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                <title>Crisi economica e crisi politica</title>
                <author>Luigi Sturzo</author>
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                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
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                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
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                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
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                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
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            </publicationStmt>
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                <p>Opera Omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. III, Il partito popolare italiano: Dall'idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), seconda edizione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 132-161.</p>
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        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
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  <div>
    <p>
      OPERA OMNIA 
    </p>
    <p>
      DI
    </p>
    <p>
      LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      SECONDA SERIE
    </p>
    <p>
      SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
    </p>
    <p>
      VOLUME III
    </p>
    <p>
      PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
    </p>
    <p>
      LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
    </p>
    <p>
      DALL'IDEA AL FATTO (1919)
    </p>
    <p>
      RIFORMA STATALE
    </p>
    <p>
      E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
    </p>
    <p>
      ROMA 2003 
    </p>
    <p>
      EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
    </p>  
  </div>
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<div n='crisi economica e crisi politica' type='sezione'>
 
<pb n='132'/>
  
  <p>
    CRISI ECONOMICA E CRISI POLITICA
  </p>
<p>
È tale la dura prova che va sostenendo la patria nostra dal 
giorno dell'armistizio, quando già aveva compiuto uno sforzo 
politico ed economico superiore alle sue energie; è così aspro il 
cammino che le si apre dinnanzi, dopo circa due anni di crisi, 
che occorre la volontà dei movimenti supremi, salda e generosa, 
dei suoi figli, per vincere di nuovo, quando sembra si debba 
disperare di ogni vittoria.
</p>
<p>
Quel che manca è un obiettivo di sincerità, un termine risolutivo 
evidente, che leghi gli animi dei molti e determini una 
azione concorde e fattiva; manca il consenso su di un programma 
concreto di pensiero e di azione, che crei il dinamismo delle 
forze, mentre gli elementi disgregatori penetrano nella stessa 
compagine statale, che non regge all'urto formidabile; manca 
l'uomo delle grandi speranze e dei grandi odii, che polarizzi le 
forze vive e che trascini alle lotte decisive.
</p>
<p>
Incombe l'equivoco, in tutti i campi della economia e della 
  
<pb n='133' />
  
politica, equivoco dal quale bisogna uscire, se un'azione rapida 
e fattiva vorrà imporsi ai trepidi, agl'incerti, ai dubbiosi, agli 
assenti, a coloro stessi che operano nell'adattamento quotidiano 
del caso per caso, nella speranza vana che verrà il momento in 
cui il caso crei la situazione favorevole e determini la fase risolutiva. 
L'equivoco nella economia pubblica, nella politica statale, 
nella lotta dei partiti, acuisce la crisi che incombe sull'Italia, 
determina gli stati d'animo delle masse diffidenti e 
ostili, e rende adatto il terreno alla propaganda rivoluzionaria 
e alle folli visioni distruttive e catastrofiche.
</p>
<p>
Per contribuire in qualche modo a uscire dall'equivoco e ad 
orientare il nostro pensiero verso termini di approssimazione 
per una risoluzione delle crisi presenti, economica e politica, 
questa sera tenterò di esprimere un pensiero che, ispirato alle 
direttive del partito popolare italiano, resta però un pensiero 
personale, che può essere discusso da amici e da avversari, come 
lo sforzo onesto di chi ama la patria e vuole servirla con tutte 
le sue forze nei momenti più difficili e nelle ore più pericolose.
</p>
<p>
<hi rend='bold'>I.</hi>
</p>
<p>
Se dovessimo dire di aver trovato una chiara direttiva nei 
lavori dei settecento della grande commissione del «dopo guerra», 
creata dall'on. Orlando, come appello a tutte le competenze 
economiche e politiche d'Italia, affermeremmo una cosa 
non vera. L'oblio coperse, nello stesso giorno in cui venne alla 
luce, quell'esame parziale, incompleto, unilaterale del problema 
visto uno o due anni fa, e superato nello stesso giorno in cui 
venne posto. Non possiamo che registrare la chiusa ipertrofica 
di un periodo democratico-retorico, quello delle commissioni: 
per il bene comune auguriamo che non torni più alla ribalta 
della vita pubblica.
</p>
<p>
La guerra lasciava intanto circa novanta miliardi di debiti 
mentre si prospettava un disavanzo annuale enorme e insopportabile 
che prevedevasi dai dieci ai venti miliardi all'anno. 
Nello stesso tempo venivano meno le sovvenzioni dell'estero,
  
<pb n='134'/>
  
sotto forma di prestiti di guerra, e aumentava l'inasprimento dei 
cambi, che dovevano arrivare a termini assurdi anche per merito 
di un istituto statale che potrebbe sopprimersi. Gli economisti 
e gli storici della guerra ci diranno fra l'altro tutti gli 
errori economici compiuti dal 1914 al 1918, e forniranno gli 
elementi di studio per gli statisti dell'avvenire. Noi intanto ne 
portiamo il peso e ne registriamo i dati, in cerca di soluzioni.
</p>
<p>
Il famoso intercalare di Francesco Saverio Nitti «consumare 
di meno e produrre di più» non ebbe la fortuna dell'appello 
alla resistenza lanciato da Vittorio Emanuele Orlando dopo 
Caporetto, perché mancò la spinta di una catastrofe imminente 
che non si sentiva, e venne meno qualsiasi azione pratica direttiva 
ed efficace: rimase allo stato di frase retorica.
</p>
<p>Com'era possibile ottenere un successo, quando alla corsa 
per i consumi offriva il mezzo dei rallentamenti del regime annonario 
della guerra; si creava con gli aumenti di stipendio il 
circolo vizioso degli aumenti di prezzi; e d'altra parte non si 
faceva corrispondere alla volontà di lavoro e di produzione 
quell'ambiente di riforme e di sforzi, pari alle esigenze psicologiche 
delle masse che tornavano dalle trincee e in rispondenza 
alla sicurezza del capitale per l'utile impiego nella rinnovata 
vita economica del paese?
</p>
<p>
Così passarono i mesi lunghi e trepidi, nell'inazione e nel 
silenzio del parlamento, che aveva perduta la sua vera funzione, 
mentre si fabbricavano i decreti-legge nella piccola fucina 
della burocrazia senza il controllo della opinione pubblica, nell'attesa 
di invocare riforme economiche e politiche quale programma 
del dopo guerra; e la tensione generale era polarizzata 
verso la conferenza di Parigi e verso il problema dei nostri confini 
adriatici e specialmente di Fiume, come al problema centrale 
di tutta l'azione politica ed economica del paese.
</p>
<p>
In questo stato di marasma il problema agrario e il problema 
industriale ebbero fasi impreviste di arresto e di deviazione; 
la cosiddetta bardatura di guerra, aggravata da quella 
posteriore con tentativi di monopoli, di consorzi e di enti fittizi 
e mastodontici, rese più difficile l'attività commerciale; e fra 
stenti enormi cominciò a riprendersi e a tentare le vie risolutive 
l'iniziativa privata, che era mortificata da legami statali
  
<pb n='135'/>
  
e burocratici e resa difficile dalle incertezze di un torbido 
domani.
</p>
<p>
Le prime convulsioni di carattere generale nel campo economico, 
furono quelle del luglio 1919 contro il costo della vita: 
fu una facile insurrezione eccitata da elementi anarcoidi e da 
spinta politica, maturata però attraverso sei mesi di facile illusione 
che dopo la guerra i prezzi dovessero scendere; e resa 
acuta invece dalla salita senza freni di questi, per evidente 
abbandono del controllo pubblico sui larghi margini della 
audace speculazione privata. Il saccheggio delle rivendite e 
degli esercizi, le «gride» alla spagnola del ribasso del 50 per 
cento, le commissioni popolari per i calmieri, diedero l'impressione 
fugace di un arresto alla ascesa dei prezzi, che riprese 
invece con ritmo accelerato; e a compensare le asprezze dei costi 
e la insopportabilità della scarsezza delle merci di uso, si invocava 
nuovo caroviveri per gli impiegati e nuovo aumento di 
salari per i lavoratori. L'immagine della palla di neve, nel 
circolo dei prezzi del mercato e degli aumenti di salari e delle 
paghe, saltava agli occhi di tutti; mentre l'effetto immediato fu 
l'aumento del disavanzo dell'erario e la svalutazione della moneta: 
che alla loro volta determinavano ed erano determinati 
reciprocamente dai fattori degli alti costi o degli alti salari.
</p>
<p>
Si disse: perché lo stato ritarda il prestito della vittoria? 
Difatti dal novembre 1918 si arrivò tra la fine del 1919 e del 
1920, prima di tentare un prestito. Venticinque miliardi dovevano 
servire a rimettere un po' di equilibrio nell'economia pubblica 
e a rendere meno fallace la finanza statale. Il risultato non 
fu pari alle speranze, sia per la reale portata del prestito che 
servì a trasformare non pochi titoli dei prestiti passati; sia 
perché arrivava con ritardo di un anno, quando già era scossa 
la fiducia produttiva del paese, e le sorti della politica estera 
erano più torbide che mai; sia infine perché le proporzioni delle 
esigenze dell'erario erano assai più vaste dei venticinque miliardi 
richiesti. Lo sforzo nazionale doveva impegnare ben altri 
capitali per far fronte al risanamento finanziario della nazione; 
tanto più quanto il bilancio del paese era minato, fin da allora, 
dallo spaventoso deficit dell'acquisto del grano estero, per circa
  
<pb n='136'/>
  
sette miliardi; e dai deficit crescenti di tutti i servizi pubblici, 
specialmente delle ferrovie e delle poste e telegrafi.
</p>
<p>
Il movimento di questi ultimi ebbe una fase acuta con gli 
scioperi nazionali del gennaio scorso; si è avuta una serie di 
ulteriori agitazioni da allora ad oggi, indice di una irrequietezza 
che, al di fuori di tonalità politiche, tormenta tutta la classe 
degli impiegati dello stato e pesa sul pubblico erario come un 
masso insostenibile quasi pari a quello del deficit per il prezzo 
del grano.
</p>
<p>
Questi problemi, insieme ad altri, lasciò Nitti in eredità 
all'attuale ministero presieduto da Giolitti; il quale, mentre 
evitò subito il problema del prezzo del pane, perché la pubblica 
opinione era agitata dal decreto-legge che obbligò Nitti a 
presentare dimissionario il suo terzo ministero, imperniò il suo 
ritorno sui provvedimenti finanziari più urgenti per normalizzare 
in qualche modo la economia pubblica.
</p>
<p>
Il ministero precedente sulla trama del progetto Meda, ma 
con deviazioni notevoli, aveva adottato i primi provvedimenti 
finanziari del dopo guerra, che dalla tassa sul patrimonio a 
quella sul vino, avevano avviato lo stato con una certa timidezza, 
a domandare ai contribuenti il dovuto concorso. Giolitti affrontò 
subito la questione della nominatività dei titoli e quella dei 
profitti di guerra i cui progetti volle rapidamente approvati 
dalla camera dei deputati e oggi dal senato, come mezzo di risanamento 
finanziario dello stato e come elemento concorrente, 
insieme all'inchiesta sulla guerra, a determinare uno stato di 
equilibrio morale atto a dare efficienza maggiore all'equilibrio 
finanziario, che affannosamente si tenta.
</p>
<p>
Non possiamo ancora esattamente prevedere gli effetti pratici 
delle nuove leggi finanziarie, le quali, specialmente quella 
della nominatività dei titoli, ebbero forti attacchi dal punto di 
vista tecnico. La discesa dei titoli italiani nella quotazione dei 
mercati e quindi l'aumento del cambio al punto da valutarsi 
una perdita della ricchezza nazionale a dieci miliardi da giugno 
ad oggi, non possono attribuirsi alle leggi Giolitti come ad unico 
fattore; mentre c'entrano insieme altri fattori diretti ed indiretti, 
economici e politici, di indubbia gravità ed efficienza. Però 
non possiamo disconoscere che, nel quadro della politica giolittiana,
  
<pb n='137'/>
  
le leggi finanziarie testè votate, oltre che un vero provvedimento 
fiscale, rappresentano un numero di valore psicologico 
e tattico, sia pure a tinte demagogiche. Anche perché, quello 
che è mancato a Giolitti come a Nitti, quale linea direttiva e 
quale valore anche tributario, è stata la posizione centrale del 
problema della economia produttiva nazionale, che dovrà ancora 
essere affrontata nella sua interezza. Dico quale valore anche 
tributario, perché non è possibile fare della finanza tributaria 
senza tener presenti due problemi: restare ai margini della produzione 
attuale senza intaccarne le sorgenti; e dare sviluppo 
alla produzione futura per ottenere insieme agli incrementi 
della ricchezza, la maggiore potenzialità tributaria e l'elevazione 
economica interna di fronte allo sviluppo dei traffici con 
l'estero.
</p>
<p>
Noi da due anni ci aggiriamo in un circolo vizioso: diminuiamo 
l'efficienza produttiva nazionale, attardiamo e facciamo 
arrivare alla fase acuta i problemi connessi della produzione 
e distribuzione della ricchezza, accentuando con le stesse leggi 
fiscali, il fenomeno dei maggiori costi e la depressione della 
nostra moneta e dei nostri titoli. Le fasi intermedie non sono 
che piccole alterazioni di una crisi progrediente, della quale 
oggi segnaliamo le difficoltà.
</p>
<p>
* * *
</p>
<p>
La questione più grave, perché più generale e perché rappresenta 
gran parte della nostra economia nazionale, è quella 
agraria.
</p>
<p>
Non è questa solamente una questione economica: però, comunque 
si guardi attraverso il fenomeno psicologico e politico, 
si risolve prevalentemente in una questione economica. Il motto 
detto in trincea e ripetuto per le ville e le campagne: «la terra 
ai contadini», oltre che trovare, nelle oscure latebre dello spirito, 
la vecchia tradizione romana e medievale della terra divisa 
ai soldati, rispondeva ad un bisogno di espansione interna, 
anche perché, come era da prevedersi, l'emigrazione dopo la 
guerra non poteva riprendere il suo ritmo né subito né completamente 
in rapporto alle esigenze di equilibrio del lavoro e alla 
capacità produttiva della terra, nelle attuali condizioni del dopo
  
<pb n='138'/>
  
guerra. Oltre alle crisi del tonnellaggio per l'emigrazione transoceanica, 
oltre alle difficoltà reali degli altri stati belligeranti, 
siano vincitori o vinti, a ricevere mano d'opera straniera, ostava 
uno stato psicologico irriducibile. Il soldato che per cinque anni 
ha avuto tesi i suoi nervi nell'ansia della guerra, nelle insonni 
trincee, nelle tormentose attese, nell'eccitamento della battaglia, 
lontano dalla famiglia, tornando a casa aveva bisogno della 
calma domestica, del lavoro sicuro, della fiducia nell'avvenire. 
E il contadino sintetizza, sia pure in forma empirica e non 
sempre razionale, questa calma, questa sicurezza e questa fiducia 
nella terra.
</p>
<p>
Non valsero avvisi ai governanti del periodo della guerra, 
per preparare una soluzione adeguata al problema: ricordo i 
voti del congresso dei sindaci siciliani tenuto a Girgenti nel 
gennaio 1917, del congresso degli interessi del mezzogiorno tenuto 
a Napoli nel giugno 1917, di quelli degli agricoltori tenuti 
a Roma nel gennaio 1918 e a Palermo nel settembre 1918, oltre 
ai congressi di partiti quali il socialista e il nostro, che sicuramente 
affrontavano il problema da diversi punti di vista, ma 
con una visione chiara della urgenza e della imponenza del 
fenomeno agrario del dopo guerra.
</p>
<p>
Infatti, appena dopo pochi mesi dall'armistizio, durante lo 
stesso periodo di smobilitazione, si iniziarono qua e là, e poi 
divennero quasi generali in Italia, le agitazioni agrarie. Il colorito 
politico che poterono assumere e le differenze della impostazione 
delle questioni secondo le diverse regioni, non attenuano, 
ma dànno la caratteristica parziale e forse la più visibile 
del fenomeno. Ma come la febbre che non è il male ma è il 
segno del male, così le diverse fasi delle agitazioni agrarie svelarono 
quel fenomeno fondamentale di crisi di terra e di produzione, 
che in due anni non ha trovato né adeguata né iniziale 
soluzione. Infatti non è a dirsi una soluzione la disposizione a 
favore dell'opera nazionale dei combattenti, che ha facoltà all'acquisto 
coattivo delle terre, da assegnare in forma di godimento 
temporaneo o definitivo a cooperative dei combattenti. 
A parte l'irrazionale concessione ad un ente autonomo, misto 
tra privato e pubblico, delle funzioni strettamente di diritto pubblico, 
quali sono quelle di espropriazione delle terre e di rescissione
  
<pb n='139'/>
  
dei contratti, il problema non può essere limitato né al 
numero né alla ragione dei combattenti, né può essere contenuto 
nelle ristrette funzioni di un'azienda centralizzata la quale, sia 
pure divenendo ipertrofica, non potrà soddisfare alle esigenze 
collettive che a lungo scadere di anni e in misura inadeguata.
</p>
<p>
Né tampoco può riguardarsi come una soluzione il decreto 
Visocchi del 2 settembre 1919, attenuato subito con la circolare 
del 12 settembre, messo in non essere di fatto, attraverso commissioni 
senza mezzi e senza autorità, e poi ricorretto dal decreto 
Falconi del 22 aprile ultimo scorso, che ha dato luogo 
alle attuali tempestose vicende di Sicilia, dove divampa l'occupazione 
delle terre, che l'anno scorso ebbe il suo massimo sviluppo 
nel Lazio.
</p>
<p>
Sono questi provvedimenti empirici, incompleti, irrazionali, 
che per se stessi, avulsi dal quadro della realtà economica e al 
di fuori di una politica organica, creano illusioni, svalutano 
l'azione dello stato, rendono incerta la coltivazione dei campi 
e alienano gli sforzi del capitale per l'incremento della produzione, 
alterando il vecchio regime senza edificarne uno nuovo, 
nella sua complessa e organica sistemazione.
</p>
<p>
Purtroppo, oltre alla mancanza di previdenza e di assistenza 
legislativa e statale organica ed effettiva, è mancata la 
visione realistica ed efficace dei proprietari terrieri; i quali han 
creduto che nessun mutamento di regime economico fosse o possibile 
o necessario; hanno confuso il fenomeno economico imponente 
e reale con quello politico; han dato la colpa alla propaganda 
delle leghe socialiste e a quella delle unioni del lavoro 
e delle leghe bianche, come atta a creare un iperfenomeno agrario 
che non esisteva o non era da valutarsi; ed hanno resistito 
acuendo la lotta di classe.
</p>
<p>
La questione dei patti agrari, il tentativo di trasformazione 
della mezzadria in affittanza, la domanda del diritto della prelazione 
o del dovere dell'offerta, il tentativo di eliminare l'intermediario, 
si chiami fittavolo o gabellotto, assumendo la gestione 
dei grandi fondi in cooperative, messi in rapporto alla 
sete di acquisto del terreno a qualsiasi prezzo da parte dei 
contadini, e in rapporto alla grande speculazione terriera di 
acquisti e vendite fatte da grosse aziende, sono elementi di un
  
<pb n='140'/>
  
quadro complesso di crisi economica che il contadino può sentire 
inconsciamente, ma che l'intermediario e il proprietario 
debbono comprendere in modo più largo e completo e riportare 
alle ragioni prime di crisi della economia nazionale.
</p>
<p>
In queste condizioni, la lotta, con le fasi favorevoli e contrarie 
a ciascuna delle parti in contesa, si risolve in una vera 
diminuzione di potenzialità produttiva e di efficienza lavorativa; 
il fenomeno economico si trasporta nel campo politico, acutizzato 
ed esasperato dalle caratteristiche della lotta di classe.
</p>
<p>
È evidente che la capacità contributiva dell'economia e della 
proprietà agraria, invece di aumentare, come è necessaria esigenza 
collettiva, viene a diminuire, limitando i margini all'alta 
pressione tributaria che viene imposta nell'interesse dello stato.
</p>
<p>
Come sarà possibile in questo caso realizzare ancora altri 
cespiti per l'erario senza inaridire le fonti della ricchezza, e 
senza determinare una più larga crisi, che involge di per sé il 
problema fondamentale economico della proprietà individuale 
privata, e della garanzia perché si sviluppi e progredisca 
attraverso il risparmio e la produzione? E tutto ciò in un momento 
in cui la pressione dei debiti dello stato per cento miliardi 
e il deficit annuale da dieci a venti miliardi debbono 
principalmente gravare sulla ricchezza immobiliare, della quale 
la terra è la parte maggiore e realmente produttiva?
</p>
<p>
Perché qui sta il perno della questione, che desidero sia 
rilevato dai benevoli ascoltatori.
</p>
<p>
L'Italia è purtroppo un paese povero, che è stato fertilizzato 
dalla volontà dei suoi lavoratori e dalla forza del risparmio; 
ma le risorse della sua economia vengono principalmente 
dalla terra; siano prodotti che vadano direttamente al consumo 
nazionale ed estero, o che ci vadano trasformati da una industrializzazione 
incipiente o progredita, è proprio la terra, e aggiungo 
le viscere della terra, cioè le nostre miniere e le nostre 
acque, quelle che formano la ragione principale delle nostre 
ricchezze.
</p>
<p>
L'industria o si appoggia ai prodotti agricoli idrici e minerari 
del nostro suolo e ne sfrutta le energie, o si basa sul valore 
assolutamente preponderante del lavoro sulla materia prima 
importata: altrimenti è destinata a fallire e a gravare sulla economia 
  
<pb n='141' />
  
del nostro paese, già povero e oberato di debiti, nella 
maniera più insopportabile. Per questo occorre aumentare la 
capacità produttiva del suolo e del sottosuolo, aumentare la 
perfezione tecnica e lavorativa delle nostre industrie trasformatrici 
dei prodotti, ed eccitare i nostri commerci di esportazione, 
per potere avere una bilancia commerciale che attenui la differenza 
in perdita e crei capacità contributiva, che equilibri il 
bilancio ordinario e dia un mezzo sicuro per elevare il valore 
della nostra moneta e diminuire i prezzi del costo della vita.
</p>
<p>
La recente agitazione degli operai metallurgici ha gettato 
una maggiore luce sul problema che andiamo esaminando.
</p>
<p>
Può in Italia esistere un'industria siderurgica? e fino a 
quale limite e con quali condizioni può in Italia esistere un'industria 
metallurgica? e a quale prezzo per tutto il complesso 
della economia nazionale? Non dico l'osservatore superficiale, 
ma almeno chi ha l'abitudine dell'esame dei fatti economici 
deve avere notato come una industria, che è costretta a importare 
dall'estero materie prime e carbone, non può immettere sul 
mercato interno i suoi prodotti se non a condizione o di fornire 
prodotti nei quali il lavoro sia prevalente, o di avere una 
mano d'opera scarsamente rimunerata in confronto alla mano 
d'opera estera; o di avere una protezione tale per il mercato 
interno da superare con tale mezzo la concorrenza estera.
</p>
<p>
Orbene, il caso della siderurgia e quello della metallurgia 
presente oggi non è certo il primo sopra indicato, poiché il 
costo delle materie impiegate, importate dall'estero, soverchia 
o equipara il costo del lavoro; né è il caso oggi che tali industrie 
si avvantaggino di una mano d'opera mal rimunerata e 
costretta ad intenso lavoro: questo sistema è per fortuna in 
gran parte sorpassato.
</p>
<p>
La protezione, tanto giustamente combattuta, può mai diventare 
così proibitiva da vincere la concorrenza estera? Le 
attuali asprezze del cambio, che per le nazioni a valore monetario 
peggiore, formano una temporanea ma forte protezione, 
indicano quale mai barriera insopportabile dovrebbe imporsi 
all'Italia in regime monetario normalizzato.
</p>
<p>
Ebbene, la siderurgia e la metallurgia pesante debbono 
smobilitare o trasformarsi se non vogliono andare in perdita,
  
<pb n='142'/>
  
e se il paese non vorrà tollerarne il peso parassitario, a danno 
del lavoro più produttivo, e specialmente della economia agricola, 
che, nel giuoco delle protezioni, dovrebbe sopportarne 
per prima le dure conseguenze.
</p>
<p>
* * *
</p>
<p>
Questo fenomeno, che oggi ha turbato un ramo importantissimo 
della nostra industria, riannodato al quadro dell'economia 
generale del paese, rivela ancor di più la crisi entro la quale 
ci dibattiamo, che non è solamente all'interno, di distribuzione 
di ricchezza e di mezzo e ragione di lavoro, ma anche all'estero, 
per le attività di scambi e di mercato.
</p>
<p>
Fino a che l'Italia è tributaria all'estero di materie prime, 
si chiamino grano, cotone, carbone, ferro e simili; fin che tale 
tributo non è attenuato dallo sforzo produttivo e trasformativo 
delle proprie materie; fin che, soprattutto, il lavoro delle braccia 
del nostro popolo, che è la ricchezza precipua della nostra 
nazione, non rende quanto può servire a equilibrare la nostra 
bilancia commerciale, noi ci dibatteremo in un circolo vizioso, 
senza via d'uscita; aggravando perciò le condizioni interne, 
attenuando di conseguenza quella fiducia estera, che è necessaria 
allo sviluppo della nostra economia, turbando ancora di 
più i rapporti tra capitale e lavoro, acuendo la crisi, sottraendo 
allo stato la possibilità di mezzi finanziari necessari, e trasportando 
nel campo politico, come sfogo inane e torbido, quel 
che sostanzialmente è crisi generale dell'economia del paese.
</p>
<p>
Per far ciò tutti convengono che il regime economico attuale 
non risponde più e che occorre trasformarlo. Come in tutti i 
momenti critici della vita collettiva si assommano i problemi 
vissuti e non risolti attraverso lunghi anni di maturazione; così 
oggi in Italia si sono acutizzati tutti i nostri problemi, da quello 
agrario a quello industriale, a quello doganale, a quello emigratorio, 
con una forma di imponenza e di urgenza che non 
ammette dilazione.
</p>
<p>
In questa gravissima crisi, il fattore mano d'opera è il più 
interessato, perché è il fattore principale umano di ogni attività 
produttiva, è la forza caratteristica specifica, è l'elemento 
che subisce con maggiore sensibilità gli effetti. Come nella grave
  
<pb n='143'/>
  
crisi di circa un trentennio fa, si deve al coraggio con cui fu 
affrontato il rischio dell'emigrazione operaia, e alle abitudini 
di risparmio fino al sacrificio dei nostri contadini, il fattore 
principale di superamento; così oggi saranno le masse lavoratrici, 
sotto l'assillo di questa più vasta crisi, a ristorare col loro 
sacrificio le sorti economiche del nostro paese. A un patto, 
però: che possa ambientarsi il lavoro produttivo in uno stadio 
di sicurezza e di tranquillità; che l'emigrazione non sia sfollamento 
di masse che si spostano, nuovi iloti di altri popoli 
o servi della gleba, nelle tormentose oscillazioni del mercato 
mondiale della mano d'opera; che si sviluppi la nuova forza 
organica e si trasformi il vecchio regime economico in condizioni 
per cui il lavoro trovi la sua piena ragione di attività e di vita.
</p>
<p>
Così il problema si proietta dal puro campo economico in 
quello politico, e ne subisce le rifrazioni di altri ben più gravi 
turbamenti. Si delineano nel campo economico e si proiettano 
nel campo politico le diverse tendenze risolutive: quella puramente 
individualistica, che riguarda il tema del gioco delle 
libere forze, con la eliminazione dei più deboli e la vittoria 
dei più forti; quella comunistica, che associa e livella tutti in 
unico regime produttivo e fruitivo dei beni prodotti, sotto l'unica 
disciplina della comunità a scopo economico; quello centralizzatore 
dello stato produttore e distributore attraverso forze associate 
monopolizzatrici; e quello infine misto individuale organico 
decentrato, in cui le forze associate e quelle libere individuali 
trovano una ragione di espansione nel regime di libertà.
</p>
<p>
Il cozzo fra queste tendenze non è nel campo delle teorie, 
elaborate da scolastici e da studiosi; è nel concreto dell'azione, 
che trasportata dal campo economico in quello politico, genera 
una enorme confusione di elementi contrastanti, di forze combinate, 
di adattamenti momentanei, di soluzioni temporanee ed 
inadeguate. Non mancano la confusione del linguaggio, la sovrapposizione 
di tendenze, l'incertezza di criteri, tanto da non 
trovare più la linea logica e pratica dei provvedimenti politici.
</p>
<p>
E sorge intanto imponente il movimento della massa lavoratrice, 
orientata al comunismo russo che polarizza le forze 
nuove nel campo dei ceti medi e tenta la trasformazione economica 
e politica, quasi per proprio conto, avulsa dal resto della 
  
<pb n='144'/>
  
vita nazionale, nello sdegno del titano insidiosamente ferito, 
che medita la vendetta. Essa servì un tempo il capitale, che speculò 
sui salari nel creare l'industria della terra e dell'officina; 
oggi dalla terra e dall'officina, nella crisi economica che incombe, 
sorge il grido di riscossa che tenta speculare sul capitale fino 
ad annullarlo.
</p>
<p>
La lotta scuote i cardini della società; mina le fonti produttive; 
attenua le forze di resistenza sociale; penetra negli ingranaggi 
dello stato e ne attenua le ragioni di ordinamento e di 
forza; per arrivare a divenire un nuovo re Sole, affermando:
<hi rend="italic">Lo stato sono io!</hi>
</p>
<p>
<hi rend='bold'>II.</hi>
</p>
<p>
La crisi politica è solamente una conseguenza di quella 
economica?
</p>
<p>
Il gioco delle forze è misterioso nella natura fisica e in 
quella sociale: è un dinamismo fatto di azioni e di reazioni, 
che spesso sfuggono all'analisi più accurata, ma che divengono 
vita complessa, mista di forze materiali e di volontà, che determinano 
e son determinate a vicenda; in ciascuno che vuole 
efficacemente diviene un centro fattivo, che si crede autonomo 
e che è legato a sua volta, che vince gli ostacoli e, superate le 
difficoltà, ne crea altri: in un determinismo sociale, nel quale 
l'individuo umano spesso vince se stesso e libera le sue forze, 
ma subisce insieme la pressione di altre forze sentite e non 
conosciute, nella vicenda degli eventi umani, nel vincolo di una 
solidarietà misteriosa di cause ed effetti.
</p>
<p>
Così la politica non è accorgimento di pochi che guidano 
la società, o funzionalità di organi, che si sovrappongono agli 
individui: è un fenomeno di rifrazione di altre cause, sopra 
uno schermo visibile, che sintetizza una ragione sociale: e insieme 
un'azione che ripete le sue ragioni dalle condizioni psicologiche 
ed economiche, morali e organiche della società. E siccome 
l'economia è il termine utile di una enorme serie di attività 
umane, perché ne condiziona l'esistenza e ne agevola lo 
sviluppo, non solo materiale ma anche morale, come mezzo al 
fine, così le crisi economiche sono più profondamente sentite 
nell'ámbito della vita politica.
</p>

<pb n='145'/>
  
<p>  
Però la scossa data alla nostra compagine nazionale non è 
solamente né inizialmente economica: la scossa è stata fondamentalmente 
morale.
</p>
<p>
Certo dalla guerra, combattuta per circa tre anni e mezzo 
in condizioni politiche e morali equivoche sia per il modo come 
fu impostata, sia per le divergenze interne, sia per il modo come 
fu condotta politicamente e militarmente, non poteva non scaturire 
un profondo disorientamento nazionale. La spinta del 
fine nelle operazioni umane individuali e collettive è tanto più 
efficace, quanto più è visibile e sentito; allora diviene la sintesi 
delle più audaci attività e dei più grandi sacrifici.
</p>
<p>
La vittoria italiana, conquistata a prezzo di tanti dolori e 
di sforzi immani, poteva essere in parte l'elemento di unificazione 
del pensiero degli italiani nel dopo guerra, come quella 
che dava il diritto a realizzare le ragioni stesse della guerra, a 
creare un ambiente di pacificazione, a determinare meglio i 
rapporti morali ed economici con l'estero, a rifare la propria 
economia, e ad assumere una posizione di iniziativa di equilibrio 
tra i popoli, tra vincitori imperializzanti e vinti umiliati.
</p>
<p>
Purtroppo, colpa di uomini e di eventi, l'Italia fu imbottigliata 
proprio fin dalle giornate della vittoria e dell'armistizio, 
e vide man mano scoprirsi la rete di fitti inganni a lei tesi 
durante la guerra, con la inconscia connivenza degli stessi nostri 
uomini politici; e si è dibattuta, da allora, quale uccello in 
stretta gabbia, in un quasi fallimento diplomatico e morale, è 
inutile dissimularlo, veramente tragico.
</p>
<p>
Nei primi sei mesi dell'armistizio il pensiero italiano si incantò 
sulla questione di Fiume; i nostri fratelli italiani di quella 
nobile e tormentata città avevano posto il problema il 30 ottobre 
1918 in base all'autodecisione; ma la soluzione, ostacolata 
con tutte le male arti della diplomazia di qua e di là dell'oceano, 
non poteva essere il centro di tutta la politica italiana, fino al 
gesto di Orlando di lasciare Parigi, mentre i mercanti della 
guerra curavano la divisione del bottino. Il pericolo dell'affamamento 
americano per la questione adriatica fu agitato da 
Nitti, che cercò di richiamare gli italiani alla realtà della crisi 
interna ed economica, svalutando però le posizioni politiche e 
tentando soluzioni empiriche. Così Smirne è data ai Greci,
  
<pb n='146'/>
  
così viene segnata l'intesa di Tittoni con Venizelos, così viene 
abbandonata l'occupazione albanese e viene compromessa la 
situazione dalmata; così si torna a discutere sullo stato autonomo 
di Fiume congiunto o no all'Italia; si abbandona ogni 
pretesa coloniale, si smobilita completamente l'esercito e si dà 
l'amnistia ai disertori; si rende possibile uno stato di inferiorità 
politica estera perfino in confronto con la Jugoslavia, al punto 
che alla vigilia del convegno di Pallanza il patto di Londra, pur 
riconfermato a San Remo come ancora effettivo diplomaticamente 
e giuridicamente, aveva perduto ogni consistenza politica da 
far valere nelle contrattazioni con gli jugoslavi. Su questa strada 
si è arrivati, sotto Giolitti, come logica conseguenza, al ritiro 
delle truppe italiane da Vallona, e alla situazione umiliante 
fatta alla nostra nave da guerra a Spalato.
</p>
<p>
Ho voluto tracciare questo quadro, non per fare della cosidetta 
politica nazionalista o imperialista, così poco confacente 
ad un'Italia povera e demagogica; e neppure per fare un'analisi 
critica delle fasi della politica estera dei nostri rappresentanti, 
perché riconosco che molti errori erano conseguenza di premesse 
o non comprese o non volute o non poste da loro; ma per dar 
ragione della crisi morale che ha pervaso lo spirito pubblico, 
al punto che oggi tutta la nostra storia della guerra di ieri si 
può dire non appartenga più alla coscienza di molti italiani, 
e il ricordo politico ne sia attenuato più che non quello della 
storia del nostro risorgimento.
</p>
<p>
La discussione parlamentare fatta dai deputati e dai senatori 
sull'annessione del Trentino è passata senza la commozione 
pubblica dei grandi avvenimenti storici: e il cinquantenario 
della unificazione patria dopo la guerra e contemporaneamente 
alla completa unione degli italiani alla madre patria è trascorso, 
direi quasi, nel silenzio e nella dimenticanza.
</p>
<p>
Un popolo vive di storia, anche nelle più gravi distrette e 
nei dolori più profondi: è la continuità della stirpe, è la forza 
della razza, è la ragione morale della vita, è la tendenza dell'anima 
immortale che abbraccia nel presente, anche doloroso, 
le memorie del passato e le congiunge con le speranze dell'avvenire.
</p>
<p>
Oggi invece un arresto morale, come una sincope, ha colpito
  
<pb n='147'/>
  
la patria nostra. Forse una qualsiasi soluzione del problema 
estero dei nostri confini, e il fatto che l'Italia assume un carattere 
di disinteresse a qualsiasi problema di vantaggi territoriali 
e di posizioni imperialiste, le concilierà la fiducia estera e le 
permetterà di sollevare e di riprendere attraverso commerci 
avviati e accorgimenti politici la sua posizione morale; tanto più 
necessaria, quanto più la vita all'estero dei nostri connazionali 
è legata in gran parte alla politica estera italiana, e la nostra 
economia deve dall'estero trarre forza e mezzi di esistenza. 
Questo dà luce alle ragioni della nostra politica estera che non 
può essere fatta di abbandoni e di debolezze; e che quindi esige 
una politica interna rispondente a creare uno spirito pubblico 
elevato moralmente e politicamente in un equilibrio di forze e 
di attività.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
L'avvento di Giolitti al potere fu conclamato dalla stampa 
liberale come quello dell'uomo che avrebbe potuto ridare un po' 
di forza all'autorità dello stato, così compromessa dal ministero 
Nitti. Nel fatto, anche sotto il presente ministero sono avvenuti 
quegli stessi fatti di sovrapposizione privata individuale o collettiva 
alla ragione statale, che caratterizzarono il periodo degli 
scioperi ferroviari, postali e agrari del passato ministero. Anzi 
il fenomeno torbido dell'occupazione delle fabbriche nel conflitto 
metallurgico è stato accompagnato da episodi gravi di sottrazioni 
di armi, di assalti ad ufficiali e a pubblici agenti, di 
armamento di guardie rosse, forme queste di deviazione anarchica 
antistatale, pari agli antichi rivolgimenti medievali.
</p>
<p>
Il fenomeno, da qualsiasi lato si guardi, dimostra che la crisi 
politica è più profonda di quel che si creda, al di là della portata 
dell'indirizzo pratico di governo, che può agevolarne per 
debolezza le manifestazioni, o ridurne con energia la portata, 
ma non eliminarne l'esistenza.
</p>
<p>
Di conseguenza, lo spirito pubblico ne rimane scosso, e quindi 
aumenta la crisi morale del paese, col graduale e progressivo 
impoverimento dei centri reattivi e tonizzanti; con ripercussione 
immediata sull'opinione pubblica estera; cosa che si traduce in 
diminuzione di fiducia interna ed esterna e in ripercussione
  
<pb n='148'/>
  
sulla stessa economia generale, che a sua volta reinfluisce sullo 
stesso spirito pubblico.
</p>
<p>
Insieme alla sfiducia verso il governo, è resa generale nel 
paese la sfiducia verso il parlamento, come rappresentanza legittima 
e degli interessi nazionali e delle forze democratiche. 
Povertà di uomini, disorientamento di indirizzi, inazione legislativa 
e verbosità oratoria, mancanza di agilità per prevenire i 
tempi, seguirne il ritmo accelerato e convulsivo, registrarne i 
propositi e trasformarli in leggi. Il parlamento dovrebbe essere 
la suprema volontà del paese; è invece lo schermo su cui arriva 
refratta e svisata la proiezione di parte di quel che si agita 
nella vita nazionale.
</p>
<p>
Esso non può, perciò, dare autorità ad un governo, a qualsiasi 
governo che voglia riprendere in mano il timone dello 
stato, se non sa fiancheggiarlo nel perenne assalto alla finanza 
e alla macchina statale, che va avanti per un cammino in margine 
alla vera vita della nazione, creando a sé e alle attività 
individuali e associate normali le barriere delle leggi e dei regolamenti, 
che solo si sorpassano se colpi di catapulta infrangono 
senza resistenza quella costruzione rigida e fragile della burocratizzazione 
statale accentrata.
</p>
<p>
Non è la prima volta che manifesto pubblicamente e vivacemente 
anche la mia opposizione irriducibile contro lo stato 
accentratore e contro la burocrazia da esso nata, e che, come il 
mostro della favola, da esso è divorata. E non è per rilevare 
deficienze tecniche e organiche di un ordinamento, nel quale 
tanti ottimi elementi cercano d'imprimere un ritmo più rispondente 
ai tempi con lodevole ma inane sforzo, che io ne fo qui 
un cenno; ma per completare un quadro di analisi della crisi 
politica, della quale l'accentramento statale è uno dei fattori di 
più lenta ma di maggiore dissoluzione, inficiando tutta la tela 
organica sulla quale si regge l'attuale ordinamento pubblico.
</p>
<p>
Ai margini di questa attività centralistica si alimentano da 
molti anni i germi di arresto al progresso, di ipertrofia e di 
deviazione insieme. Lo stato tende continuamente a divenire il 
tutto nella vita della nazione, perché si crede o si vuol credere 
e far credere che tutto ciò che è regolamentato, controllato 
e riportato sul piano della vita pubblica, si normalizza e si sviluppa 
  
<pb n='149'/>
  
in una armonica rispondenza con le altre attività private.
</p>
<p>
Le funzioni dello stato sono in vero aumentate e possono 
aumentare all'infinito, preparando quella fase di socialismo statale 
che fu per alcun tempo l'obiettivo di molti di quella sponda, 
che oggi sembrano, ma non sono di fatto sorpassati.
</p>
<p>
È naturale che questo sforzo abbia prodotto l'elefantiasi, 
e che i nervi e i muscoli non reggano più l'immane corpo; e 
lo stato è costretto a cedere una parte delle sue funzioni e delle 
sue attività, — sottratte già all'iniziativa privata e agli enti 
locali o agli organismi che ha assorbiti eliminandoli — ad altri 
centri, ad altri organismi nuovi e senza responsabilità e senza 
garanzia né per lo stato né per i cittadini. E per giunta, come 
uno affetto dalla malattia della voracità, continua e tenta nuovi 
elementi di assorbimento e di centralizzazione nel momento 
stesso in cui vuole cedere e smobilitare e alleggerire le funzioni 
della sua pesantissima macchina.
</p>
<p>
Così non arriva più a regolare il nuovo, per mancanza di 
organi adatti, e il vecchio per eliminazione di funzioni e di 
attività; creando alla periferia reazione e sfiducia; e fornendo 
il mezzo agli elementi invadenti e procaccianti di prendere 
dallo stato tutti quei favori tangibili con i quali si creano 
monopoli e diritti propri di una nuova anarchia di stato.
</p>
<p>
Direte: È forse questo il sogno morboso di un ipercritico? 
È uno stato d'animo tormentato dagli avvenimenti che non si 
possono facilmente spiegare, e dei quali si ingrandiscono le 
linee per trovarne una ragione, che resta invece nella introspezione 
della propria mente? È un turbamento prodotto dalle 
catastrofiche previsioni di rivoluzioni immediate?
</p>
<p>
A me sembra invece che la crisi morale e politica del nostro 
popolo e dei nostri ordinamenti dia il segno di una maturazione, 
precipitata dagli avvenimenti, nel nichilismo che la borghesia 
liberale dominante ha portato fino alla esasperazione. 
Anche nei momenti più favorevoli della vita economica e politica 
del paese, prima della guerra, mancava un preciso orientamento 
economico e politico, una vera linea centrale, sintetica, 
finalistica; si è ondeggiato sempre in politica estera e interna, 
in economia e nei problemi del lavoro; oggi un colpo all'industria, 
domani all'agricoltura o ai commerci; un momento
  
<pb n='150'/>
  
triplicisti, un altro con la Francia o l'Inghilterra, colonialisti 
e rinunciatari; a metà verso le classi lavoratrici e a metà verso 
il capitale borsistico e speculante; nella ignoranza ufficiale dei 
problemi tecnici, nella svalutazione costante dei valori morali, 
nel disconoscimento delle forze vive del lavoro, spesso lasciate 
a se stesse all'estero nella emigrazione forzata e avventurosa; 
all'interno nella sconoscenza del valore agricolo e produttivo 
del mezzogiorno, che dava e dà alla bilancia commerciale le 
sue stremate e sì ricercate ricchezze; e tutto ciò acutizzato da 
una continua tendenza a sopprimere l'iniziativa privata e a 
centralizzarne le energie.
</p>
<p>
Oggi le incertezze e le sofferenze nel campo dell'economia, 
l'impoverimento dello stato, le difficoltà che angustiano d'ogni 
parte, rendono acuto il disagio e creano il pericoloso senso di 
sfiducia che pervade gli ordinamenti statali, purché la classe 
dominante e detentrice del potere ha compiuto il suo ciclo storico, 
insieme alle sue benemerenze e alle sue debolezze, e la 
crisi politica che la nazione patisce si riverbera sugli istituti che 
la borghesia liberale rappresenta, ma dei quali essa non ha più 
in mano il timone per la resistenza e per la trasformazione.
</p>
<p>
Così solo si comprende come sia possibile in Italia da un 
lato una propaganda antistatale senza ritegni e senza limiti, impregnata 
di odio e fatta di violenze; e dall'altra il cedere continuo 
in ogni ordine di pubblica attività verso gli stessi elementi 
che conducono la lotta, e che di essa e per essa rafforzano i 
propri organismi e la propria vitalità. Che meraviglia che possano 
comandare nelle ferrovie di stato e nelle poste e telegrafi 
e nelle tramvie pubbliche, uomini sovversivi quali Rossoni, 
Ottolenghi e Sardelli? Che Corradetti abbia in mano i porti e 
Giulietti le navi mercantili, anche offerti a titolo di regalo dal 
ministero della industria? Che meraviglia che le officine d'armi 
di stato, i cantieri e gli stabilimenti della guerra e della marina, 
le acciaierie e gli opifici appartenenti allo stato si cedano a 
organizzazioni socialiste favorendone in modo palese e occulto 
il finanziamento? Che meraviglia che ad esse si faccia il privilegio 
di monopoli nelle rappresentanze organiche dello stato, 
nei lavori pubblici, nei consigli e nelle commissioni, siano o no 
paritetiche, nominate per decreto reale o ministeriale?
</p>

<pb n='151'/>
  
<p>
È la forza antistatale che monta e si avanza, che trova di 
fronte a sé gli organismi dello stato, i quali cedono, di trincea in 
trincea, mezzi economici e strumenti politici, non in nome di 
un programma di riorganizzazione del paese, ma in nome di 
una debolezza che non resiste, in nome di un equivoco che va 
scoperto, in nome di una transazione di sfiducia.
</p>
<p>
Questa è una crisi politica più degli uomini che delle istituzioni; 
ma pervade le istituzioni stesse perché arriva alle sorgenti 
dell'autorità, del diritto e delle responsabilità collettive; 
tenta le forze della economia pubblica, altera i rapporti di 
quella privata: e non può avere altra soluzione che o un programma 
e una forza nuova di restaurazione, o la cessione del 
potere abbassando la bandiera vinta di fronte a quella vincitrice.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Ma è proprio così? siamo veramente allo stato acuto di una 
Caporetto politica? o le successive fasi potranno presentare quel 
margine di resistenza all'elemento borghese liberale, che gli 
permette di tenere le posizioni con tentativi di trasformazione 
e di assimilazione? ovvero passeremo attraverso le forme violente 
di una rivoluzione di stile classista?
</p>
<p>
Sarebbe da persona leggera rispondere alle insistenti domande, 
con previsioni categoriche. E sarebbe d'altra parte una 
analisi vana e sterile questa, se si fermasse alla visione della 
crisi, senza segnare una via approssimativa di risoluzione. Gli 
avvenimenti possono sorpassare le previsioni e impedire che la 
volontà fattiva tenti determinare risultati diversi e migliori; è 
dovere ed è sempre gloria dell'uomo lo sforzo di redimersi e 
di superarsi internamente ed esternamente, nel gioco delle forze 
e nella necessità degli eventi.
</p>
<p>
Il fatto centrale dell'attuale fase rivoluzionaria è dato dal 
problema del lavoro, dalla ragione della sua organicità, dalla 
trasformazione dei suoi rapporti col capitale, dal valore della 
sua produttività e dalla forza della sua rappresentanza sindacale 
e politica. Attorno a questo fatto maturano i partiti politici 
italiani: tanto è vero che ogni altro partito che si sviluppa ai 
margini di altri fattori, manca di rispondenza e di vitalità 
  
<pb n='152' />
  
attuale, ed è destinato a lasciare la caratteristica di partito, 
per vivere quale semplice associazione a scopo limitato o quale 
titolo fittizio di settore parlamentare.  
</p>
<p>
Così il partito nazionalista e quello dei combattenti, quello 
riformista e il repubblicano non sono più frazioni viventi, se 
non quando cercano un orientamento di pensiero e di azione 
nell'ampia sagoma dei partiti borghesi liberali e democratici. 
E questi alla loro volta, quale che ne sia il nome assunto nel 
parlamento, rappresentano in gran parte le classi terriere, industriali 
e professioniste, e si basano su elementi incerti, che coi 
legami personali e tradizionali, specialmente nel mezzogiorno, 
mantengono ancora la loro base nel regime economico presente, 
lasciandolo però esposto agli attacchi, attenuato di vigore e di 
resistenza, non tanto vivo per potersi difendere, né tanto morto 
da essere soppiantato.
</p>
<p>
Completamente orientato verso il lavoro, fino alla forma 
della dittatura economica e politica di esso, è quel socialismo, 
che ha assunto la forma comunistica e catastrofica della terza 
internazionale, con la frazione massimalista, pur mantenendo 
nella sua ampia linea tendenze diverse e opposte per metodo 
e per contenuto, organismi cooperativistici e imprese a base 
utilitaria e con impuri contatti col capitale.
</p>
<p>
Però, mentre al movimento demoliberale manca una forza 
centrale e sintetica, che non può essere la difesa delle istituzioni 
perché non vuole essere un partito conservatore e sostanzialmente 
riesce solo ad essere demagogico; il movimento socialista 
si orienta verso il problema del lavoro, come unica 
espressione organica economica e politica della ragione collettiva 
della società. Sotto questo aspetto i socialisti sono semplicisti; 
e come tutti i semplicisti annullano la relatività dei problemi 
e li riducono a formule, in cui viene confusa la finalità 
con la realtà e la negazione trionfa sull'affermazione. La potenza 
suggestiva del socialismo negativo e formalista sta nel fatto avvenirista 
e mistico della catastrofe, dell'apocalissi, non più del 
mondo di qua in confronto al mondo di là, come fu la suggestione 
mistica del millennio medievale, ma della società borghese 
presente in una società lavoratrice del domani, che livellando 
le differenze elimina le ingiustizie. Così avviene che da 

<pb n='153'/>
  
un lato ogni categoria di malcontenti e di sfruttati si rivolge 
come ad elemento di salvezza alle camere del lavoro, aumentando 
così il numero di coloro che vedono il problema della trasformazione 
sociale attraverso il punto di vista personale o classista, 
sempre soggettivo e unilaterale; e dall'altro aumenta lo 
zelo e il fanatismo dei proseliti, che divengono prepotenti verso 
coloro che ancora non vogliono riconoscerne il dominio e subirne 
la soverchieria. Così si spiega il fenomeno della costrizione 
violenta verso avversari a far loro prendere la tessera 
rossa, che dovrebbe essere scelta e chiesta con libera volontà 
e per valore di convinzione: pari a quei barbari convertiti al 
cristianesimo che, nella rude loro fede, mantenevano i loro 
costumi di prepotenza e costringevano con le armi gli altri a 
battezzarsi. E mistica o mitica è anche la concezione della Russia 
bolscevizzata: Lenin tipo del civilizzatore sovversivo, nuovo idolo 
di folle ignare, simbolo di ribellione e di sforzo antisociale.
</p>
<p>
Fenomeni, questi, di movimenti medievali trasportati nel 
secolo ventesimo e innestati sul tipo del socialismo germanico, 
che ebbe in Italia il suo quarto d'ora intellettuale, ma che si 
svolse vicino e ai margini del movimento di folle, che invece 
credevano e credono più facilmente all'anarchismo, ieri di Cipriani 
e oggi di Malatesta.
</p>
<p>
E se il socialismo italiano non fosse insieme cooperativismo, 
organizzato, alimentato, sorretto dallo stato, sindacalismo reso 
forte dallo stesso stato e dagli industriali o dagli agrari, adattamento 
politico evolutivo, un tempo diretto da Ferri a Bissolati, 
da Berenini a Bonomi, e oggi da Treves e Turati a Buozzi 
e D'Aragona; avrebbe una caratteristica molto più temibile ed 
audace, eliminerebbe l'equivoco e creerebbe sul serio il fenomeno 
della rivoluzione violenta. Per questo i tentativi di Nitti 
e di Giolitti sono orientati verso il centrismo socialista, nella 
speranza d'una divisione e di un distacco che serva a dare ai 
partiti borghesi quel tanto di vitalità e di orientamento, che 
essi oggi più non hanno.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
All'economia del lavoro come fenomeno centrale prevalente 
orienta le sue forze anche il partito popolare italiano: non è
  
<pb n='154'/>
  
l'omaggio alla divinità che sorge, è la tradizione cristiana del 
lavoro reso libero dalla schiavitù ed elevato alla nobiltà spirituale 
e civile delle maestranze dei comuni italiani, che oggi 
rivive nelle nuove ragioni sindacali e politiche, che la grande 
industria e i grandi commerci e la moltiplicata e ampliata vita 
moderna hanno maturato in un secolo di servitù economica.
</p>
<p>
Però il partito popolare italiano non riduce il problema 
complesso e organico ad una linea semplicista e negativa, come 
è lo schema massimalista del comunismo, né lo idea avulso dalle 
condizioni di fatto, che oggi premono sulla vita economica e 
politica italiana; ma ad esse lo condiziona e per esse lo sviluppa 
e sostiene.
</p>
<p>
Un primo elemento fondamentale è dato nel termine finale 
della nuova economia, avvicinare cioè il lavoratore ai mezzi di 
produzione e renderlo partecipe del valore produttivo, senza 
sopprimere né attenuare la individualità libera e operante. La 
piccola proprietà rurale, fiancheggiata e resa salda economicamente 
e tecnicamente da forme cooperative e consorziali; la 
trasformazione cooperativistica delle grandi aziende agricole, 
condizionata allo sviluppo e alla potenzialità economica e tecnica 
delle associazioni contadine; l'azionariato e la partecipazione, 
comunque costruita, alle aziende industriali; lo sviluppo cooperativistico 
nelle imprese dove il lavoro è molto e l'alea è ridotta 
e limitata; sono postulati del partito popolare italiano, per 
arrivare a due termini fondamentali: la trasformazione del salariato 
in collaboratore cointeressato allo sviluppo dell'azienda, 
e quindi alla gioia e ai dolori della produzione; e la trasformazione 
della grande impresa centralizzata, capitalistica, monopolistica, 
in industrie a largo cointeresse sociale e perciò sindacate.
</p>
<p>
Il salariato assente dalla produzione, merce ed elemento di 
contrattazione, lasciato al gioco delle sorti prospere o avverse 
della grande industria, ha portato la società venuta dalla concezione 
classica liberale alla sua crisi morale ed economica; 
e il movimento di grandi masse associate si ripercuote nella 
compagine politica. Le provvidenze assicurative e tutelatrici, 
che hanno basato la politica di oltre trenta anni fatta a spizzico 
e non mai completata, sono valse a normalizzare il movimento. 
Il bivio oggi è segnato su questo punto: il socialismo sotto 
  
<pb n='155'/>
  
qualsiasi denominazione non può rinunciare alla lotta di classe, 
che è resa seria e fondamentale nel campo del salariato; e 
quindi tende ad acutizzarne i rapporti col capitale per arrivare 
ad una dittatura di classe. Il partito popolare italiano tende 
alla trasformazione dei rapporti del lavoro e alla eliminazione 
del grande salariato, e ciò sia pure come transizione contingente, 
anche attraverso la lotta sindacale, per arrivare per 
approssimazioni pratiche alla collaborazione delle classi come 
suo termine finalistico.
</p>
<p>
E poiché in ogni economia, anche in quella associativa 
come la mezzadria nell'agricoltura, vi sono oggi elementi di 
deficienza organica che turbano i rapporti fra i diversi fattori 
della produzione, si tende efficacemente verso il termine del 
maggior cointeresse del lavoro alla sua realizzazione produttiva, 
fino a potere trasformare il lavoratore in proprietario parziale 
o totale dei mezzi di produzione, compresa la terra e 
l'officina.
</p>
<p>
Questa linea programmatica per noi non è per sé stante, 
solamente polarizza oggi il movimento economico e politico; 
però sta e deve stare nel quadro vasto e prevalente delle ragioni 
della produzione e dell'economia generale del paese. È
una ambientazione morale e tecnica del problema produttivo, 
sia pure con facili e prevedibili crisi di arresto parziale e momentaneo; 
perciò noi siamo contrari a forme convulsive e di 
rapina sociale e politica; e vogliamo che gli elementi dirigenti 
nel campo economico e in quello politico vadano incontro al 
problema e non piglino invece la posizione di aggrediti che cedano; 
perciò noi organizziamo le masse sindacalmente e cooperativisticamente, 
perché premano nel campo economico e si 
formino una coscienza tecnica elaborativa della propria forza; 
perciò tendiamo, sul terreno politico, a che la nostra forza e il 
nostro pensiero siano valutati e seguiti.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Ma il nostro partito, come tutte le forze nuove, segna la 
sua crisi, proprio sul suo terreno specifico di attività, crisi di crescenza 
e di sviluppo; anch'esso è costretto a subire gli stadi 

<pb n='156'/>
  
della lotta per l'esistenza e il processo critico della sua evoluzione.
</p>
<p>  
Nel campo del lavoro, per i liberali e parte di elementi 
conservatori, anche religiosamente a noi vicini, siamo i bolscevichi 
neri, coloro che soffrono di mimetismo socialista e, negli 
atteggiamenti, follaioli; e trovano in ciò elementi parziali per 
una falsa valutazione e per una ingiusta generalizzazione. Di 
fronte alle tendenze interne, il problema sindacale e cooperativo 
del lavoro e della produzione, mentre è ipersentito da una 
frazione, non è visto come centrale e preponderante da altra 
frazione, pur convenendo e gli uni e gli altri sulla valutazione 
realistica e programmatica del problema. La proiezione di 
questo fenomeno interno ha toccato un lato notevole della 
vita del partito popolare italiano, quello del collaborazionismo 
parlamentare.
</p>
<p>
Una corrente, che in parte rappresenta più da vicino l'idea 
sindacalista, era contraria alla collaborazione parlamentare di 
governo, sia pure su basi determinate d'intesa, fra le quali quelle 
di carattere economico-sociale; ciò per una tesi generale sui rapporti 
del partito con la borghesia, oltre che per mancanza di 
fiducia negli uomini di governo dei partiti liberali, e anche 
per difficoltà parlamentari di realizzazione immediata e a breve 
scadenza.
</p>
<p>
L'altra tendenza, quella che prevalse e che, da dicembre ad 
oggi, meno la parentesi di due mesi del secondo ministero Nitti, 
accettava la collaborazione di governo, attraverso le fasi delle 
crisi politiche fu indotta e, direi meglio, costretta dallo stesso 
peso del numero a contribuire a che il parlamento funzionasse 
e che un governo in Italia ci fosse, per dar tempo alla maturazione 
di orientamento pubblico, che in una grave ora come 
quella che l'Italia attraversa dall'armistizio in poi, facesse riesaminare 
agli uomini e ai partiti le loro posizioni di combattimento.
</p>
<p>
Purtroppo questa sincerità onesta, che ha tentato nelle diverse 
e non molte manifestazioni parlamentari di determinare 
negli altri elementi di maggioranza una ragione di convergenza 
verso i nostri punti di vista e verso le ragioni programmatiche 
della nostra attività pubblica, ha trovato enormi difficoltà pratiche,
  
<pb n='157'/>
  
parte per colpa di uomini e parte per colpa di eventi.
</p>
<p>
Ma nel contatto forzato e nei facili contrasti si è avuto un 
turbamento di rapporti, un aumento di diffidenze, un tentativo 
di sopraffazioni, che han culminato nelle coalizioni dei democratici 
con i socialisti a favore del divorzio e contro la proporzionale 
amministrativa; e rendono ancora più aspre le lotte 
elettorali che in questi giorni si combattono per i consigli comunali 
e provinciali.
</p>
<p>
Nella mente degli avversari alleati siamo ancora il terzo 
incomodo, non troppo forti per essere temuti, né troppo deboli 
per essere sopraffatti; sempre combattuti se come alleati siamo 
troppo autonomi, o se come avversari pretendiamo il rispetto 
alla nostra forza. Hanno perciò accentuato, nella speranza di 
dividerci, le divergenze tra collaborazionisti e anticollaborazionisti, 
estremisti e centristi, ieri nel congresso di Napoli alimentando 
polemiche e diffidenze; lo ritentano oggi per le elezioni 
amministrative fra intransigenti e transigenti, fra elettori 
cattolici e popolari, con una acredine e voluttà da nemici.
</p>
<p>
Purtroppo è un'alleanza, questa, con persone e non con partiti, 
dai quali quindi dobbiamo difenderci, mantenendo in confronto 
agli alleati la nostra posizione presa fin dal nascere del 
partito.
</p>
<p>
Perciò la tattica intransigente fu applicata nelle elezioni 
politiche col sistema proporzionale ed è stata oggi riconfermata 
nelle elezioni amministrative comunali e provinciali, perché 
risponde ad una esigenza di vita del nostro partito. È un 
metodo connesso intimamente alla necessità di valutazione del 
nostro programma pratico, differenziato da quello degli altri; 
è una proiezione dell'autonomia della nostra personalità di partito, 
nel campo delle realizzazioni della vita pubblica; è una 
difesa della nostra caratteristica ed essenza popolare dalle confusioni 
democratiche e demagogiche delle frazioni del liberalismo 
borghese; è la prosecuzione del processo di liberazione iniziato 
dal partito fin dal suo apparire nella vita politica italiana.
</p>
<p>
La nostra insegna è stata indicata nell'appello del 18 gennaio 
1919, ed è stata resa plastica nel nostro segno elettorale: 
«la libertà». E per conquistarla di fronte alla centralizzazione 
del potere nei partiti liberali e di fronte ai vincoli ferrei e prepotenti
  
<pb n='158'/>
  
dei socialisti, dovevamo e dovremo ancora viverla e farla 
sentire come minoranza combattiva e fattiva, senza i legami che 
possano incepparne il cammino nella vita pubblica e menomarne 
la personalità politica.
</p>
<p>
Così sorse il partito popolare italiano aconfessionale, pur 
professando idee finalistiche etiche e cristiane; così ebbe la sua 
base su tutte le classi sociali, pur affermando il suo programma 
sindacale per l'elevazione del lavoro; così propugnò la rappresentanza 
proporzionale politica e amministrativa e proclamò la 
più rigida intransigenza elettorale, pur ammettendo gli eventuali 
contatti della vita del governo, della cosa pubblica sia 
locale che statale, a scopi determinati e per esigenze concrete.
</p>
<p>
Oggi le esigenze sono convergenti nel problema centrale da 
noi prospettato: l'equivoco su tale problema non può reggersi, 
e bisogna uscirne: è urgente che parlamento e governo escano 
dall'agnosticismo sociale e affrontino sul serio le audaci riforme 
sociali nel campo agrario e nel campo industriale, e quelle rappresentative 
del lavoro, che il partito popolare italiano sostiene 
e propugna.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Parecchi ci rimproverano che la insistenza, con la quale noi 
poniamo il problema sociale economico e politico del lavoro, 
ci faccia dimenticare tutte le altre esigenze della vita nazionale, 
alle quali rispondono anche diverse affermazioni del nostro programma; 
e credono, io direi fingono di credere, che noi in ciò 
vogliamo fare una assai sciocca imitazione degli atteggiamenti 
socialisti. È un errore di prospettiva che facilmente si rettifica.
</p>
<p>
Il partito popolare italiano è un partito sintetico nel programma 
ma realizzatore nella vita. Come abbiamo visto, il 
punto centrale oggi è per l'Italia il problema della produzione, 
ambientata e resa efficace e sicura dalla soluzione del problema 
del lavoro: a questo si lega il problema dell'organizzazione sindacale 
che si prospetta nella riforma degli istituti pubblici e 
loro rappresentanze; riforme che possono avere efficienza se 
rese agili dal decentramento politico, amministrativo ed economico, 
che può valorizzare le forze, le risorse, le caratteristiche 
locali e regionali, così varie e diverse in Italia, da non potersi
  
<pb n='159'/>
  
annullare e livellare neppure attraverso cinquant'anni di legislazione 
e di ordinamento statale centralizzato.
</p>
<p>
E perché produzione e lavoro siano efficienti, occorre la valutazione 
economica dei rapporti con l'estero, l'equilibrio della 
bilancia commerciale, la regolamentazione dell'emigrazione, la 
tutela e il rispetto del credito italiano all'estero. Vi sono insieme 
connessi i problemi intellettuali e morali; elementi di elevazione, 
forze reali di attività, sviluppo di energie, che bisogna 
educare e orientare. Come dimenticare questa sintesi? Come 
dimenticare le ragioni etiche superiori, che sono la forza centrale 
delle attività umane, che ne elevano la tonalità, ne coordinano 
i fini e ne superano le deficienze e i dolori, le lotte e le 
ingiustizie, che in qualsiasi società restano a indice della debolezza 
della nostra natura limitata e finita?
</p>
<p>
Ma ogni periodo ha la sua fase acuta centrale; e sbaglia chi 
crede di trasportare a suo talento il pensiero delle masse da un 
termine all'altro.
</p>
<p>
Come nel periodo del risorgimento l'idea-forza era la conquista 
della libertà politica e delle forme rappresentative e 
l'unificazione delle regioni italiane in nazione, e a questo termine 
o convergevano o si coordinavano o comunque attraverso 
questo elemento finalistico erano veduti tutti gli altri problemi; 
così oggi il termine vittorioso della guerra è superato, il problema 
dei confini adriatici è rientrato nell'ambito dei problemi 
esteri — per i quali purtroppo in Italia si ha, insieme al 
facile sentimentalismo, una generale ignoranza —; i problemi 
morali quali oggi sono posti, cioè divorzio e libertà d'insegnamento, 
occupano e preoccupano molto noi, popolari e non 
popolari, più che altro per il nostro sentimento religioso e per 
la nostra visione etica della vita; ma non occupano né preoccupano 
gli altri partiti, né polarizzano agitazioni di contrasto e 
cozzo di grandi masse: oggi il problema del lavoro sta al centro 
del contrasto, è il termine fondamentale della grande crisi 
italiana.
</p>
<p>
Orbene, per quanto la vita non crei le soluzioni unilaterali 
o astratte, ma realizzi soluzioni complesse e legate alla continuità 
storica nazionale, anche quando le rivoluzioni violente
  
<pb n='160'/>
  
pare annullino il passato; pure ci avviamo a gran passi alla trasformazione 
economica e politica della società.
</p>
<p>
La rivoluzione in Italia non può venire nel senso violento, 
classista o leninista; dopo pochi giorni ci mancherebbero grano, 
carbone e materie prime, e verrebbe la miseria, cattiva consigliera 
agli individui, pessima agitatrice delle folle.
</p>
<p>
È così: ma non ci culliamo su questo elemento come se fosse 
un bel parafulmine sulla nostra patria. Qua bisogna andare alle 
soluzioni: o l'economia soverchia la politica; o viceversa il problema 
politico istituzionale diventa il campo di lotte per la 
conquista economica. Cedere non vale; resistere non si può; 
occorre trasformare. È questa la voce del partito popolare italiano, 
voce di minoranza, voce che si vuole equivocare, soffocare, 
sopprimere da coloro che sono stati detentori tradizionali 
del potere; voce che si nega dai socialisti con mezzi violenti 
nel campo della vita del lavoro; ma noi tentiamo di farla sentire 
alle masse, conquistando faticosamente il nostro posto di 
combattimento. Noi crediamo ancora che il terreno politico, 
quello delle attuali istituzioni, quello della vita amministrativa 
e parlamentare, sia il terreno di lotta e di conquista; perché 
vogliamo che la lotta e la conquista siano pacifiche e siano trasformatrici 
per vigore di leggi che regolino le iniziative e normalizzino 
le forze del paese.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Che se questo terreno debba oggi o domani restare ancora 
nella sua crisi impotente al ritmo della vita, e tenere il nostro 
paese nelle angustie dell'oggi e nell'incertezza del domani, noi 
crediamo che si imponga l'appello al paese, che oggi rifà le 
sue amministrazioni locali, con prevalenza di colore politico, e 
che domani ritenterà il rifacimento politico con la forza delle 
sue organizzazioni sindacali.
</p>
<p>
Se questa mia parola, che oggi ha tentato un'analisi obiettiva 
per gli altri e per lo stesso partito popolare, lasciando la 
freddezza dell'esame, deve in questo momento rivolgersi commossa 
a tutti, amici e avversari o indifferenti, che si trovano 
qui, questa parola commossa, che trova la sua fonte di calore
  
<pb n='161'/>
  
nell'amore alla patria nostra, sarà sinceramente, profondamente, 
una parola di fede!
</p>
<p>
L'Italia attraverso la sua povertà, i suoi dolori, la lotta di 
paesi amici e di paesi avversari, le sue convulsioni interne e le 
sue debolezze di uomini e di partiti, l'Italia si salverà. Essa ha 
una missione che, per chi crede, è provvidenziale; nella creazione 
del diritto, nella educazione dell'arte e nella organizzazione 
centrale del cristianesimo. A questi termini non può fallire 
il suo cammino.
</p>
<p>
Oggi è Lenin, che alle menti ignare del popolo che ha bisogno 
di idoli e di uomini-simbolo, eccita gli animi e apre 
speranze di nuovi orizzonti attraverso i bagliori della rivoluzione: 
ma noi italiani, che forse per i primi, nei paesi occidentali 
e latini, affermiamo il diritto del lavoro nella sua nuova 
fase sindacale come elemento di produzione e di rappresentanza 
politica; noi italiani che affermiamo con audacia il diritto 
degli umili di fronte alle altre nazioni, che oggi dopo la guerra 
rinnovano le affermazioni imperialistiche del passato; noi italiani 
affermiamo una conquista morale, civile e cristiana di 
gran lunga più salda e più reale che non siano i movimenti bolscevichi 
che si tentano in imitazione di una Russia ancora medievale 
e anarchica.
</p>
<p>
A questa conquista contribuiamo noi, partito popolare italiano; 
con la forza dei nostri organismi, col valore del nostro 
programma, con la lotta di resistenza ai rossi che soverchiano, 
di differenziazione dagli altri che cedono, con la posizione centrale 
assunta per la trasformazione sociale.
</p>
<p>
E noi abbiamo fede che la patria nostra, per la quale combattiamo 
e lavoriamo, uscirà dalle angustie che la travagliano 
e la travaglieranno per un pezzo, rifatta nella sua unità morale, 
nelle sue forze indistruttibili e nella sua missione civilizzatrice, 
vincendo col lavoro la sua crisi economica e vincendo per il 
lavoro la sua crisi politica.
</p>
</div>
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</text>
</TEI>