Luigi Sturzo
Il legittimismo in Italia
Scritti inediti
vol. 1°: 1890-1924
a cura di FRANCESCO PIVA
prefazione di GABRIELE DE ROSA
EDIZIONI CINQUE LUNE
ISTITUTO LUIGI STURZO
IL LEGITTIMISMO IN ITALIA
(f. 144, c. 3)
Ho lasciato per un mese che una certa stampa si sbizzarrisse
contro di me, che ho assunto nel campo cattolico, dal Congresso
di Bologna a questa parte, per merito loro (bisogna riconoscerlo),
l'impresa di una crociata incruenta contro i borbonici infestanti
le associazioni cattoliche napoletane. E il mio silenzio non è stato
privo da una certa tendenziosità; perché volevo una giustificazione
patente alla mossa che io e molti amici del meridionale d'Italia
credemmo opportuna fare a Bologna, quando nell'ordine del
giorno sulla «Questione Meridionale» abbiamo scritto che era
necessario dissipare l'equivoco legittimista del nostro movimento
cattolico.
La parola dissipare l'equivoco legittimista" nella sua misurata
espressione non significa "dar la caccia ai borbonici" ma
trovar modo come nelle nostre fila di cattolici non s'infiltrasse
una questione di carattere prettamente politico, che noi con la
gran maggioranza dell'Italia riteniamo una questione addirittura
morta, e che altri si sforza credere ancora viva.
Dico questo per ridurre al suo vero carattere la portata
dell'espressione da me scritta e accettata da più di trenta firmatari
del celebre Ordine del Giorno; portata che non è stata
analizzata dai borbonici o pseudo-borbonici del campo cattolico,
che hanno strillato a più non posso contro l'abate Sturzo, a cominciare
dal Conte Pasini Frassoni, che pubblicò una protesta
a nome del Collegio araldico e della Nobiltà Cattolica Italiana,
a terminare alla Discussione, ad Elia Rotondo, a Galati-Scuderi
con i loro articoli, lettere aperte, dialoghi italo-siculi e giù di lì.
A ogni modo a me non preme che abbiano equivocato o
voluto equivocare; anzi mi giova molto; e quell'equivoco legittimista,
che tanti offende, potrà chiarirsi, dando a ciascuno le proprie
responsabilità.
Dalla lettura attenta dei documenti umani (un bel titolo
messo dall'Osservatore Cattolico a titolo della protesta del Collegio
Araldico contro di me) si volevano dire tre idee fondamentali:
1° - che il legittimismo è un dovere dei cattolici meridionali;
2° - che la difesa della causa della Santa Sede, riguardo al
potere temporale, e quella dei principi spodestati hanno un legame
di connessione e di rapporto intrinseco; 3° - che la salvezza
del Meridionale sta nell'autonomia che non si potrà ottenere
senza le rivendicazioni storico-legittimiste.
Le parole non sono queste, ma il senso dei loro articoli
polemici è chiaro ed è precisamente questo. Essi così piantano
una questione politica, una religiosa, e una amministrativa, la
soluzione delle quali è nelle rivendicazioni legittimiste; per cui la
bandiera del legittimismo sventolata timidamente, s'innalza sopra
al movimento detto cattolico di Napoli e l'ombra di essa lo aduggia.
Noi invece contestiamo loro la legittimità cattolica di tale
ideale, e i rapporti che stabiliscono fra il legittimismo e l'organizzazione
cattolica, la difesa dei diritti della Santa Sede e la questione
meridionale.
Per noi il legittimismo è una pianta che non deve essere
coltivata nelle nostre associazioni cattoliche; nelle quali non si fa
questione di forma di governi o di dinastie regie o di ideali repubblicani.
Il nostro ideale religioso, civile e sociale ha obiettivi più
alti, che non siano le rivendicazioni dei diritti storici di famiglie
regnanti, e finalità più universali che quelle di interessi politici
di indole direi quasi privata.
E se non fosse il dissidio fra Chiesa e Stato per la libertà
e la indipendenza del Romano Pontefice, noi cattolici italiani
non solo non avremmo avuto difficoltà ma avremmo il dovere
di aderire al presente ordine di cose, come ai cattolici francesi
Leone XIII riconobbe e inculcò il dovere di aderire alla repubblica,
smettendo le viete rivendicazioni legittimiste, che scindono
le forze cattoliche, che rendono inviso il nome di cattolici
alle nazioni, e che lasciano che i nemici della religione impunemente
e liberamente nei civici e politici consessi continuino la
politica delle persecuzioni.
Non s'intende così giustificare il modo o l'origine storica
del potere pubblico, come oggi è; perché se volessimo, con la
storia alla mano, esaminare a punta di diritto e di morale i passaggi
delle dinastie e dei re, troveremmo da quanto sangue e da
quante ingiustizie trassero i titoli di dominio la gran maggioranza
delle famiglie regnanti in Europa in tutti i secoli. Invece a norma
del più elementare diritto, noi reputiamo che le potestà politiche
sono pel bene della nazione e non viceversa; per cui ad evitare i
mali di lotte e di fazioni politiche (ieri militari e oggi civili) è
dovere dei cattolici di non turbare l'ordine e di non alzare bandiere
faziose. È in questo senso che Leone XIII ha appoggiato
in Spagna l'attuale famiglia regnante, pur di principii liberali,
invece del pretendente Don Carlos e dei carlisti, in massima parte
cattolici e preti, alla stessa guisa che consigliò ai cattolici francesi
l'adesione alla repubblica.
Ma in Italia una questione religiosa viva sempre, per la sua
intrinseca natura tiene diviso lo Stato dalla Chiesa e lontani
i cattolici dalla vita parlamentare. È una questione religiosa,
che non si lega alla questione politica delle case regnanti in
Italia prima del sessanta, che non ha carattere legittimista, che
non esiste per un carattere politico. Se fosse così, come i legittimisti
e i borbonici la pensano, alla stessa stregua e con gli stessi
criterii dovremmo giudicare la questione romana, e ritenerla
chiusa, come si ritiene chiusa ed è chiusa la questione dei Borboni
nelle antiche due Sicilie.
Invece non è così: si tratta della libertà e della indipendenza
del Papa quale capo religioso dei cattolici, esclusivamente come
tale e in rapporto alla sua divina missione.
Onde sin che non si arrivi alla soluzione del grave problema,
che può durar secoli, come durano secoli le catacombe, il diritto
della Santa Sede alla libertà e alla indipendenza non solo di fatto
ma di diritto non può subire menomazioni o preposizioni.
Né spetta a noi risolvere il problema, ma al Papa; e nostro
dovere è cooperare e lavorare come vuole il Papa a questo scopo;
oggi, per esempio, astenendosi dalle urne, domani andando alle
urne; formando le coscienze cristiane e ravvivando gl'ideali guelfi
della missione dell'Italia; contrastando il socialismo antireligioso e
sviluppando l'organizzazione cattolica.
Sublimi ideali e santa opera questa, che non deve soffrire
l'ombra di interessi politici, di rivendicazioni postume, di sentimenti
antinazionali, di ibridismi legittimisti.
Del resto io non arrivo a comprendere che vogliano questi
uomini con la faccia voltata indietro, come gl'indovini dell'inferno
dantesco.
Credono che il popolo pensi più ai borboni?...
Credono che ne sia possibile il ritorno e lo smembramento
dell'Italia?...
Credono che ciò gioverebbe alla patria, o piuttosto non la
getterebbe (se fosse possibile) nelle agitazioni di parte?
Infine, vogliono la guerra?
Domande vane: quanti siete? io dico a costoro. E se siete
i pochi, anzi se men siete come partito civile e politico in Italia,
a che, entrando nelle associazioni cattoliche, cercate il terreno
adatto per coltivare una vostra inutile e dannosa aspirazione?
Nessun cattolico viene da noi per sostenere la repubblica,
e pure non pochi sono repubblicani; così nessuno deve venire
da noi a sostenere la causa legittimista, ma solamente la causa
della religione, del Papato, della nazione, del popolo per rigenerare
e nazione e popolo in G[esù] C[risto].
* * *
Un'altra questione fanno alcuni. Essi dicono: l'attuale governo
unitario ha sfruttato il Mezzogiorno: ebbene, che il mezzogiorno
torni ad essere quel che era, e sarà salvo. Ecco il perché
del legittimismo.
Anche in ciò non siamo d'accordo: noi non possiamo avere
di mira un obiettivo impossibile, né un obiettivo che comprometta
una causa più alta qual'è quella della religione; e tale
sarebbe il proposito di legare la salvezza del mezzogiorno al
ritorno dei Borboni.
Del resto è così primitivo e meccanico questo concetto in
ordine ai rimedi del mezzogiorno, che non val la pena metterlo in
discussione. Ci vuole la coscienza e l'energia di un popolo per
salvar se stesso; e i governi potranno fare del male; difficilmente
fanno del bene senza che questo bene abbia vita intrinseca.
Concludendo: noi cattolici italiani abbiamo il diritto di volere
escluso dalle nostre attività un ideale e una finalità politica
di forma di governi che pregiudica di per sé all'azione generale
dei cattolici e agli altri scopi per cui si lavora. Non diciamo
quindi di dar la caccia alle persone, ma di non volere che queste
persone vogliano difender l'altare difendendo troni caduti, e
che portino come loro ideale di vita pubblica il legittimismo.
Ecco il senso e la portata della frase dell'ordine del giorno
di Bologna.