Talpa - ma se si farà male
agli occhi sarà peggio per lei. -
Dopo pochi minuti le voci erano vicinissime.
Cipollino poteva perfino udire il sor Zucchina che
sospirava:
- Tutta colpa mia... tutta colpa mia... almeno venisse
Cipollino. -
- Mi sbaglio - disse la Talpa - o è stato fatto
il suo nome? -
- Il mio nome? - domandò Cipollino fingendosi
molto stupito - Io non ho inteso. -
A questo punto si udì la voce di Mastro Uvetta: -
Cipollino ha dato la sua parola che sarebbe venuto a liberarci,
e verrà. Io non ho alcun dubbio in proposito. -
La Talpa fece:
- Ha sentito? Parlano di lei. No, non mi dica che
non ha sentito. Mi dica piuttosto con quali intenzioni mi
ha fatto venire fin qui. -
- Signora Talpa - confessò Cipollino - forse
avrei dovuto dirle subito la verità. Gliela dirò ora,
tutta in una volta. Le voci che noi sentiamo vengono
dalla prigione del Castello del Ciliegio, e in essa sono
rinchiusi alcuni miei amici ai quali ho promesso di liberarli. -
- E ha pensato che col mio aiuto... -
- Appunto. Signora Talpa, Ella è stata tanto
buona da scavare una galleria fin qui. Sarebbe disposta
a scavarne un'altra per far fuggire i miei amici? -
La Talpa, riflettè un momentino, poi disse:
- Va bene, accetto. Per me tutte le direzioni sono
buone. Scaverò una galleria per i suoi amici. -
Cipollino l'avrebbe baciata, se non avesse avuto il
muso così sporco di terra che non si capiva più dove
stava la bocca.
- La ringrazio di cuore, signora Talpa. Le sarò
riconoscente fin che avrò vita. -
- E ora - esclamò la Talpa, commossa - non
perdiamo tempo in chiacchiere e raggiungiamo subito i
suoi amici. -
Si rimise al lavoro e in pochi secondi perforò la parete
che ancora li divideva dalla prigione. Sfortuna volle
che proprio mentre la Talpa si affacciava nella prigione
Mastro Uvetta accendesse uno zolfino per guardare le
ore.
La fiammella impressionò talmente la povera Talpa
che essa si ritirò come se le avessero schiacciato il naso,
fece dietro front e filò via per la galleria a tutto vapore,
lasciando Cipollino con un palmo di naso:
- Arrivederla, signor Cipollino - gridava fuggendo
- lei è un bravo ragazzo ed io avrei voluto
aiutarla. Ma mi doveva avvisare che saremmo piombati
in un inferno con quella terribile luce. Non avrebbe dovuto
mentire su questo punto. -
Scappava così in fretta che dietro a lei la galleria
rovinava, le pareti franavano e il cunicolo si riempiva di
terriccio. Ben presto Cipollino non udì più la sua voce.
La salutò tristemente in cuor suo: - Addio, vecchia
Talpa! Il mondo è piccolo, forse un giorno ci ritroveremo
e ti potrò chiedere scusa di averti ingannata. -
Congedatosi così dalla sua compagna di viaggio,
Cipollino si pulì alla meglio il viso col fazzoletto e saltò
nella prigione, allegro e vispo come un pesce.
- Buongiorno, amici miei - trillò con una voce
che pareva uno squillo di tromba.
Figuratevi quei poveretti! Gli saltarono addosso e
volevano mangiarlo di baci: in un momento lo ripulirono
di tutto il terriccio che aveva ancora indosso, e chi
lo abbracciava, chi gli dava un affettuoso pizzicotto,
chi gli batteva una mano sulla spalla.
- Piano, piano! - si raccomandava Cipollino -
volete farmi in pezzi? -
Ci volle del bello e del buono per calmarli. E l'allegria
si cambiò in disperazione quando Cipollino ebbe
raccontato la sua avventura.
- Sicchè, tu sei prigioniero tal quale come noi? -
domandò Mastro Uvetta.
- Nè più nè meno - disse Cipollino.
- E quando verranno le guardie ti vedranno. -
- Questo non è necessario - disse Cipollino -
posso sempre nascondermi nel violino del professore Pero
Pera. -
- Ma intanto, chi ci farà uscire di qui? - brontolò
la sora Zucca.
- Tutta colpa mia... tutta colpa mia... - sospirò
Zucchina.
Cipollino avrebbe voluto rincuorare la compagnia
ma con tutta la buona volontà e tutti gli sforzi non ci
riuscì. Anche lui, del resto, vedeva piuttosto nero.
Dove si vede che Pomodoro va a letto con le calze
Pomodoro naturalmente, si guardò bene dal confessare
che Cipollino era fuggito: disse invece che l'aveva
trasferito nella cella comune. Poi col cerotto sul naso, se
ne stava continuamente a letto. Fragoletta lo spiava con
tutta la sua buona volontà, ma era impossibile scoprire
dove tenesse la chiave della prigione. Decise di consigliarsi
con Ciliegino che, come sapete, era sempre ammalato e
piangeva giorno e notte.
Appena Fragoletta gli ebbe narrato tutto quel che
era successo, Ciliegino smise di piangere:
- Cipollino in prigione? Non deve restarci più
di un minuto. Dammi subito i miei occhiali. -
- Che cosa vuoi fare? -
- Andare a liberarlo - dichiarò decisamente il
Visconte. - Lui e tutti gli altri. -
- Ma le chiavi le ha Pomodoro, come farai a
procurartele? -
- Gliele ruberò. Tu prepara una bella torta e mettici
un poco di polverina di quella che fa russare. La
porti a Pomodoro, che è molto goloso di torte, e quando
è addormentato mi vieni ad avvisare. Intanto io farò
un giro d'ispezione. -
Fragoletta non finiva mai di meravigliarsi per la
energia del piccolo Visconte.
- Com'è cambiato! Mamma mia, com'è cambiato! -
La stessa cosa dissero tutti quelli che incontrarono
Ciliegino nella sua passeggiata esplorativa. Le Contesse,
Don Prezzemolo, il duchino Mandarino, guardavano
stupefatti il ragazzo.
- Ma è guarito! osservò Donna Prima, con
una punta di contentezza nella voce.
- Io dico che non è mai stato ammalato - sentenziò
il duchino - Era tutta finta. -
Donna Seconda si affrettò a dar ragione al suo capriccioso
cugino, per paura che saltasse su qualche armadio
e minacciasse di ammazzarsi fin che gli dessero
soddisfazione.
Ciliegino venne a sapere da una guardia che
Cipollino era scappato dalla Fossa Segreta e ne fu molto contento,
ma decise di agire ugualmente per liberare gli altri
prigionieri:
- Gli amici di Cipollino sono i miei amici - si
disse.
Interrogando abilmente le guardie, scoprì che Pomodoro
portava la chiave della prigione in una tasca
cucita in una calza.
- Il fatto è molto grave - riflettè Ciliegino -
Pomodoro va a letto con le calze. Sarà necessario lasciarlo
addormentare per bene, per potergliele togliere
senza che si svegli. -
E ordinò a Fragoletta di mettere nella torta doppia
dose di polverina.
Scesa la notte, la servetta portò a Pomodoro una
squisita torta di cioccolata. Pomodoro ne fece un boccone:
- Non avrai a lamentarti del tuo padrone - le
promise in cambio - quando sarò guarito ti regalerò la
carta di un cioccolatino che ho mangiato l'hanno scorso.
Sentirai com'è profumata. -
Fragoletta si inchinò fino a terra per ringraziare.
Quando si sollevò dall'inchino, Pomodoro era bell'e
addormentato, e russava come una intiera orchestra di
contrabbassi.
Andò a chiamare Ciliegino e tenendosi per mano si
misero in viaggio attraverso i corridoi del Castello verso
l'appartamento del Cavaliere.
Passarono davanti alla camera del duchino Mandarino,
che stava facendo esercizi di salto. Per continuare
a balzare sù e giù dai mobili, ogni volta che doveva presentare
qualche richiesta importante, ci voleva un bell'allenamento.
Mandarino si allenava di notte: mettendo l'occhio
a turno presso il buco della chiave Fragoletta e Ciliegino
lo videro saltare come un gatto dall'armadio al
lampadario, dalla spalliera del letto allo specchio. Si
arrampicava sù per i tendaggi ad una velocità incredibile.
Era diventato un acrobata perfetto.
La camera di Pomodoro non era del tutto oscura:
Fragoletta aveva provveduto a lasciar aperte le imposte,
di modo che attraverso i vetri filtrava un bel chiaro di
luna.
Il cavaliere russava della grossa. Stava appunto sognando
che Fragoletta gli portava un'altra torta di cioccolata,
grande come una ruota da bicicletta. Ed ecco che
nel sogno gli veniva incontro il barone Melarancia con
fare minaccioso, pretendendo metà della torta. Pomodoro,
pronto a difendere i suoi diritti, estraeva la spada.
Il barone fuggiva, frustando il povero Fagiolone che sudava
sotto il peso della carriola. Ma fuggito il barone,
si avvicinava il duchino Mandarino, il quale saliva di
corsa su un pioppo altissimo e gridava: - O mi dai
metà della torta o mi butto a capofitto. -
Insomma, Pomodoro non aveva sonni tranquilli:
tutti gli volevano portare via quella maledetta torta, e
alla fine anche la torta si metteva a dargli dei fastidi.
Invece che di cioccolata, eccola diventata di cartone:
Pomodoro ci affonda i denti senza sospetto e si trova la
bocca piena di un cartone spesso e duro come il legno.
Mentre Pomodoro si dibatteva in questi sogni, Fragoletta
gli scopriva i piedi, Ciliegino gli sfilava delicatamente
le calze e ne toglieva il mazzo delle chiavi.
- Ecco, è fatta - sussurrò a Fragoletta.
La ragazza diede un'occhiata a Pomodoro.
- Chissà che faccia, quando se ne accorgerà. -
- Andiamo prima che si svegli. -
- Eh, non c'è pericolo, per questo. Ho messo tanta
polverina che sarebbe bastata per addormentare tutto
l'esercito nemico.
Uscirono cautamente dalla stanza, richiusero la porta,
e giù per le scale, con il cuore in gola.
Ciliegino si arrestò di botto:
- E le guardie? -
Ecco, non avevano pensato alle guardie.
Fragoletta si succhiò un dito: le idee lei le cercava
sempre nelle dita. Ne succhiava uno, ed ecco pronta
l'idea.
- Ho trovato - disse - Io andrò dietro la casa
e mi metterò a gridare aiuto con tutte le mie forze. Tu
chiamerai le guardie e me le manderai incontro. Quando
sei solo apri la prigione e tutto è fatto. -
E così fecero. L'inganno funzionò a meraviglia. Fragoletta
chiamò aiuto! con tanta passione nella voce che
perfino le piante si sarebbero scrollate dalle loro radici
per andarla ad aiutare. Le guardie corsero via come palle
di schioppo, incoraggiate da Ciliegino che gridava loro
dietro:
- Correte, per carità. Ci sono i banditi? -
Rimasto solo Ciliegino aprì la prigione e quale non
fu la sua sorpresa nel vedere tra gli altri prigionieri anche
Cipollino.
- Cipollino, tu qui! Non eri fuggito? -
- Ti racconterò un'altra volta. Non c'è tempo da
perdere adesso. -
- Per di qua. - fece segno Ciliegino. E indicò loro
un sentiero che portava dritto dritto nella foresta. - Le
guardie sono andate da quell'altra parte. -
La sora Zucca, che era troppo grassa per correre, fu
fatta rotolare a tutta velocità.
Cipollino rimase per ultimo: salutò affettuosamente
il visconte, che aveva le lagrime agli occhi.
- Sei stato bravo - gli disse - io non ho mai
creduto che tu fossi malato. -
- Ora scappa, altrimenti ti riprenderanno. -
- Ci rivedremo presto, e ti prometto che per Pomodoro
ci saranno delle belle sorprese. -
In due salti raggiunse gli altri, ed aiutò a far rotolare
la sora Zucca. Ciliegino, invece, andò a rimettere la
chiave al suo posto, ossia nella calza destra di Pomodoro.
Le guardie intanto avevano trovato Fragoletta in
lagrime. La servetta si era tagliuzzata il grembiule e si
era graffiata in faccia per far credere di essere stata aggredita
dai banditi.
- Da che parte sono scappati? - domandarono
le guardie, trafelate.
- Di là - rispose Fragoletta indicando la strada
del villaggio.
Le guardie, giù di corsa. Fecero due o tre volte il
giro del villaggio e arrestarono un gatto, malgrado le sue
vivaci proteste.
- Questo è un paese libero - miagolava il Gatto,
in tono risentito. - Non avete il diritto di arrestarmi.
E poi, siete arrivati proprio nel momento in cui il topo
che stavo spiando da un paio d'ore si decideva ad uscire
dal suo nascondiglio. -
- In prigione potrete trovare tutti i topi che vorrete
- rispose il comandante delle guardie.
Dopo una mezz'ora tornarono al castello e figuratevi
come rimasero quando trovarono la prigione vuota.
Chiusero in fretta il gatto nella cella, si tolsero spade
e fucili e ne fecero un mucchio, lasciarono lì tutto e se la
diedero a gambe per paura delle ire di Pomodoro.
Il quale il mattino dopo si alzò e si guardò allo
specchio.
- Il naso è guarito - constatò - posso togliermi
il cerotto. Andrò ad interrogare i prigionieri. -
Prese con sè il sor Pisello, come avvocato, e Don
Prezzemolo per fargli scrivere le risposte dei prigionieri
e tutti e tre in fila indiana, con aspetto grave, come si
addice a dignitosi magistrati, si diressero verso la prigione.
Pomodoro tirò fuori la chiave dalla calza destra,
aprì la porta e diede un balzo indietro, mandando a rotolare
per terra Don Prezzemolo che gli stava attaccato alla
schiena. Dalla prigione uscì un lamentoso - Miao!
Miao! - che avrebbe mosso le pietre a compassione.
- Che cosa fate qui? - domandò Pomodoro al
Gatto, quando si fu rimesso dalla sorpresa.
- Ho il mal di pancia! - si lamentava il Gatto. -
Per favore, fatemi trasportare all'infermeria, o almeno
mandatemi un dottore. -
Il Gatto aveva passato la notte a dar la caccia ai topi,
e ne aveva fatto una tale scorpacciata che tra i denti gli
uscivano di bocca non meno di duecento code di topo.
Il Cavaliere rimise il Gatto in libertà, dandogli però
il permesso di tornare in prigione quando voleva a caccia
di topi, anzi gli disse:
- Se lei avrà la cortesia di tener da parte le code
dei topi catturati, per poter documentare la sua benefica
attività, l'Amministrazione del Castello le passerà una
piccola pensione, un tanto a coda. -
Subito dopo, Pomodoro mandò al Governatore un
telegramma, che diceva così: «Al Castello del Ciliegio,
situazione gravissima. Urge vostra presenza con un battaglione
di Limoncini.-»
Pirro Porro si ride delle torture
Il Governatore principe Limone fece il suo ingresso
nel villaggio la mattina seguente, accompagnato da quaranta
Limoni di corte e da un battaglione di Limoncini.
Come sapete, alla corte del Principe Limone portavano
tutti un campanello in cima al berretto, e facevano un
concerto straordinario.
Sentendo quel fracasso, Pirro Porro, che si stava
pettinando i baffi davanti allo specchio, si affacciò alla
finestra, lasciando a mezzo la sua operazione. Così fu
arrestato e condotto via, con un baffo all'in sù e un
baffo all'in giù.
- Lasciatemi almeno il tempo di pettinare anche
il baffo sinistro! - chiedeva Porro alle guardie mentre
lo portavano in prigione.
- Fate silenzio, altrimenti vi taglieremo il baffo
sinistro e poi anche quello destro, risparmiandovi la fatica
di pettinarli. -
Pirro Porro se ne stette zitto per paura di perdere la
sua unica ricchezza. Fu arrestato anche il sor Pisello.
L'avvocato strillava e si dibatteva:
- C'è un errore. Io sono un avvocato, sono al servizio
del cavaliere Pomodoro. C'è un equivoco, lasciatemi
subito in libertà. -
Ma era come parlare col muro.
I Limoncini si accamparono nel parco. Per un bel
pezzo si divertirono a leggere i cartelli di don Prezzemolo,
poi per non annoiarsi cominciarono a strappare i
fiori, a pescare i pesci rossi, a tirare al bersaglio contro i
vetri delle serre e a prendersi ogni altro spasso di questo
genere.
Le Contesse andavano da un comandante all'altro
con le mani nei capelli:
- Per favore, signori, preghino i loro uomini di
limitarsi. Essi ci stanno rovinando tutto il parco. -
I comandanti si irritarono moltissimo:
- I nostri eroi - essi risposero - hanno bisogno
di svago dopo le fatiche belliche, e voi dovreste essere più
riconoscenti. -
Le Contesse fecero osservare che arrestare Pirro Porro
e il sor Pisello non poteva essere stata una grande fatica.
Allora il comandante rispose:
- Benissimo. Faremo arrestare pure voi, così guadagneranno
meglio il loro salario. -
Alle Contesse non rimase che scappare via a lamentarsi
col Principe Limone. Il quale, naturalmente, aveva
preso alloggio al Castello con tutti i quaranta Limoni
di corte, scegliendo le camere più belle e trattando senza
complimenti Pomodoro, il barone, il duchino, Don
Prezzemolo e le stesse Contesse.
Il barone era preoccupatissimo.
- Vedrete - diceva sottovoce - mangeranno
tutte le provviste e noi morremo di fame. Se ne staranno
qui fin che avranno mangiato tutto, poi se ne andranno
lasciandoci nelle peste. E' una sciagura, è una
catastrofe. -
«Ciliegino gli sfilava delicatamente le calze e ne toglieva
il mazzo delle chiavi» (pag. 88)
Il Governatore fece chiamare alla sua presenza Pirro
Porro e cominciò ad interrogarlo, mentre Don Prezzemolo,
dopo essersi soffiato il naso nel suo fazzolettone
a quadri, si accingeva a scrivere le risposte e Pomodoro
sedeva alla destra del Governatore per fargli da suggeritore.
Bisogna sapere, infatti, che il principe Limone, benchè
avesse in testa il campanello d'oro, non era molto
intelligente, e soprattutto era distratto. Per esempio, appena
il prigioniero fu condotto alla sua presenza,
esclamò:
- Ma che bei baffi. In fede mia, in tutto il Governatorato
non ho mai visto un paio di baffi così belli,
così lunghi e così ben pettinati. -
Pirro Porro, stando in prigione, non aveva altro da
fare che pettinarsi baffi.
- Grazie, Eccellenza - disse umilmente.
- Anzi, - riprese il Governatore - giacchè ci
siamo, vi voglio nominare cavaliere del baffo d'argento.
Olà, miei Limoni. -
I dignitari accorsero subito alla chiamata.
- Portatemi una corona di cavaliere del baffo d'argento. -
Gli portarono la corona, che raffigurava un baffo che
girava tutt'attorno alla testa: però era d'argento, si
capisce.
Pirro Porro era molto confuso: credeva di essere
stato chiamato per venire interrogato, e invece si vedeva
decorare con un'altissima onorificenza.
Si inchinò davanti al Principe il quale, tutto soddisfatto,
gli mise in testa la corona, lo abbracciò e lo baciò
sui due baffi, prima a destra poi a sinistra, infine si alzò
per andarsene perchè era piuttosto distratto.
Allora Pomodoro si curvò e gli mormorò qualche
cosa nell'orecchio.
- Altezza - bisbigliò Pomodoro - vi faccio rispettosamente
osservare che avete nominato Cavaliere
un infame delinquente. -
- Dal momento che l'ho nominato cavaliere -
rispose con sussiego - non è più un delinquente. Tuttavia
interroghiamolo pure. -
E rivolgendosi a Pirro Porro, gli domandò se sapesse
dove si erano rifugiati i prigionieri. Pirro Porro
rispose che non sapeva niente. Poi gli domandò se sapeva
dove fosse stata nascosta la casa del sor Zucchina, e Pirro
Porro gli rispose ancora che non sapeva niente.
Pomodoro montò su tutte le furie:
- Altezza, quest'uomo mente. Propongo che sia
messo alla tortura fin che non dica la verità, tutta la verità,
nient'altro che la verità. -
- Benissimo, benissimo - fece il Principe Limone
fregandosi le mani: aveva già completamente dimenticato
di aver decorato Pirro Porro un minuto prima ed
era tutto contento all'idea della tortura, perchè era di
animo cattivo e crudele.
- Che tortura gli possiamo fare? - domandò il
boia, arrivando con tutti i suoi strumenti, ossia forche,
scuri, picche e fiammiferi per accendere eventualmente
anche il rogo.
- Strappategli i baffi. - ordinò il Governatore.
Il boia cominciò a tirare i baffi del signor Porro, ma
con tutto l'esercizio che avevano fatto a sostenere il peso
della biancheria erano diventati così resistenti che il boia
ebbe un bel faticare e sudare: i baffi non si staccavano.
Pirro Porro non sentiva assolutamente nessun dolore e
se la rideva di gusto. Il boia si stancò tanto che cadde
svenuto. Pirro Porro fu riportato in una cella segreta
dove fu dimenticato. Dovette nutrirsi di topi crudi e i
baffi gli crebbero tanto che fecero due rotoli come quelli
dei fili della luce.
Venne la volta del Sor Pisello. L'avvocato si buttò
subito ai piedi del Governatore e cominciò a baciarglieli
affettuosamente, supplicando:
- Perdonatemi, Altezza: sono innocente. -
- Male, avvocato mio, molto male. Se foste colpevole,
vi libererei subito. Ma se siete innocente, le cose
per voi si mettono molto male. Sapete dirci dove sono
scappati i prigionieri? -
- No, Altezza - rispose tremando il sor Pisello.
- E di fatti non lo sapeva.
- Vedete? - esclamò il Principe Limone - Come
faccio a liberarvi, se non sapete niente? -
Il sor Pisello lanciò uno sguardo supplichevole dalla
parte di Pomodoro, ma il Cavaliere finse di essere occupato
a mettersi le dita nel naso e tenne gli occhi fissi al
soffitto.
Il sor Pisello si sentì perduto, e nello stesso tempo
provò una rabbia atroce, a vedersi così abbandonato dal
suo protettore e padrone.
- Sapete dirmi - continuava il Principe Limone
- dove è stata nascosta la casa del sor Zucchina? -
Questo il sor Pisello lo sapeva, perchè aveva scoperto
la conversazione di Cipollino con i suoi compaesani
quella famosa mattina.
- Se io rivelo il nascondiglio - pensava - sarò
libero. Ma che cosa ci guadagnerò? Adesso li ho conosciuti,
gli amici: fin che c'era da sfruttare il mio titolo e
la mia abilità di avvocato per imbrogliare il prossimo,
mi invitavano a cena e mi facevano un sacco di salamelecchi.
No, non voglio aiutarli. Se la sbrighino loro.
Vada come vuole, da me non sapranno niente. -
E ad alta voce rispose, seccamente:
- No, non lo so. -
- Mentite - urlò Pomodoro - lo sapete benissimo
e non lo volete dire. -
A questo punto il sor Pisello non si tenne. Si levò
sulla punta dei piedi per sembrare più alto, fissò Pomodoro
con uno sguardo di fuoco e gridò:
- E' vero, lo so. So benissimo dov'è nascosta la
casetta. Ma non ve lo dirò mai e poi mai. -
Il Principe Limone lo guardò sbalordito.
- Riflettete - gli disse - se non rivelate il vostro
segreto, sarò costretto ad impiccarvi. -
Il sor Pisello si sentì tremare le gambe per la paura
e si toccò il collo: gli sembrava già di sentirsi la corda
che lo stringeva. Ma ormai aveva deciso.
- Impiccatemi pure - rispose fieramente. - Impiccatemi
subito. -
Finito di dire queste parole, diventò bianco, cosa
molto strana per un pisello, e cadde a terra svenuto.
Don Prezzemolo scrisse nel verbale.
- L'imputato sviene per la vergogna. -
Poi si soffiò il naso nel fazzolettone e chiuse il libro:
l'interrogatorio era finito.
Senza volerlo Pisello salva la vita al Cavaliere
Il sor Pisello si svegliò al buio e credeva di essere già
stato impiccato.
- Sono morto - pensò - e questo è certamente
l'inferno. Mi stupisco solo che ci sia così poco fuoco.
Anzi, non ce n'è del tutto. Strano: un inferno tutto
buio e senza fuoco. -
In quel momento sentì girare la chiave nella serratura.
Si rannicchiò in un angolo, dimenticando che non
avrebbe potuto fuggire, e guardò ansiosamente la porta
che si apriva, aspettandosi di vedere comparire i Limoncini
di guardia ed il boia.
I Limoncini comparvero, ma in mezzo a loro, invece
del boia, c'era... il Cavaliere Pomodoro in persona,
legato come un salame.
Il sor Pisello balzò in piedi e fece per avventarglisi
addosso, ma poi si arrestò:
- Che sto facendo? E' un prigioniero come me. -
E sebbene non sentisse nessuna simpatia per il cavaliere,
gli domandò gentilmente:
- Siete stato arrestato anche voi? -
- Arrestato? Dite pure che sono stato condannato
a morte. Sarò impiccato domattina all'alba, dopo di
voi. Forse voi non sapete che questa è appunto la Stanza
degli Impiccati.
L'avvocato era molto sorpreso.
- Il Principe Limone - continuò Pomodoro -
è molto irritato perchè non gli riesce di trovare il bandolo
della matassa. Sapete cos'ha fatto? Mi ha accusato
davanti alle Contesse di essere il capo della cospirazione
contro il Castello e mi ha fatto condannare all'impiccagione. -
Il sor Pisello non sapeva se rallegrarsi o compatirlo.
Infine esclamò:
- Quand'è così, cavaliere, fatevi coraggio: moriremo
insieme. -
- Magra consolazione, - osservò il Cavaliere -
permettete comunque che vi domandi scusa se al vostro
processo non mi sono molto interessato di voi. Capirete,
ne andava della mia vita. -
- Oh, ormai è acqua passata, non parliamone più
- propose gentilmente il sor Pisello. - Siamo compagni
di sventura, cerchiamo di aiutarci l'un l'altro. -
- Sono anch'io di questo parere - concluse Pomodoro,
evidentemente sollevato - E sono contento
che non mi abbiate serbato rancore. -
Trasse di tasca una fetta di torta e la divise fraternamente
con il sor Pisello, che davanti a tanta generosità
non credeva ai suoi occhi.
- E' tutto quello che mi hanno lasciato - disse
Pomodoro, crollando il capo con aria triste.
- Eh, così vanno le cose di questo mondo. Fino a
ieri eravate praticamente il padrone del Castello, ed oggi
non siete che un prigioniero. -
Pomodoro continuò a mangiare la torta senza rispondere.
- Sapete - disse poi - sono quasi contento che
quel Cipollino me l'abbia fatta. In fondo, è un ragazzo
furbo, e quel che ha fatto, lo ha fatto per nobiltà di
cuore, per aiutare i poveri. -
- Già - approvò il sor Pisello.
- Chissà - proseguì Pomodoro - chissà dove si
nascondono adesso i prigionieri evasi. Mi piacerebbe poter
fare qualcosa per loro. -
- Che cosa potreste fare, nelle vostre condizioni? -
- Avete ragione. Del resto non lo so. -
- Nemmeno io lo so - disse il sor Pisello, che a
vedersi trattare da Pomodoro con tanta gentilezza diventava
loquace - però so dove hanno nascosto la casa
del sor Zucchina. -
A sentire queste parole, il cuore del Cavaliere cessò
di battere.
- Pomodoro - si disse subito - fai bene attenzione
a ciò che dirà questo tonto: forse per te c'è ancora
speranza di salvezza. -
- Davvero lo sapete? - continuò a voce alta, rivolgendosi
all'avvocato.
- Lo so, certo, ma non lo dirò mai. Non voglio
più far del male a quella povera gente. -
- Questi sentimenti vi onorano moltissimo, avvocato.
Anch'io, se lo sapessi non lo direi: non voglio
che per colpa mia quei poveracci passino altri guai.
- Quand'è così - disse il sor Pisello - sono contento
di stringervi la mano. -
Pomodoro gli tese la mano e se la lasciò stringere a
lungo. Il sor Pisello ormai era in vena di chiacchierare.
- Sapete - disse allegramente - hanno nascosto
la casetta a due passi dal Castello e siamo stati tutti così
stupidi da non pensarci. -
- E dove l'hanno nascosta? - domandò Pomodoro
con aria di niente.
- A voi ormai lo posso dire - rise il sor Pisello
- domani morrete con me e porteremo il segreto nella
tomba. -
- Certo, sapete benissimo che moriremo all'alba
e le nostre ceneri saranno disperse al vento. -
A questo punto il sor Pisello si accostò ancora di
più al suo compagno di prigionia e, bisbigliandogli nelle
orecchie, gli rivelò che la casa del sor Zucchina era nascosta
nel bosco, ed era affidata alle cure del sor Mirtillo.
Pomodoro lo lasciò finire di parlare, poi gli prese la
mano, gliela strinse calorosamente ed esclamò:
- Mio caro amico, vi ringrazio molto di avermi
confidato questa importante notizia. Voi mi salvate la
vita. -
- Io vi salvo la vita? Avete voglia di scherzare. -
- Niente affatto - rispose Pomodoro, alzandosi.
Andò alla porta e battè coi pugni fin che i Limoncini di
guardia gli vennero ad aprire:
- Portatemi subito alla presenza del Principe Limone
- ordinò con il suo solito tono arrogante - gli
devo fare importanti rivelazioni. -
Difatti il Cavaliere rivelò ogni cosa al Principe, che
non stava nella pelle dalla contentezza. Fu deciso che
il mattino seguente subito dopo l'esecuzione del sor Pisello,
sarebbero andati nel bosco a prendere la casa.
Il sor Pisello sale il patibolo
In mezzo alla piazza del villaggio fu alzata una
bella forca, con la sua brava botola che si apriva quando
il boia schiacciava il bottone, e quando il boia schiacciava
il bottone il sor Pisello cadeva nella buca e ci restava
finchè era morto.
Quando lo andarono a chiamare per impiccarlo il
sor Pisello fece di tutto per guadagnare tempo: prima
disse che non si era ancora fatta la barba, poi volle lavarsi
la testa, poi trovò che gli erano cresciute troppo le
unghie dei piedi e disse che le voleva tagliare.
Il boia protestava perchè si perdeva tempo ma il desiderio
di un condannato a morte è sacro, e così bisognò
cercare un paio di forbicine: il sor Pisello ci mise due
ore a tagliarsi le unghie ma alla fine dovette rassegnarsi
a partire.
Mentre saliva i gradini della forca gli venne una
grande paura. Doveva morire. Così piccolo, così grasso,
così verde, con la testa lavata e le unghie tagliate, e
doveva morire.
Difatti cominciarono a rullare i tamburi. Il boia mise
il cappio al collo dell'avvocato, contò fino a tredici
perchè era superstizioso, poi schiacciò il bottone. La
botola si aprì, il sor Pisello precipitò nel buio pensando:
- Stavolta sono morto davvero. -
Invece sentì una voce piuttosto nasale che diceva:
- Tagli lei, signor Cipollino. Con questa luce io
ci vedo troppo poco. -
Qualcuno tagliò il laccio che stringeva il collo del
sor Pisello e la voce disse di nuovo:
- Gli dia un sorso di questo ottimo sciroppo di
patate: noi talpe non andiamo mai in giro senza la nostra
bottiglietta medicinale. -
Cosa diavolo era successo?
Spiegazione del capitolo precedente
Era successo semplicemente questo: Fragoletta aveva
avvisato Ravanella del pericolo che correva il sor Pisello;
Ravanella era corsa ad avvisare Cipollino, il quale
insieme a tutti gli altri prigionieri liberati si era accampato
in una grotta, non lontano dalla casetta del sor
Zucchina.
Cipollino si era fatto prestare una lesina da Mastro
Uvetta per grattarsi in testa, perchè la situazione era
disperata ed esigeva una bella grattatina.
Finita la grattatina, Cipollino restituì la lesina a
Mastro Uvetta e disse semplicemente:
- Grazie, ho trovato. -
E si allontanò correndo. Nessuno gli domandò che
cosa avesse trovato.
Il sor Zucchina si accontentò di sospirare:
- Se dice che ha trovato, ha trovato. -
Cipollino vagò un bel pezzo per i campi, prima di
trovare quello che cercava. Infine capitò in un prato
disseminato di monticelli di terra: e ogni tanto un nuovo
monticello spuntava sù come un fungo. La Talpa
era al lavoro.
Cipollino non ebbe che da aspettare e quando uno
di quei funghi di terra gli spuntò proprio sotto i piedi,
si inginocchiò e cominciò a chiamare:
- Signora Talpa! Signora Talpa! Sono Cipollino. -
- Ah è lei - rispose seccamente la Talpa - sono
ancora mezza cieca per l'altra volta. Ha intenzione di
propormi qualche altro viaggetto sottoterra per andare
in cerca di caverne luminose? -
- Non parli così, signora Talpa: grazie al suo
aiuto io mi sono ricongiunto con i miei amici. Abbiamo
potuto liberarci ed ora abitiamo provvisoriamente in
una grotta qui vicino. -
- Grazie delle informazioni, ma a me non interessano
un bel niente. Arrivederla. -
- Signora Talpa! Signora Talpa! - chiamò di
nuovo Cipollino - Mi stia a sentire. -
- Dica pure, ma si tolga dalla testa che io abbia
voglia di aiutarla ancora. -
- Non si tratta di me. Si tratta dell'avvocato Pisello.
Lo devono impiccare domattina. -
- Buon pro gli faccia - rispose la Talpa - andrei
volentieri ad aiutare a fargli il nodo. Gli avvocati
non mi sono simpatici, e i piselli non mi piacciono. -
Insomma, ci volle del bello e del buono a convincere
la Talpa, ma Cipollino era sicuro del fatto suo: sotto
le sue apparenze brusche, la Talpa aveva un cuore d'oro
e non avrebbe rifiutato i suoi servigi per una giusta
causa.
Così fu: la Talpa ad un certo punto si commosse
ed esclamò:
- La finisca di chiacchierare, signor Cipollino. Lei
ha una lingua che non finisce mai. Mi dica piuttosto da
che parte devo scavare. -
- Direzione nord-nord-ovest - rispose pronto
Cipollino, spiccando un salto per la gioia.
In men che non si dica la Talpa scavò una larga galleria
fin sotto la forca, poi lei e Cipollino si appostarono
là sotto. Quando la botola si aprì e il sor Pisello
piombò giù attaccato alla sua corda, che pareva il peso
del filo a piombo, Cipollino tagliò la corda in un baleno,
fece bere all'avvocato lo sciroppo di patate che la
Talpa aveva portato con sè e gli diede anche dei piccoli
schiaffi per farlo rinvenire, perchè era tanto stordito,
come potete immaginare, che credeva di essere già morto
e di trovarsi in Paradiso.
- Oh, signor Cipollino - esclamò - è morto
anche lei? Che combinazione, ritrovarci tutti e due in
paradiso. -
- Avvocato, si svegli - intervenne la Talpa -
questo non è il Paradiso e nemmeno l'inferno. E io non
sono nè San Pietro nè il diavolo: sono una vecchia Talpa
e ho fretta di andarmene per i fatti miei. Sicchè fate
presto a uscire di qui e cercate di capitare di rado sulla
mia strada. Tutte le volte che incontro Cipollino mi
prendo l'insolazione. -
La botola era scura, difatti, ma per la Talpa era
così chiara che le era venuto il mal di testa.
Finalmente il sor Pisello capì che l'aveva scampata
bella, per merito di Cipollino e della Talpa: non finiva
più di ringraziare i suoi salvatori. Abbracciava prima
l'uno poi l'altro, poi li voleva abbracciare tutti e due
insieme, ma aveva le braccia corte e non ci riusciva.
Quando si fu calmato, si avviarono sù per la galleria,
anzi, la Talpa scavò addirittura una nuova galleria che
finiva proprio all'interno della grotta dove abitavano
Mastro Uvetta, il sor Zucchina, Pero Pera, e tutti gli
altri.
L'avvocato fu accolto con grandi feste: tutti avevano
già dimenticato che in passato Pisello era stato un
loro nemico.
La Talpa si accomiatò dai suoi amici con le lagrime
agli occhi, dicendo:
- Se aveste un po' di buon senso, verreste ad abitare
con me sottoterra: là non ci sono forche, non ci
sono Pomodori, non ci sono Limoni e Limoncini. Si
sta quieti e al buio, questo è il più importante. Ma in
ogni modo, se avete bisogno di me, gettate un biglietto
in questa buca: io passerò di quando in quando a prendere
vostre notizie. E adesso, arrivederci. -
La salutarono tutti con effusione e ancora non avevano
finito di salutarla quando Pisello si diede una
grande manata sulla fronte, così forte che andò a finire
a gambe all'aria.
- Che sbadato! Che distratto! La distrazione sarà
la mia rovina. -
- Avete dimenticato qualcosa? - domandò gentilmente
la sora Zucca, raccogliendolo da terra e rinettandogli
i vestiti.
Pisello raccontò l'avventura con Pomodoro, e concluse
dicendo:
- A quest'ora certamente le guardie saranno venute
nel bosco a prendere la casa. -
Cipollino schizzò via come un topo e in due salti fu
sotto la quercia del sor Mirtillo. La casa non c'era più.
Il sor Mirtillo, nascosto tra due radici della quercia,
piangeva sconsolatamente:
- Ah, la mia bella casa! Ah, la mia bella casetta.
- Sono stati i Limoncini? - si informò Cipollino.
- Hanno portato via tutto: la mezza forbice, la
lametta per la barba, il cartello e il campanello. -
Cipollino si grattò in testa: stavolta ci sarebbero
volute due lesine, per tirar fuori un'idea, e Cipollino non
ne aveva nemmeno una. Posò affettuosamente una mano
sulla spalla del sor Mirtillo e lo accompagnò alla
grotta.
Quando li videro arrivare, nessuno fece domande.
Avevano tutti compreso che Pomodoro aveva voluto
prendersi la rivincita, e che per questa volta il colpo gli
era andato bene.
Le avventure di Mister Carotino e del cane Segugio
Mister Carotino...
Un momento, Mister Carotino chi è? Di questo
personaggio non si è ancora sentito parlare: da dove salta
fuori? Che cosa vuole? E' alto o piccolo, grasso o
magro? Ora vi spiego subito.
Visto che i prigionieri non si trovavano, il Principe
Limone ordinò un rastrellamento generale delle campagne
circostanti. I Limoncini, armati di rastrelli, rastrellarono
per bene i campi ed i prati, i boschi e le siepi
per trovare i nostri eroi. Lavorarono giorno e notte e
raccolsero un mucchio di cartacce, di sterpi e di pelli di
bisce, ma di Cipollino e dei suoi amici neppure l'ombra.
- Buoni a nulla! - tuonava il governatore -
Tutto quello che avete combinato è di aver rovinato i
rastrelli. Quasi tutti i rastrelli hanno i denti rotti. Meritereste
che facessi rompere i denti anche voi. -
Le guardie batterono i denti per la paura, e per un
quarto d'ora si sentì un tic-tic-tic che pareva la grandine.
Un Limone di corte che andava qualche volta al
cinema osservò:
- Credo che sia il caso di chiamare un investigatore. -
- Che cos'è un investigatore? -
- Uno che fa le ricerche. Se voi avete perduto un
bottone, per esempio, lui ve lo trova in quattro e quattr'otto.
Lo stesso se perdete un battaglione di guardie o
se vi scappano i prigionieri: lui non ha che da mettersi
gli occhiali e ve li scova seduta stante. -
- Quand'è così, mandate a chiamare un investigatore. -
- Ne conosco uno che fa al caso nostro - propose
il dignitario - si chiama Mister Carotino. -
Ecco, adesso sapete anche chi era Mister Carotino.
Appena arriva vi dico anche com'era vestito e di che
colore erano i suoi baffi.
No, questo non ve lo posso dire, perchè Mister Carotino
non aveva i baffi. Invece aveva un cane, un cane
da caccia, di nome Segugio, che lo aiutava a portare gli
strumenti. Mister Carotino infatti non andava mai in
giro senza una dozzina di cannocchiali e di binoccoli,
un centinaio di bussole, una decina di macchine fotografiche,
un microscopio, una rete per prendere le farfalle
e un sacchettino di sale.
- Del sale che cosa ve ne fate? - gli domandò il
Governatore.
- Col permesso di Vostra Eccellenza, io metto il
sale sulla coda dei prigionieri fuggiti poi li prendo con
la rete per le farfalle. -
Il Governatore sospirò:
- Ho paura che questa volta il sale non vi servirà:
i prigionieri fuggiti non hanno la coda. -
- Il caso è molto grave - osservò severamente
Mister Carotino - se non hanno la coda come faccio a
prenderli? Dove glielo metto il sale? Col permesso di vostra Eccellenza:
«Il boia mise il cappio al collo all'avvocato...» (pag. 105)
non si dovrebbero mai lasciar fuggire
i prigionieri dalla prigione. O almeno, prima di lasciarli
fuggire bisognerebbe attaccargli una coda, così si
possono riprendere. -
- Ho visto al cinema - intervenne quel tale dignitario
che vi ho detto prima - che qualche volta gli
evasi si prendono mettendo loro il sale sulla testa. -
- E' un sistema sorpassato - ribattè con aria
spregiativa Mister Carotino.
- E' un sistema molto, molto sorpassato - ripetè
Segugio.
Il cane dell'investigatore aveva questa particolarità:
che ripeteva spesso le parole del suo padrone, aggiungendovi
alcune osservazioni personali, ossia, in genere,
le parole «molto, molto».
- Ho un'altra idea - disse Mister Carotino.
- Noi abbiamo molte, molte idee - ripetè Segugio,
dondolando le orecchie con aria d'importanza.
- Si potrebbe adoperare il pepe, invece del sale. -
- Giusto, giusto - approvò entusiasticamente il
Governatore - Voi gli gettate il pepe negli occhi e
quelli si arrendono subito. -
- Lo credo anch'io - osservò Pomodoro - ma
per gettargli il pepe negli occhi prima bisogna trovarli. -
- Questo è più difficile - ammise Mister Carotino
- ma con l'aiuto dei miei strumenti, mi ci proverò. -
Mister Carotino era un investigatore come si deve:
non faceva mai nulla senza i suoi strumenti. Per esempio,
per andare a dormire adoperò tre bussole: una per
trovare la scala, una per trovare la porta della sua camera,
e una per trovare il letto.
Ciliegino passò di lì per dare un'occhiata e vide Mister
Carotino e il suo cane Segugio, sdraiati sul pavimento,
che consultavano la bussola discutendo animatamente.
- Che cosa fanno, lor signori, per terra? Forse
cercano i buchi nel tappeto, che per caso i prigionieri non
siano scappati di lì? -
- Cerco il mio letto, signor Visconte. Tutti sono
capaci di trovare il loro letto a occhio nudo. Ma un
investigatore deve agire scientificamente. Il mio dovere
professionale è di consultare prima di tutto gli strumenti
tecnici del caso. La bussola, come lei mi insegna,
è dotata di un ago magnetico sempre puntato verso il
nord. Andando in quella direzione io troverò infallibilmente
il mio letto. -
Accadde invece che andando in quella direzione l'investigatore
andò a sbattere la testa contro lo specchio
dell'armadio e siccome aveva la testa dura mandò lo
specchio in mille pezzi. Il Cane Segugio si tagliò la coda,
e glie ne rimase solo un mozzicone.
- I nostri calcoli devono essere sbagliati - disse
Carotino.
- Devono essere molto, molto sbagliati - rincarò
Segugio.
- Cerchiamo un'altra strada. -
- Cerchiamo molte altre strade - approvò Segugio,
- e possibilmente che non vadano a finire contro
gli specchi. -
Questa volta invece della bussola Mister Carotino
usò uno dei suoi potentissimi cannocchiali da marina.
Ci ficcò l'occhio e cominciò a girarlo a destra e a sinistra.
- Che cosa vedete, principale? - domandò Segugio.
- Vedo una finestra: è chiusa, ha le tende rosse ed
ha quattordici vetri per parte. -
- La scoperta è molto importante - esclamò Segugio
- quattordici e quattordici fa ventotto: se andiamo
in quella direzione possiamo produrci ventotto
tagli in testa e quanto a me non so che cosa mi resterà
ancora della mia coda. -
Carotino girò il cannocchiale in un'altra direzione.
- Che cosa vedete, principale? - domandò Segugio,
preoccupato.
- Vedo una costruzione in ferro battuto. E' una
costruzione molto interessante: ha tre gambe, legate
insieme da un giro di ferro. In cima alla costruzione
c'è un tetto bianco, apparentemente smaltato. -
Segugio era sbalordito per l'abilità del suo padrone.
- Principale - osservò - se non sbaglio, nessuno
fino a questo momento aveva scoperto tetti smaltati. -
- Noi saremo i primi - continuò Carotino -
Un investigatore deve saper trovare ogni sorta di cose
misteriose in una semplice camera da letto. -
Marciarono nella direzione della costruzione in
ferro battuto con il tetto bianco smaltato, non prima di
essersi sdraiati per terra e di aver ascoltato con l'orecchio
il pavimento, per essere sicuri che nessun cavallo si
aggirasse nelle vicinanze. Dopo una marcia di una decina
di passi arrivarono sotto la costruzione di ferro, e ci
arrivarono tanto sotto che il tetto si rovesciò.
Quale non fu la meraviglia e la sorpresa del valente
investigatore e del suo valentissimo cane Segugio quando
dal tetto piovve sulle loro teste e sulle loro spalle una
doccia freddissima. Rimasero immobili per timore di
altri danni, e lasciarono colare pazientemente l'acqua sui
capelli, sul viso, nel collo e nella schiena.
- Penso - borbottò Carotino, scontento - penso
che si tratti di un catino. -
- Penso - aggiunse Segugio - che si tratti di un
catino con molta, molta acqua, destinata alle abluzioni
del mattino. -
Carotino si alzò, imitato dal suo fedele aiutante.
Scoprì senza difficoltà il letto, da cui distava circa un
metro e mezzo, e vi si diresse dignitosamente, continuando
a fare profonde osservazioni come questa:
- Nella nostra professione bisogna affrontare dei
rischi: ci siamo lavati la testa con l'acqua del catino, ma
in compenso abbiamo trovato il letto. -
- Ci siamo molto, molto lavati la testa - osservò
per conto suo il cane. -
Al quale, del resto, non arrise la fortuna: gli toccò
di dormire sul tappeto, con la testa appoggiata alle
pantofole del suo padrone. Carotino russò invece tutta
notte e si svegliò solamente col primo raggio di sole.
- Segugio, al lavoro - chiamò affettuosamente.
- Padrone, sono pronto - rispose il cane, balzando
a sedere sul mozzicone di coda che gli era rimasto
dopo il disastro dello specchio.
Non si poterono lavare la faccia perchè tutta l'acqua
si era rovesciata. Segugio si accontentò di leccarsi i baffi,
poi diede una leccatina anche alla faccia del suo padrone.
Indi scesero entrambi in giardino e cominciarono le loro
ricerche per trovare gli evasi.
L'investigatore estrasse prima di tutto un sacchetto
di quelli che si adoperano per giocare a tombola, con
dentro i novanta numeri del lotto.
Pregò il cane di dargli un numero. Segugio introdusse
la zampa nel sacchetto e tirò fuori il numero sette.
- Dobbiamo fare sette passi a destra - concluse
l'indagatore, dopo aver riflettuto per qualche minuto.
Fecero sette passi a destra e andarono a finire in un
cespuglio di ortiche.
Segugio si punse quel povero rimasuglio di coda che
gli era rimasto. Carotino si punse il naso che in pochi
minuti divenne rosso come un peperone.
- Ci dev'essere un errore - ammise l'investigatore.
- Ci devono essere molti, molti errori - approvò
tristemente Segugio.
- Proviamo un altro numero. -
- Proviamo molti molti altri numeri. -
Questa volta uscì il numero ventotto e Mister Carotino
ne dedusse che si dovevano fare ventotto passi a sinistra.
Fecero i ventotto passi e andarono a cadere nella
vasca dei pesci rossi.
- Aiuto! Affogo! - gridava il celebre poliziotto
privato.
- Eccomi, padrone - rispose volonterosamente
Segugio, e afferratolo per la collottola con i denti, in
poche bracciate lo trasse in salvo.
Si sedettero sull'orlo della vasca a farsi asciugare gli
abiti.
- Ho fatto una scoperta preziosa - disse Carotino.
- Molto, molto preziosa - approvò Segugio -
ma anche abbastanza umida. -
- Immagino che i prigionieri siano fuggiti attraverso
la vasca dei pesci rossi. -
- Forse essi hanno scavato una galleria proprio
sotto la vasca. -
Fecero chiamare Pomodoro e gli chiesero di dare disposizioni
perchè si scavasse sotto la vasca: c'erano gravi
indizi che facevano supporre che i prigionieri se la
fossero svignata da quella parte. Ma Pomodoro si rifiutò
recisamente di rovinare la vasca. Disse che lui personalmente
credeva che gli evasi avessero scelto una strada
più facile e pregò Mister Carotino di dirigere altrove
le sue indagini.
Carotino sospirò e crollò il capo:
- Ecco la gratitudine del mondo - disse - io
sto sudando sette camice, anzi mi sto addirittura prendendo
un bagno dopo l'altro, e invece di aiutarmi nel
mio lavoro le autorità locali mi ostacolano con ogni
mezzo. -
Per fortuna passava di lì Ciliegino, come per caso, e
l'investigatore gli chiese se conoscesse un'altra uscita dal
parco che non fosse una galleria scavata sotto la vasca
dei pesci rossi.
- Certamente - rispose Ciliegino - il cancello. -
Mister Carotino riflettè rapidamente e concluse che
l'idea poteva essere buona. Ringraziò con calore il Visconte
e, seguito da Segugio che non finiva di scrollarsi
l'acqua di dosso, si diresse verso il cancello.
Ciliegino lo seguì, fingendo di essere un ragazzetto
curioso, e quando lo vide uscire dal cancello e imboccare
la strada del bosco, si mise due dita in bocca e lanciò un
fischio.
Carotino si voltò di scatto.
- Dite a me? -
- No, no, signor Carotino. Stavo avvertendo un
passero che gli ho messo delle briciole sul davanzale. -
- Che animo gentile, signor Visconte. - Mister
Carotino fece un inchino e proseguì la sua passeggiata.
Al fischio di Ciliegino, come potete immaginare, rispose
un altro fischio, non così sonoro, naturalmente,
ma soffocato e discreto, e un cespuglio si agitò proprio
a destra dell'investigatore, sulla soglia del bosco: Ciliegino
sorrise, i suoi amici vegliavano. Egli li aveva avvisati
dell'arrivo di Mister Carotino e aveva preparato con
loro un piccolo piano di battaglia.
Anche l'investigatore vide il cespuglio agitarsi. Si
buttò a terra, subito imitato da Segugio e rimase immobile.
- Siamo circondati - bisbigliò l'investigatore
sputando la polvere che gli era entrata in bocca e nel
naso.
- Siamo molto, molto circondati - sussurrò il
cane, di rimando.
- Il nostro compito - proseguì Carotino - diviene
di minuto in minuto più difficile. Ma noi dobbiamo
trovare i prigionieri ad ogni costo. -
- Noi dobbiamo trovare molti, molti prigionieri. -
Carotino si concentrò per riflettere, e poi scrutò il
cespuglio con un binocolo da montagna.
- Non c'è più nessuno - osservò. - I pirati si
sono ritirati. -
- I pirati? - domandò Segugio - abbiamo a
che fare anche con i pirati? -
- Certo! - esclamò severamente Carotino -
chi si nasconde dietro i cespugli e provoca il loro agitarsi
discreto ma misterioso, se non i pirati? Abbiamo a
che fare con una terribile banda di pirati. Non ci resta
che seguire le loro tracce: essi ci porteranno sicuramente
nel nascondiglio degli evasi. -
Segugio non finiva di meravigliarsi per l'acutezza
del suo padrone.
I pirati intanto si ritiravano, muovendosi abbastanza
visibilmente tra i cespugli. Ossia non si vedevano
i pirati, ma si vedevano i cespugli che si muovevano e
Carotino sapeva che là dietro si nascondevano i pirati, i
quali si ritiravano certamente per sottrarsi alle sue ricerche
ed all'inevitabile cattura.
I pirati non si vedevano anche per un'altra ragione,
che poi vi dirò.
Dopo un centinaio di metri la strada penetrava nel
bosco. Carotino e Segugio la imboccarono senza esitazioni,
fecero qualche passo, poi si fermarono all'ombra
di una quercia per riposarsi e per fare il punto sulla situazione.
L'investigatore trasse dal sacco dei suoi strumenti il
microscopio e cominciò ad esaminare accuratamente la
polvere del sentiero.
- Nessuna traccia, padrone? - domandava con
ansia Segugio.
- Nessuna traccia. -
Proprio in quel momento si udì di nuovo un fischio
prolungato, poi una voce lanciò un grido soffocato:
- Ooooh! Ooooh! -
Carotino e Segugio si gettarono a terra di nuovo.
Il grido si ripetè due o tre volte. Non c'era dubbio,
ormai. I pirati si facevano dei segnali.
- Siamo in pericolo - constatò Carotino, senza
battere ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle.
- Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco
il cane.
- I pirati, hanno interrotto la ritirata ed hanno
iniziato una manovra di aggiramento per prenderci alle
spalle. Tieniti pronto con il pepe. Appena essi si faranno
vedere, tu lancerai loro il pepe negli occhi, ed io li catturerò
con la rete. -
- Il piano è molto audace - disse Segugio con
ammirazione - ma ho sentito dire che i pirati sono armati
di colubrine. Che cosa succederebbe se essi, una
volta catturati, fuggissero sparando? -
- Maledizione! - ammise Carotino - A questo
non ci avevo pensato. -
- Io credo - propose il cane, gongolando per essere
riuscito a mettere in difficoltà il celebre poliziotto
privato - io credo che possiamo usare il sistema lepre e
cacciatore. -
- Ossia? - domandò Carotino.
- E' un sistema che viene usato all'estero per la
caccia alla lepre. Si tende una corda molto resistente da
un albero all'altro, in un punto dove presumibilmente
la lepre si troverà a passare in giornata. Accanto alla corda
si pone un coltello che non taglia. Quando la lepre,
inseguita dai cacciatori, giunge presso la corda, esclama:
Maledizione! - Ma subito vede il coltello e dice: Meno
male, mi posso servire di questo coltello. Afferra il
coltello e comincia a tagliare. Ma, come vi ho detto, i
cacciatori hanno scelto un coltello che non taglia. La
lepre suda, si affanna, bestemmia e inveisce ma non c'è
verso: non riesce a tagliare la corda e i cacciatori le sono
addosso. -
- E' un sistema molto ingegnoso - ammise Carotino
- Ma sfortunatamente io non ho con me un
coltello che non taglia. Ho solamente lame affilatissime,
di primordine, di marca spagnola. E a pensarci bene non
ho con me nemmeno la corda. -
- Allora non c'è niente da fare. - concluse Segugio.
In quel momento una voce soffocata gridò, a pochi
passi dai due poliziotti sdraiati nell'erba:
- Mister Carotino! Mister Carotino! -
- Una voce di donna. - fece l'indagatore, stupito.
- Mister Carotino! Mister Carotino! - continuò
la voce in tono supplichevole.
Segugio arrischiò un'osservazione personale.
- A mio parere - disse - si tratta di una donna
in pericolo. Forse essa si trova nelle mani dei pirati, che
la vogliono usare come ostaggio. Credo che dobbiamo
fare il possibile per liberarla. -
- Non possiamo - disse Carotino, seccato della
invadenza del suo aiutante - Dobbiamo catturare degli
evasi, non liberare dei prigionieri. Siamo stati assunti
con un compito preciso, non possiamo fare proprio il
contrario di quello che siamo pagati per fare. -
La voce intanto, a brevi intervalli, pregava, in tono
supplichevole:
- Mister Carotino! Aiutatemi, per favore! Aiutatemi! -
- Una donna chiede il mio aiuto - rifletteva intanto
l'investigatore - ed io mi rifiuterei di prestarglielo?
Che cos'ho al posto del cuore? -
Preoccupatissimo si tastò sotto la giacca e respirò di
sollievo costatando che il cuore batteva ancora.
La voce si allontanava verso nord. In quella direzione
i cespugli si agitavano violentemente, veniva di là
un fruscio di passi, il rumore di una lotta soffocata e
selvaggia.
Carotino balzò in piedi e, seguito da Segugio, si mise
a correre verso nord, non perdendo di vista la bussola.
Alle sue spalle echeggiò una risata.
Carotino si arrestò, indignato, si volse verso l'ignoto
personaggio che rideva alle sue spalle e gridò, con
tutta la nobiltà d'animo di cui era capace:
- Ridi! Ridi pure, perfido pirata! Ride bene chi
ride ultimo! -
Il pirata rise di nuovo, poi gli venne un accesso
di tosse.
Infatti, Ravanella gli aveva dato una robusta manata
sulle spalle per farlo cessare di ridere. Fagiolino -
il pirata non era altri che lui, il piccolo figlio del cenciaiolo
Fagiolone - si mise il fazzoletto in bocca per
poter continuare a ridere a suo agio.
- Proprio adesso che gliel'abbiamo fatta - bisbigliò
severamente Ravanella - vuoirovinare tutto. -
- Ma lui crede che siamo i pirati! - disse Fagiolino
per scusarsi.
- Vieni - fece Ravanella - cerchiamo di non
perdere le sue tracce. -
Carotino e Segugio avevano ripreso a correre verso
nord, inseguendo il rumore di passi e di lotta soffocata
che continuava a venire da quella direzione, ossia continuando
ad inseguire due ragazzetti, ossia Tomatino e
Patatina, che fingevano di lottare tra di loro. Patatina
si fermava di quando in quando e con la sua vocina aggraziata
chiamava, per essere sicura che Carotino non
perdesse le sue tracce:
- Aiuto! Aiuto, signor investigatore! Sono prigioniera
dei pirati! Venite a liberarmi. -
Come potete immaginare, i ragazzi erano già riusciti
ad attirare il poliziotto ben lontano dalla grotta
nella quale si rifugiavano Cipollino e gli altri nostri
amici. Ma il loro piano non si limitava a questo.
Se ne accorse ben presto Carotino, e se ne accorse anche
Segugio, poveretto, anzi, se ne accorse per primo. Ad
un certo punto, quando gli pareva di essere lì lì per azzannare
i pirati e si preparava a dare loro una solenne
lezione, gli successe qualcosa di strano.
- O cielo, sto volando! - ebbe il tempo di esclamare.
E stava effettivamente volando, appeso ad una trappola
che lo scaraventò in cima ad una quercia e lo tenne
imprigionato contro il tronco, legato come un salame.
Carotino era rimasto indietro di qualche passo, e
quando girò l'angolo non vide più il suo fedele aiutante.
- Segugio! - chiamò.
Nessuna risposta.
- Certamente si sarà fermato per via a inseguire
qualche lepre. Da dieci anni è al mio servizio ma non sono
ancora riuscito a fargli perdere il vizio di distrarsi. -
Non sentendo alcun rumore chiamò di nuovo: -
Segugio! Segugio! -
- Sono qui, padrone. - gli rispose una voce lamentosa,
irriconoscibile.
La voce sembrava venire dall'alto. L'investigatore
guardò in sù, tra i rami, e proprio lassù, aggrappato al
ramo più alto della quercia, vide Segugio.
- Che cosa fai lì? - domandò severamente - Ti
sembra questo il momento di andarti ad arrampicare
sugli alberi? Ti sembra questo il momento di giocare?
Faresti meglio a scendere subito. I Pirati non sono lì che
ci aspettano, e se perdiamo le loro tracce, chi libererà la
bella prigioniera? -
- Padrone, lasciate che vi spieghi - supplicava Segugio,
tentando invano di liberarsi dalla trappola.
- Non c'è niente da spiegare - proseguì indignatissimo
Mister Carotino - Mi spiego benissimo da solo,
senza bisogno delle tue bugie, che non ti piace dar la caccia
ai pirati, e preferisci inseguire gli scoiattoli tra i rami.
Ma io sono un investigatore serio, il più celebre d'Europa
e d'America, e non posso tenere al mio servizio un
buffoncello che non può vedere un albero senza cedere
alla tentazione di arrampicarvisi sopra. Bella posizione,
per l'aiutante di un investigatore pari mio. Basta così:
sei licenziato. -
- Padrone, padrone, lasciatemi parlare. -
- Parla quanto vuoi, ma io non mi fermerò certo
ad ascoltarti. Ho ben altro da fare. Ho un dovere da
compiere e niente mi arresterà sulla mia strada. Addio,
Segugio, ti auguro di trovare una professione più allegra
e un padrone meno severo. Ed auguro a me stesso
di trovare un aiutante più serio. Giusto ho adocchiato
ieri, nel parco del Castello, un Mastino che fa al fatto
mio: onesto, modesto e dignitoso. Certo non gli passa
nemmeno per la testa di mettersi a dar la caccia ai bruchi
su per le querce. Addio, dunque, o cane infedele. -
A sentirsi insultare a quel modo, il povero Segugio
scoppiò a piangere.
- Padrone, padrone, state attento, padrone, altrimenti
finirete come me. -
- Mi fai ridere. Non mi sono mai arrampicato su
una pianta in vita mia, e non sarà il tuo esempio a distrarmi
dalla mia professione per farmi abbracciare tronchi
di quercia. -
Ma proprio mentre pronunciava queste nobili parole,
Mister Carotino si sentì afferrare alla vita da qualcosa
che lo stringeva fino a farla soffocare; udì il rumore
di una molla che scattava e si accorse che stava volando
tra i rami degli alberi. Anzi, stava proprio costatando
che si trattava della stessa quercia sulla quale si era
arrampicato Segugio, quando il volo finì, e lui si trovò
a due palmi dalla coda del suo cane, bene assicurato al
tronco da una solida fune.
- Ve l'avevo detto - disse il cane, nel suo solito
tono lamentoso.
Carotino faceva degli sforzi terribili per mantenere
la sua dignità in quella scomoda posizione.
- Tu non mi avevi detto un bel niente. Il tuo
dovere sarebbe stato di avvertirmi che stavo per cadere
in una trappola, invece di farmi perdere il tempo in
chiacchiere. -
Segugio si morse la lingua per non rispondere. Capiva
benissimo lo stato d'animo del suo padrone, e non
desiderava procurargli altri dispiaceri.
- Eccoci dunque in trappola - costatò Carotino.
- Pensiamo ora come uscirne. -
- Non vi sarà tanto facile - disse una vocina ai
loro piedi.
- Ma questa - pensò Carotino - questa è la
voce della bella prigioniera. -
Guardò in basso, aspettandosi di veder comparire
una schiera di terribili pirati col coltello fra i denti, e
in mezzo a loro una principessa in lagrime: invece vide
un gruppetto di ragazzini che si rotolavano per terra
dalle risa.
Ravanella, Patatina, Fagiolino e Tomatino si abbracciavano
ridendo e fecero lì per lì un bel girotondo
attorno alla quercia:
- Giro giro tondo,
com'è allegro il mondo,
con Segugio, poverino,
intrappolato è Carotino.
- Lor signori - cominciò con aria severa l'investigatore
- lor signori avranno la bontà di spiegarmi
che scherzo è questo. -
- Noi non siamo signori - rispose Fagiolino -
siamo pirati. -
- E noi siamo principesse prigioniere. -
- Mi facciano subito scendere di qui, altrimenti
sarò costretto a prendere dei severi provvedimenti. -
«Guardò in basso, aspettandosi di veder comparire una
schiera di terribili pirati...» (pag. 130)
- Prenderemo molti, molti provvedimenti - aggiunse
il cane, agitando rabbiosamente il suo mozzicone
di coda.
- Non credo che potrete prendere molti provvedimenti
fin che starete in quella posizione - disse Ravanella.
- E noi cercheremo di lasciarvi lassù il più a lungo
possibile. - rincarò Tomatino.
Mister Carotino tacque, non sapendo che dire. La
situazione era molto grave, ma abbastanza chiara.
- La situazione mi sembra chiara - bisbigliò nell'orecchio
di Segugio.
- Molto, molto chiara - approvò tristemente Segugio.
- Siamo prigionieri di una banda di ragazzi. -
continuò l'investigatore. - Quale disonore, per me.
Inoltre, si tratta quasi certamente di ragazzi assoldati
dagli evasi per farci perdere le loro tracce. -
- Si tratta molto, molto certamente di ragazzi assoldati.
- ammise il cane - Solo mi meraviglio della
bravura con cui hanno preparato questa trappola. -
Segugio si sarebbe meravigliato anche di più se
avesse saputo che la trappola era stata preparata da
Ciliegino in persona. Il Visconte aveva letto molti libri
di caccia grossa e conosceva ogni sorta di avventure di
viaggio. Una volta tanto, aveva deciso di risolvere da
solo la situazione, senza ricorrere come sempre all'aiuto
di Cipollino e c'era riuscito brillantemente.
Nascosto dietro un cespuglio, osservava la scena,
soddisfatto del suo lavoro.
- Ecco due avversari - pensava - immobilizzati
per un pezzo. -
E fregandosi le mani si allontanò.
Ravanella e gli altri si diressero verso la grotta per
dar l'annuncio dell'impresa a Cipollino. Ma giunti alla
grotta non trovarono più nessuno. La grotta era deserta.
Le ceneri del focolare erano fredde: da almeno due
giorni non vi era stato acceso il fuoco.
Cipollino fa amicizia con un simpatico Orso
Torniamo, come si dice, un passo indietro, ossia due
giorni indietro, altrimenti non riusciremo a sapere che
cosa è accaduto nella grotta.
Zucchina e Mirtillo non si potevano dar pace per
la perdita della casetta. Si erano tanto affezionati a quei
centodiciotto mattoni, che li consideravano come centodiciotto
figli. La sventura li aveva fatti diventare
amici, anzi, Zucchina aveva perfino promesso al sor
Mirtillo:
- Se riusciremo a rientrare in possesso della nostra
casina, verrete ad abitare con me. -
Mirtillo aveva accettato con le lagrime agli occhi.
Ormai Zucchina, come avete visto, non diceva più la
«mia» casina, ma la «nostra» casina, e altrettanto
faceva Mirtillo. Il quale però rimpiangeva molto anche
la sua mezza forbice, la lametta arrugginita avuta in
eredità dal suo bisnonno e le altre ricchezze.
Una volta litigarono perfino per stabilire chi dei
due volesse più bene alla casina. Il sor Zucchina sosteneva
che Mirtillo non poteva volerle bene come lui:
- Io ho sudato tutta la vita per costruirla. -
- Ma ci avete abitato così poco: io invece ci ho
abitato quasi una settimana. -
Questi litigi però finivano presto. Presto infatti
scendeva la sera e c'era troppo da pensare a tenere indietro
i lupi per litigarsi.
In quel bosco c'erano lupi, orsi ed altri animali selvaggi,
ed ogni sera bisognava accendere un gran
fuoco attorno alla grotta per tenerli lontani. Così
c'era il pericolo che il fuoco fosse visto al Castello, ma
insomma, non si poteva mica lasciarsi mangiare dai lupi.
I lupi venivano fino a pochi metri dalla grotta e
lanciavano occhiate terribili alla sora Zucca, che essendo
tonda e grassa prometteva di essere un bel boccone.
- E' inutile che mi guardiate tanto - gridava
indignata la sora Zucca - non avrete mai da me nemmeno
una mano. -
Alla fine i lupi avevano tanta fame che si facevano
supplichevoli.
- Sora Zucca - dicevano, girando largo attorno
al fuoco per non scottarsi - ci dia almeno un dito.
Che cos'è un dito per lei? Ne ha dieci alle mani e dieci
ai piedi, e in tutto fanno venti. -
- Per essere dei lupi selvaggi - rispondeva la
sora Zucca - sapete bene l'aritmetica. Ma questo non
vi servirà a niente. -
I lupi brontolavano un poco, poi si allontanavano
e per consolarsi sbranavano tutte le lepri di passaggio.
Più tardi arrivava l'Orso, e anche lui gettava occhiate
languide alla sora Zucca:
- Quanto mi piacete, signora Zucca - diceva
l'Orso.
- Anche voi mi piacete, signor Orso, ma mi piacereste
di più in salmì. -
- Che cosa dite mai, signora Zucca. Io invece vi
mangerei arrostita, con qualche patatina fresca, e naturalmente
ben condita col rosmarino, l'erba salvia, uno
spicchio d'aglio e un pizzico di pepe. -
E l'Orso allargava le narici: gli sembrava già di
avere sotto il naso il profumo di quell'arrosto.
Cipollino gli gettò una patata cruda:
- Provate intanto a saziarvi, con questa. -
- Ho sempre odiato le cipolle - rispondeva
l'Orso, montando su tutte le furie - non sono capaci
che di far piangere. Non capisco come certa gente
possa mangiare cipolle. -
- Sentite - propose Cipollino - invece di venire
tutte le sere a darci la caccia, e sapete benissimo che non
serve a niente, perchè abbiamo moltissimi fiammiferi, e
almeno per un paio di mesi potremo accendere il fuoco
alla sera e tenervi abbastanza lontano dalle nostre ossa,
invece di essere nemici, vi stavo dicendo, perchè non proviamo
a diventare amici? -
- S'è mai visto - brontolava l'Orso - s'è mai
visto un Orso amico di una cipolla? -
- Perchè? - riprese Cipollino - E perchè no?
Si può essere amici, su questa terra. C'è posto per tutti,
per gli Orsi e per le Cipolle. -
- C'è posto per tutti, quest'è vero. Ma allora
perchè gli uomini quando ci prendono ci mettono in
gabbia? Dovete sapere che mio padre e mia madre sono
chiusi nel giardino zoologico, nel palazzo del Governatore. -
- Anche mio padre è prigioniero del Governatore. -
A sentire che anche Cipollino aveva il padre in prigione,
l'Orso cominciò ad intenerirsi.
- Ci sta da molto tempo? -
- Da molti mesi, e per di più è condannato all'ergastolo,
ossia non uscirà nemmeno dopo morto, perchè
nelle prigioni del Governatore c'è anche il cimitero. -
- Anche mio padre e mia madre sono stati condannati
all'ergastolo e non usciranno di gabbia nemmeno
dopo la morte, perchè saranno sepolti nel giardino
del Governatore, con tutti gli onori. -
L'Orso sospirò.
- Se vuoi - propose - possiamo essere amici. In
fondo non c'è nessuna ragione perchè ci vogliamo male.
Il mio bisnonno, il celebre Orso Macchiato, mi raccontava
di aver sentito dire dai suoi vecchi che una volta si
stava tutti in pace, nella foresta. Gli uomini e gli orsi
erano amici e nessuno faceva male all'altro. -
- Quei tempi potrebbero ritornare - disse Cipollino -
Un giorno tutti saremo amici. Gli uomini e gli
orsi saranno gentili gli uni con gli altri, e quando si incontreranno
si caveranno il cappello. -
L'Orso apparve molto imbarazzato.
- Allora - disse - dovrò comprarmi un cappello,
perchè non ne possiedo uno. -
Cipollino rise:
- Era un modo di dire. Potrete salutare alla vostra
maniera, inchinandovi o dondolandovi graziosamente. -
L'Orso si inchinò e si dondolò graziosamente, come
aveva suggerito Cipollino. Mastro Uvetta corse a prendere
la lesina per grattarsi la testa.
- Non ho mai visto un orso tanto gentile - ripeteva
sbalordito.
Il sor Pisello, come avvocato, non si fidava tanto.
- Io non mi fiderei tanto - badava a dire - l'Orso
può fingere. -
Ma Cipollino non gli diede retta: fece un passaggio
in mezzo al fuoco ed aiutò l'Orso a raggiungere la grotta
senza bruciarsi il pelo. Poi lo presentò come suo amico
ai compagni e in suo onore il professor Pero Pera, che
aveva finito proprio allora di accomodare il suo strumento,
improvvisò un concerto di violino.
L'Orso si prestò gentilmente a ballare per i suoi
ospiti. Si trascorse così una serata piacevolissima.
Quando l'Orso salutò per andarsene a letto, Cipollino
lo accompagnò per un tratto di strada. Vedete,
Cipollino era fatto così: non gli piaceva di parlare tanto
dei suoi guai; ma ci pensava spesso, e spesso, senza farlo
vedere a nessuno, era molto triste.
Quella sera, per esempio, gli era tornato in mente il
suo povero babbo prigioniero e voleva sfogarsi un poco
con l'Orso.
- Che cosa faranno - diceva Cipollino - che
cosa faranno in questo momento i nostri genitori? -
- Io lo so - rispose l'Orso - Non sono mai stato
in città, ma un fringuello mio amico vola spesso da quelle
parti e mi porta notizie di mio padre e di mia madre.
Dice che non dormono mai, e giorno e notte sognano la
libertà.
Io poi non so che cosa sia, questa libertà. Preferirei
che sognassero di me. Dopotutto sono loro figlio. -
- La libertà significa non avere padroni - rispose
Cipollino.
- Il Governatore non è un cattivo padrone. Il fringuello
mi ha riferito che mio padre e mia madre mangiano
a sazietà e si divertono a veder passare la gente
davanti alla loro gabbia. Il Governatore è gentile, li ha
messi in un posto dove possono veder passare moltissime
persone. Tuttavia essi desiderano tornare al bosco. Ma
lo stesso fringuello mi ha detto che la cosa è impossibile,
perchè le gabbie sono di ferro, e le sbarre sono solidissime. -
Cipollino sospirò a sua volta.
- A chi lo dici? Quando sono stato a trovare il
mio babbo prigioniero ho osservato molto attentamente
le pareti: è assolutamente impossibile fuggire. Eppure
ho promesso al mio babbo di liberarlo, e un giorno o
l'altro, quando sarò pronto, tenterò l'impresa. -
- Tu sei un ragazzo coraggioso - fece l'Orso -
vorrei anch'io andare a liberare i miei genitori. Ma non
so la strada della città, ed ho paura di perdermi. -
- Senti - disse Cipollino all'improvviso - la
notte è appena cominciata. Se tu mi prendi in groppa,
possiamo essere in città prima di mezzanotte. -
- Che cosa vuoi fare? - domandò l'Orso, con un
leggero tremito nella voce.
- Andiamo a trovare i tuoi genitori. Mi sembrerà
di andare a trovare il mio babbo. -
L'Orso non se lo fece dire due volte: si curvò in
modo che Cipollino potesse salirgli in groppa, e cominciò
a correre a tutta velocità.
Cipollino gli indicava la strada: A destra! diceva
- oppure - a sinistra! - Oppure: - Passiamo dietro
quella casa. Attento ora, siamo alle porte della città.
Il Giardino zoologico è da quella parte. Cerchiamo di
far piano. -
Una Foca con la lingua lunga
Il giardino zoologico era immerso nel più profondo
silenzio.
Il guardiano dormiva nella stalla dell'elefante, con
la testa sulla sua proboscide. Aveva il sonno profondo
e non si svegliò quando Cipollino e l'Orso bussarono
discretamente alla porta della stalla.
L'Elefante scostò con delicatezza la testa del guardiano
e la posò su una balla di paglia, poi senza muoversi
allungò il naso ed aprì la porta, borbottando:
- Avanti. -
I nostri due amici entrarono con circospezione.
- Buona sera, signor Elefante - disse Cipollino
- Scusi tanto se siamo venuti a disturbarla a quest'ora. -
- O niente, niente - rispose l'Elefante - non
mi ero ancora addormentato. Stavo cercando di indovinare
che cosa potesse sognare il mio guardiano. Cerco
sempre di indovinare i suoi sogni, mentre dorme. Dai
sogni si può capire se un uomo è buono o cattivo. -
L'Elefante era un vecchio filosofo indiano, e aveva
sempre dei pensieri strampalati.
- Siamo ricorsi al suo aiuto - disse Cipollino -
perchè conosciamo la sua saggezza. Ci saprebbe indicare
la maniera di far fuggire dallo Zoo il babbo e la mamma
di questo Orso mio amico? -
- Si - borbottò l'Elefante tra le zanne - forse
saprei indicarvi questa maniera, ma poi a che pro? Nel
bosco non si sta meglio che nella gabbia, e nella gabbia
non si sta peggio che nel bosco. Tutto sommato, dunque,
mi sembra che ognuno dovrebbe rimanere al suo
posto. -
- Se proprio ci tenete, però - aggiunse subito, -
vi dirò che la chiave della gabbia degli orsi è nella tasca
del mio guardiano. Vedrò di togliergliela senza svegliarlo.
Ha il sonno duro, non sentirà. -
Cipollino e l'Orso dubitavano assai che fosse possibile
compiere un'operazione così difficile servendosi di
una proboscide, ma l'Elefante manovrò così delicatamente
con quel lunghissimo arnese che il guardiano non
si accorse di nulla.
- Ecco la chiave - disse l'Elefante, estraendo la
proboscide dalla tasca del guardiano - Vedete di riportarmela,
dopo. -
- Stia tranquillo - disse Cipollino - e accetti
intanto i nostri ringraziamenti. Lei proprio non vuole
seguirci nella fuga? -
- Se avessi mai avuto l'intenzione di fuggire non
avrei certo aspettato che arrivaste voi due ad aiutarmi.
Buona fortuna. -
E riprendendo la testa del guardiano sulla proboscide,
cominciò a cullarlo con dolcezza per farlo dormire
più profondamente mentre i nostri due amici tentavano
il colpo.
Cipollino e l'Orso sgusciarono fuori della stalla e
si diressero verso la gabbia degli orsi. Non avevano
fatto che pochi passi quando una voce li chiamò:
- Ehi! Ehi! -
- SST! - fece Cipollino spaventato. - Chi chiama? -
- SST! SST - rispose la voce in tono canzonatorio - Chi chiama? -
- Smettila di far fracasso, sveglierai il guardiano. -
E la voce:
- Smettila di fare il guardiano, sveglierai il fracasso.
O che stupido - aggiunse poi - mi sono confuso. -
- E' il Pappagallo - bisbigliò Cipollino all'Orso
- ripete tutto quello che sente. Ma siccome non
capisce nulla di quello che sente e di quello che dice,
così spesso gli capita di parlare a rovescio. -
L'Orso volle essere gentile con il Pappagallo e gli
domandò:
- Si va bene di qui per andare alla gabbia degli
orsi? -
Il Pappagallo ripetè: - Si va bene con gli orsi
per andare in gabbia? O che stupido, mi sono confuso
di nuovo. -
Visto che da lui non c'era da cavar nulla, i nostri
due amici procedettero con cautela. Una scimmia, dalla
gabbia, li chiamò con un leggero fischio.
- Sentite, signori, sentite! -
- Non abbiamo tempo - rispose l'Orso - siamo
molto occupati. -
- Datemi retta solo un minuto: sono due giorni
che cerco di sgusciare questa nocciolina e non ci riesco.
Datemi una mano. -
- Quando torniamo indietro. - disse Cipollino.
- Eh, dite per dire - fece la scimmia crollando il
capo - Anch'io del resto dicevo per dire. Non me ne
importa nulla di questa nocciolina e di tutte le noccioline
della terra. Vorrei essere ancora nella mia foresta a
saltare qua e là tra i rami, tirando noci di cocco sulle
teste degli esploratori. A che cosa servono le noci di
cocco se non ci sono scimmie per tirarvele in testa? No,
io mi domando a che cosa servono gli esploratori se nessuno
li può prendere per bersaglio per un buon tiro di
noci. Non ricordo quant'è che ho tirato l'ultima noce.
L'esploratore aveva una testa rasata e tutta rossa che
era un piacere prenderla di mira. Ricordo anche che... -
Ma Cipollino e l'Orso erano già lontani e non la
sentivano più.
- Le scimmie - spiegava Cipollino all'Orso -
sono animali stupidi, che si perdono in chiacchiere. Cominciano
a parlare di una cosa e non puoi mai sapere
come finirà il loro discorso. Tutto sommato, però,
quella poveretta mi fa una certa compassione. Perchè
non dorme? Forse perchè non riesce a sgusciare la nocciolina?
No, no, non dorme perchè sogna la sua foresta
lontana. -
Nemmeno il Leone dormiva: li guardò passare con
la coda dell'occhio e non si voltò nemmeno per vedere
dove fossero diretti. Era un animale nobile e saggio, e
non lo interessava l'andirivieni della gente.
Così Cipollino e l'Orso giunsero senza ostacoli alla
gabbia degli orsi.
I due poveri vecchi riconobbero subito il loro figliolo
e gli tesero le braccia attraverso le sbarre.
«Cipollino gli indicava la strada...» (pag. 140)
Cipollino lasciò che si abbracciassero e si salutassero,
provvedendo intanto ad aprire la gabbia. Poi disse:
- Volete smetterla con i piagnistei? La porta è
aperta, ma se non ne approfittate, si sveglierà il guardiano,
e addio libertà. -
Quando i due prigionieri furono usciti dalla gabbia,
ricominciarono gli abbracci e i saluti, perchè adesso non
c'erano più le sbarre a dividerli dal loro piccolo.
Anche Cipollino era abbastanza commosso.
- Povero babbo - pensava - anch'io non finirò
mai di abbracciarvi, il giorno che riuscirò a togliervi
di prigione. -
- Adesso però bisogna andare - disse ad alta voce.
I due vecchi vollero passare prima a salutare una
famiglia di orsi bianchi che viveva presso un laghetto
poi vollero dare un'occhiata alla gabbia della giraffa,
che a quell'ora però dormiva. Intanto, nei giardini si
era creata una certa animazione, e la notizia della partenza
degli orsi era subito trapelata in ogni angolo. Cosa
volete, gli orsi erano abbastanza benvoluti, ma avevano
anche loro dei nemici. Una Foca che non li poteva vedere
(c'era tra loro un antico odio di famiglia) cominciò
a lanciare dei ruggiti così alti che il guardiano, nonostante
avesse il sonno duro, si svegliò.
- Che cosa succede? - domandò all'elefante.
- Non saprei proprio - rispose il vecchio filosofo
- ma che cosa volete che succeda? Non succede mai
nulla di nuovo, e nulla di nuovo accadrà stanotte. Credete
forse di essere al cinema, dove ogni dieci minuti
succede qualche cosa di avventuroso? -
- Forse hai ragione - ammise il guardiano - ma
voglio dare un'occhiata in giro. -
Nell'uscire dalla stalla cadde quasi addosso al terzetto
dei fuggitivi.
- Aiuto! - cominciò a gridare - Aiuto! -
I suoi aiutanti si svegliarono e circondarono il giardino.
La fuga era diventata del tutto impossibile.
Cipollino e i tre orsi si erano tuffati in un laghetto
e si tenevano nascosti a fior d'acqua. Per sfortunata combinazione,
però, erano andati a finire proprio nel laghetto
della Foca.
- Ah! Ah! - ridacchiò qualcuno alle loro spalle.
Era la Foca in persona.
- Lor signori mi permetteranno di ridere. - fece - Ah! Ah! -
- Signora - pregò Cipollino, che tremava per il
freddo - capisco la sua allegria. Ma le sembra bello ridere
alle nostre spalle proprio mentre ci stanno cercando? -
- Altrochè, se mi sembra bello. Anzi, ora avvertirò
subito il guardiano perchè venga a catturarvi. -
E non lo disse due volte, ma andò dritta a chiamare
il guardiano e i suoi aiutanti. In men che non si dica gli
orsi vennero ripescati, anzi il guardiano ebbe la sorpresa
di pescarne tre mentre gliene mancavano due soli. In più,
catturò anche quel nuovo animale, di una specie sconosciuta
e che parlava come un uomo, dicendo:
- Signor guardiano, come lei vede c'è un equivoco:
io non sono un orso. -
- Lo vedo da me: ma che cosa facevi nel laghetto? -
- Prendevo un bagno. -
- Come minimo, dunque, ti prenderai una multa,
perchè è proibito fare il bagno ai giardini pubblici. -
- Io non ho soldi, con me, ma se lei vuol essere
così gentile... -
- Io non sono gentile, e in attesa che tu mi paghi
la multa, ti metterò nella gabbia con le scimmie. Passerai
la notte là, e domattina si vedrà. -
La scimmietta di prima accolse molto allegramente
il nuovo venuto e ricominciò senz'altro il suo bislacco
racconto:
- Le stavo raccontando - disse, accoccolandosi
sulla coda - di quell'esploratore con la testa rossa. Ma
se le dico rossa, era rossa. Io non dico mai bugie salvo
nei casi di necessità, s'intende. Però mi piacciono, sa? Le
bugie hanno un sapore straordinario. Quando dico le
bugie, sento in bocca un dolce, ma un dolce, come se...
- Senta - la pregò Cipollino - non potrebbe
rimandare le sue confidenze a domani mattina? Vorrei
fare una buona dormita, perchè ho bisogno di ricuperare
le mie forze. -
- Posso almeno cantarle la ninna-nanna? - propose
la scimmia.
- No, grazie, ne faccio volentieri a meno. -
- Posso rincalzarle le coperte? -
- Ma non vede da sola che non ci sono coperte? -
- Dicevo per dire - brontolò la scimmia - Io
chiedo solo di poter essere gentile. Ma se lei vuole che io
sia sgarbata, la servo subito. -
Così dicendo, la scimmia gli voltò la schiena, offesissima.
Cipollino sorrise e ne approfittò per addormentarsi.
La scimmia aspettava che Cipollino la pregasse di
voltarsi di nuovo, ma non udendo nessun rumore, pensò
di prendere l'iniziativa. Vide così che il ragazzo si era
già addormentato e, più offesa che mai, si ritirò in un
angolo e si accucciò per spiarlo.
Cipollino rimase due giorni nella gabbia delle scimmie,
con gran divertimento dei bambini che andavano
allo zoo con le bambinaie e non avevano mai visto una
scimmia vestita come loro.
Il terzo giorno potè mandare un biglietto a Ciliegino,
che venne in città col primo treno, pagò la multa
e lo fece finalmente uscire.
Cipollino gli chiese prima di tutto notizie dei suoi
amici e rimase molto preoccupato quando sentì che erano
scomparsi senza lasciar traccia.
- Non riesco a capire - diceva, crollando il capo
- Nella grotta stavano al sicuro. Che cosa può
averli convinti ad abbandonarla? -
Descrizione di un trenino straordinario
Per tornare al Castello, Ciliegino e Cipollino presero
il treno.
Già, di questo treno non vi ho ancora detto niente.
Un treno straordinario, sapete! Aveva una sola carrozza,
e tutti i posti erano vicino al finestrino, così nessuno
doveva litigare per ammirare il panorama. I bambini,
figurarsi, era una manna.
Ma quel trenino era una manna anche per gli uomini
grassi. Infatti, nelle pareti della carrozza avevano fatto
dei rigonfi apposta per loro. I grassi salivano e vi accomodavano
la pancia, così stavano comodi.
Proprio mentre stavano per montare in treno, Ciliegino
e Cipollino sentirono la voce di Fagiolone che
diceva:
- Coraggio, signor barone. Ancora una spinta e
siamo a posto. -
Il barone Melarancia stava salendo in treno e naturalmente,
data la sua pancia, faceva una tremenda fatica.
Fagiolone, da solo, non ce la faceva a spingerlo
sul predellino. Chiamò due facchini per farsi aiutare,
ma anche in tre non riuscirono che a farlo salire di un
gradino. Finalmente accorse il capo stazione e si mise a
spingere anche lui. Spingeva senza togliersi dalle labbra
il fischietto, e per la fatica gli scappò un sonorissimo
fischio.
Il macchinista credette che fosse il segnale di partenza,
abbassò la manovella. Il treno si mosse.
- Ferma! Ferma! - gridava il capostazione.
- Aiuto! Aiuto! - gridava il barone Melarancia.
Ma per lui fu una fortuna, perchè il treno, partendo,
gli diede una scossa che lo spinse in carrozza. Il barone
tirò un respiro di sollievo, accomodò la pancia nell'apposito
rigonfio e aprì subito il pacco delle provviste
dove c'era un intero montone arrostito.
Tutti quegli incidenti aiutarono Ciliegino e Cipollino
a salire inosservati.
Durante il viaggio il barone fu troppo occupato a
mangiare per vederli. Fagiolone invece li scorse, ma Ciliegino
si pose un dito sulle labbra per raccomandargli
il silenzio, e il cenciaiolo rispose con un cenno che aveva
capito, e che non avrebbe aperto bocca.
Dunque, vi stavo parlando del treno, quando è arrivato
il barone.
Un'altra specialità di questo treno era il macchinista.
Era molto bravo, come macchinista, questo sì. Però
era anche un pò poeta. Se passava vicino ad un prato
fiorito fermava subito la macchina e scendeva a cogliere
un mazzolino di margherite o di violette.
La gente protestava:
- Partiamo, si o no? -
- Questa è una truffa. Dateci indietro i soldi del
biglietto. -
- La fate andare con i fiori invece che con il carbone
la vostra locomotiva? - domandava qualcuno che
aveva voglia di scherzare.
Poi il controllore. Era una persona gentilissima.
Quando scendeva la nebbia la gente si lamentava perchè
non si vedeva il paesaggio:
- Che ferrovia è questa? - protestavano gli
amanti del paesaggio - si guarda dai finestrini e non
si vede assolutamente nulla. E' come viaggiare in un
baule. -
- Ci avete preso per un treno merci? -
Allora il controllore, gentile e paziente, si metteva
dietro le spalle dei viaggiatori e indicava loro il paesaggio
con il dito. Lo sapeva tutto a memoria, non aveva
bisogno di vederlo per raccontarlo.
- Qui a destra - diceva - c'è un passaggio a livello,
con una casellante bionda che saluta con la bandiera
rossa. E' una bella ragazza, vestita di giallo e di
turchino. -
La gente guardava, non vedeva che nebbia ma sorrideva
ugualmente, soddisfatta.
- Qui proprio davanti a noi - continuava il controllore
- c'è il lago. E' un grande lago, c'è perfino
un'isola e una barca. La barca ha la vela rossa, quadrata
e in cima in cima alla vela sventola una bandiera turchina
con tante stelle gialle. Le onde sono tranquille i
pesci vengono alla superficie e gli uccelli li beccano. Il
colore delle onde è azzurro. -
La gente guardava e non vedeva che grigie ondate
di nebbia, ma sorrideva ugualmente soddisfatta.
Il barone Melarancia, appunto, prendeva il treno
solo per sentirsi raccontare il paesaggio a quel modo. Era
troppo pigro e troppo occupato a mangiare per guardare
con i suoi occhi dal finestrino. Gli piaceva invece
mangiare il montone arrostito, assaporandone il sugo
con gli occhi chiusi, mentre la voce mite e gentile del
controllore spiegava:
- Qui a sinistra c'è un gregge di pecore. Sono bianche
bianche, c'è solo un agnellino nero che saltella allegramente
e bruca solo le margherite: l'erba verde non
gli piace ancora. Il cane ha un campanello, sentite? -
Difatti, si sentiva il campanello suonare: dlin.. dlin..
Così la gente aveva la prova che il controllore
diceva la verità.
Ciliegino e Cipollino ascoltarono tranquilli il racconto
del controllore, dimenticando per un poco i loro
pensieri.
Chi non dimentica le sue preoccupazioni, quando il
treno ci culla dolcemente e fuori del finestrino corrono
gli alberi, le colline, le case ed anche quando non si vedono
correre, perchè c'è la nebbia, però si sa che sono là, e
che nessuno le può rubare?
Figurarsi poi quando la voce gentile e bene informata
di un controllore vi spiega tutto, palmo per palmo,
facendo scomparire la nebbia per incanto!
Lasciamo dunque i nostri due amici comodamente
sprofondati nelle poltroncine del trenino, quasi sotto il
naso del barone Melarancia, ubriacato dal profumo dell'arrosto
di montone e andiamo invece a dare un'occhiata
altrove.
Difatti, proprio nel momento in cui il treno passava
davanti alla foresta, Mister Carotino e Segugio vennero
liberati da un boscaiolo, dopo essere rimasti quasi tre
giorni in cima alla quercia.
I due investigatori si sgranchirono le gambe e ripartirono
subito di corsa per continuare le loro ricerche.
Il boscaiolo, dopo essere rimasto ad osservarli stupito,
si preparava ad abbattere la quercia, quando vide
passare un intiero plotone di Limoncini, comandati da
un Limone di secondo grado.
- Attenti! - comandò il Limone di secondo grado.
Il boscaiolo lasciò cadere la scure e si mise sull'attenti.
- Riposo. - ordinò ancora il Limone di secondo
grado.
Il boscaiolo assunse la posizione di riposo.
- Avete visto passare di qui due persone, ossia un
cane e il suo padrone? -
Dovete sapere che al Castello erano molto impensieriti
per la scomparsa di Carotino e di Segugio, e avevano
deciso di inviare un plotone di guardie alla loro ricerca.
Il boscaiolo, come tutta la povera gente, non si fidava
molto della polizia. I due tipi che aveva trovato legati
alla quercia e che, appena liberati, si erano gettati a terra
ad ascoltare se arrivavano gli indiani, gli erano sembrati
due pazzi. Ma per nulla al mondo avrebbe dato un'informazione
ai poliziotti.
- Se i Limoncini li cercano per arrestarli - disse
fra sè - devono essere due brave persone. -
- Sono andati di là - disse poi ad alta voce, indicando
la direzione opposta a quella presa da Carotino.
- Benissimo - esclamò il Limone di secondo grado
- li raggiungeremo subito. Attenti! -
Il boscaiolo si mise sull'attenti, fece il saluto, e li
guardò filar via a tutta velocità. Poi si asciugò il sudore
e si rimise a tagliare la sua quercia.
Era passato forse un quarto d'ora quando sentì un
gran rumore di passi e vide comparire Mastro Uvetta,
Zucchina, Mirtillo, Pisello, Pero Pera e la sora Zucca,
e tutti insieme gli domandarono se aveva visto passare
Cipollino.
- Io non lo conosco - rispose il boscaiolo stupito -
ma non ho visto passare nessun ragazzo. -
- Se lo vedete avvertitelo che lo stiamo cercando
da tre giorni - disse Mastro Uvetta, che aveva tutta
l'aria di essere il comandante della spedizione.
E la spedizione ripartì a tutta velocità.
Non era passata un'ora, e la quercia era quasi abbattuta,
quando passarono di lì Cipollino e Ciliegino.
Il Visconte aveva deciso di non tornare a casa, per quel
giorno, e di aiutare il suo amico a rintracciare gli scomparsi.
Il boscaiolo narrò l'arrivo e la partenza della
spedizione, così Cipollino potè capire che anche i suoi
amici lo stavano cercando. Il mistero della loro scomparsa
era così risolto.
Prima di sera il boscaiolo vide passare molt'altra
gente.
Innanzitutto Ravanella e gli altri ragazzi, anche
loro in cerca di Cipollino. Infine nientemeno che Pomodoro
e Don Prezzemolo, che andavano in cerca di
Ciliegino, persuasi che fosse stato rapito dagli evasi.
Ma per il povero boscaiolo le sorprese della giornata
non erano ancora finite. Al tramonto, infatti, un
gran concerto di campanelli gli fece alzare la testa. Sul
momento credette che si trattasse ancora delle guardie
che aveva visto al mattino, ma stavolta si trattava del
Governatore Principe Limone in persona, il quale,
preoccupato perchè le sue guardie non tornavano, si era
messo in campagna per rintracciarle. Le contesse del Ciliegio
lo seguivano nel loro calesse: erano contente e
allegre come se andassero a caccia.
«Il barone Melarancia stava salendo in treno...» (pag. 151)
Il boscaiolo tentò di nascondersi: difatti sapeva
che i poveri non devono mai farsi vedere dal Principe,
altrimenti il Principe non può digerire bene.
Ma un Limone di primo grado, che sedeva alla destra
del principe sulla carrozza, lo vide e lo chiamò:
- Olà, pezzente! -
- Comandi, Eccellenza - balbettò il boscaiolo.
- Avete visto passare un plotone di guardie? -
Il boscaiolo, come sapete, aveva visto altro che un
plotone di guardie. Ma quando si parla con il Principe
Limone, è sempre meglio non sapere niente.
E così rispose che non sapeva niente. Se avesse detto:
- Sì, le ho viste - gli avrebbero fatto delle altre
domande, e magari lo avrebbero punito e messo in prigione.
Siccome non sapeva niente, non gli poterono far
niente. Il corteo del principe si allontanò nella stessa
direzione presa dalle guardie.
La sera scendeva rapidamente, anzi, nell'interesse
della nostra storia facciamola scendere di colpo, così abbiamo
subito il buio. Al buio le storie sono molto più
divertenti. E non solo le storie, ma anche gli inseguimenti.
In questo momento, infatti, mentre il buio scende
sulla foresta, la nostra storia è diventata una corsa a
inseguimento, nella quale i campioni ciclisti ci potrebbero
fare una bellissima figura: che peccato che non ci
possono essere anche loro!
Invece abbiamo: Carotino che investiga; le guardie
che cercano Carotino; il Principe che cerca le sue guardie;
Mastro Uvetta che guida la spedizione in cerca di Cipollino;
Cipollino e Ciliegino che vanno in cerca di Mastro
Uvetta; Ravanella che va in cerca di Cipollino; Pomodoro
e Don Prezzemolo che vanno in cerca di Ciliegino.
E sottoterra, per chi non lo avesse ancora immaginato,
la Talpa che va in cerca di tutti. La Talpa, il
giorno prima, aveva fatto una capatina alla grotta nella
quale si erano rifugiati i prigionieri e vi aveva trovato
un biglietto che diceva: - Cipollino scomparso. Andiamo
alla sua ricerca. Se avete notizie, comunicatecele. -
Subito dopo aver letto il biglietto, la Talpa si era
messa febbrilmente a scavare in tutte le direzioni. Sopra
il suo capo, sentiva passare continuamente della gente:
isolata, a piccoli gruppi, a gruppi numerosi. E passavano
a una tale velocità, che quando la Talpa risaliva alla
superficie per osservarli, erano già scomparsi.
- Sembra l'isola di Peter Pan - osservò la Talpa,
che aveva sentito parlare di quel celebre personaggio e
della sua isola, dove tutti si rincorrevano, come se si
mordessero la coda.
Mancavano solo i lupi.
I lupi non si fecero vedere: credevano che ci fosse
una battuta di caccia grossa, e se ne stettero rintanati
nei loro rifugi.
Il duchino Mandarino e la bottiglia gialla
Con la partenza delle contesse, in vena di avventure
di caccia, il barone Melarancia e il duchino Mandarino
erano rimasti padroni assoluti del campo. In tutto il
Castello non c'erano che loro due, oltre, naturalmente
la servitù.
Il primo ad accorgersi della solitudine in cui il Castello
era stato lasciato fu il duchino. Il quale, secondo
il suo solito, ad un certo punto si arrampicò su una finestra
e minacciò di gettarsi nel vuoto e di sfracellarsi
sul pavimento se... Ma il se, non c'era nessuno a sentirlo.
- Strano - meditò il duchino mettendosi un dito
nel naso - a quest'ora dovrebbero essere già accorsi.
Possibile che nessuno si faccia vivo? Forse non ho gridato
abbastanza forte. -
Il duchino gridò ancora un paio di volte, senza
convinzione, poi andò a trovare il barone.
- Cugino carissimo - disse entrando.
- Hm - mugolò il barone, sputando un'ala di
pollo che gli era andata per traverso.
- Sapete una novità? -
- Hanno messo delle galline nuove nel pollaio? -
domandò il barone, che il giorno prima aveva constatato
di avere ormai dato fondo alle riserve di pennuti del
castello e del villaggio.
- Macchè galline - rispose il duchino - siamo
soli. Siamo stati abbandonati. Il Castello è deserto. -
Il barone fu molto preoccupato.
- Chi preparerà la cena? -
- Voi vi preoccupate per la cena. Se invece approfittassimo
dell'assenza delle nostre amate cugine per
fare un'ispezione alle cantine del Castello? Ho sentito
dire che sono molto fornite di vini di marca pregiata. -
- Impossibile - rispose il barone - a tavola non
servono che vini di terz'ordine, che mi danno l'acidità
di stomaco. -
- Appunto - disse il duchino - a voi danno i
vini cattivi, e in cantina tengono le bottiglie buone per
bersele quando sarete partito. -
Il duchino non ci teneva molto alle buone bottiglie:
gli premeva invece di dare un'occhiata ai sotterranei,
senza essere disturbato, perchè aveva sentito dire che in
una delle pareti le Contesse avevano murato il tesoro
del conte Ciliegione, per non doverlo spartire con
nessuno.
- Se le cose stanno come voi dite - ammise il barone,
colpito - sarebbe bene andare a dare un'occhiata.
Le nostre cugine commettono un grave peccato, nascondendoci
i buoni vini della loro cantina. Dobbiamo
aiutarle a salvare la loro anima. Questo almeno, secondo
me, è il nostro dovere. -
- Però - continuò il duchino chinandosi all'orecchio
del barone - sarebbe meglio licenziare per oggi
Fagiolone. Andremo soli nei sotterranei. Vi porterò io
stesso la carriola. -
Il barone fu subito d'accordo e Fagiolone si ebbe
una mezza giornata di libertà.
Ma perchè, domanderete voi, il duchino non scendeva
da solo nei sotterranei se gli premevano i tesori?
Perchè se fossero stati scoperti, egli avrebbe potuto
gettare la colpa su Melarancia. Aveva già la risposta
pronta:
- Ho dovuto per forza accompagnarlo: aveva
sete e cercava una bottiglia. -
Fregandosi mentalmente le mani, il duchino le
adoperò invece per trascinare la carriola sulla quale il
barone aveva posato la pancia. Trovò la carriola pesantissima,
ma per fortuna non c'era che da scendere
qualche rampa di scale.
Al ritorno il duchino non ci pensava ancora. - In
qualche modo farò - si disse. Il peso della pancia lo
spingeva in basso a una tale velocità che se la porta dei
sotterranei fosse stata chiusa vi si sarebbe spiaccicato
contro come una mosca. Per fortuna invece la porta
era aperta: il duchino infilò il corridoio e in men che
non si dica ebbe percorso tutta la cantina, tra due file di
botti enormi, sormontate da milioni di bottiglie di vino
dalle etichette polverose.
- Ferma! Ferma! - gridava il barone - Guardate
quanta grazia di Dio! -
- Più avanti - rispondeva il duchino - più
avanti ce n'è del migliore. -
Il barone, a vedersi scivolare a destra e a sinistra
quegli eserciti di botti, quei battaglioni schierati di bottiglie,
bariletti, barilotti, fiaschi e fiaschette, si struggeva
dalla passione e stava per piangere.
- Addio, addio, poverine - diceva sospirando alle
bottiglie - Addio, mai più vi rivedrò. -
Finalmente il duchino sentì che la pressione della
carriola diminuiva e potè fermarsi. Proprio in quel punto,
nella fila di sinistra delle botti si apriva un varco,
e in fondo al varco si vedeva una porticina.
Il barone, sedendosi comodamente per terra, allungava
le mani a destra e a sinistra, afferrando due bottiglie
alla volta, le stappava con i denti, che per
l'allenamento erano diventati fortissimi, e se ne rovesciava
il contenuto nello stomaco, interrompendosi solo
per lanciare qualche sospiro di soddisfazione. Il duchino
lo stette a guardare per un poco, poi si inoltrò nel varco.
- Dove andate, amatissimo cugino? Perchè non
approfittate anche voi di tutto questo ben di dio? -
- Vado a cercarvi una bottiglia di marca molto
fina, che vedo laggiù in fondo. -
- Il cielo vi renderà merito delle vostre premure -
gorgogliava il barone, negli intervalli tra un sorso e
l'altro - avete dissetato un assetato, non morirete mai
di sete. -
La porticina era senza serratura.
- Strano - mormorò tra i denti Mandarino -
Forse è una porta che si apre per mezzo di un congegno
segreto. -
Cominciò a tastare la porticina centimetro per centimetro,
cercando il congegno segreto, ma per quanto
tastasse, la porticina rimaneva immobile.
Frattanto il barone, che aveva dato fondo alle bottiglie
che si trovavano nelle sue vicinanze, si era trascinato
a sua volta nel varco tra le botti ed era giunto alle
spalle di Mandarino, che sudava ed armeggiava, sempre
più nervoso.
- Che fate, cugino carissimo? -
- Cerco di aprire questa porta. Credo che qua dietro
si trovino i vini più pregiati. Sarei contento di riuscire ad
aprirla. -
- Non preoccupatevi. Porgetemi invece, voi che
siete agile nei movimenti, quella bottiglia con l'etichetta
gialla. Dev'essere un vino cinese, ed io non ne ho mai
assaggiato. -
Il duchino stentò un poco a vedere la bottiglia che
il barone gli indicava. Finalmente la scorse. Era una
bottiglia di formato comune, assolutamente simile alle
altre bottiglie. La sua stranezza consisteva solo nel
colore. Tutte le altre bottiglie, infatti, avevano l'etichetta
rossa. Questa invece l'aveva gialla. Il duchino, maledicendo
in cuor suo alla gola del barone, allungò
distrattamente la mano per prendere la bottiglia.
Strano. La bottiglia pareva incastrata nello scaffale.
Il duchino dovette far forza per staccarla.
- Sembra piena di piombo - osservò stupito.
Ma quando essa si staccò dallo scaffale, la porticina
si mosse dolcemente, silenziosamente sui cardini. Il barone
la guardava meravigliatissimo.
- Mandarino! Mandarino! - chiamò - Quella
non era una bottiglia. Era una chiave. Osservate: avete
aperto la porticina. -
- Ecco dunque dov'era il congegno segreto -
pensò il duchino - Ma non ebbe il tempo di terminare
il pensiero. La porticina si era spalancata, e sulla soglia
era comparso un piccolo personaggio che si inchinava
con molta compitezza ed esclamava con voce argentina:
- Buongiorno, signori. Vi ringrazio molto di
avermi usato questa cortesia. Da tre ore stavo tentando
di aprire questa porta senza riuscirvi. Come avete fatto
a indovinare che sarei capitato da queste parti? -
- Ciliegino! - esclamarono ad una voce il duchino
ed il barone. - Ciliegino caro! - aggiunse il barone,
che era già piuttosto alticcio e si sentiva affettuoso.
- Ciliegino caro! Vieni che ti abbraccio! -
Il duchino non era così entusiasta.
- Che cosa fa qui questo piccolo guastafeste? -
si domandava rodendosi il fegato per la rabbia. Ma per
fare buon viso a cattiva sorte, disse con gentilezza:
- Cugino carissimo, è un piacere per noi prevenire
i tuoi desideri. -
- Siccome però - ribattè pronto Ciliegino -
siccome io non vi ho informato che sarei tornato al Castello
da questa parte, e al Castello in questo momento
non ci siete che voi, immagino che vi abbia guidati fin
qui l'idea di qualche marachella. Ma giudicheremo più
tardi. Per il momento ho il piacere di presentarvi i miei
amici. -
E scostandosi, Ciliegino fece passare, uno dopo
l'altro, tutti i suoi amici: Cipollino, Ravanella, Mastro
Uvetta, il sor Zucchina, l'avvocato eccetera eccetera.
- Ma questa è un'invasione! - osservò sbalordito
Mandarino.
Era proprio un'invasione, e l'idea era stata di Ciliegino.
Girando attorno alla foresta i nostri amici avevano
finito col ricongiungersi e avevano anche potuto constatare
che tutti i loro avversari, ad eccezione del duca
e del barone, si trovavano fuori del castello. Ciliegino,
che conosceva la galleria segreta che portava dalla foresta
alla cantina, aveva proposto di impadronirsi della
fortezza nemica.
E come avete visto, l'impresa era perfettamente riuscita.
Il duchino fu rinchiuso nella sua camera e Fagiolino
fu messo a fargli da guardiano.
Il barone invece restò in cantina, perchè nessuno
aveva voglia di portarlo sù per le scale.
Mister Carotino nominato consigliere militare straniero
Quando la sera scese e fasciò di buio il Castello,
qualcuno cominciò a preoccuparsi.
- Ma che cosa faremo? - domandava la sora
Zucca - Non potremo mica restare qui per sempre!
Questa non è casa nostra. Abbiamo le nostre case, il
nostro lavoro. -
- Non vogliamo restare qui per sempre - rispose
Cipollino - vogliamo trattare con i nostri nemici.
Chiediamo solo libertà per tutti. Quando saremo certi
che non sarà fatto del male a nessuno, usciremo dal
Castello. -
- Ma come ci difenderemo? - interloquì il sor
Pisello - La difesa di un castello come questo è una
operazione bellica assai difficile. Occorre la conoscenza
della strategia, della tattica e della balistica. -
- Che cos'è la balistica? - domandò la sora Zucca -
Avvocato, non cominciate ad imbrogliarci con le
parole difficili. -
- Voglio dire - concluse l'avvocato arrossendo -
che tra noi non c'è nessun generale. Senza un generale
come si fa a difendersi? -
- Nel bosco ci sono almeno quaranta generali -
disse Cipollino - eppure non sono stati capaci di
prenderci. -
- Insomma, vedremo - brontolò il sor Pisello.
L'idea di sostenere un lungo assedio senza un generale
che si intendesse di strategia, di tattica e di balistica, gli
metteva in corpo una terribile tremarella.
- Non abbiamo cannoni - intervenne prudentemente
il sor Zucchina.
- Non abbiamo mitragliatrici - aggiunse Pirro
Porro.
- Non abbiamo fucili - rincarò Mastro Uvetta.
- Avremo tutto quello che ci serve - disse Cipollino
- Non preoccupatevi. Anzi, dal momento che la
cena è finita, perchè non andate a dormire. -
Andarono a dormire. Nel letto del barone Melarancia
ci entrarono in sette e c'era ancora posto. Il sor
Mirtillo e il sor Zucchina, invece, andarono a dormire
nella loro casina, giù vicino al cancello.
Il Mastino che vi era stato insediato li accolse piuttosto
male, ma siccome era un cane che rispettava la
legge, quando gli fu dimostrato che quella casa non gli
apparteneva si rassegnò ad andare a dormire nel suo
vecchio canile.
Zucchina si mise seduto e si affacciò al finestrino,
mentre il sor Mirtillo gli si sdraiava sui piedi.
- Che bella notte - diceva Zucchina - che notte
tranquilla. Ci sono perfino i fuochi artificiali. -
Nel bosco difatti, il principe Limone faceva i fuochi
artificiali per far divertire le Contesse. Come faceva?
Legava un paio di Limoncini davanti alla bocca dei cannoni
e li lanciava nel cielo. I Limoncini volanti facevano
un bellissimo vedere.
Ad un certo punto, tuttavia, Pomodoro si accostò
al Principe e gli bisbigliò all'orecchio:
- Altezza! State consumando tutto l'esercito. -
Allora il Principe fece sospendere i fuochi, dicendo:
- Che peccato! -
- Ecco - disse Zucchina guardando dal suo finestrino
- i fuochi artificiali sono finiti. -
Il Principe contò i soldati che gli rimanevano per
continuare nella caccia ai prigionieri. Gliene restavano
sempre abbastanza, ma era prudente aspettare il mattino.
Fece preparare una bella tenda per le Contesse, che
per la curiosità e per l'eccitazione non riuscirono a
dormire.
Verso mezzanotte Pomodoro fece una passeggiatina
per calmare i nervi. (Ah, già, non vi ho detto che i fuochi
artificiali gli avevano fatto venire i nervi. - Che
stupidaggine - pensava il Cavaliere - sciupare nei
fuochi artificiali tanti buoni Limoncini. -) Salì su una
collinetta pensando che di lì avrebbe scorto il fuoco di
bivacco degli evasi, se per caso ne avessero fatto uno.
Invece, con sua grande sorpresa, vide le finestre del Castello,
illuminate.
- Il barone e il duchino fanno baldoria - pensò
contrariato. - Quando gli evasi saranno catturati e sarà
risolto l'affare Cipollino, bisognerà pensare anche a quei
due mangiapane a ufo. -
Rimase per un pezzo ad osservare il Castello, e la
rabbia gli cresceva di minuto in minuto.
- Fannulloni - pensava irritato - banditi da
strada. Ridurranno alla malora queste due vecchie
sciocche delle Contesse, e a me non resteranno che gli
ossi da leccare. -
Una dopo l'altra le finestre del castello si andavano
spegnendo. Alla fine ne restò accesa una sola.
- Il duchino Mandarino non può dormire al buio
- sibilò Pomodoro tra i denti - gli fa troppa paura.
Ma cosa fa adesso? Guarda che razza di imbecille. Si
diverte a spegnere e ad accendere la luce. Spegne, riaccende.
Finirà col guastare l'interruttore. Provocherà un
corto circuito e il Castello andrà in fiamme. Finiscila!
Finiscila dunque! -
Pomodoro non si accorgeva nemmeno di gridare.
Di lontano sembrava proprio che il Duchino si divertisse
a fare la gibigianna con la lampadina, con grande
rabbia di Pomodoro. Il quale però ad un certo punto
cominciò ad insospettirsi.
- E se fossero dei segnali? - riflettè, colpito dall'insistenza
del gioco.
- Già, ma segnali di che? A che scopo? E diretti
a chi? Darei un soldo bucato per sapere che cosa possano
mai significare. Tre colpi brevi... tre lunghi... altri tre
colpi brevi... Buio. Ed ora ricomincia; tre colpi brevi...
tre colpi lunghi... tre colpi brevi... Scommetto che ha
la radio accesa e accompagna la musica spegnendo, e
accendendo la luce. Divertimenti da mangiapane a tradimento. -
Tornò verso l'accampamento e, incontrato un dignitario
di corte che aveva l'aria di essere un uomo
istruito, gli domandò se conosceva il linguaggio dei
segnali.
- Naturalmente - rispose il Limone - sono
dottore in segnalazioni, laureato all'università di
Camerino. -
- E che cosa significa un segnale così e così? - E
«Nel bosco , il principe Limone faceva i fuochi artificiali
per far divertire le Contesse...» (pag. 170)
Pomodoro gli descrisse il segnale che veniva dalla finestra
del duchino Mandarino.
- S... 0... S... Significa Salvate le nostre anime.
Significa: aiuto! insomma. -
- Aiuto? - riflettè Pomodoro sorpreso - Ma
allora non è un gioco. Il duchino sta cercando di farci
sapere qualcosa. Dev'essere in pericolo, per trasmettere
quel segnale. -
E senza pensarci sopra due volte si diresse a grandi
passi al Castello.
Giunto presso il cancello, fischiò per chiamare
Mastino. Si aspettava di vederlo sbucare dalla elegante
casina, ma con sorpresa lo vide uscire a orecchie basse
dal suo vecchio canile.
- Che succede? - gli domandò.
- Io rispetto la legge - rispose il cane di malumore
- I legittimi proprietari mi hanno mostrato documenti
di indubbio valore, e non ho potuto far altro
che cedere loro il passo. -
- Quali proprietari? -
- Un certo Zucchina ed un certo Mirtillo. -
- E adesso dove sono? -
- Nella loro casa, e dormono. Almeno lo spero,
per quanto non riesca a capire come potrà dormire il
signor Zucchina, che nella casetta ci può stare solamente
seduto. -
- E al Castello chi c'è? -
- Oh molta gente, un sacco di invitati. Gente di
basso rango, come ciabattini, professori d'orchestra, cipolle
e via dicendo. -
- Vuoi dire Cipollino? -
- Si, credo che si chiami così. Da quello che mi è
sembrato di capire il duchino Mandarino è offesissimo:
si è rinchiuso nei suoi appartamenti e non si è fatto vivo
per tutta la serata. -
- Questo vuol dire che è prigioniero - riflettè
Pomodoro, che passava da una sorpresa all'altra.
- Dal canto suo - proseguì Mastino - il barone
Melarancia si è rinchiuso, ma non nei suoi appartamenti,
bensì in cantina. Da diverse ore si sente da quella
parte un bombardamento di bottiglie stappate che mette
allegria. -
- Maledetto ubriacone - pensò Pomodoro.
- Quello che non mi spiego - continuò il cane -
è che il visconte Ciliegino faccia comunella con gente di
così bassa lega, dimenticando i doveri del suo grado.
Pomodoro corse subito a svegliare il Principe e le
Contesse e diede loro la terribile notizia. Le Contessine
avrebbero voluto tornare subito al Castello, ma il Principe
osservò:
- I divertimenti di questa notte hanno molto menomato
l'efficienza del mio esercito. Non abbiamo un
numero di soldati sufficiente per tentare un assalto notturno.
Attenderemo l'alba. -
Fece chiamare invece Don Prezzemolo, che era forte
in aritmetica e gli fece fare il conto delle forze che rimanevano,
dopo il salasso provocato dai fuochi artificiali.
Don Prezzemolo si armò di gesso e lavagna e fece
il giro delle tende, segnando una croce per ogni soldato
e una doppia croce per ogni dignitario di corte o generale.
Risultò che restavano diciassette Limoncini e quaranta
generali circa, più Pomodoro, Don Prezzemolo
stesso, il Principe Limone, le Contesse, Carotino, Segugio
e i cavalli.
Pomodoro non vedeva l'utilità dei cavalli, ma Don
Prezzemolo fece osservare che negli assedi i reparti di
cavalleria sono molto utili. Si accese una discussione
strategica, alla fine della quale il Principe Limone, intieramente
conquistato, affidò a Don Prezzemolo il comando
di un reparto di cavalleria.
Il piano di battaglia fu studiato con l'aiuto di Mister
Carotino, elevato per l'occasione al rango di consigliere
straniero.
Per prima cosa consigliò che tutti si tingessero le
facce di nero, per spaventare gli assediati. Il Principe
fece stappare molte bottiglie e, con i turaccioli bruciacchiati
si divertì egli stesso a tingere le facce dei suoi
generali.
- Quale onore per noi! - dicevano i generali inchinandosi.
Il Principe approfittava di quell'inchino
per tingergli anche il collo.
Allo spuntar del sole l'operazione di tintura era felicemente
ultimata. Il Principe appariva molto soddisfatto
e insistette per tingere di nero anche Pomodoro e le
Contesse.
- La situazione è molto grave - ammonì - ed
inoltre non abbiamo adoperato ancora tutti i turaccioli. -
Le Contesse si rassegnarono con le lagrime agli occhi.
L'attacco cominciò alle sette precise.
Il barone schiaccia venti generali
senza volerlo
La prima parte del piano d'attacco consisteva in
questo: che il cane Segugio, approfittando dell'amicizia
naturale che lo legava al cane Mastino, avrebbe dovuto
farsi aprire da quest'ultimo il cancello del parco: e dietro
a lui sarebbero penetrati, alla carica, gli squadroni di
cavalleria comandati da Don Prezzemolo.
Questa prima parte, però, fallì in pieno, perchè il
cancello non era per niente chiuso, anzi, era spalancato,
e Mastino, in posizione di attenti sulla soglia, presentava
le armi, ossia la coda.
Segugio tornò indietro spaventatissimo e riferì lo
strano avvenimento.
- Quì gatta ci cova - disse Mister Carotino,
usando un'espressione cara ai consiglieri militari stranieri.
- Molte, molte gatte ci covano - rinforzò Segugio.
- Dove le avranno prese? - domandò il Principe.
- Che cosa? -
- Tutte queste gatte. -
- Altezza, non si tratta di gatti. Se hanno lasciato
aperto il cancello, ci dev'essere un trabocchetto. -
- Allora entreremo dal di dietro. - decise il
Principe.
Ma anche il cancello posteriore era aperto. Gli strateghi
del Principe non sapevano che pesci pigliare. Il
Principe cominciava a essere stufo di quella guerra.
- Dura troppo - diceva, lamentandosi con Pomodoro
- è troppo lunga e troppo difficile. Se l'avessi
saputo prima, non l'avrei nemmeno cominciata. -
Infine decise di compiere un atto di valore personale.
Mise in fila i suoi quaranta generali e ordinò:
- Att-tenti! -
I quaranta generali scattarono come un sol uomo.
- Avanti, march! - Unò, duè, unò, duè... -
Il cancello fu oltrepassato e l'eroico plotone marciò
verso il castello, che, come sapete, si trovava un pò in
cima alla collina. La salita era abbastanza faticosa. Il
Principe cominciò a sudare e tornò indietro, lasciando
il comando a un Limone di prima classe.
- Continuate voi - disse - io vado a preparare
l'attacco generale. Ormai la prima linea, grazie al mio
intervento personale, è stata sfondata. -
Il Limone di prima classe gli presentò le armi e
prese il comando. Fatti dieci passi, ordinò cinque minuti
di riposo. Stava per ordinare l'attacco finale - ormai
il castello distava si e no cento metri - quando si udì un
boato tremendo e un proiettile di proporzioni mai viste
cominciò a rotolare giù per la china, in direzione dei
quaranta generali. I quali, senza aspettare il comando
del Limone di prima classe, fecero dietro front e si ritirarono
verso il basso a tutta velocità. La loro velocità
però, era molto inferiore a quella della misteriosa valanga,
che in pochi secondi fu loro sopra, ne schiacciò una
ventina come se fossero prugne mature e continuò a
precipitare a valle, attraversò il cancello, respinse la cavalleria
di Don Prezzemolo che si preparava all'attacco
e rovesciò il calesse delle Contesse del Ciliegio.
Quando si arrestò, si vide che non si trattava di una
mina magnetica o di una botte di dinamite, ma dello
sventurato barone Melarancia.
- Cugino carissimo! - gridò affettuosamente
Donna Prima, accorrendo verso di lui impolverata e
scarmigliata come si era sollevata dalla caduta.
- Signora, non ho l'onore di conoscervi. Non sono
mai stato in Africa. -
- Ma sono io, sono Donna Prima. -
- O cielo, ma che cosa vi è saltato in mente di
mascherarvi a quel modo? -
- E' stato per ragioni strategiche. Ma voi piuttosto,
come mai siete piombato giù a quel modo? -
- Sono venuto in vostro soccorso. In un modo un
po' violento, lo ammetto. Ma non avevo scelta. Ci ho
messo tutta la notte a liberarmi dalla cantina, dove
quei banditi mi avevano rinchiuso. Figuratevi che ho
rosicchiato la porta con i denti. -
- Avrete rosicchiato una mezza dozzina di botti
- borbottò Pomodoro, livido.
- Una volta giunto all'aperto, mi sono lasciato
rotolare giù per la china, travolgendo una tribù di negri,
certamente assoldata da quei briganti per occupare il
Castello. -
Quando Donna Prima gli spiegò che si trattava di
quaranta generali, il povero barone non riusciva a darsi
pace, ma in fondo si sentiva orgoglioso della propria
forza.
Il Principe Limone, che aveva finito di prendere il
bagno nella sua tenda proprio in quel momento, nel
constatare le perdite del suo esercito credette che il nemico
avesse fatto una sortita e fu molto contrariato
quando gli fecero osservare che il disastro era stato prodotto
da un alleato pieno di buone intenzioni.
- Io non ho firmato alleanze con nessuno. Le mie
guerre le combatto da solo - disse sdegnosamente. E
radunate le truppe che gli restavano - tra generali soldati
e generi diversi una trentina di uomini - fece questo
discorso:
- Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi
guardo io. -
I Principi non apprezzano l'amicizia. Così riescono
sempre ad avere amici pericolosi, e allora si consolano
citando proverbi che non hanno nè capo nè coda.
Dopo un quarto d'ora fu lanciato un secondo attacco.
Dieci uomini scelti marciarono di corsa sù per la
salita, lanciando urla selvagge per spaventare almeno
i bambini e le donne che si trovavano tra gli assediati.
Essi furono accolti con molta cortesia. Perfino troppa,
direi. Cipollino aveva fatto applicare delle pompe da
incendio ai tini più panciuti della cantina. Quando gli
assalitori furono a tiro ordinò:
- Vino! -
(Avrebbe dovuto ordinare fuoco! - osserveranno
i soliti critici - ma quelle erano pompe per spegnere
il fuoco, non per accenderlo).
Gli assalitori furono innaffiati dai robusti getti
rossi e profumati. Il vino entrava loro nella bocca e nel
naso, minacciando di affogarli.
Fecero dietro-front piuttosto a malincuore e cominciarono
a ridiscendere, inseguiti dagli zampilli delle
pompe, che non cessavano di perseguitarli.
Giunsero in basso completamente ubriachi, con
grande scandalo delle Contesse.
Figuratevi gli strilli del Principe:
- Vergogna! Meritereste di essere tutti bastonati
per bene. Quale volgarità, bere vino rosso a digiuno!
Ecco altri dieci uomini fuori combattimento. -
I dieci guerrieri, infatti, uno dopo l'altro, si sdraiarono
ai piedi di Sua Altezza e cominciarono a russare
della grossa.
La situazione diventava di minuto in minuto più
tragica.
Pomodoro si metteva le mani nei capelli e tempestava
Mister Carotino:
- Consigliate qualche cosa! Siete, si o no, il consigliere
militare straniero? -
Al Castello invece come potete facilmente immaginare,
l'entusiasmo era al colmo.
Una buona metà dei nemici era ormai liquidata.
Forse tra poco si sarebbe vista spuntare una bandiera
bianca laggiù tra i due pilastri rossi del cancello.
Cipollino fa la conoscenza di un ragno portalettere
No, è inutile che io tenti di ingannarvi: tra i pilastri
del cancello non spuntò mai la bandiera bianca. Spuntò
invece un'intera divisione di Limoncini appena arrivata
dalla capitale, e ai nostri non restò che la resa o la fuga.
Cipollino tentò la fuga dalla parte della cantina:
ma la galleria che conduceva al bosco risultò occupata
dalle truppe del Principe.
Chi aveva svelato loro il segreto della galleria?
Anche questo non ve lo posso nascondere: era stato
Pisello. Vista la mala parata, l'avvocato era passato al
nemico, per paura di essere impiccato una seconda volta.
La gioia di Pomodoro per la cattura di Cipollino fu
tanta, che tutti gli altri prigionieri furono lasciati liberi
e tornarono alle loro case, mentre Ciliegino fu messo
in castigo in soffitta.
Cipollino fu accompagnato all'ergastolo da una
intera compagnia di Limoncini, e rinchiuso in una cella
sotterranea.
Due volte al giorno un Limonaccio di guardia gli
portava una zuppa di pane ed acqua in una ciotola. Cipollino
la mandava giù senza nemmeno vederla, un po'
perchè aveva fame, un po' perchè in carcere non accendevano
mai la luce. Il resto della giornata Cipollino
restava sdraiato sul tavolaccio a pensare.
- Se potessi incontrare il mio babbo - pensava
se almeno potessi fargli sapere che sono qui anch'io. -
Giorno e notte una pattuglia di Limoncini passeggiava
davanti alla porta della cella, battendo forte
i tacchi.
- Mettetevi almeno i tacchi di gomma! - gridava
Cipollino, che non riusciva a dormire. Ma quelli non si
voltavano nemmeno.
Dopo una settimana lo vennero a prendere.
- Dove mi conducete? - domandò Cipollino, che
credeva lo portassero al patibolo. Invece lo portarono
in cortile per fare una passeggiatina. Cipollino dovette
sgridare le sue gambe perchè non erano più abituate a
portarlo, poi dovette prendersela con gli occhi perchè
non erano più abituati alla luce e non riuscivano ad
aprirsi.
Il cortile era rotondo, e gli ergastolani, vestiti tutti
di una divisa a strisce bianche e nere, passeggiavano in
fila indiana, in tondo in tondo.
Era severamente proibito di parlare. Al centro del
circolo un Limonaccio segnava il passo con il tamburo:
- Unò... duè.. unò... duè... -
Cipollino entro' nella fila e si trovo' a camminare
dietro un vecchio prigioniero dalle spalle curve e dai
capelli grigi. Di quando in quando tossiva, e le sue
spalle sussultavano dolorosamente.
- Povero vecchio - pensava Cipollino - se non
fosse tanto vecchio assomiglierebbe al mio babbo. - Ad
un tratto il prigioniero fu colto da un accesso di tosse
così forte che comincio' a barcollare e dovette appoggiarsi
al muro per non cadere. Cipollino accorse al suo
fianco per sorreggerlo e fissò il suo volto solcato da
mille rughe. Anche il prigioniero lo guardo' con gli occhi
semispenti, poi lo afferrò per le spalle e sussurro':
- Cipollino, figlio mio! -
- Babbo, come siete invecchiato. -
Padre e figlio si abbracciarono piangendo.
- Cipollino, non piangere - mormorava il vecchio
- fatti coraggio. -
- Io non piango, babbo. Mi dispiace di vedervi
così vecchio e malato. Io che avevo promesso di venirvi
a liberare! -
- Non ti crucciare. Torneranno anche per noi i
giorni felici. -
Ma proprio in quel momento il Limonaccio che
batteva il passo picchio' un terribile colpo sul suo
tamburo:
- Ehi, là, voi due! Non vedete che mi scompaginate
tutta la fila? In marcia! -
Cipollone si staccò vivamente dal figlio e riprese a
camminare. Fecero ancora due giri del cortile, poi la
fila cominciò a rientrare nel corridoio che portava alle
celle.
- Ti farò sapere mie notizie - bisbiglio' Cipollone.
- Ma come? -
- Vedrai. Sta di buon animo, Cipollino. -
- Arrivederci, babbo. -
E il vecchio sparì nella sua cella. La cella di Cipollino
era due piani più sotto, nel sotterraneo. Adesso che
aveva rivisto il suo babbo, non gli sembrava più tanto
buia. Del resto, a guardarci bene, dal finestrino che dava
sul corridoio un pochino di luce veniva. Ma un pochino
tanto pochino, abbastanza per veder sfilare avanti e indietro
le baionette dei Limoncini.
Il giorno dopo, mentre si divertiva a contare e ricontare
quelle baionette per far passare il tempo, Cipollino
si sentì chiamare da una vocina strana, che non si
capiva da che parte venisse.
- Chi mi chiama? - domandò stupito.
- Guarda sul muro. -
- Ho un bel guardare, non vedo nemmeno il
muro. -
- Guarda vicino al finestrino. -
- Ora ti ho visto. Ma tu sei un ragno. Che vuoi
mai prendere qua sotto? Alle mosche non piace stare
all'umido. -
- Sono Ragno Zoppo e ho anche la mia rete, al
piano di sopra. Quando ho fame ci vado a guardare e
qualcosa ci trovo sempre. -
Un Limonaccio picchiò violentemente la porta.
- Silenzio, lì dentro. Si può sapere con chi parli? -
- Sto dicendo le orazioni che mi ha insegnato la
mia mamma - rispose Cipollino.
- Dille sottovoce - ribattè la guardia - ci fai
sbagliare il passo. -
I Limoncini erano tanto stupidi che appena sentivano
un rumore non erano più capaci di marciare al
passo.
Ragno Zoppo scese più in basso e bisbigliò, con la
sua vocina vellutata:
- Ho un messaggio per te, da parte del tuo
babbo. -
«...un proiettile di proporzioni mai viste cominciò a rotolare
giù per la china...» (pag. 178)
Difatti lasciò cadere un biglietto, che Cipollino
stupefatto aprì e lesse d'un fiato. Diceva solamente:
- Cipollino caro, sono al corrente di tutte le tue
avventure. Non te la prendere se le cose non ti sono andate
come volevi. Al tuo posto avrei fatto lo stesso. Un
po' di prigione non ti farà poi tanto male: potrai continuare
i tuoi studi ed avrai tempo per rimettere ordine
nei tuoi pensieri. La persona che ti recapita questo
messaggio è il nostro portalettere. Abbi fiducia in lui
e mandami notizie per suo mezzo. Ti abbraccio affettuosamente:
tuo padre Cipollone. -
- Hai finito di leggere, - domandò il ragno.
- Sì, ho finito. -
- Bene, allora metti in bocca il biglietto, masticalo
e inghiottilo. Le guardie non lo devono trovare. -
- Ecco fatto - disse Cipollino, masticando il
foglietto.
- E adesso - disse il ragno - arrivederci.
- Dove vai? -
- Vado a distribuire la posta. -
Cipollino si accorse che il ragno aveva al collo una
borsa come quelle dei portalettere, gonfia di biglietti.
- A chi porti tutte quelle lettere? -
- Da cinque anni faccio questo mestiere: tutte le
mattine faccio il giro delle celle e raccolgo la posta, poi
la distribuisco. Le guardie non mi hanno mai scoperto,
e non hanno mai trovato nemmeno un bigliettino. Così
i prigionieri possono scambiarsi le notizie. -
- Ma come si procurano la carta? -
- Non scrivono mica sulla carta, scrivono su un
pezzetto della loro camicia. -
- Adesso mi spiego lo strano sapore di quel biglietto.
- fece Cipollino.
- L'inchiostro - proseguì il ragno - si fa con
l'acqua della zuppa, grattandoci dentro qualche briciola
di mattone dal muro. -
- Ho capito - disse Cipollino - domattina passa
dalla mia cella. Avrò della posta da consegnarti. -
- Senz'altro - promise il ragno. E si avviò. Cipollino
si accorse solo allora che zoppicava.
- Ti sei fatto male? -
- Macchè, sono i reumatismi. Stare all'umido non
mi fa bene affatto. Sono vecchio, avrei tanto bisogno di
andare un poco in campagna. Ho un fratello che abita
in un campo di granturco: stende la sua rete tutte le mattine
tra due fili d'erba e tutto il giorno si gode il sole e
l'aria pura. Mi ha scritto tante volte invitandomi ad andarlo
a trovare, ma ormai mi sono preso questo incarico.
Io dico che quando uno si prende un incarico lo deve
mantenere. Io poi ce l'ho sù col Principe Limone, perchè
un suo servitore ha ucciso mio padre. Lo ha schiacciato
sul muro della cucina, povero vecchio.
C'è ancora la macchia su quel muro. Ogni tanto la
vado a rivedere e dico così: Spero che un giorno anche
il Principe finisca su un muro, e che non resti nemmeno
la sua macchia. Dico bene? -
- Non ho mai trovato un ragno così generoso -
disse Cipollino, gentilmente.
- Si fa quello che si può - rispose modestamente
il ragno. E zoppicando raggiunse il finestrino, passò
sotto il naso di un Limonaccio che si era fermato a guardar
dentro per vedere se tutto era in regola, e continuò
il suo giro.
Cipollino perde ogni speranza
Cipollino si strappò un lembo di camicia e lo ritagliò
in tanti pezzettini.
- Ecco pronta la carta da lettere - pensò soddisfatto.
- E adesso aspettiamo che ci portino l'inchiostro. -
Quando il Limonaccio di guardia gli porto' la zuppa,
non ne mangiò nemmeno un boccone. Graffiò dal
muro un poco di mattone, servendosi del cucchiaio, e lo
versò nell'acqua. Mescolò un poco, poi, servendosi del
manico del cucchiaio, scrisse le lettere che aveva pensato.
- Caro babbo - diceva la prima lettera - ricordate
che vi ho promesso di venirvi a liberare? Ebbene, il
momento si avvicina. Ho in mente un piano che ci permetterà
di fuggire. Vi abbraccio, vostro figlio Cipollino. -
La seconda lettera, indirizzata alla Talpa, diceva:
- Vecchia Talpa del mio cuore, non credere che ti
abbia dimenticata.
In prigione non ho niente da fare e continuo a
pensare ai vecchi amici.
Pensa e pensa, ho pensato che forse tu puoi aiutarmi
ad uscire di qui e a liberare il mio babbo. L'impresa
è un po' difficile, lo riconosco. Ma se tu sei in grado di
radunare un centinaio di Talpe e di farti aiutare, da loro,
non sarà impossibile. Aspetto una tua pronta risposta,
ossia aspetto il momento in cui sbucherai nella mia cella.
Il tuo vecchio amico Cipollino.
Poscritto - Questa volta non ti farai male agli
occhi. L'ergastolo è più buio di un pozzo d'inchiostro. -
La terza lettera era per Ciliegino, e diceva così:
- Caro Ciliegino, sono senza tue notizie, ma sono
sicuro che non ti sarai perso di coraggio per la nostra
sconfitta. Ti prometto che metterò a posto, una volta
per sempre, il Cavalier Pomodoro. In prigione ho pensato
tante cose che fuori non avrei avuto il tempo di
pensare. Tu devi aiutarmi a uscire di qui. Consegna alla
Talpa la mia lettera, nel posto che tu sai. Ti manderò
altre istruzioni. Saluti a tutti. Cipollino. -
Nascose le tre lettere sotto il guanciale, versò l'inchiostro
che gli rimaneva in una piccola buca sotto il
letto, rese la ciotola al Limonaccio, quando passò per la
ispezione serale, e si addormentò.
Il mattino dopo Ragno Zoppo gli portò un'altra
lettera del babbo. Il povero Cipollone era ansioso di
ricevere notizie da Cipollino, ma gli raccomandava di
non consumare troppo presto la camicia.
Cipollino si strappò quasi mezza camicia, la
distese per terra, intinse il dito nel calamaio, ossia, nella
buchetta sotto il letto e cominciò a scrivere.
- Che fai? - domando il postino, indignato -
se usi dei fogli così grandi tra una settimana non avrai
più carta per scrivere. -
- Non ti preoccupare - rispose Cipollino - tra
una settimana non sarò più qui. -
- Figliuolo, tu ti illudi. -
- Puo' darsi. Ma intanto, invece di stare a farmi
delle prediche, non potresti darmi una mano? -
- Ti do anche tutte le mie otto zampe. Che cosa
hai in mente? -
- Voglio disegnare su questa mezza camicia una
pianta della prigione, segnando al posto giusto i diversi
piani, il muro di cinta, il cortile e tutto il resto. -
- Oh, non è difficile. Conosco le prigioni centimetro
quadrato per centimetro quadrato. -
Con l'aiuto di Ragno Zoppo, Cipollino stese in un
momento la carta della prigione e segnò con una croce
il cortile.
- Perchè hai segnato quella croce? - domando'
il ragno.
- Te lo spiegherò un'altra volta. - rispose Cipollino,
evasivamente - Ora ti consegno una lettera
per il mio babbo; queste altre due lettere e la pianta invece
dovresti recapitarla a un mio amico. -
- Fuori della prigione? -
- Si, al visconte Ciliegino. -
- Abita lontano? -
- Abita al Castello del Ciliegio. -
- So dov'è. Ho un cugino impiegato nel solaio
del Castello. Mi ha mandato a dire tante volte di andarlo
a trovare ma non ho mai avuto tempo. Dice che si sta
una bellezza. Ma se io vado fin laggiù, chi farà il servizio
postale? -
- Tra andare e venire ti ci vorranno due giorni,
con quella gamba zoppa. Per due giorni, si potrà fare a
meno della posta. -
- Non mi assenterei dal mio servizio - disse Ragno
Zoppo - ma dal momento che non si tratta di un
viaggio di piacere... -
- Tutt'altro - disse Cipollino - si tratta di un
viaggio molto importante, di una missione delicatissima.
Pensa che dall'esito del tuo viaggio può dipendere
la libertà per i prigionieri. -
- Per tutti? -
- Per tutti - promise Cipollino.
- In questo caso, appena terminato il giro mi metto
in viaggio. -
- Non so come ringraziarti. -
- Oh non ci pensare nemmeno, - rispose Ragno
Zoppo - se la prigione si vuota potrò finalmente andare
a starmene in campagna. -
Mise le tre lettere nella borsa, se la gettò a tracolla
e si avviò zoppicando verso il finestrino.
- Arrivederci - bisbigliò Cipollino, mettendo il
naso tra le sbarre per seguire il postino che si arrampicava
verso il soffitto per viaggiare più comodamente.
- E buon viaggio. -
Dal momento che lo vide sparire nel buio, Cipollino
cominciò a contare le ore e i minuti della sua assenza.
Dopo ventiquattrore pensò:
- A quest'ora dev'essere nelle vicinanze del Castello.
Lì troverà certamente qualcuno che gli indicherà la
strada. Se poi sapranno che è cugino di quel famoso Ragno
del solaio, può darsi perfino che qualcuno lo accompagni. -
Gli pareva di vedere il piccolo vecchio ragnetto
arrampicarsi zoppicando fino al solaio, farsi indicare la
camera di Ciliegino, scendere giù per la parete, avvicinarsi
al letto del Visconte e svegliarlo con un bisbiglio
per consegnargli i messaggi.
Poi Cipollino non ebbe più pace. Da un'ora all'altra
ormai il Ragno poteva essere di ritorno. Ma passa un
giorno, ne passano due, il ragno non si vede comparire.
Passarono tre giorni. I prigionieri erano preoccupati per
la mancanza di posta. Siccome il Ragno non aveva svelato
a nessuno il segreto della sua missione, ma aveva
detto che si prendeva qualche giorno di ferie, più di un
ergastolano pensava in cuor suo che il Ragno li avesse
ormai abbandonati al loro destino per andare a starsene
in campagna, come aveva sempre sognato. Cipollino
non sapeva che pensare.
Il quarto giorno era giorno di passeggiata, ma Cipollino
non vide suo padre e nessuno seppe dargliene
notizia. Rientrò nella cella piuttosto scoraggiato e si
gettò sul tavolaccio. Aveva quasi perso ogni speranza.
Le avventure di Ragno Zoppo e Sette e mezzo
Che cos'era successo al Ragno postino?
Vi narrerò in due parole la sua storia.
Appena uscito dal carcere si avviò giù per il corso,
camminando rasente al marciapiede per non essere travolto
dalle carrozze. La ruota di una bicicletta lo sfiorò,
minacciando di schiacciarlo miseramente. Fece appena
in tempo a scansarsi.
- Mamma mia - pensò spaventato - a momenti
il mio viaggio finisce prima di cominciare. -
Per fortuna trovò un tombino e si calò nella fogna.
Non aveva messo dentro tutta la testa che si sentì
chiamare.
Era un suo vecchio conoscente, un po' parente di suo
padre, che anche lui viveva nella cucina del Castello, una
volta. Si chiamava Sette e mezzo, perchè aveva sette zampe
e mezza: l'altra metà l'aveva perduta in un incidente,
ossia per un colpo di scopa male assestato.
Ragno Zoppo lo salutò con molto rispetto e Sette
e mezzo gli si mise al fianco, cominciando a parlare dei
bei tempi.
Ogni tanto si fermava, per spiegare come erano andate
le cose quella volta della scopa, ma Ragno Zoppo
tirava via, senza cedere alla tentazione di una bella
chiacchierata.
- Ma dove vai con tanta fretta? - chiese infine
Sette e mezzo.
- Vado a trovare mio cugino - rispose evasivamente
Ragno Zoppo, che non voleva stare a raccontargli
tutta la storia di Cipollino, del Visconte e della Talpa.
- Quello che sta al Castello del Ciliegio? Mi ha
giusto invitato a passare una settimana nel suo solaio.
Quasi quasi ti ci accompagno: in questo momento non
ho affari urgenti. -
Ragno Zoppo non sapeva se essere contento o no
della compagnia. Ma poi pensò che in due il tempo
passa prima, e ci si aiuta se succede qualche inconveniente.
- Ben volentieri - rispose - se siete disposto a
camminare un poco più in fretta, perchè ho una commissione
da fare e non vorrei arrivare in ritardo. -
- Fai sempre il postino in prigione? - domandò
Sette e mezzo.
- Oh, adesso mi sono licenziato - rispose Ragno
Zoppo. Sette e mezzo era un amico, ma certe cose non
le devono sapere nemmeno gli amici.
Così chiacchierando, giunsero finalmente fuori di
città e poterono uscire dalla fogna. Ragno Zoppo tirò
un respiro di sollievo, perchè là sotto c'era un cattivo
odore che gli dava il voltastomaco. In breve furono tra
il verde dei campi. Era una bella giornata, e il vento
agitava dolcemente l'erba profumata. Sette e mezzo
spalancava la bocca come se volesse respirare tutto il vento
in una volta.
- Che delizia - esclamava - da tre anni non
mettevo il naso fuori della mia fogna, ma adesso credo
che non ci tornerò mai più e mi stabilirò in campagna.
- La campagna è già molto popolata - osservò
Ragno Zoppo, indicando al suo compagno una lunga
fila di formiche, affaccendatissime a trasportare un bruco
nel formicaio.
- A lor signori non piace la compagnia della gente -
malignò un grillo, affacciato sulla soglia del suo
buco.
Sette e mezzo volle a tutti i costi fermarsi a spiegare
al grillo la sua opinione sulla campagna. Il grillo rispose,
Sette e mezzo ribattè, il grillo esclamò. Sette e mezzo
gridò, non la finivano più di chiacchierare, e il tempo
passava.
Molta gente si era intanto radunata ad ascoltare i
grilli, cocciniglie, e, a debita distanza, perfino qualche
moscerino temerario. Un passero che fungeva da vigile
urbano notò l'assembramento e si abbassò per disperderlo,
adocchiando subito Sette e mezzo.
- Ecco un buon boccone per i miei piccoli - borbotto'
tra sè. Fu il moscerino a dare l'allarme:
- Attenzione, la polizia! -
In un attimo non si vide più nessuno, sembrava
che la terra li avesse inghiottiti. Ragno Zoppo e Sette e
mezzo si rifugiarono nella tana del Grillo, che chiuse
precipitosamente la porta e rimase di guardia.
Sette e mezzo tremava come una foglia, e Ragno
Zoppo cominciava a pentirsi di aver preso con sè un
compagno così chiacchierone, che gli faceva perdere del
tempo e attirava su di loro l'attenzione della polizia.
- Eccomi segnalato - pensava tra sè il vecchio
postino - il passero ha certamente preso nota della mia
presenza nel suo registro. E quando si è segnati là sopra
è facile finir male. -
Si rivolse a Sette e mezzo e gli disse:
- Compare, come vedete, il viaggio è pericoloso.
Che ne direste se a questo punto ci dividessimo? -
- Mi meraviglio molto di te - esclamò Sette e
mezzo - prima mi convinci a seguirti per mare e per
terra, poi mi vuoi lasciare nelle peste. Bell'amico, in fede
mia. -
- Siete stato voi a volermi seguire. Ma il punto
non è questo. Io ho una commissione da fare al Castello
e non intendo passare la giornata in questo buco, pur
ringraziando il Grillo per la sua ospitalità. -
- Ed io verrò con te - dichiarò Sette e mezzo -
ho promesso a tuo cugino di andarlo a trovare e voglio
tener fede alle mie promesse. -
- Allora andiamo - fece Ragno Zoppo.
- Aspettate un minuto che guardo se c'è la polizia -
fece il Grillo.
Aprì cautamente la porta: il passero era ancora lì
sopra. Volava basso, scrutando diligentemente l'erba
filo per filo.
Sette e mezzo tirò un lungo sospiro preoccupato e
dichiarò che in quelle condizioni non avrebbe mosso un
passo, ed avrebbe impedito anche a Ragno Zoppo di
muoversi.
- Non ti permetterò di arrischiare la vita - disse
- ho conosciuto tuo padre e mi sento responsabile
verso di lui della tua salvezza. -
Non restò che aspettare. E siccome il Passero non
mollò per un istante, tutta la giornata se ne andò in
quella vana attesa. Solo al tramonto la polizia si ritirò
nelle sue caserme, ossia sui cipressi accanto al cimitero,
e i nostri due viaggiatori poterono rimettersi la strada
fra le zampe.
Ragno Zoppo era molto contrariato per aver perso
tutta la giornata.
Durante la notte poterono compiere un bel po' di
strada, ma ad un certo punto Sette e mezzo dichiarò
che era stanco e desiderava riposare.
- Non possiamo - protestò Ragno Zoppo
- non possiamo assolutamente. Io non mi fermerò. -
- Vorresti dunque lasciarmi a mezza strada, e per
di più di notte. Così tratti i vecchi amici di tuo padre?
Ah, come vorrei che quel povero vecchio fosse qui per
poterti rimproverare come ti meriti. -
Tanto disse e tanto fece che Ragno Zoppo dovette
rassegnarsi. Si cercarono un posticino sotto la grondaia
di una chiesa e si accomodarono per riposare.
Ragno Zoppo, è inutile dirlo, non potè chiudere
occhio e passò il tempo a guardare con rabbia il suo
vecchio compagno di viaggio che russava beatamente.
- Se non fosse per lui a quest'ora sarei già arrivato
e forse sarei già sulla strada del ritorno. -
Appena il cielo cominciò a schiarirsi ad oriente, lo
destò senza tanti complimenti.
- In cammino - ordinò.
Ma dovette ancora aspettare che Sette e mezzo si facesse
un'accurata pulizia. Il vecchio chiacchierone si
ripulì coscienziosamente le sue sette zampe e mezza, e
solo dopo queste operazioni dichiarò che era pronto a
proseguire.
La mattina passò senza ulteriori incidenti. Verso
mezzogiorno, per nascondersi alla vista di un altro passero
che si avvicinava minacciosamente da quella parte
si infilarono in una specie di galleria. Quando ne uscirono,
dopo essersi assicurati che il pericolo era passato,
si trovarono in un largo piazzale senz'erba, pesticciato
in tutti i sensi da impronte irriconoscibili.
- Strano posto - osservò Sette e mezzo - si direbbe
che un intiero esercito sia passato da questi
parti. -
Da un lato del piazzale si ergeva una costruzione
bassa, dalla quale venivano voci sospette.
- Io non sono curioso - dichiarò ancora Sette e
mezzo - ma darei un pezzetto della mia ottava zampa
per sapere dove ci troviamo, e che gente abita là dentro. -
Ragno Zoppo tirava via di buon passo, senza guardarsi
attorno. Era stanco morto, perchè non aveva chiuso
occhio durante la notte, e gli doleva il capo a causa
di un principio di insolazione. Aveva lo strano presentimento
che non sarebbe arrivato mai al Castello,
- come se il Castello, invece di avvicinarsi, si allontanasse
sempre più. Chissà poi se avevano conservato la direzione
giusta: ormai avrebbero dovuto essere in vista
almeno della torre più alta. E' vero che erano tutt'e due
vecchi e senza occhiali, perchè non si è mai visto un ragno
con gli occhiali, e può anche darsi che fossero passati
accanto al Castello senza accorgersene.
Ragno Zoppo era assorto in questi pensieri quando
un piccolo bruco verde passò accanto a loro a tutta
velocità, gridando:
- Si salvi chi può! Arrivano le galline. -
- Siamo perduti - esclamò terrorizzato Sette e
mezzo, che aveva sentito parlare di questi terribili nemici.
E cominciò a correre con tutta la forza delle sue sette
zampe, saltellando sul moncone dell'ottava.
Ragno Zoppo non fu così pronto, un po' perchè
era distratto, un po' perchè non aveva mai sentito parlare
delle galline. Quando una di quelle bestiacce enormi
gli fu sopra, ebbe appena la presenza di spirito di staccarsi
la bisaccia dal collo, di gettarla sulle spalle del
vecchio amico, e di gridargli:
- Porta il messaggio a... -
Ma non fece in tempo a dire a chi doveva essere portato
il messaggio.
La gallina ne aveva fatto un solo boccone. Povero
Ragno Zoppo, non avrebbe più portato la posta di cella
in cella, non si sarebbe più fermato a chiacchierare con i
prigionieri. Nessuno l'avrebbe più visto arrampicarsi
zoppicando su per i tetri umidi muri del carcere.
La sua fine fu la salvezza di Sette e mezzo, che potè
raggiungere la rete del pollaio - ecco cos'era quel gran
piazzale - e mettersi in salvo prima che la gallina si
voltasse dalla sua parte. Poi, per lo sforzo sostenuto e
per la paura, svenne.
Quando rinvenne, non si ricordava più dove fosse.
II sole stava per tramontare, dunque era rimasto svenuto
parecchie ore.
A pochi passi di distanza vide il profilo minaccioso
della gallina, che per tutto quel tempo non lo aveva perso
di vista, ed aveva continuato a spennarsi il collo contro
la rete.
La vista del terribile becco gli ricordò improvvisamente
la triste fine di Ragno Zoppo. Sette e mezzo versò
una lagrima alla sua memoria, poi fece per alzarsi e
allora si accorse che la sua mezza zampa era rimasta
sotto un peso che la schiacciava. Scoprì la bisaccia che
Ragno Zoppo gli aveva gettato prima di morire, e che
non aveva avuto il tempo di osservare prima. Gli vennero
in mente anche le ultime parole del valoroso postino:
- Porta il messaggio a... -
- A chi? - si domandò Sette e mezzo - E quale
messaggio? Non farei meglio a gettare questa bisaccia
nel primo fosso e a tornarmene nella mia fogna?
Là non vi sono passeri, non vi sono galline. Ci sarà
un brutto odore, ma almeno non ci sono pericoli. Guarderò
nella bisaccia, ma soltanto per curiosità. -
Cominciò a leggere i messaggi e mano a mano che
procedeva nella lettura gli venivano le lagrime agli occhi
e doveva asciugarsele per poter continuare a leggere.
- E non mi aveva detto niente! E io che gli facevo
perdere tempo con le mie chiacchiere mentre aveva una
missione così importante da portare a termine. No, no,
è chiaro: per colpa mia Ragno Zoppo è morto, tocca
ora a me recapitare i suoi ultimi messaggi. E se io pure
dovrò morire, avrò almeno fatto qualcosa per onorare
la memoria di un fedele amico. Ho conosciuto suo padre
nelle cucine del palazzo del Governatore: gran brava
persona! Ho pianto sulla sua macchia, a metà strada tra
il pavimento e il soffitto! -
Si mise dunque in istrada, senza nemmeno ricordarsi
di dormire, e verso l'alba giunse al Castello. Trovò
facilmente la strada del solaio e lì fu accolto con molte
feste da Ragno Cugino, a cui narrò tutte le sue avventure.
Insieme recapitarono i messaggi a Ciliegino, che
viveva sempre in soffitta per castigo. Poi Ragno Cugino
propose a Sette e mezzo di passare tutta l'estate al Castello
e il vecchio chiacchierone accettò volentieri: la
strada del ritorno gli metteva troppa paura.
Dove si parla di un Limonaccio che non sapeva l'aritmetica
Una mattina il Limonaccio che portava a Cipollino
la zuppa di pane ed acqua dopo aver deposto per terra
la ciotola si fermò, fissò un momento Cipollino con
aria severa e disse:
- Tuo padre sta male. E' molto ammalato. -
- Cipollino avrebbe voluto saperne qualcosa di più,
fare delle domande. Ma il Limonaccio gli disse solo che
Cipollone non si poteva muovere dalla sua cella. E aggiunse
anche:
- Bada bene di non dire a nessuno che te l'ho fatto
sapere. Potrei perdere il posto, e ho una famiglia da
mantenere. -
Cipollino non rifiatò. Evidentemente non bastava
la divisa a fare un Limonaccio, e quel vecchio dalla faccia
feroce era in fondo un padre di famiglia che non
aveva trovato un mestiere migliore per mantenere i suoi
figli.
Quello stesso giorno era giorno di passeggiata. I prigionieri
uscirono nel cortile e cominciarono a girare in
tondo in tondo, mentre un Limonaccio segnava il passo
battendo il tamburo:
Unò... duè... unò... duè...
- Unò... - pensava Cipollino - il Ragno postino
è scomparso senza dar notizie di sè. Sono passati
dieci giorni dalla sua partenza e ormai è certo che non
ritornerà più. Non ha consegnato il messaggio, altrimenti
la Talpa sarebbe già arrivata. Unò... duè... il babbo
è malato e non c'è da pensare di fuggire. Come trasportarlo?
Come curarlo? Chissà per quanto tempo ci toccherebbe
di vivere alla macchia, senza medici e senza
medicine. Caro Cipollino, lascia ogni speranza e rassegnati
a passare tutta la tua vita in prigione. -
- E a restarci anche dopo morto - aggiunse mentalmente,
dando un'occhiata al cimitero della prigione
che si vedeva da una finestrina nel muro del cortile.
Quel giorno la passeggiata sembrava anche più triste
del solito. I detenuti, nelle loro divise a strisce bianche
e nere, camminavano con le spalle curve, e nessuno
tentava nemmeno di bisbigliare qualche parola al suo
vicino, come si faceva di solito. Tutti sognavano la libertà,
ma quel giorno la libertà sembrava lontana, più
lontana del sole, più lontana del sole nascosto tra le nubi
in una giornata piovosa. Come per accompagnare la
tristezza generale cominciò anche a piovere e i detenuti
si strinsero nelle spalle, continuando a camminare: infatti
la passeggiata si doveva fare con qualunque tempo.
Ad un tratto Cipollino si sentì chiamare:
- Cipollino! - sussurrò una ben nota voce nasale
- al prossimo giro rallenta. -
- La Talpa - fece tra sè Cipollino, mentre il
sangue gli dava un tuffo per la gioia. - E' arrivata
E' qui! -
Subito dopo pensò al babbo, chiuso nella sua cella.
Aveva tanta fretta di tornare al punto del circolo
in cui aveva sentito la voce della Talpa che urtò col
piede il detenuto che gli stava davanti. Questi si volse
e protestò:
- Sta attento dove metti i piedi. -
- Non te la prendere - bisbigliò Cipollino -
passa subito la voce che tra un quarto d'ora saremo tutti
fuori della prigione. -
- Ma sei matto? - fece di rimando il prigioniero.
- Fa come ti dico. Passa la voce di star pronti. Si
fugge durante la passeggiata. -
Il detenuto pensò che a passare questa voce non ci
perdeva niente.
Prima che il giro fosse terminato, il passo dei prigionieri
era diventato più energico, più vivace. Le spalle
si erano raddrizzate. Perfino il Limonaccio che suonava
il tamburo se ne accorse, e credette bene di elogiare
gli ergastolani:
- Così va bene - gridò - fuori il petto, dentro
la pancia, indietro quelle spalle... Uno'... duè... uno'...
duè... -
Non sembrava più la passeggiata di un gruppo di
detenuti, ma la marcia di una compagnia militare.
Quando Cipollino giunse al punto in cui aveva udito
la voce della Talpa rallentò.
- La galleria è pronta. L'imboccatura si trova un
passo a sinistra dei tuoi piedi. Non hai che da saltare
e la terra sprofonderà sotto i tuoi piedi, perchè ne abbiamo
lasciato solo una crosta sottilissima. -
- Cominceremo dal prossimo giro - rispose Cipollino.
La Talpa disse ancora qualcosa, ma Cipollino era
già passato avanti.
Urtò di nuovo col piede il detenuto che gli stava
davanti e bisbigliò:
- Al prossimo giro, quando ti urto col piede, gettati
un passo a sinistra e salta battendo forte per terra. -
Il prigioniero voleva fare delle domande, ma in quel
momento il Limonaccio che suonava il tamburo guardava
proprio dalla loro parte.
Bisognava far qualcosa per distrarlo. Fu passata la
voce e ad un certo punto un prigioniero esclamò:
- Ahi! -
- Che cosa succede? - gridò il Limonaccio voltandosi
di scatto.
- Mi hanno pestato un callo. - rispose il prigioniero.
Mentre il Limonaccio scrutava minacciosamente la
fila da quella parte, dall'altra parte la fila era arrivata
presso l'imbocco della galleria.
Cipollino urtò col piede il prigioniero che gli stava
davanti: questo balzò a sinistra, saltò con forza e sprofondò
sotto terra. Rimase un buco abbastanza largo
perchè ci potesse passare un uomo e Cipollino fece correre
la voce:
- Ad ogni giro fuggirà un prigioniero, quello che
io urterò col piede. -
Così fu. Ad ogni giro un prigioniero balzava a sinistra,
saltava nel buco e scompariva. Per prevenire il
pericolo che il Limonaccio se ne accorgesse, dall'altra
parte c'era sempre qualcuno che strillava forte forte:
- Ahi! Ahi! -
- Che succede? - tuonava il Limonaccio.
- Mi hanno pestato un callo! - rispondeva una
voce lamentosa.
«A ogni giro un prigioniero balzava a sinistra, saltava
nel buco e scompariva...» (pag. 208)
- Questa mattina non fate altro che darvi pedate.
State più attenti. -
Dopo cinque o sei giri, il Limonaccio cominciò a
guardare il cerchio dei prigionieri che gli giravano attorno
con una certa preoccupazione - Strano - pensava
- giurerei che la fila si è accorciata. -
Ma poi trovava che la sua era proprio una stupida
fissazione. - Eppure, eppure - diceva tra sè - mi
sembrano di meno. -
Per convincersi che la sua impressione era sbagliata
cominciò a contare i prigionieri; ma siccome questi giravano
in tondo, gli capitò di non ricordarsi da quale
aveva cominciato a contare e li contò due volte.
Così il conto non tornava, perchè i prigionieri erano
aumentati.
- Com'è possibile che siano cresciuti di numero!
Non possono mica essersi moltiplicati. Che stupida cosa
l'aritmetica. -
Come avrete già capito, il Limonaccio non era troppo
forte in quella materia. Ricominciò il conto da capo,
ed ogni volta che li contava i prigionieri crescevano di
numero. Infine decise di non contarli più, per non confondersi
le idee. Guardò la fila, si fregò gli occhi: possibile!
I prigionieri erano diventati la metà!
Alzò gli occhi al cielo sforzandosi di vedere se
qualche prigioniero veleggiasse tra le nuvole e proprio
in quel momento un altro prigioniero saltò nella galleria
e scomparve.
Ormai ne restavano ventotto. Cipollino non aveva
cessato tutto quel tempo di pensare a suo padre. Ogni
volta che un prigioniero, davanti a lui, saltava a sinistra
e si infilava nella galleria, gli si stringeva il cuore:
- Oh, se fosse il mio babbo! -
Ma Cipollone era chiuso nella sua cella e non c'era
da pensare a liberarlo. Cipollino decise in cuor suo che
avrebbe fatto fuggire tutti i prigionieri e lui sarebbe
rimasto con suo padre. Non voleva la libertà, se non
poteva goderne anche il vecchio Cipollone.
Ecco, ora non restavano che quindici prigionieri
dieci, nove, otto, sette.
Il Limonaccio, sbalordito, continuava meccanicamente
a suonare il tamburo.
- Qui il diavolo ci ha messo la coda - pensava
sgomento fra sè - ad ogni giro ne scompare uno. Che
devo fare? Mancano ancora sette minuti a finire la passeggiata.
Il regolamento è il regolamento. E se prima
della passeggiata sono scomparsi tutti? Ecco, ora ne restano
solo sei. Ma che dico, ne restano solo cinque. -
Cipollino aveva la morte nel cuore. Provò a chiamare
la Talpa, ma non ottenne risposta: avrebbe voluto
salutarla, dirle perchè non poteva fuggire.
In quel momento il Limonaccio, finalmente deciso a
porre termine all'incantesimo che gli aveva fatto sparire
sotto il naso tutti i prigionieri, gridò:
- Alt! -
Restavano quattro prigionieri e Cipollino.
Si fermarono sull'attenti e si guardarono in faccia.
- Via, presto - gridò Cipollino - prima che il
Limonaccio dia l'allarme. -
I prigionieri non se lo fecero ridire: uno dopo l'altro
si tuffarono nella galleria. Cipollino li stava a guardare
tristemente, ma ad un tratto si sentì afferrare per
le gambe. I suoi compagni avevano indovinato il suo
pensiero e senza tanti complimenti lo tirarono giù per
la galleria.
- Non fare lo stupido - gridavano - fuori di
prigione potrai essere utile al tuo babbo. Vieni via,
presto! -
- Aspettatemi, aspettatemi - faceva piangendo il
Limonaccio, che aveva finalmente scoperto il trucco
- vengo anch'io. Non abbandonatemi! Il Principe mi farebbe
impiccare. Fatemi venire con voi. -
- Aspettiamolo - ordinò Cipollino - dobbiamo
un poco anche a lui se siamo riusciti a fuggire. -
- Però facciamo presto - disse una voce nasale
al suo fianco - qui c'è una luce che non vorrei prendermi
un'insolazione. -
- Vecchia Talpa - esclamò Cipollino - non
possiamo fuggire. Il mio babbo è malato e chiuso nella
sua cella. -
La Talpa si grattò in testa.
- Ho visto dov'è la sua cella - disse poi - ho
studiato molto bene la pianta del carcere che mi hai mandata.
Ma faremo in tempo? Avresti dovuto avvisarmi
prima. -
Lanciò un richiamo, ed ecco in men che non si dica
un centinaio di talpe radunarsi davanti a Cipollino.
- Dobbiamo scavare un'altra piccola galleria -
disse la Vecchia Talpa.
- Questione di un quarto d'ora. -
Le Talpe non stettero nemmeno a pensarci, e si lanciarono
nella direzione indicata. In pochissimi minuti la
cella di Cipollone fu raggiunta. Cipollino vi balzò dentro
per il primo: il suo babbo era ancora là, sdraiato
sul tavolaccio e delirava.
Fecero appena in tempo a portarlo nella galleria,
mentre nelle celle irrompevano le guardie, che stavano
facendo il giro del carcere per cercare i prigionieri, non
riuscendo a spiegarsi la loro scomparsa.
Quando si resero conto che i prigionieri erano fuggiti,
pensarono spaventati alle terribili punizioni che
avrebbero ricevute dal Principe e tutti d'accordo gettarono
le armi e si infilarono a loro volta nella galleria
scavata dalle talpe.
Giunti in aperta campagna, entrarono nelle case dei
contadini, si spogliarono delle divise e indossarono abiti
da lavoro.
Gettarono via anche i campanelli che avevano sul
berretto: raccogliamoli noi, e diamoli ai bambini da
giocare.
Come dite? Cipollino?
Ah, la Talpa e Cipollino, credendosi inseguiti dalle
guardie, avevano fatto scavare un'altra galleria, abbandonando
il condotto che portava in campagna. Ecco
perchè le guardie non li avevano raggiunti.
«Ma adesso, dove si trovano?».
Pazienza, lo saprete.
Il Principe Limone alle corse dei carri frenati
Il Principe Limone aveva dato una grande festa.
- Bisogna che i miei sudditi si divertano - pensava
il Principe Limone - così non avranno tempo di
pensare ai loro guai. -
Aveva organizzato una grande corsa di cavalli, a
cui partecipavano tutti i Limoni di corte, di primo, di
secondo e di terzo grado, naturalmente nella parte di
cavaliere, non in quella di cavallo.
La specialità di quella corsa, era che i cavalli dovevano
correre tirando i carri frenati. Prima della partenza
i Limoni misero dei pesantissimi e robustissimi
freni alle ruote dei carri e il Principe passò lui stesso la
ispezione ai freni, per vedere se funzionavano.
Funzionavano tanto, che le ruote non giravano
nemmeno: i cavalli facevano perciò dieci, cento volte più
fatica a tirare i carri.
Quando il Principe diede il via, i poveri cavalli puntarono
gli zoccoli, inarcarono le zampe, cominciarono a
tirare con tutta la loro forza, perdendo bava dalla bocca.
Ma i carri non si muovevano di un palmo. Allora i Limoni
misero in azione le loro lussuosissime fruste, battendoli
ferocemente.
Qualche carro si mosse di pochi centimetri, e il Principe,
soddisfatto, battè le mani. Poi scese lui stesso nell'arena
e cominciò a frustare i cavalli a destra e a sinistra,
divertendosi un mondo.
- Frustate il mio, Altezza - gridavano i Limoni
per fargli piacere.
Il Principe frustava a più non posso.
I cavalli, impazziti dal terrore, piegavano le zampe
che pareva si dovessero spezzare.
Quel gioco crudele era stato inventato dal Principe,
perchè, diceva lui:
- Tutti i cavalli sono capaci di correre se gli sciogliete
la briglia! Io voglio vedere quelli che sono capaci
di correre se li tenete fermi. -
In verità, gli piaceva frustare i cavalli, e organizzava
quelle feste per sfogarsi.
La gente inorridiva, ma era costretta ad assistere al
feroce spettacolo, perchè se il Principe aveva deciso che
la gente si divertisse, la gente doveva divertirsi per forza.
Ad un tratto rimase con la frusta alzata, mentre gli
occhi gli si spalancavano che pareva volessero uscirgli
dalla testa. Le gambe cominciarono a tremargli, il viso
divenne più giallo che mai, e sotto il berretto giallo i
capelli gli si rizzarono, tanto che il campanello d'oro
squillò disperatamente.
Il povero Principe aveva visto la terra aprirsi davanti
ai suoi piedi.
Prima si era formata una crepa, poi un'altra, poi
era apparsa una gobba in mezzo al pavimento della
strada, una gobba di terra come quelle che in campagna
le Talpe innalzano in un batter d'occhio. In fine la gobba
si spaccò, la spaccatura si allargò, comparve una testa,
due spalle, e un piccolo vivace personaggio balzò
fuori dalla terra, aiutandosi con i gomiti e con i ginocchi:
Cipollino!
Si udì la voce nasale della Talpa che gridava spaventata:
- Cipollino torna indietro, abbiamo sbagliato
strada! -
Ma Cipollino non l'udiva nemmeno. A trovarsi davanti
la faccia sudata e spaventata del Principe Limone,
che brandiva la frusta col braccio alzato, immobile come
una statua di sale, il cuore gli aveva dato un balzo.
Senza riflettere a quel che faceva, si avvicinò al Governatore
e gli strappò di mano la frusta. La brandì e la
fece schioccare per aria un paio di volte, come per provarla,
poi l'abbassò con violenza sulle spalle del Principe
Limone, che era troppo atterrito per scansarsi, e si
prese la frustata sulla schiena.
- Ahi! - gridò il Governatore.
Cipollino alzò la frusta e l'abbassò di nuovo. Allora
il Governatore si voltò e fuggì via a gambe levate.
Quello fu il segnale. Dietro a Cipollino comparvero
come per incanto i prigionieri fuggiti dall'ergastolo e la
folla li riconobbe una dopo l'altro con grida di gioia. Il
padre riconosceva il figlio, la sposa riconosceva il marito.
In un momento i cordoni di polizia furono sopraffatti,
la folla si riversò nel corso e prese sulle spalle i
prigionieri per portarli in trionfo.
I Limoni di corte, spaventatissimi, tentarono di scappare.
Ma i carri, come sapete, erano frenati, e non si
muovevano di un palmo: così i Limoni furono presi e
legati come salami.
Il Principe Limone invece aveva fatto in tempo a
balzare sulla sua carrozza, che, non partecipando alla
corsa, non era frenata, e potè allontanarsi velocemente.
Non pensò nemmeno di recarsi al suo Palazzo, e prese
invece la strada dei campi, picchiando i cavalli con un
bastone per farli galoppare più in fretta. I cavalli, obbedienti,
galopparono tanto in fretta che la carrozza si
rovesciò, e il Principe Limone andò a ficcarsi a testa in
giù in un letamaio.
- Un posto adatto per lui - avrebbe detto Cipollino
se l'avesse potuto vedere.
Pomodoro mette una tassa sul cattivo tempo
Proprio mentre in città si svolgevano le grandi corse
dei cavalli frenati, in una sala del Castello del Ciliegio,
che fungeva da sala del Tribunale, Pomodoro aveva
fatto convocare tutti gli abitanti del villaggio per decidere
una causa molto importante.
Presidente, manco a dirlo, era lo stesso Pomodoro.
Avvocato, il sor Pisello. Don Prezzemolo fungeva da
uscere, e scriveva le risposte in un registrone con la mano
sinistra, per poter continuare a soffiarsi il naso con
la destra.
La gente era abbastanza spaventata, perchè ogni volta
che si radunava il Tribunale erano guai. L'ultima
volta, per esempio, il Tribunale aveva deciso che l'aria
era proprietà delle Contesse del Ciliegio, e che quindi si
doveva pagare l'affitto per quella che si respirava alla
amministrazione del Castello. Una volta al mese Pomodoro
faceva il giro delle case, faceva respirare profondamente
in sua presenza i cittadini e prendeva le misure del
loro respiro: poi faceva alcune moltiplicazioni e concludeva
fissando la cifra che doveva pagare per respirare.
Il sor Zucchina, che come sapete sospirava continuamente,
era stato tassato di un affitto altissimo.
Il cavalier Pomodoro prese per primo la parola e
disse, nel più profondo silenzio:
- Negli ultimi tempi le entrate del Castello sono
state piuttosto scarse. Come sapete, le due povere vecchie
signore, orfane di padre e di madre, sono nella più
squallida miseria, e si trovano nella triste necessità di
mantenere anche il duchino Mandarino e il barone Melarancia,
per non lasciarli morire di fame. -
Mastro Uvetta lanciò un'occhiataccia al barone, che
sedeva in un angolo con gli occhi chiusi, e assaporava
una lepre in salmì con contorno di passerotti.
- Qui non si danno occhiatacce - ammonì severamente
Pomodoro - smettetela di guardare a quel
modo altrimenti faccio sgombrare l'aula. -
Mastro Uvetta si affrettò a guardare la punta delle
proprie scarpe.
- Le nobili Contesse, nostre amate padrone, hanno
dunque presentato richiesta scritta in carta da bollo
per ottenere il riconoscimento di un loro importante diritto.
Avvocato, date lettura del documento. -
Il sor Pisello si alzò, si schiarì la voce, gonfiò il petto
con aria d'importanza e cominciò a leggere:
- Le qui segnate Donna Prima e Donna Seconda
Del Ciliegio ritengono che, essendo padrone dell'aria,
devono essere riconosciute anche padrone della pioggia.
Esse chiedono perciò a tutti i cittadini il pagamento di
una tassa di cento lire per un acquazzone semplice, di
duecento lire per un temporale con tuoni e lampi, di trecento
lire per una nevicata e di quattrocento lire per una
grandinata. Seguono le firme. -
Il sor Pisello si sedette.
Il Presidente domandò:
- Sono in regola le carte da bollo? -
- Si, signor presidente - rispose il sor Pisello,
balzando nuovamente in piedi.
- Benissimo - concluse Pomodoro - se le carte
da bollo sono in regola le Contesse hanno ragione, e
questo Tribunale si ritira per pronunciare la sentenza. -
Il Cavaliere si alzò, raccolse la toga nera che gli era
scivolata dalle spalle e si ritirò in uno stanzino per stendere
la sentenza del Tribunale.
Pero Pera diede una leggera gomitata al suo vicino,
Pirro Porro, e gli bisbigliò timidamente:
- Trovate giusto che si debba pagare anche per la
grandine? Capisco per la pioggia e per la neve, che recano
vantaggio alla campagna. Ma una grandinata è
già una bella sventura da sola, ed ecco che proprio sulla
grandine mettono la tassa più alta. -
Pirro Porro non rispose. Continuava a lisciarsi nervosamente
i baffi, aiutato dalla moglie che così sfogava
la bile.
Mastro Uvetta si cercò in tasca una lesina per grattarsi
la testa, ma si ricordò che prima di entrare nell'aula
aveva dovuto consegnare le armi. Don Prezzemolo non
perdeva d'occhio l'aula e segnava continuamente:
- Pero Pera ha bisbigliato. Pirro Porro si liscia i
baffi. Sora Zucca sbuffa. Il sor Zucchina sospira due
volte. -
Faceva proprio come quegli scolari che la maestra
manda alla lavagna per scrivere i nomi dei cattivi, mentre
lei è in corridoio a parlare con le sue colleghe.
Nella colonna dei buoni, Don Prezzemolo scrisse:
- Il duchino Mandarino è buono. Il barone Melarancia
è buonissimo. Sta mangiando il trentaquattresimo
passerotto. -
- Ah - pensava Mastro Uvetta - se ci fosse qui
Cipollino, certe cose non succederebbero. Da quando
Cipollino è in prigione, siamo trattati come schiavi, senza
mai poter aprir bocca, per paura che Don Prezzemolo
ci segni nel suo libraccio. -
Difatti quelli che Don Prezzemolo segnava nella
colonna dei cattivi, dovevano poi pagare la multa. Mastro
Uvetta pagava quasi una multa al giorno, e certi
giorni perfino due multe.
Finalmente la Corte, ossia Pomodoro, rientrò nell'aula
delle udienze.
- In piedi! - ordinò Don Prezzemolo, il quale
però rimase seduto.
- Vi do lettura della sentenza - disse il Cavaliere
- Eccola: Il Tribunale riconosce che le Contesse hanno
il diritto di far pagare l'affitto sulla pioggia e sulle altre
intemperie celesti. Perciò stabilisce quanto segue: ogni
cittadino dovrà versare all'Amministrazione del Castello
il doppio di quanto le Contesse hanno chiesto. -
La sala fu percorsa da un mormorio.
- Silenzio! - strillò Pomodoro - altrimenti faccio
sgombrare l'aula. Non ho finito. Il Tribunale decide
anche che dovrà essere pagato l'affitto per la rugiada,
la brina, la nebbia e ogni altra forma di umidità. La
sentenza andrà in vigore fin da questo momento. -
Tutti guardarono spaventati fuori dalle finestre,
sperando di vedere il cielo sereno. Purtroppo invece, videro
che si stava avvicinando un temporale. - Mamma
mia - pensò Mastro Uvetta - ecco quattrocento lire
da pagare. -
- Maledizione alle nuvole. -
Anche Pomodoro guardò fuori della finestra, e la
sua faccia grassa e rossa si spianò ad un bellissimo sorriso.
- Eccellenza - gridò, il sor Pisello - siamo fortunati.
Il barometro si abbassa. Avremo certamente cattivo
tempo. -
Tutti gli lanciarono un'occhiata d'odio, meritandosi
un brutto segno da Don Prezzemolo, che non ne
perdonava una.
Quando il temporale scoppiò davvero, di lì a qualche
minuto il sor Pisello si mise addirittura a saltare sul
banco del Presidente, e Mastro Uvetta, con tutta la sua
rabbia, dovette accontentarsi di guardare più fissamente
la punta delle proprie scarpe per non beccarsi un'altra
multa.
La povera gente del villaggio guardava la pioggia
che cadeva come avrebbe guardato il finimondo. I tuoni
gli parevano altrettante cannonate. I lampi, era come
se gli scoppiassero tutti nel cuore.
Don Prezzemolo si bagnò la matita copiativa sulla
lingua e cominciò rapidamente a calcolare quanto ci guadagnava,
con tutta quella grazia di Dio, l'amministrazione
del Castello. Ne venne fuori una bella cifra, e
contando anche le multe addirittura un piccolo patrimonio.
La sora Zucca cominciò a piangere, e la moglie di
Pirro Porro la imitò subito, bagnando da cima a fondo
i baffi di suo marito, perchè li adoperava per asciugarsi
gli occhi.
Pomodoro si arrabbiò moltissimo e li cacciò tutti
fuori dell'aula.
Quei poveretti uscirono sotto l'acqua e s'incamminarono
giù per la discesa senza nemmeno affrettare il
passo. Non gli importava niente di bagnarsi e di prendersi
il raffreddore. Quando uno ha un male grosso,
quelli piccoli non li sente nemmeno.
Prima di arrivare al villaggio c'era un passaggio a
livello, e i nostri dovettero fermarsi, perchè stava per arrivare
il treno. Veder passare il treno al passaggio a livello
è sempre uno spettacolo interessante. Si vede la
macchina venire avanti sbuffando e gettando fumo dai
fumaioli. Nella sua cabina il macchinista, con un fiore
in bocca, tira allegramente la cordicella del fischio. Ai finestrini
si affaccia la gente che è stata alla fiera, i contadini
col tabarro, le contadine col fazzoletto nero in testa.
Sull'ultimo vagone...
- Giusto cielo - esclamò la sora Zucca - guardate
un po' sull'ultimo vagone. -
- Si direbbe - arrischiò timidamente il sor Zucchina
- si direbbe che sono orsi. -
Tre orsi stanno affacciati ai finestrini e guardavano
con interesse il paesaggio.
- Questa non si è mai vista - dichiarò Pirro Porro,
mentre i baffi gli si sollevavano per l'indignazione.
Uno dei tre orsi ebbe addirittura la sfacciataggine di
salutarli.
- Villano screanzato - gli gridò dietro Mastro
Uvetta - hai anche la faccia tosta di prenderci in
giro. -
Macchè, l'orso continuava a salutarli, e anche quando
il treno fu passato, si sporgeva dal finestrino agitando
la zampa e si sporse tanto che fu per cadere. Per fortuna
gli altri due orsi lo afferrarono per la coda e lo tirarono
dentro.
I nostri amici giunsero davanti alla stazione proprio
mentre il treno si fermava. Ed ecco di nuovo i tre orsi,
che uscivano dondolandosi gravemente. Il più vecchio
dei tre consegnò i biglietti al facchino.
- Sono tre orsi saltimbanchi - disse con disprezzo
Mastro Uvetta - sono venuti certamente con l'intenzione
di dar spettacolo. Ora si vedrà il domatore.
Sono sicuro che si tratta di uno di quei vecchi tedeschi
con la barba rossa e con un piffero di legno. -
Il domatore invece aveva un berrettino verde, un
paio di pantaloni blù pezzati sul ginocchio... un visino
vispo e intelligente... l'espressione di chi ne sta pensando
una bella.
- Cipollino! - gridò Mastro Uvetta mettendosi a
correre.
Era proprio Cipollino, che prima di tornare in campagna
era passato allo Zoo ed aveva liberato la famiglia
degli orsi. Il guardiano era tanto contento di rivederlo,
che gli avrebbe regalato anche l'Elefante, se lo avesse
voluto.
Ma l'Elefante non volle credere che c'era stata la Rivoluzione,
e rimase nella sua stalla, a scrivere le sue memorie.
Figuratevi gli abbracci, i baci, i racconti, eccetera eccetera.
E tutto sotto la pioggia, questo è il bello: quando
uno è contento, i piccoli guai non gli importano niente,
e non gli importa niente se si prende il raffreddore.
Pero Pera continuava a stringere la mano all'orsacchiotto
più giovane, balbettando commosso:
- Vi ricordate quando avete ballato al suono del
violino? -
L'orsacchiotto se ne ricordava e cominciò subito a
ballare, mentre i ragazzi battevano le mani.
Naturalmente Ciliegino fu subito avvisato del ritorno
di Cipollino: figuratevi gli abbracci dei due amici.
- Adesso basta con le feste - disse ad un certo
punto Cipollino - devo esporvi un piccolo piano... -
Mentre Cipollino espone il suo piano, andiamo un
po' a vedere che ne è stato del Principe Limone.
Un temporale che non finisce mai
Abbiamo lasciato il Governatore con la testa infilata
in un letamaio, con la scusa che ci stava comodo.
- Qui si sta caldi e tranquilli - diceva il Governatore,
sputando il letame che gli entrava in bocca.
- Resterò qui fin che le mie guardie avranno ripristinato
l'ordine pubblico. -
Essendo scappato senza voltarsi indietro, non sapeva
nemmeno che le sue guardie avevano tagliato la corda
e che i suoi Limoni riempivano le prigioni e che era
stata proclamata la Repubblica.
Quando la pioggia cominciò ad innaffiargli abbondantemente
il di dietro, il Principe cambiò idea:
- Questo posto è umido - disse - è meglio che
me ne cerchi uno più asciutto. -
Raddoppiò gli sgambettamenti e infine gli riuscì di
tirarsi fuori dal letamaio.
Allora si accorse di essere a pochi passi dal Castello
del Ciliegio.
- Come diavolo sono venuto a finir qui? - si domandò,
nettandosi gli occhi dal letame che glieli aveva
tappati come due finestre.
Si nascose dietro un pagliaio per lasciar passare una
specie di processione di gente - e voi sapete di chi si
trattava - poi si avviò sù per la salita. Suonò il campanello
e Fragoletta gli venne ad aprire.
- Le Contesse non ricevono mendicanti - disse
la fanciulla, sbattendogli la porta sul muso.
- Macchè mendicante, io sono il Governatore! -
Fragoletta lo guardò con compassione:
- Pover'uomo - disse - la miseria vi ha fatto
impazzire. -
- Macchè miseria, io sono ricchissimo! -
- A vedervi non si direbbe - aggiunse Fragoletta,
pulendogli la faccia col fazzoletto.
- Lasciatemi stare con quel moccichino, e annunciatemi
invece alle contesse. -
- Che cosa succede? - domandò Don Prezzemolo,
che passava di lì soffiandosi il naso.
- C'è un poveretto che crede di essere il Governatore. -
A Don Prezzemolo bastò un'occhiata per riconoscere
il Principe.
- Mi sono travestito così per conoscere da vicino
il mio popolo - dichiarò Limone, che si vergognava
dello stato in cui si trovava.
- Altezza si accomodi - fece Don Prezzemolo,
inchinandosi fino a terra.
Il Governatore entrò, fulminando con un'occhiata
Fragoletta.
Le Contesse non finivano mai di lodare la premura
del Governatore verso il popolo.
- Vedete quali disagi gli tocca di affrontare. -
- Tutto per il bene del popolo. - rispondeva il
Governatore, senza neanche arrossire, perchè non si è
mai visto un limone arrossire.
- E vostra Altezza come ha trovato il suo popolo? -
- Felice e contento - dichiarò il Principe - Non
conosco un popolo più felice del mio. -
E non sapeva di dire la verità: il suo popolo era
difatti felice in quel momento, ma solo perchè si era
sbarazzato di lui.
- Vostra Altezza desidera un cavallo per tornare
al Palazzo? - domandò Pomodoro.
- No, no - rispose vivacemente il Principe
- aspetterò che passi la bufera. -
- Faccio rispettosamente osservare - disse il Cavaliere,
stupito - che il temporale è finito, e che splende
di nuovo il sole. -
- Avete il coraggio di contraddirmi? - strillò il
Principe battendo i piedi.
- Veramente non capisco la vostra audacia - osservò
il barone Melarancia - se Sua Altezza dice che c'è
un temporale, per me questa è la verità. -
Cominciarono tutti a parlare del tempo.
- Che brutto tempo! - diceva Donna Prima,
guardando dalla finestra nel giardino, in cui il sole faceva
brillare come gemme i fiori bagnati dal temporale di
poco prima.
- Che acquazzone orribile! Guardate come viene
per traverso! - disse Donna Seconda, guardando un
raggio di sole che scendeva obliquamente da una nube
a riflettersi nel laghetto dei pesci rossi.
- Sentite che tuoni! - disse il duchino Mandarino
tappandosi le orecchie e fingendo di essere spaventatissimo.
- Fragoletta - gridò Donna Prima, con una trovata
geniale - corri subito a chiudere tutte le imposte! -
Fragoletta si affrettò a chiudere tutte le imposte del
Castello, e in breve in tutte le camere regnò il buio assoluto.
Nel salone accesero la luce, e Donna Seconda sospirò:
- Che notte terribile! -
- Io ho paura - disse il Principe Limone in un
momento di sincerità.
Tutti quanti, per fargli coraggio, si misero a tremare
come canne.
Pomodoro, ad un certo punto, si avvicinò ad una
finestra, scostò l'imposta e arrischiò timidamente:
- Mi pare che il temporale stia cessando. -
- No, no, non cessa! - strillò il Principe, gettando
un'occhiata di traverso al raggio di sole che era
entrato gloriosamente nella stanza.
Pomodoro si affrettò a richiudere, ammettendo che,
di fatti, continuava a piovere a dirotto.
- Altezza - sospirò il barone che non vedeva
l'ora di mettersi a tavola - non vorreste gradire un boccone? -
No, il Principe non voleva gradire.
- Con questo tempo - disse, - non ho punta
fame. -
Il barone non vedeva che cosa c'entrasse il tempo
con la cena, ma siccome tutti avevano cominciato a dire
che il temporale gli aveva fatto perdere l'appetito, anche
lui dichiarò:
- Io dicevo per dire, Altezza. A me i lampi mi
«Il sindaco del villaggio è Mastro Uvetta...» (pag. 240)
danno un tale mal di stomaco che non potrei mandar giù
nemmeno un brodino. -
In verità, se avesse potuto avrebbe sgranocchiato
volentieri un paio di sedie, ma non era il caso di contraddire
il Governatore.
Il quale finalmente, stanco per le emozioni della
giornata, si addormentò sulla sedia. Gli gettarono addosso
una coperta e andarono a cena.
Pomodoro mangiò pochissimo, poi si alzò in fretta
e disse che andava a coricarsi. Invece scivolò in giardino
e si diresse verso il villaggio.
- Voglio un po' dare un'occhiata di persona. La
paura del Principe è molto sospetta. Non mi meraviglierei
che fosse scoppiata la Rivoluzione. -
Quella parola gli fece venire i brividi nella schiena. Si
proibì di pensarla ancora, ma più se lo proibiva e più la
pensava. La paroletta maledetta gli ballava davanti agli
occhi in tutte le lettere: R come Roma, I come Imola.
V come Venezia eccetera eccetera.
Ad un tratto gli parve che qualcuno lo seguisse. Si
appiattò dietro una siepe ed attese. Dopo qualche minuto
gli passò davanti il sor Pisello, che si muoveva con
prudenza come se camminasse sulle uova. L'avvocato
era molto sospettoso: avendo visto il Cavaliere che
sgattaiolava nel parco, si era messo sulle sue tracce. -
- Qui gatta ci cova - si era detto - non perdiamolo
d'occhio. -
Pomodoro stava per uscire dal suo nascondiglio
quando apparve un'altra ombra.
Si rincantucciò dietro la siepe per lasciarla passare.
Stavolta era Don Prezzemolo, che aveva deciso di spiare
l'avvocato.
Col suo nasone aveva fiutato che stava succedendo
qualcosa di grosso, e non voleva essere lasciato all'oscuro.
Il duchino Mandarino, invece, aveva fiutato odore
di Prezzemolo, perciò eccolo poco dopo sulle tracce dell'istitutore.
- Non mi meraviglierei che comparisse anche il barone -
mormorò Pomodoro, trattenendo il fiato per
non farsi scoprire.
Difatti, ecco anche il barone. Avendo visto uscire il
duchino aveva pensato che si recasse a qualche cenetta di
nascosto e aveva deciso di non perdere l'occasione per
una bella scorpacciata. Fagiolone ansava, tirando la carriola,
ma al buio non poteva vedere nè i sassi nè le buche,
così il barone riceveva uno dopo l'altro tali colpi
nella pancia che lo facevano guaire come un cagnolino.
Dopo il barone non passò più nessuno. Pomodoro
uscì dal suo nascondiglio e si dispose a seguirlo.
Così passarono la notte a pedinarsi: il sor Pisello
cercava invano di raggiungere Pomodoro, che invece era
diventato l'ultimo della fila; don Prezzemolo pedinava
il sor Pisello; il duchino inseguiva Don Prezzemolo;
il barone non perdeva di vista il duchino e Pomodoro
camminava sulle tracce del barone. Ciascuno studiava
attentamente i movimenti di quello che gli stava davanti,
senza sospettare di essere a sua volta spiato. Qualche
volta, nel pedinarsi, invertivano l'ordine degli addendi,
ossia il sor Pisello, che era il primo, diventava il
secondo perchè don Prezzemolo, prendendo per un vicolo,
gli aveva tagliato la strada. Allora non avevano
pace fin che non avevano ristabilito l'ordine di partenza.
Passando la notte a spiarsi l'un l'altro, non ebbero
tempo di spiare altre cose, e all'alba ne sapevano
come prima. In più, erano stanchi morti.
Si decisero a tornare al Castello. Incontrandosi nei
viali del parco, si salutavano e si informavano della propria
salute, raccontandosi un sacco di bugie.
- Dove siete stato? - domandava il sor Pisello,
a Pomodoro.
- Sono stato a far da testimone a mio fratello che
si è sposato. -
- Strano, in genere i matrimoni non si celebrano
di notte. -
- Mio fratello è piuttosto stravagante - rispose
l'avvocato, arrossendo.
Pomodoro sogghignò: dovete sapere infatti che il
sor Pisello non aveva fratelli.
Don Prezzemolo disse che era andato alla posta, il
duchino e il barone dissero tutti e due che erano andati
a pescare e si meravigliarono assai perchè non si erano
incontrati.
Erano così stanchi che camminavano con gli occhi
chiusi, così uno solo di loro vide che sulla torre del Castello
sventolava la bandiera della Repubblica.
L'avevano piantata Cipollino e Ciliegino quella
stessa notte, e adesso stavano lassù in attesa degli eventi.
Dove Pomodoro piange per la seconda volta
Quell'uno solo che aveva visto la bandiera della Repubblica
piantata sulla torre, pensò che si trattasse di
uno scherzo di Ciliegino, e arrabbiatissimo decise di fare
subito due cose: primo, strappare quell'orribile bandiera;
secondo, dare un paio di sculacciate al visconte, perchè
questa volta «aveva passato il segno».
Eccolo dunque, quell'uno, che sale i gradini a quattro
a quattro, e ad ogni passo si gonfia dalla rabbia. Si
gonfia sempre più, ho perfino paura che quando sarà arrivato
in cima non riuscirà a passare per la porticina che
dà sul terrazzo della torre. Sento i suoi passi terribili
che rimbombano nel silenzio come martellate. Tra poco
sarà in cima. Passerà, non passerà? Quanto scommettiamo?
Ecco, è arrivato. Avete scommesso?
Bene, vi dico subito che hanno vinto quelli che hanno
scommesso che non ci passava. Per la rabbia, difatti,
Pomodoro - era lui che saliva le scale, non l'avevate
ancora riconosciuto? - si è gonfiato tanto che la porticina
è troppo stretta.
E adesso lui è lì, a due passi dalla terribile bandiera
che sventola al sole, e non può strapparla, non può nemmeno
sfiorarla con le dita. E accanto all'asta della bandiera,
accanto al visconte che si pulisce nervosamente
gli occhiali, chi vede se non Cipollino in persona, l'odiato
nemico che lo ha fatto piangere per la prima volta?
- Buongiorno, signor Cavaliere - dice Cipollino
inchinandosi.
Attento, Cipollino! Peccato, quel bell'inchino ha
portato la sua testa alla distanza giusta: Pomodoro non
ha che da allungare le mani e il nostro eroe è afferrato
per i capelli, come il giorno del suo arrivo.
Pomodoro è talmente arrabbiato che non si ricorda
più dell'effetto che gli fece quella tiratina di capelli e
tira con tanta forza che va a finire allo stesso modo:
una ciocca gli resta in mano e subito Pomodoro sente
quel terribile pizzicorino agli occhi e le lagrime gli cadono
dalle palpebre, grosse come noci e sul pavimento
fanno tac... tac...
Questa volta però Pomodoro non piangeva solo per
effetto dei capelli di Cipollino. Piangeva anche di rabbia,
perchè aveva compreso tutto.
- E' la fine! E' la fine! - pensava amaramente il
Cavaliere, annegando nelle proprie lagrime.
E noi lo lasceremmo annegare volentieri ma Cipollino
è generoso e lo salva, così Pomodoro può scappare
giù per la torre e andare a chiudersi nella sua stanza a
piangere.
Che babilonia, allora, ragazzi.
Si sveglia il Principe, corre fuori, vede la bandiera e
senza dire nè uno nè due infila un viale e va a gettarsi
di nuovo a capofitto in un letamaio, nella speranza che
non lo trovino.
Si sveglia il barone e chiama Fagiolone. Fagiolone
non si sveglia, ma comincia a tirare la carriola ad occhi
chiusi. Quando però arrivano nel cortile del Castello, la
luce del sole lo sveglia. Ma si vede un'altra luce, oltre
quella del sole. Che cos'è? Fagiolone alza gli occhi e
vede la bandiera, e appena la vede è come se avesse ricevuto
la scossa elettrica.
- Tieni la carriola! Tieni la carriola! - urla il
barone spaventato.
Ma Fagiolone non tiene la carriola, e il barone rotola
vergognosamente giù per la china, come quella volta
che schiacciò una ventina di generali, e va a finire
nella vasca dei pesci rossi, e ci vuole del bello e del buono
per ripescarlo.
Si sveglia il duchino Mandarino, corre alla vasca,
balza sulle ali dell'angelino che getta acqua dalla bocca
e grida:
- Togliete subito la bandiera altrimenti mi affogo! -
- Vediamo se è vero! - dice Fagiolone, e gli da
una spinta.
Poco dopo ripescano il duchino con un pesce rosso
in bocca. Povero pesce rosso, credeva di andare ad esplorare
qualche nuova caverna: è l'unico che ci rimette la
vita. Pace alle sue pinne gloriose.
Da questo momento gli avvenimenti precipitano e
noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono uno sull'altro
come i foglietti di un calendario, passano le settimane
a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere
niente, come quando al cinema la macchina impazzisce
e quando torna a girare abbastanza piano perchè noi si
possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato.
Il Principe e le Contesse sono andati in esilio. Per
il Principe, la cosa è chiara, ma le contesse perchè se ne
sono andate? Nessuno voleva far loro del male. In fin
dei conti, però, se sono andate in esilio, buon pro gli
faccia.
Il barone è diventato magro come uno stecco.
I primi tempi della Repubblica, siccome non trovava
nessuno che gli portasse la carriola, non poteva
andare in giro a procurarsi da mangiare e gli toccò di
vivere sulle sue riserve di grasso, consumandole rapidamente.
In due settimane perse quasi metà del suo peso,
ossia alcuni quintali.
Quando fu in grado di camminare cominciò a chiedere
l'elemosina agli angoli delle strade, ma gli sputavano
nella mano e non gli davano niente.
- Tu non sei un povero, sei un finto povero: và
piuttosto a lavorare. -
- Non trovo un impiego! -
- Va' alla stazione a portare le valigie. -
Così fece il barone, e a forza di portare valige divenne
affilato come un coltellino da tasca. Di un vestito
solo ne ha fatto fuori una mezza dozzina. Un vestito
però lo ha conservato allo stato naturale: quando lo
andate a trovare, ve lo mostra in gran segreto.
- Guardate! - dice - Guardate com'ero grasso
una volta! -
- Non è possibile! - dite voi stupiti.
- Non ci credete, eh? - sogghigna il barone,
trionfante - Informatevi; informatevi! Ah, quelli
erano tempi! Mangiavo in un giorno quello che adesso
mi basta per tre mesi. Guardate che pancia, che schiena,
che sedere! -
Il duchino? Ah, lui non muove un dito, e campa
alle spalle del barone. Ogni volta che il barone gli nega
qualcosa, sale in cima ai pali della luce e minaccia di
uccidersi, se non sarà soddisfatto. E il barone, che di
quando era grasso ha conservato soltanto il cuore, lo
accontenta sospirando.
Il sor Zucchina non sospira più, invece: è diventato
giardiniere capo del Castello, e Pomodoro è ai suoi
ordini. Vi dispiace che Pomodoro sia ancora in circolazione?
Poveretto, è stato in prigione un pezzo, ma alla
fine gli hanno perdonato. Adesso pensa solo a piantar
cavoli e a falciare l'erba. Qualche volta si lamenta, è
vero, ma solo di nascosto, quando incontra don Prezzemolo,
che è diventato il bidello del Castello.
Un Castello col bidello? Vi sembrerà strano, ma è
così. Il Castello non è più un castello, ma una casa da
gioco. Per ragazzi, si capisce: c'è la sala del ping-pong,
la sala del disegno, la sala dei burattini, quella del cinema
eccetera eccetera. Naturalmente c'è anche il gioco più
bello, ossia la scuola: Cipollino e Ciliegino siedono uno
accanto all'altro, nello stesso banco, e studiano l'aritmetica,
la lingua, la storia, e tutte le altre materie che bisogna
conoscere bene per difendersi dai birbanti e per tenerli
lontani.
- Perchè - dice sempre Cipollone a suo figlio -
i birbanti al mondo sono molti. E quelli che abbiamo
cacciato potrebbero tornare. -
Ma io sono sicuro che non torneranno. Non tornerà
nemmeno il sor Pisello, che è scappato senza farsi vedere,
perchè aveva troppi peccati sulla coscienza.
Dicono che faccia l'avvocato in un paese straniero,
ma a me non me ne importa. Sono contento che sia uscito
dalla nostra storia prima che la storia sia finita. Mi
sarebbe seccato trascinarmelo dietro proprio fino in fondo.
Dimenticavo di dirvi che il Sindaco del villaggio è
Mastro Uvetta, il quale, per essere all'altezza della sua
nuova posizione, ha completamente perso il vizio di
grattarsi in testa con la lesina. Solo nei casi più gravi si
da una grattatina con la matita, ma roba da poco.
Una mattina si sono trovati i muri del villaggio tappezzati
di grosse parole che dicevano: Viva il Sindaco.
La sora Zucca ha sparso la voce che gli evviva siano
stati scritti proprio da Mastro Uvetta.
- Bel sindaco - dice la comare - che va in giro
di notte a scrivere sui muri. -
Ma questa è una bugia. Le scritte sono di mano di
Pirro Porro. Anzi, non di mano, ma di baffo. Pirro
Porro, infatti, ha scritto sui muri coi baffi, dopo averli
intinti nell'inchiostro. Questo ve lo posso dire perchè
siccome non avete ancora i baffi non vi verrà in mente di
imitare Pirro Porro, e non potrete fare disastri. Adesso
la storia è proprio finita. E' vero che ci sono altri castelli
e altri birbanti al mondo, oltre i Limoni. Ma uno
per volta se ne andranno e nei loro parchi ci andranno
i bambini a giocare. E così sia.
Fine
FINITO DI STAMPARE NELL'OTTOBRE
1951 A ROMA CON I TIPI DELLO
STABILIMENTO TIPOGRAFICO
ITALGRAF S. A. PER CONTO DELLE
«EDIZIONI DI CULTURA SOCIALE»
VIA QUATTRO VENTI N. 57 - ROMA