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            <titleStmt>
                <title>I diporti filologici</title>
                <author>Pietro Fanfani</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
                </respStmt>
                
                <respStmt>
                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
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                <p>II ed., Firenze, Tipografia di G. Carnesecchi e Figli, 1870</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
<front>
  <div>
    <p>
<hi rend='bold'>I</hi>
    </p>
    <p>
<hi rend='bold'>DIPORTI FILOLOGICI</hi>
   </p>
   <p>
DI
    </p>
    <p>
PIETRO FANFANI
    </p>
    <p>
<hi rend='bold'>con altri opuscoli della materia medesima</hi>
    </p>
    <p>
FIRENZE
    </p>
    <p>
TIPOGRAFIA DI G. CARNESECCHI E FIGLI
    </p>
    <p>
Piazza d'Arno
    </p>
    <p>
1870
    </p>
  </div>
  
  <div n='avvertimento' type='sezione'>
    
<pb/>
    <p>      
AVVERTIMENTO
    </p>
    
    <p>
La prefazione a questo libro la ho 
lasciata fare a Carlo Dati con quel suo 
mirabil Discorso <hi rend='italic'>Dell'obbligo di ben parlare 
la propria lingua</hi>; ed a me riman 
solo da avvertire, che questi <hi rend='italic'>Diporti</hi>, e gli 
altri opuscoli miei, sono seconde o terze 
edizioni, ritoccate qua e là e corrette: che, 
il <hi rend='italic'>Dialogo</hi> del Prof. Di Giovanni, l'ho stampato 
innanzi all'opera mia dei <hi rend='italic'>Diporti</hi>, 
perché di essi parla ex-professo, e compie 
con molta dottrina e con elegante dettato, 
alcune proposizioni da me solo accennate. 
La intenzione mia è stata quella di fare 
un volume da trattarlo con profitto coloro
      
<pb/>

che amano e professano gli studj di lingua, 
né credono oziose le quistioni sopra di 
essa, anzi le reputano di gran momento 
alla vera <hi rend='italic'>Italianità</hi>: e <hi rend='italic'>(absit arrogantia 
verbo)</hi> mi conforto che, se il presente libro 
si farà entrar nelle scuole, lo leggeranno 
con utilità e non senza qualche diletto, 
i giovani studiosi; ed i maestri ne piglieranno 
spesso materia ad efficaci lezioni 
nella soggetta materia.
    </p>
    <p>
PIETRO PANFANI.
    </p>
  </div>
</front>

<body> 
<div n='dialogo VIII' type='sezione'>
  <p>
    <pb/>
<hi rend='bold'>DIALOGO VIII.</hi>
  </p>
<p>
Pietro, Cesare, Antonio, e Fiore <note n='1' place ='foot'> <hi rend='italic'>Fiore</hi> è a' nostri contadini abbreviatura di <hi rend='italic'>Ferdinando</hi>, 
da loro pronunziato <hi rend='italic'>Fiordinando</hi>, perché, non entrando loro a 
quel modo, e' se lo cucinano in quell'altro, immaginando che 
nella sua composizione ci entri il fiore, e qui posandosi la 
loro mente.</note> contadino.
  </p>
<p>
F. Le siegghin costì nello scrittojo, parte 
ch'i' vo <note n='2' place ='foot'> <hi rend='italic'>Parte</hi> e <hi rend='italic'>parte che</hi>, avverbio proprio a significare che 
un'azione è fatta nello stesso tempo d'un'altra, e che vale <hi rend='italic'>in 
quel medesimo tempo, nel tempo che, frattanto</hi> e simili: fu usitato 
agli antichi, e a Dante stesso, benché, per poca notizia 
di lingua, gli sia da alcuni commentatori, che vi fan su delle 
solite prediche, negato sì fatto valore. E negato non gli si 
sarebbe se que' tali fossero stati o venissero in Toscana a sentirlo 
tutto giorno in bocca a' nostri contadini, ed anche a gente 
di città. </note> per ippadrone, ch'e' gli ha esser qui oiltre.
  </p>
  <p>
A. Bravo Fiore: ma non gli dir che ci
son io.
  </p>
  <p>
F. La 'un si dubiti.
    </p>
  <p>
C. Lesto! corri.
  </p>
  <p>
F. Gnorsì: i' golerò, non che corrire.
  </p>
  <p>
A. Vedi tavolino arruffato ch'e' tiene! o 
come fa a ritrovarsi con tutta questa strage di 
libri e di fogli? Guardiamo un po': <hi rend='italic'>Monosini, 
Flos italicae linguae: Varchi, l'Ercolano: gli 
Adagj del Manuzio: il Supplemento del Gherardini: 
il Vocabolario del Manuzzi; i 7 fascicoli

<pb n='185'/>

della nuova Crusca: il Sogno di Fiorindo</hi>, 
e poi e poi: e ogni cosa in combutta, mezzi 
aperti e mezzi chiusi. E' mi par di vedere la 
bottega d'un ferravecchio.
  </p>
  <p>
C. E qui tre o quattro lettere; e là un 
pacco sigillato, che va, a chi? ah! al P. Sorio. 
Ma sta: che foglio è quello che ha disteso costì 
dinanzi a dove scrive?
  </p>
  <p>
A. E' c'è un diluvio di voci e di modi latini, 
appuntati così secchi secchi.
  </p>
  <p>
C. Da' un po' qua...... Ecco lui, sta
fermo.
  </p>
  <p>
P. Oh! ben venuti questi galantuomini: a 
questo tempo non vi ci facevo più.... Gua'; 
e io mi pensavo che fosse Gigi! che buon vento 
ha portato quassù il mio dolcissimo Toníno?
    </p>
  <p>
A. Ho trovato qui Cesare ne' Fondacci di 
S. Niccolò, e mi son lasciato condur fin quassù, 
dacché era tanto che ruminavo di venirti a fare 
una visita, e farti un po' disperare, come tu sai.
  </p>
  <p>
P. Bravo Cesare, non puoi credere quanto 
ti son tenuto: ma di Gigi che n'è?
  </p>
  <p>
C. Gigi non è potuto venire per cagioni di 
ufficio: verrà un di questi giorni.
  </p>
  <p>
P. Mettetevi a sedere.
  </p>
  <p>
A. Sì, e levaci intanto d'una curiosità: che 
è quello scartafaccio che hai lì davanti?
  </p>
  <p>
P. Te lo dirò io: sono appunti di modi famigliari 
latini, massimamente di Plauto, rispondenti 
a modi famigliari nostri; e di tutti quelli 
che tu vedi qui segnati ci ho gli esempj in contanti, 
da poter far toccar la cosa con mano a 
chi con mano toccar la volesse.
  </p>

<pb n='186'/>
<p>
A. Se metterai in ordine tutta codesta roba, 
ed esemplificherai, e discorrerai le ragioni di 
ciascuna voce e maniera, tu farai un capo d'opera 
di filología.
  </p>
  <p>
P. Non ci accadono le tue minchionature: 
e, minchionare per minchionare, potrei farlo io
a te, per amore del gallicizzar che fai sempre 
e parlando e scrivendo; e potrei aver colto la 
gallina sull'uova con quel tuo <hi rend='italic'>capo d'opera</hi> che 
ora t'è uscito di bocca.
  </p>
  <p>
A. Attenti! ecco il Flagellumdei de' gallicismi 
e de' neologismi. Guarda la gamba!
  </p>
  <p>
P. Guarda la gamba, sì... che ti pare di
aver detto una bella cosa? sentiamo un po'.
  </p>
  <p>
L. (Ho capito, principiano a tipizzarsi).
  </p>
  <p>
A. Non dico appunto d'aver detto una bella
cosa, mai poi...
  </p>
  <p>
P. Ma poi, ma poi.... Lo so che era in 
uso anche nel 500, e un esempio, di Veronica
Gambara per altro, si trova in una sua lettera
pubblicata di fresco dal conte Antonenrico Mortara; 
ma perciò resta egli ch'e' sia il pretto
francese chef-d'-oeuvre, e che si abbia a scambiare 
col più umano <hi rend='italic'>capolavoro</hi>, quando non si 
abbia a dire <hi rend='italic'>opera più eccellente</hi>, o simile?
  </p>
  <p>
A. O bene via: tu a me e io a te. E anche 
tu, che quell'amico che sai ti nominò giusto il
Flagellumdei de' francesismi e de' neologismi, anche 
tu, a carte 546 della Etruria, poni lo sciocco 
modo <hi rend='italic'>studj coscenziosi</hi>, usato e soprusato a
questi giorni così fuor di proposito: ché non 
c'è il più vile arfasatto, sordo come un muro 
alle voci della vera coscienza, il quale non ficchi

<pb n='187'/>

però questa bastarda coscienza per tutto,
e non faccia gli <hi rend='italic'>studj coscenziosi, l'esame coscenzioso,
non porti le più coscenziose cure nel 
tale o tale affare</hi> e va discorrendo: modi strani
e svenevoli se altri ce n'è.
  </p>
  <p>
P. Bravo Toníno: botta e risposta; e mi 
sta meglio che 'l basto all'asino. La tua riprensione 
per altro (chiunque te l'abbia imboccata, 
ché non può essere erba del tuo orto) è giustissima, 
e ti ringrazio mille e mille volte dell'avermi 
fatto accorto di tal mio sproposito. Ma 
chi sa quanti altri errori sì fatti ci sarà per i 
miei scritti, benché mi studj al possibile di fuggire 
tutto ciò che sa di nuovo e di forestiero. 
Intanto mi correggo di quello scappuccio, e confesso 
ch'io dovevo dire <hi rend='italic'>studj ben ordinati</hi>, o 
<hi rend='italic'>fatti di proposito</hi>, o <hi rend='italic'>accurati</hi>, o <hi rend='italic'>diligenti</hi>, o 
<hi rend='italic'>amorosi</hi> e simili: e mi raccomando che, se ti abbatti 
in qualche altro fallo, leggiucchiando le 
cose mie, che tu non lasci di riprendermene.
  </p>
  <p>
A. Non pensare, no: tu lo sai che tra me
e te, benché all'amichevole, c'è sempre qualche
battibecco.
  </p>
  <p>
C. Ma dite una cosa? quanto avete intenzion 
di durare con codesto tu per tu? e' mi par 
d'esser qui come la bietola ne' tortelli.
  </p>
  <p>
P. O chi ti para che tu non entri in quistione 
anche tu? e dall'altra parte di qualcosa 
s'ha a parlare.
  </p>
  <p>
C. Sì, o entra in quistione!.... e' state
per ingollarvi, e non date tempo al tempo, e vi 
levate l'un l'altro la parola di bocca: è proprio 
un bel volere entrare in quistione! Su, facci un

<pb n='188'/>

po' gustare alcuno di que' riscontri da modi latini 
a italiani.
  </p>
  <p>
P. Ché <note n='1' place ='foot'> Va pronunzianto come se fosse scritto <hi rend='italic'>ch'è</hi> con un poco di strascico; e anche al modo che fanno alcuni, cioè 
come se tra l'<hi rend='italic'>h</hi> e la <hi rend='italic'>e</hi> ci fosse una <hi rend='italic'>i (chiè)</hi>: ed è maniera che il popolo usa continuamente ad esprimere negazione.</note> ... non ci può esser tempo: 
e poi chi sa che non gli abbiate già notati voi 
stessi, o veduti notati da altri? come che io non 
abbia scelto se non quegli che in altre opere
non mi è venuto fatto di raccapezzare.
  </p>
  <p>
A. Ed avendogli veduti, che mal sarà a ripetergli? 
e' potrebber dar anche materia a qualche 
discussione, da cui ne succedesse pur qualche 
utilità. Via: fuoco alla colombína.
  </p>
  <p>
P. Le saran bubbole: ma su. Voi udite ad 
ogni poco tra 'l nostro popolo di sì fatti parlari: 
<hi rend='italic'>La tal cosa l'ho fatta proprio da me, E' v'è salito 
da sé</hi>, cioè Senza altrui ajuto, Con le sue 
proprie facoltà; o in altre parole latine, <hi rend='italic'>Suo 
Marte</hi>. E queste sono proprietà di lingua familiare 
che, secondo la regolare sintassi, non istanno 
a martello; ma che vagliono tant'oro nell'essere 
accorciative e bene spieganti. Le avevano anche 
i Latini; e Plauto fra gli altri dice Capt. 2. 3. 
<quote><hi rend='italic'>Facili memoria memini a me</hi></quote> (sebbene altri 
legga <quote><hi rend='italic'>memini tamen</hi></quote>). Rud. 2. 5. <quote><hi rend='italic'>Nam haec litterata'
st: ab se cantat cuja sit</hi></quote>.
  </p>
  <p>
A. Per la prima mi aspettavo di meglio: 
qui veramente non c'è sfoggi.
  </p>
  <p>
P. O che t'aspettavi tu? qualche <hi rend='italic'>Sogno di 
Scipione</hi>, o qualche capitolo delle Tusculane? 
allora e' bisogna che tu parli da te a te, se vuoi 
di codesta roba.
  </p>

<pb n='189'/>
  <p>
C. Toníno, chi ceca trova.
  </p>
  <p>
A. Mi sta bene: ma chi s'adira non si ricatta. 
Son qui ad aspettare il porco alla ghianda.
  </p>
  <p>
C. Pietro, bada a me, e non dar retta alle 
sue pazzie. Tira innanzi.
  </p>
  <p>
P. <hi rend='italic'>Bada a me?</hi> Lo vedi? anche i Latini 
avevano la stessa formula, a noi sì comune, di 
domandare altrui attenzione. Così Plauto, Capt. 
3. 4. <quote><hi rend='italic'>Sed quaeso, hercle, agedum, adspice ad me</hi></quote>.
  </p>
  <p>
A. Eh! bada ve': c'è proprio da farne le 
stímite. La cosa vien da sé, che a prestar attenzione 
a ciò che altri dice, e' si guarda naturalmente 
in viso.
  </p>
  <p>
P. Canta, canta!.... ma ricordati, un par
d'orecchi e' seccan cento lingue.
  </p>
  <p>
A. Codesto proverbio non sempre tiene: ed 
anche tu hai fatto orecchio di mercante a' vituperj 
di quel valentuomo tu m'intendi; e tuttavía 
la sua lingua e de' suoi scherani non si è 
ancora seccata, e t'odia più a morte che mai.
  </p>
  <p>
P <quote><hi rend='italic'>Me autem odit</hi></quote>, dice S. Matteo, <quote><hi rend='italic'>quia 
testimonium perhibeo de illo, quod opera ejus 
mala sunt</hi></quote>.
  </p>
  <p>
C. E batti con quella canaglia! tu se' tu 
che gli fai parer da qualcosa col tuo sempre votartici 
il capo. Ma che dicevi tu costà di stímite
e non istímite?
  </p>
  <p>
P. Egli ha voluto fare un po' del classico, 
per ammenda del suo spropositare in lingua; e
ricordandosi che il Pulci usa la frase <hi rend='italic'>Fare le 
stímite</hi> per <hi rend='italic'>Fare atti di maraviglia</hi> (ché fra gli 
atti di maraviglia c'è pur quello di stender in 
alto le braccia, come si dipinge S. Francesco in

<pb n='190'/>

sul ricevere le stigmate), e lui l'ha voluta ficcare 
nel suo discorso. — Ha' visto, Cesare, chespallucciata 
egli ha fatto al sentir dire che sproposita 
in lingua?
  </p>
  <p>
A. O se è vero!... chi sa quel che ti pensi 
d'essere con la tu' lingua! E pur tu lo sai: <hi rend='italic'>purus 
grammaticus, purus asinus</hi>.
  </p>
  <p>
P. O chi ti dice di no? O chi ti dice d'esser 
un dottore? Ma pensa che <hi rend='italic'>aliud est grammatice, 
aliud latine loqui</hi>: ed io non fo il grammatico; 
ma pongo solo tutto il mio studio nel 
coltivare la filología, per impedire, quanto è da 
me, che la nostra lingua si guasti affatto; e mi 
ingegno di usarla il meno peggio che posso, lasciatomi 
metter su da quella bestia di Cicerone, 
che, parlando giusto della língua e della eloquenza, 
gli scappò detto: <quote>Quamobrem quis hoc 
non jure miretur, SUMMEQUE IN EO ELABORANDUM 
ESSE ARBITRETUR, ut quo uno homines 
maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis 
antecellant?</quote> Se pure questo, che non è <hi rend='italic'>latinus 
grossus</hi>, tu lo mandi giù netto e senza masticarlo.
  </p>
  <p>
A. Aspetterò che tu me lo spieghi tu...
  </p>
  <p>
C. Ho capito via: e' va a finire che vo' fate 
a' capelli. Ma a proposito: quel tuo <hi rend='italic'>Far una 
spallucciata</hi> mi ha tornato in mente una cosa, 
della quale volevo domandarti. L'altro giorno 
leggevamo in una casa il primo torno del Davanzati 
pubblicato dal Bindi, ed abbattemmoci 
alla faccia 76, dove Libone va a uscio a uscio 
da' suoi parenti raccomandandosi ch'e' lo difendano 
da grave accusa; e vi si dice che <quote>tutti,

<pb n='191'/>

<hi rend='italic'>per non s'intrigare, si ristringono nelle spalle 
con varie scuse</hi></quote>. A questo luogo il Bindi fa una 
nota, dicendo che il MS. servito alla ediz. giuntína 
del 1600 leggeva <hi rend='italic'>Fanno spallucce</hi>, e che 
fu cancellato, e correttolo sopra di sua mano 
il Davanzati, <hi rend='italic'>Si ristringono nelle spalle</hi>: e pare 
che si dolga della fatta cancellatura, dacché aggiunge 
in quella nota: <quote><hi rend='italic'>E sì che quello</hi> (Fanno 
spallucce) <hi rend='italic'>è bel modo e vivo; e per volgarità 
ce n'ha de' peggio</hi></quote>. Chi: Sta bene la correzione; 
chi: Stava meglio prima; ma non venimmo a 
conclusione di nulla. Io non vedevo l'ora di poterne 
domandare a te.
  </p>
  <p>
A. Attenti! l'oracolo soffia.
  </p>
  <p>
P. Raglia, raglia! — A me pare che la correzione 
fatta dal Davanzati sia più che necessaria, 
dacché varie frasi ci sono nella lingua, 
per le quali, accennando atti diversi delle spalle 
e della persona, si viene a significare diverse 
cose. Per esempio dianzi ho detto <hi rend='italic'>Fare una 
spallucciata</hi>: questa frase non è nel Vocabolario, 
ma è dell'uso comune, e si dice quando 
l'uomo fa uno scatto con una spalla, alzandola 
con isdegno o stizza; col quale atto significa, o 
che non gli cale di qualche cosa dettagli o fattagli 
contro ; o che alcuno lo ha fradicio, e non 
vuol più saper di lui. C'è il <hi rend='italic'>Fare spallucce</hi>, 
che si fa ficcando il capo in seno, come suol 
dirsi, e sollevando in alto ambedue le spalle; 
ed è atto significativo di non sapere una cosa 
onde altri ti interroga; o di domandare soccorso 
o limosina comecchessía. C'è poi il <hi rend='italic'>Ristringersi 
nelle spalle</hi>, che si fa ravvicinando l'una all'altra

<pb n='192'/>

le scapole, o palette che s'abbia a dire; e 
questo atto è di chi rifiuta sotto un colore o 
sotto un altro di porgere altrui il domandato 
soccorso; ed alcuna volta anche di chi quasi 
per forza si acconcia a fare l'altrui volontà: il 
che è significato anche dal <hi rend='italic'>Chinare il capo</hi>. Gli 
esempj vedigli nel Vocabolario, benché non 
tutti spiegati a dovere. Da questo dunque puoi 
raccogliere che il <hi rend='italic'>Fare spallucce</hi> sarebbe stato 
il proprissimo di Libone, che a uscio a uscio 
andava caendo soccorso; ma che a' parenti di 
lui, i quali gliel negavano, sta sol bene il <hi rend='italic'>Ristringersi 
nelle spalle</hi>; e il Davanzati corresse 
consigliatamente.
  </p>
  <p>
A. O questa poi è stata una bella e una dotta 
dicería, ecco! bravo Pietro. S'ha a fare stampare 
con tanto di Frullone innanzi, e s'ha a riporre
nell'archivio dell'Accademia della Crusca, da 
servire alla compilazione del Vocabolario; previa 
però l'autorizzazione dell'Arciconsolo e di quegli 
altri signori.
  </p>
  <p>
P. Previa la bestia che hai addosso. E' gli 
dice a coppie: ora c'è il <hi rend='italic'>previo</hi> e l'<hi rend='italic'>autorizzazione!</hi>
  </p>
  <p>
A. Tu mi ci ha' colto. Ma sentiamo: come 
avevo a dire?
  </p>
  <p>
P. Invece di <hi rend='italic'>previa</hi> potevi dire <hi rend='italic'>mediante</hi>, 
o anche <hi rend='italic'>precedente</hi>, come leggesi nella Legge 
del 1726 per il Taglio degli Appennini della 
Montagna di Pistoja (nella qual Legge vi sarebbe 
ricchissima e buona messe di voci proprie); 
e invece di <hi rend='italic'>autorizzazione</hi> potevi dire 
<hi rend='italic'>licenza</hi>, <hi rend='italic'>facoltà</hi>. E poi, volerne! così per l'una

<pb n='193'/>

come per l'altra. Ma, tanto, con te è buttato via 
il ranno e 'l sapone.
  </p>
  <p>
C. Ma lo sapete che è? con le chiacchiere 
ci siamo scordati del proposito nostro; e il ragguaglio 
de' modi famigliari italiani co' latini è rimasto 
nelle secche di barbería.
  </p>
  <p>
A. Guarda un po', Pietro, se tu lo levi co'
tuoi ammennicoli filologici.
  </p>
  <p>
P. O la guardi, la servo subito: non son 
io quel che a sì fatto suono non entri in ballo. 
E dacché ho usato questo modo famigliare <hi rend='italic'>Non 
son io che faccia</hi>, di qui ripiglierò il corso, notando 
che esso, e <hi rend='italic'>Non è che egli faccia</hi> o simili, 
per il semplice <hi rend='italic'>Non fo, Non fa,</hi> eran pur 
usitati a' Latini, ed a Cicerone massimamente. 
Famil. 5. 21. <quote><hi rend='italic'>Ego enim is sum, qui nihil unquam 
mea potius quam meorum civium causa 
fecerim: cioè Ego enim nil feci unquam.</hi></quote> Ad. 
Brut. ep. 14. <quote><hi rend='italic'>Neque tamen is sum, ut me mea 
maxime delectent.</hi></quote> Acad. 1. <quote><hi rend='italic'>Zeno nullo modo is 
erat, qui, ut Theophrastus, nervos civitatis incideret.</hi></quote> 
E altri che potrebbono allegarsi a grappoli. 
    </p>
  <p>
A. Posso dir anch'io la mia?
  </p>
  <p>
P. <quote><hi rend='italic'>Palam mutire plebejo piaculum est</hi></quote>; ma 
pure, sentiamo.
  </p>
  <p>
A. E' mi pare che questo modo di dire sia 
compagno a quel di Farinata là nell'Inferno: 
<quote><hi rend='italic'>Ma fui io sol colà, dove sofferto Fu per ciascun 
di tórre via Fiorenza, Colui che la difesi 
a viso aperto.</hi></quote> Ci ho azzeccato?
  </p>
  <p>
P. Non è compagno compagno, ma certo lo 
arieggia; ed in bocca tua questa osservazione


<pb n='194'/>

val qualcosa, che tanto di rado ti apponi in 
opera di lingua, e co' Classici nostri ci vai un 
poco grosso.
  </p>
  <p>
A. Oh! Laus Deo, disse suor Chiara: una 
volta ho detto bene.
  </p>
  <p>
P. Usiamo a tutto pasto la preposizione 
<hi rend='italic'>Di</hi> che segna relazione di tempo, come <hi rend='italic'>Di 
giorno, Di notte, Di quaresima;</hi> e così articolata 
<hi rend='italic'>Del tal anno, Del tal mese</hi> e simili. Anche 
i Latini usavano il <hi rend='italic'>De</hi> in questo significato: 
Plaut. Asin. 3. 1. 13. <quote><hi rend='italic'>Ergo una pars orationis 
de die dabitur mihi.</hi></quote> Q. Curt. 8. 3. <quote><hi rend='italic'>Ut jugulent 
homines, surgunt de nocte latrones.</hi></quote> Cicer. 
ad Quint. Fratr. 2. 5. <quote><hi rend='italic'>Fac ut considerate diligenterque 
naviges de mense decembri.</hi></quote> Ma guarda, 
prima che m'esca di mente, vo' notare un'altra 
cosa. Quando io diedi fuori i <hi rend='italic'>Conti di antichi 
cavalieri</hi>, mi parve strano avverbio <hi rend='italic'>Antepría</hi> 
per <hi rend='italic'>Innanzi, Prima,</hi> in significato di <hi rend='italic'>Piuttosto</hi>. 
O che leggendo Plauto non trovai proprio l'<hi rend='italic'>Ante 
prius</hi>? non come avverbio di elezione è vero, 
ma di tempo: il che per altro non fa nulla, 
trattandosi qui della sua forma e non del significato. 
Ecco l'esempio: Trin. 5. 17. <quote><hi rend='italic'>Nec qui esset 
noram, neque eum ante usquam conspexi prius</hi></quote>.
  </p>
  <p>
A. Costì non c'è <hi rend='italic'>Ante prius</hi>, ma c'è <hi rend='italic'>Ante</hi> 
da sé, e <hi rend='italic'>prius</hi> da sé.
  </p>
  <p>
P. Tu, che t'era riuscito infilarne una bene, 
non avevi più aprir bocca; se no, co' tuoi spropositi, 
fai credere che quel che ha' detto bene 
dianzi tu l'abbia detto a caso. O non lo sai, bel 
frate, che in questo mondo e' c'è una razza di 
figura grammaticale che si chiama <hi rend='italic'>Tmesi</hi>, per la

<pb n='195'/>

quale una parola composta, e anche una semplice, 
si spezza in due, e ci si pianta tramezzo altre 
parole; e che pure quella smezzata è virtualmente 
come se fosse intera? Per te dunque in 
<quote><hi rend='italic'>Massili portabant iuvenes ad litora tana</hi></quote>, non 
c'è più il <hi rend='italic'>Massilitana</hi>: in <quote><hi rend='italic'>Septem subiecta trioni</hi></quote>
non c' è più il <hi rend='italic'>Septemtrioni</hi>: in <quote><hi rend='italic'>Saxo cere comminuit 
brum</hi></quote>, non v'è più il <hi rend='italic'>Cerebrum</hi>: in <quote><hi rend='italic'>Acciò 
solamente che conosciate</hi></quote>, non v'è più l'<hi rend='italic'>acciocché</hi>
(entrando anche nelle <hi rend='italic'>Tmesi</hi> italiane):
in <quote><hi rend='italic'>Non dovevi di meno conoscere</hi></quote>, non v'è di 
più il <hi rend='italic'>Nondimeno</hi>; e così il dico di sei o di
sette come di millanta che tutta notte canta, 
dolcissimo il mio Ferondo. Te l'avevo detto: 
<quote><hi rend='italic'>Palam mutire plebejo piaculum est</hi></quote>.
  </p>
  <p>
A. E io ero venuto quassù per far disperar 
lui! la mula mi par che si rivolti al medico. Ma, 
bada ve', non si può azzardar proprio nulla alle 
tue mani.
  </p>
  <p>
P. Peggio palaja! uno non aspetta l'altro: 
ora c' è l'<hi rend='italic'>Azzardare</hi>.
  </p>
  <p>
A. Oh! sai com'è? da ora in là tu m'ha' 
fradicio. Va' al diavolo tu e la tu' pedantería 
dell' uggia.
  </p>
  <p>
C. Guarda com'è tinto! lo sapevo che il 
cappello tu l'avevi a pigliar tu alla fine.
  </p>
  <p>
A. Non ho preso cappello io; ma se è
vero..... non si può aprir bocca, subito e' dà
il répete. Non si sa chi gli par d'essere! E stata 
una gran bestemmia l'<hi rend='italic'>Azzardare</hi>? come s'ha a 
dire? Sentiamo.
  </p>
  <p>
L. Magari! <hi rend='italic'>Arrischiare, Avventurare,</hi> e altri 
a diecine. Ma vedo che tu incocci; e non fiato più.
  </p>

<pb n='196'/>
<p>
C. Bravo! continua il tuo raffronto.
  </p>
  <p>
P. Sì, rompiamo il tempo. È frase elegante 
italiana il <hi rend='italic'>Dar bere</hi>, e <hi rend='italic'>Dar mangiare</hi>; e da preferirsi 
al <hi rend='italic'>Dar da bere</hi> e <hi rend='italic'>Dar da mangiare</hi>, come 
sa chi ha l'uso de' Classici italiani, e come 
sa per conseguenza anche il nostro Toníno.
  </p>
  <p>
A. E batti.....
  </p>
  <p>
C. Andiamo via, non attizzare il fuoco.
  </p>
  <p>
P. Quella frase è tale quale nel latino: in 
Plauto, in Terenzio, in Livio, dove tale quale si 
trova <hi rend='italic'>Dare bibere</hi>: dell'altra sorella però <hi rend='italic'>Dar 
mangiare</hi> non se ne ha esempio latino, benché 
lo insegni l'analogía: Plaut. Pers. 5. 2. 40. <quote><hi rend='italic'>Age, 
circumfer mulsum, bibere da usque plenis cantharis.</hi></quote> 
Cicer. Tusc. 1. 26. <quote><hi rend='italic'>Homerum audio qui 
Ganimedem a Diis raptum ait propter formam, 
ut Jovi bibere ministraret, cioè porgesse bere.</hi></quote> 
Livius 4.° 47. <quote><hi rend='italic'>Jussit sibi dare bibere.</hi></quote> Terent. 
Andr. 3. 2. 4. <quote><hi rend='italic'>Quod jussi, date ei bibere, et 
quantum imperavi date.</hi></quote> La qual frase, come è 
ora proprietà di nostra lingua, e' fu già della 
latina, la cui regolar costruzione non patisce 
l'unir così due infiniti: il perché nega, ma 
a torto, il Goveano potersi dir latinamente; e 
il Giovenale vi appone nel suo bel commento 
questa nota: <quote><hi rend='italic'>Hoc dicendi genus DATE EI BIBERE 
consuetudine magis quam ratione dictum est, 
nam duo verba, sic una juncta, male cohaerent 
sine nomine aut pronomine, ut si dices: Dic 
facere.</hi></quote>
  </p>
  <p>
A. Guarda che lago d'erudizione ch'e' ci 
ha fatto! chi non sapesse che mestiere agevole
è il far l'erudito..... Là, polvere negli occhi:

<pb n='197'/>

«Avanti, avanti, signori: io sono il primo medico 
che vada ora per il mondo: guardino bellezza 
di matricole e diplomi: il mio specifico...». E 
così tu col tuo scialacquare erudizione e citazioni.
  </p>
  <p>
P. Sì, povero Toníno, sfogati: purga un po' 
la bile.
  </p>
  <p>
C Ma dimmi un po', Pietro, quel <hi rend='italic'>Bibere</hi>, 
piuttosto che per infinito, non potrebbe stare in 
quegli esempj come per sostantivo?
  </p>
  <p>
P. Eh! bada ve' che tu non abbia ragione....	
Sicuro, alcuni voglion dire che gl'infiniti per 
sostantivi, come gli ha la lingua greca, la italiana, 
ed altre per avventura, la latina non gli 
ha: ma è egli poi vero? A me mi par d'esser 
più che certo d'averne notati assai esempj; che
ora non so dove me gli pescare: ma sta.....
uno mi torna a mente, ed è quel d'Orazio nella 
Poetica: <quote><hi rend='italic'>Scribendi recte sapere est et principium 
et fons</hi></quote>: dove il <hi rend='italic'>sapere</hi> è certo il soggetto 
della proposizione.
  </p>
  <p>
C. Così mi pare che si contenti il Goveano, 
e che si tolga via lo sconcio de' due infiniti allegato 
dal Giovenale.
  </p>
  <p>
P. S'ha a dir così? diciamolo. In ogni caso 
per altro resta sempre che il nostro <hi rend='italic'>dar bere</hi> 
è fratello del <hi rend='italic'>dare bibere</hi>.
  </p>
  <p>
A. Ohe! amico, <quote><hi rend='italic'>Scribendi recte sapere est 
principium</hi></quote>, hai inteso? e tu, che pretendi di 
scriver bene, dove l'hai il tuo sapere?
  </p>
  <p>
P. Te lo dicevo io? ha preso il <hi rend='italic'>Sapere</hi> 
d'Orazio per il <hi rend='italic'>Sapére</hi> nostro: ci corre, mio 
dolcissimo Toníno, ci corre: <hi rend='italic'>Sapere</hi> non vuol

<pb n='198'/>

dir <hi rend='italic'>la dottrina</hi>, o <hi rend='italic'>la sapienza</hi>, ma <hi rend='italic'>il buon senno, 
il buon giudicio</hi>: vuol dir quello che non hai 
tu, e che mai non avrai.
  </p>
  <p>
A. E che tu hai a sacca, non è vero? Sicuro 
un filologo distinto come te.....	
  </p>
  <p>
P. Dàgli: ora c'è il <hi rend='italic'>Distinto!</hi> ma che diavol 
hai oggi? tu non apri bocca come non dici uno 
sproposito; volevi forse dire <hi rend='italic'>valoroso, singolare, 
cospicuo.</hi>
  </p>
  <p>
C. Pietro, non ti confonder più con lui, e 
tira via.
  </p>
  <p>
P. <hi rend='italic'>Mangiare</hi> o <hi rend='italic'>dormir fuori</hi>, dice il nostro 
popolo, non per significare <hi rend='italic'>all'aria scoperta</hi>, ma 
per <hi rend='italic'>Mangiare</hi> e <hi rend='italic'>dormire in altra casa dalla 
sua;</hi> e modo simile tu lo trovi in Plauto: Mostell. 
2. 2. 53. <quote><hi rend='italic'>Ego dicam, ausculta, ut foris 
coenaverat Tuus gnatus, postquam rediit a coena 
domum</hi></quote> ec.
  </p>
  <p>
C. Guarda! a conto di questo <hi rend='italic'>dormir fuori</hi> 
mi torna a mente un garbato lazzo d'uno scolare 
di medicina. Aveva comandato il Rettore 
di uno Spedale che i giovani di medichería non 
dormissero fuori a patto niuno, affinché per sorte 
non dovesse mancar cura agli ammalati; e tra 
que' giovani ve n'era uno che, senza badare a 
tal comandamento, non v'era notte che la dormisse 
nello Spedale. Il Rettore era uomo di 
sangue ben rosso, e non si domanda se la mosca 
saltassegli al naso. Chiama il giovane: — O non 
avevo dato ordine che i giovani di medichería 
non dormissero fuori? — Sì signore. — Sì signore, eh? 
e lei, a farl'apposta, tutte le sere 
dorme fuori. — Non è vero. — Non è vero? e

<pb n='199'/>

con che faccia lo nega! c'è mille che glielo 
possono mantenere a faccia. — Vengano questi 
mille. — Eccoti venir su, chiamati dal Rettore, 
e pappíni e guardie, <hi rend='italic'>cum gladiis et fustibus</hi> 
contro il povero giovane. Ed il Rettore: — Dite, 
è vero che il signore lì dorme quasi tutte le 
notti fuori? — Illustrissimo sì — tutti in coro. — 
Lo sente, che ne dice? — Io dico, e ridico, che 
non ho per niente disubbidito, rispose il giovane: 
ella comandò che niuno di noi dormisse 
fuori, e fuori non ho dormito mai; ché sono
stato tutte le notti in casa del mio amico Sempronio, 
e ho dormito in un bravo letto. — La 
cosa finì in una risata; e gli ordini furono dati 
per innanzi con parole chiare e lampanti, senza 
ombra di figure grammaticali o rettoriche e di 
sintassi irregolari.
  </p>
  <p>
A. Tu ha' fatto bene a rallegrare questa 
seccaggine con la novellína dello scolare: un 
altro po' m'addormentavo dall'uggia.
  </p>
  <p>
P. E io, per farti dispetto, vo' continuare. 
Ma, prima ch'io me ne scordi, vo' chiarire un 
luogo di Dante, sul quale altra volta ho discorso, 
ma, che non finì di persuadere alcuni 
letterati. In quel verso <quote><hi rend='italic'>«Per la dannosa colpa 
della gola»</hi></quote> fu primo lo Strocchi a dire che 
<hi rend='italic'>dannosa</hi> valeva <hi rend='italic'>dispendiosa, che manda in rovina 
per il troppo che costa;</hi> e che viene dal 
latino, dove <hi rend='italic'>damnosus</hi> ha lo stesso significato, 
confortando il suo detto con un esempio d'Orazio. 
Io scrissi dovecchessía (che ora non l'ho a 
mente) parermi giusta la interpretazione dello 
Strocchi, e la confortai con altro esempio parimente

<pb n='200'/>

d'Orazio, dove è un <hi rend='italic'>damnose bibamus</hi>, 
che vale <hi rend='italic'>beviamo tanto da mandare in rovina</hi> 
chi ce lo dà, perché lo dice uno, che, invitato 
a cena, e trovatoci poco e mal da mangiare, 
e' voleva ricattarsi almeno col bere. Ma la cosa 
tuttavia non entrò ad alcuni, i quali nel <hi rend='italic'>dannosa</hi> 
di Dante voglion solo intendere <hi rend='italic'>dannosa</hi> all'anima, 
senza considerare che qui Dante vuole 
applicare questo aggiunto per particolare alla 
Gola, il che sta bene a intenderla come lo Strocchi; 
dove, nel modo che essi vogliono, sarebbe 
comune a tutti i vizj e peccati capitali. Per vedere 
ora se si convertono questi ritrosi, vo' citare 
altri esempj dove <hi rend='italic'>damnosus</hi> sta per <hi rend='italic'>sumptuosus</hi>, 
e <hi rend='italic'>damnosus homo</hi> sta per <hi rend='italic'>prodigus, 
sumptusque nullius rationem habens</hi>. Plaut. 
Truc. 1. 1. 63. <quote><hi rend='italic'>Eadem, postquam alium repperit, 
qui plus daret, Damnosiorem, me exinde 
amovit loco</hi></quote> cioè, spiegato a modo nostro: 
<hi rend='italic'>Trovatone un altro che le dava di più, e 
che non aveva il granchio alla tasca, la mi 
diede l'erba cassia.</hi> E innanzi aveva chiamato 
<hi rend='italic'>damnosos homines</hi> i lenoni e le bagasce, perché 
in essi si spendono molti danari. E <hi rend='italic'>damnosus</hi> 
per <hi rend='italic'>fonditore di sue facoltà,</hi> o <hi rend='italic'>macinone</hi> come 
dice il nostro popolo, lo usa Plauto medesimo. 
Pseud. 1. 5. 1. <quote><hi rend='italic'>Si de damnosis, aut de amatoribus 
Dictator fiat nunc Athenis atticis, Nemo 
antecedat filio, credo, meo.</hi></quote> Il tutto ribadito e 
confermato da Seneca, il quale esclamava, sdegnosamente 
garrendo gli scialacquatori de' suoi 
tempi : <quote><hi rend='italic'>Quid est coena sumptuosa flagitiosius, et 
equestrem censum consumente?</hi></quote>
  </p>

<pb n='201'/>
<p>
A. Avanti avanti, signori! Compratelo, compratelo, 
ché a poco ve lo do.
  </p>
  <p>
P. Síe, dammi del ciarlatano: vada per 
quando tu mi portavi alle stelle con lodi tanto
smaccate che facevano afa anche a me. Ci sono 
avvezzo a queste celie: e non puoi credere che 
spasso è per me il patirle, e il leggere tante 
lettere scrittemi anni sono da coloro che adesso 
dicon di me ogni peggio del mondo. E come tiro 
avanti con loro, così tiro avanti con te; che per 
altro da loro sei ben diverso, dacché la tua 
stizza e la tua ruggine dura tanto solamente 
quanto duran le nostre botte risposte, e poi 
vóltati in là non è altro, e siamo più amici di 
prima. O senti frattanto un altro pochino della 
mia cantafavola filologica. É comunissimo fra 'l 
popolo questo proverbio <hi rend='italic'>Dare il pane e la sassata</hi>, 
per significare che altri fa ad altrui buon 
servigio, e nel tempo medesimo gli fa un mal 
garbo: il qual proverbio non è nel Vocabolario; 
con tutto che se ne trovi la origine nella <hi rend='italic'>Aulularia</hi> 
di Plauto, dove Euclione dice: <quote><hi rend='italic'>Altera 
manu fert lapidem, panem ostentat altera</hi></quote>.
  </p>
  <p>
C. Dimmi un po' ora, mutando discorso, che 
significato pensi tu che abbia il verbo <hi rend='italic'>Aemmare</hi>?
  </p>
  <p>
P. <hi rend='italic'>Aemmare?</hi> non lo so io: non l'ho mai 
trovato.
  </p>
  <p>
C. O non l'hai letto il <hi rend='italic'>Centiloquio</hi> del Pucci? 
  </p>
  <p>
P. Sì. a pezzi e a bocconi: ma poi lo buttai 
via, perché mi seccava.
  </p>
  <p>
C. Il verbo <hi rend='italic'>Aemmare</hi> dunque è lì: e siccome 
la Crusca novella ne reca esempio, e la

<pb n='202'/>

sua dichiarazione non mi quadra, così volevo 
sentir te.
  </p>
  <p>
P. Umh! guardiamo la Crusca novella, e riscontriamo 
nel <hi rend='italic'>Centiloquio</hi>. La Crusca eccola 
qui: quell'altro piglialo, ché ecco là le <hi rend='italic'>Delizie</hi> 
del P. Ildefonso.
  </p>
  <p>
C. Ecco ogni cosa. O guarda la Crusca come 
dice: <quote><hi rend='italic'>«AEMMARE. Esser d'avviso, Stimare. 
Voce usata dal Pucci, Centil.</hi> 61. 58. « Perocché 
a' Fiorentin diè poi gran danno; E questo è vero 
come qui s'aemma».</quote> Ora il Pucci vuol accertare 
il lettore che ciò che racconta è vero: c'è 
egli ma' dubbio che per <hi rend='italic'>premere di suo concetto 
il suco</hi> volesse dire: <hi rend='italic'>è vero come qui si stima 
o come qui siam d'avviso</hi>, essendo il verbo <hi rend='italic'>Stimare</hi> 
e il modo <hi rend='italic'>Esser d'avviso</hi> significativi di 
<hi rend='italic'>Avere la tale o tal opinione</hi>, la qual può esser 
anche falsa, e non punto atti per conseguenza a 
significare certezza? tanto più poi se si considera 
che il Pucci è semplice raccontatore, e non ha nell'allegata 
narrazione dichiarato esser la sua opinione 
piuttosto una che un'altra, ché allora solo ci 
starebbe bene il <hi rend='italic'>come qui si stima o siam d'avviso</hi>.
  </p>
  <p>
P. Anche a me mi pare quel medesimo che 
a te; ma vediamo l'esempio in fonte.
  </p>
  <p>
C. To', ecco libro e carta, leggi.
  </p>
<p>
<quote>P. Messer Guglielmo fu accomiatato,
E fe' vista d'andarne per maremma,
E con Castruccio si fue accozzato: 
E fu a lui come all'anello gemma, 
Perocché a' Fiorentin diè poi gran danno,
E questo è vero come qui s'aemma. 
Castruccio fece cavalcare a 'nganno 
D' intorno a Prato, per quel ch'io ne creda,
Per liberare Altopascio d'affanno.</quote>
  </p>

<pb n='203'/>
<p>
C. Che te ne pare?
  </p>
  <p>
P. E' mi pare che non ci cada in verun 
modo lo <hi rend='italic'>Stimare</hi>, o <hi rend='italic'>L'esser d'avviso</hi>, per le ragioni 
che hai allegato tu: le quali sono confortate 
da ciò, che due versi sotto l'autore usa tal 
formula (<hi rend='italic'>Per quel ch'io mi creda</hi>), e la usa non 
ad accertare il raccontato da lui, ma a significare 
qual'è la sua particolare opinione rispetto 
al fine che aveva Castruccio cavalcando intorno 
a Prato. Chi mi domandasse per altro che cosa 
vuol dire quel <quote><hi rend='italic'>Come qui s'aemma</hi></quote>, io crederei 
d'accertare dicendo che importa <hi rend='italic'>Come qui si 
scrive</hi>: e chi mi domandasse la ragione di tal 
verbo, io risponderei, ma non certo di dare nel 
segno, che tal verbo può esser formato dalla 
lettera <hi rend='italic'>emme</hi>, che agevolmente si adatta a tal 
formazione, la qual lettera, per sineddoche considerata 
per tutto l'abbiccì, si sia esso verbo 
tirato a significare lo scrivere, come scrivere 
non è altro che segnare lettere di esso abbiccì. 
O potrebbe anche dirsi, che, essendo il poema 
del Pucci annali in poesía, e solendosi dire, invece 
del tal anno del secolo, il tal millesimo; e 
il millesimo essendo significato dalla lettera 
emme; potrebbe anch'essere dico, che il <quote><hi rend='italic'>Come 
qui s'aemma</hi></quote> fosse scritto dal Pucci per <hi rend='italic'>Come 
si registra qui in questo millesimo</hi>. Io dico così 
per trovar pure una ragione di questo verbaccio; 
ma anche queste bisogna tirarcele co' denti. 
Circa poi allo <hi rend='italic'>Stimare</hi> o <hi rend='italic'>Esser d'avviso</hi> della 
Crusca non accade parlarne, dacché né il contesto 
lo patisce, né ragione se ne trova alcuna. 
Molte sono le osservazioni che potrebbero farsi

<pb n='204'/>

di questo genere, e le farei, se tanto non fossi 
assediato di faccende quant'io sono da un pezzo 
in qua.
  </p>
  <p>
A. Oh! le gran faccende! Il Ministro degli 
Affari esteri dell'Impero francese non c'è per
nulla.
  </p>
  <p>
P. Ecco un'altra bestialità. Quel <hi rend='italic'>Ministro 
degli affari esteri</hi> non è ben detto in buon italiano.
  </p>
  <p>
A. Intanto e' c'è anche nella Crusca novella 
con due esempj.
  </p>
  <p>
P. Ed è appunto un gran fatto che nella 
Crusca novella ci abbia a esser tanto spesso 
degli attaccagnoli da reggere gli scerpelloni 
de' tuoi pari. E di chi sono i due esempj? son 
del Botta. In molti altri luoghi si veggon tirate 
fuori voci e modi non buoni, ed autenticati poi 
con esempj di scrittori non autorevoli in ogni 
cosa, ed in questa massimamente meno che mai; 
e fatti poi buoni, che è peggio, dagli stessi compilatori 
in quel tanto che nel Vocabolario ci 
pongon di suo. Esempio dannoso e pestilente 
quanto non si può dire, e che potrebbe, se altri 
argomenti non vi fossero, riuscire a perdizione 
della lingua. Così non adopraron mica gli Accademici 
della prima impressione, la quale (fatta 
ragione del poco che fin'allora s'era fatto da 
altri in opera di filologia italiana) è senza fallo 
la migliore; e te lo mostrerò col confronto 
un'altra volta che tu venga quassù. Vedi? tornando 
al proposito, questi <hi rend='italic'>affari esteri</hi> son riprovati, 
non che da altri, dal canonico Basi, che 
pura è Accademico, nella sua <hi rend='italic'>Arte oratoria</hi>: ma

<pb n='205'/>

non bastano gli <hi rend='italic'>affari esteri</hi>; ché, nella dichiarazione 
di questo parlare non buono, si usa pure 
la voce <hi rend='italic'>Diplomazia</hi> pretta francese, che è ripresa 
dall'Ugolini e dal Puoti, il quale dice:
<quote>«E comeché amendue sien voci nuove, pur non
«<hi rend='italic'>Diplomazia</hi>, che è di forma tutta francese, ma
«DIPLOMATICA vorremmo si usasse, italiana d'indole
«e di forma, quantunque nel sentimento
«proprio valga <hi rend='italic'>Scienza de' Diplomi</hi>.»</quote>
  </p>
  <p>
C. Bada ve', se t'ho a parlar chiaro, mi 
pari di maniche troppo strette: e rammentati che 
chi troppo tira la corda si strappa.
  </p>
  <p>
P. Piano, a' ma' passi, dicevano i nostri 
vecchi: intendimi sanamente. Io non dico che
le due cose qui da me riprovate sien da scomunicar 
chi le usasse; ma volli dir solamente 
che non istà bene il vederle autenticate ed usate
da chi della lingua dovrebbe esser geloso custode; 
perché ne' così fatti è peccato e scandalo 
ciò che in altri è a mala pena da riprendersi:
come sarebbe scandalo e peccato grave ne' sacerdoti 
ciò che ne' secolari è lievissimo, perché 
i sacerdoti delle cose sacre sono custodi, e debbono 
essere altrui specchio di purità e di santità. 
E fosse almeno una sola, o fosser tre o 
quattro le mancanze di questo genere! e non
fosse vero pur troppo che le lingue si vanno 
alterando, ed anche spegnendo per questa via! 
e che spenta la lingua è spenta pur la nazione!
  </p>
  <p>
C. Sta: è picchiato. (Ringraziamo Dio, se 
no chi sa dov'andava a parare!)
  </p>
  <p>
P. Chi è? Avanti.
  </p>
  <p>
F. Signori, le scusino: i' son io. Sior padrone,

<pb n='206'/>

e' c'è quissignore <note n='1' place ='foot'> Cioè <hi rend='italic'>quel signore</hi>. I contadini e la gente del volgo 
cambia in simili casi l'<hi rend='italic'>e</hi> di <hi rend='italic'>quel</hi> in <hi rend='italic'>i</hi>; e per comodo di pronunzia 
non fa sentire la <hi rend='italic'>l</hi>, ma ci mette in suo scambio la 
consonante onde comincia la voce seguente. Cosi <hi rend='italic'>quiccane,
quillibro, quibbastone</hi> e simili per <hi rend='italic'>quel cane, quel libro, quel bastone</hi>. </note> dell'aittro giornaccio, 
con quella palandrana grigia, che ha bisogno 
in tutti i mo' di parlagghi. I' ghiel'ho ditto che 
la ci àa <note n='2' place ='foot'><hi rend='italic'>Aveva.</hi></note> gente di fora, e che la unn' arrebbe <note n='3' place ='foot'><hi rend='italic'>La unn' avrebbe.</hi> La non avrebbe. </note>
potucho abbadagghi: ma lui duro! e' stavea <note n='4' place ='foot'><hi rend='italic'>Stavea</hi> e <hi rend='italic'>Davea</hi> dicono comunemente alcuni contadini per <hi rend='italic'>S'ava</hi> e <hi rend='italic'>Dava.</hi></note>
lì 'mpalato che parea un boto, e dicea: 
I' l'aspetteróe. I' mi pensáo che, statoci un pezzo,
e' si 'olesse uggire e andassene: ma síe!.....	
Allora per la megghio e' m'è parso di vienilla 
a chiamare e addio, perché la se lo levi di torno 
lie' signoría da sene.
  </p>
  <p>
P. Digli che ora vengo.
  </p>
  <p>
F. Gnor sì.
  </p>
  <p>
P, Scusate, amici, vi lascio un momento
soli.
    </p>
  <p>
C. Fa' fa' pure il tuo comodo: noi intanto 
andremo qua verso l'uccellare, dacché il tempo 
è un poco allargato.
  </p>
  <p>
P. Sì, bravi; verrò a trovarvi là. Addio a 
or ora.
  </p>
  </div>
  

<div n='dialogo XI' type='sezione'>
<pb/>
  <p>
<hi rend='bold'>DIALOGO XI.</hi><note n='1' place ='foot'>  Questo Dialogo fu messo per Prefazione al volume di <hi rend='italic'>Rime burlesche di eccellenti autori</hi>, Firenze, Le Monnier, 1856. </note>
  </p>
<p>
<hi rend='bold'>Don Sughero Pesamondi e il Raccoglitore.</hi>
  </p>
<p>
S. Ma che son tempi da ridere questi? ma 
che noi altri Italiani non s'ha mai a metter 
giudizio? non ci abbiamo a occupar di qualcosa 
meglio che queste <hi rend='italic'>Raccolte</hi>, e queste bambocciate 
di lingua e non lingua? Come si fa a venir 
fuori adesso con le Poesie burlesche? Sentite, 
caro Fanfani, avevo un concetto assai migliore 
del vostro giudizio.
  </p>
  <p>
R. Non vada in collera, signor Sughero riveritissimo; 
e faccia un po' più piano, che non 
si levi tanta polvere. Che vuole? io so assai di 
tempi e non tempi: piuttosto che al pianto e al 
fare il sornione, la natura mi ha fatto inchinevole 
al ridere e allo stare allegro: sono stato 
sempre appassionatissimo per gli studj di lingua: 
son sempre andato matto de' nostri scrittori berneschi: 
mi è parso che, essendo pur tristi i 
tempi, non sia obbligo il rattristirgli anco di più, 
stando sempre a frignare; ma che sia invece una 
carità fiorita il cercare di disacerbargli con qualcosa 
di piacevole; e però ho messo insieme questo 
libretto.
  </p>

<pb n='255'/>
<p>
S. Belle ragioni! ma non potevate spender 
il vostro tempo un po' meglio? e chi leggera codeste 
baggianate, non potrebbe leggere invece
qualche altra cosa che gli <hi rend='italic'>educhi la mente e il 
cuore, che gli ispiri alti sensi, che lo renda cittadino
degno della patria sua?</hi>
  </p>
  <p>
R. Eh! eh! signor Sughero, per carità non 
entriamo in questi venticinque soldi. Ma le par 
egli ch'io possa porre la mira tanto alta, e tanto 
possa correre il mio cavallo? è gala se abborraccio 
qualcosa attorno agli studj di lingua. Altre 
opere pregiate tocca agli ingegni grandi suoi 
pari il farle: da voi soli può aspettare gloria ed 
onore la patria: voi soli potete ajutarla col senno 
e con l' opera: noi, poveri pedantucoli linguajuoli, 
non possiamo far altro che battervi le 
mani; e ci contentiamo che le nostre bazzecole 
servano come di scuro al chiarissimo delle opere 
vostre; e ci contentiamo di essere come manovali 
che portino i sassi e la calcina a quegli 
splendidi edificj che voi avete architettato; se 
pure è vero, come parmi, che anche la lingua 
in una nazione c'è per qualcosa.
  </p>
  <p>
S. O che seccatura! siamo al solito: e codesta 
musica l'avrò sentita mille volte. Ma che 
accade perdercisi tanto attorno la lingua? che 
importa che le parole sieno un po' più o un 
po' meno belle, quando sono ottime le cose, e 
quando di cose ci è tutto il bisogno, e di parole 
non ce n'è punto?
  </p>
  <p>
R. Che vuol ch'i' le dica, ella avrà ragione 
da vendere; ma io e i miei pari ci lasciamo 
sopraffare da certi cotali, che il mondo chiama

<pb n='256'/>

uomini sommi, a' quali saltò il grillo di dire che 
la lingua è vera gloria di una nazione, ed anzi
è cosa tanto congiunta colla nazione, che ne' più
grandi libri del mondo, la <hi rend='italic'>Bibbia</hi> e la <hi rend='italic'>Divina 
commedia</hi>, lingua e nazione suonano spesso quel 
medesimo: che lo studio di essa è nobilissimo
e santissimo: che la lingua è come uno specchio 
nel quale cadono i concetti di tutti i pensanti 
di una nazione, e dal quale si riflettono i
pensieri di tutti nella mente di ciascuno: che
essa è mezzo da insegnare le ottime discipline,
e da esprimere acconciamente i pensieri dell'animo, 
e però tanto più l'oratore e lo scrittore
otterrà il suo fine, quanto più saprà pigliar 
l'animo di chi lo ascolta o lo legge con la eleganza 
e con le grazie della elocuzione: che il
giudizio e l'intelletto sono ajutati in gran maniera 
dal retto uso dei vocaboli più proprj, e
che intelletto e linguaggio vivono quasi una vita 
comune: che la lingua in fine è ciò che ne 
disferenzia dai bruti, ed è la cagione per cui 
siamo umani e civili; e degna per questo che 
ciascuno l'ami, la coltivi, la difenda.
  </p>
  <p>
Síe síe, le solite intemerate; lo so che Platone, 
Cicerone, Dante e alcuni altri grandi uomini 
han detto queste e simili cose.
  </p>
  <p>
R. Ecco, appunto codesti: e non alcuni, ma 
molti altri lor pari.
  </p>
  <p>
S. O se vi dico <hi rend='italic'>lo so</hi>; ma anch'essi avevano 
in questo la lor parte di pedante.
  </p>
  <p>
R. Eh! sarà: lo dice lei.....
  </p>
  <p>
S. E poi a' loro tempi non c'erano le nobili 
e generose idee che son venute su a' nostri

<pb n='257'/>

giorni: non aveano le loro patrie i bisogni che 
ha ora la nostra: ora, vi ripeto, ci vogliono cose 
e non parole.
  </p>
  <p>
R. Lo dice lei..... Ma, e pure anche uomini 
sommi del tempo nostro, e che ben conoscono 
le condizioni nostre, ed amano la gloria 
della nostra patria, anch'essi, guardi, ripetono 
quelle medesime dottrine, e col precetto e con 
l'esempio ajutano efficacissimamente gli studj di 
lingua, e lodano i coltivatori di essi.
  </p>
  <p>
S. E anche loro sono in questo pedanti: ci 
vuol poco! — Ma già, siamo usciti dal proposito: 
io dicevo delle poesie burlesche, e voi mi siete 
entrato in lingua.
  </p>
  <p>
R. Abbia pazienza, signor Sughero, ma è
stato lei il primo a entrarci: e poi la quistione 
all'ultimo è tutt'una, perché le poesie burlesche 
le ho date fuori principalmente per gli studiosi 
della lingua.
  </p>
  <p>
S. Oh! mancava roba da dar fuori per 
esempio di lingua, senza ricorrere a quelle buacciolate, 
e in questi tempi.
  </p>
  <p>
R. Ecco, le dirò: a me, così idiota, mi parve
che, per imparare un poco di lingua andante e 
nervosa, ed efficace ad un tempo, giovino più 
simili letture che qual altra si voglia, perché 
qui più che altrove si vedono que' modi familiari 
così vispi e calzanti, e quel fare semplice ed alla 
mano, che manca generalmente negli scritti dei 
nostri barbassori, e che è il vero cinto di Venere 
in opera di scrivere.
  </p>
  <p>
S. Síe, o se lo dico; si vuol ciance canore: 
si vuol la veste bella, senza badare alla sposa.
  </p>

<pb n='258'/>
<p>
R. Eh no, signor Sughero: si vuol bella la 
sposa: ma le si vuol mettere una veste dicevole 
alla sua bellezza: perché anche un bel corpo 
mal vestito e sucidamente, perde ogni pregio: 
dove per contrario anche un corpo non al tutto 
bello, ma acconciamente e semplicemente vestito 
e adorno, piglia dell'attrattivo, e non solo piace, 
ma si fa anche amare. La lo sa: vesti un ciocco,
pare un fiocco.
  </p>
  <p>
S. E io vi dico invece che l'abito non fa il 
monaco.
  </p>
  <p>
R. Codesto proverbio va inteso per il suo 
verso, e non letteralmente; perché l'abito, mio 
buon signor Sughero, non solo fa il monaco, ma 
fa il prete, fa il vescovo, fa il capitano, fa il re, 
fa ogni cosa; e questo non ha bisogno di prova. 
Ma torniamo a Cam, come disse quel predicatore. 
Non solo ho creduto utili queste poesie per 
lo studio della lingua, ma ho creduto ancora che 
quelle argute invenzioni, quelli accorti partiti, 
quelle ingegnose maniere di significare in modo 
singolare i concetti più comuni, dovessero giovar 
molto a far prendere la facilità di verseggiare, 
a lisciare le menti un po' ruvide, a svegliare 
gl'ingegni un po' sonnolenti.
  </p>
  <p>
S. E a fare il buffone. Noi abbiamo bisogno 
di Tirtei, e non di Burchielli, né di Berni.
  </p>
  <p>
R. Oh! per l'amor di Dio, signor Sughero, 
che vuol far dei Tirtei dove mancano i Greci? 
Io come io, dico che abbiamo piuttosto bisogno 
di Persj o di Lucilj: e questo genere di poesía 
può essere il casissimo a formare un buon

<pb n='259'/>

satirico, dovendo appunto il satirico usare lingua 
popolare e pedestre.
  </p>
  <p>
S. Ma che ci ha che fare la satira ora?
  </p>
  <p>
R. E' ci ha che fare, se non m'inganno; perché
la satira, onesta e urbana, ma severa, e' mi 
par che abbia un fine nobilissimo e santo: e mi 
pare che un buon satirico sia da riverirsi e da 
ammirarsi da tutta una nazione, come quegli che 
ha il mandato di ritrar gli uomini dal vizio ed 
eccitargli virtù; ed è il vero poeta della civiltà. 
Veda: a' nostri giorni è vissuto, e tutti e due 
noi ci abbiamo avuto amicizia, il povero Giusti: 
egli si studiò con le sue poesíe di combattere 
tutti i vizj e tutti gli abusi della nostra patria; 
e, salvo alcune cose che non vengono da tutti 
approvate, le sono eccellenti così per la forma, 
come per la materia, ed egli è salutato per il 
vero poeta civile: e come è l'idolo poetico di 
lei, così è di tutti coloro che hanno vero sentimento 
del buono e del bello. Eppure, la lo sa, 
il Giusti aveva sempre in mano i nostri poeti 
berneschi, e non si vergognava di chiamargli 
suoi maestri: e se lei, signor Sughero, volesse 
tanto chinarsi che buttasse gli occhi su questo 
volume, parecchie volte si troverebbe ad esclamare 
in leggendo: Guarda! qui pescò il Giusti.
  </p>
  <p>
S. Mi fate ridere: datemi una testa come 
quella del Giusti.... Già l'ho presa anche con 
lui, perché è stato cagione che si leggano le 
pazze balordaggini de' suoi imitatori.
  </p>
  <p>
R. Questi sciocchi non meritano neppure di 
esser nominati; e sono debito lor premio le risate

<pb n='260'/>

di scherno e di compassione che i savj 
fanno alle stolte lor cantafavole.
  </p>
  <p>
S. Come dire che non c'è ancora chi le 
loda....
  </p>
  <p>
R. Va bene; ma la lode tanto ha valore 
quanta ha autorità e senno chi la dà. Essi fanno, 
tra loro poetastri e scribacchianti, quell'inverecondo 
palleggio di lodi, onde parla il Giusti medesimo; 
ma quel palleggio accresce il riso e la 
compassione di chi ha un po' di senso comune.
  </p>
  <p>
S. Sta tutto bene, ma non mi persuadete.
  </p>
  <p>
R. Che vuol ch'i' le dica? All'ultimo non 
tutti saranno del suo pensare: non tutti saranno 
uomini gravi come lei, signor Sughero: tra tanti 
ci sarà pur qualcheduno che ami lo studio della 
lingua: qualcuno che ami di ridere e di spassarsi 
un poco: qualcuno che non tenga le poesíe 
burlesche per una buffonata affatto, e creda anzi 
che a qualche cosa possa giovare il leggerle: e 
fra tutti questi qualcuni, si metteranno insieme 
tanti compratori del libro, che Le Monnier non 
avrà buttato via il suo a stamparlo. Il mondo è
bello perché varia, e <hi rend='italic'>varj sono gli umor, varj 
i cervelli, a chi piace la torta a chi i tortelli</hi>.
  </p>
  <p>
S. È vero; ma io, per me, non lo leggo. Addio 
Fanfani, Dio vi dia buon giudizio.
  </p>
  <p>
R. A rivederla, signor Sughero: e a lei gli 
mantenga quello ch'ell'ha.
  </p>
  </div>
    </body>
</text>
</TEI>