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                <title>Crisi e rinnovamento dello stato</title>
                <author>Luigi Sturzo</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
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                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
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            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
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            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <p>Opera Omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. III, Il partito popolare italiano: Dall'idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), seconda edizione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 232-263.</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
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  <div>
    <p>
      OPERA OMNIA 
    </p>
    <p>
      DI
    </p>
    <p>
      LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      SECONDA SERIE
    </p>
    <p>
      SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
    </p>
    <p>
      VOLUME III
    </p>
    <p>
      PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
    </p>
    <p>
      LUIGI STURZO
    </p>
    <p>
      IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
    </p>
    <p>
      DALL'IDEA AL FATTO (1919)
    </p>
    <p>
      RIFORMA STATALE
    </p>
    <p>
      E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
    </p>
    <p>
      ROMA 2003 
    </p>
    <p>
      EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
    </p>  
  </div>
</front>

<body>
<div n='crisi e rinnovamento dello stato' type='sezione'>
  
<pb n='232'/>

<p> 
CRISI E RINNOVAMENTO DELLO STATO
</p>
<p>
<hi rend='bold'>I.</hi>
</p>
<p>
Oggi è tre anni, veniva lanciato l'appello ai <hi rend="italic">liberi</hi> e <hi rend="italic">forti</hi>
in nome di un nuovo partito, il primo che all'indomani dell'armistizio 
dell'immane guerra si affermasse in Italia come una 
forza nuova di ricostruzione. Tre anni di lavoro e di battaglie, 
di sforzi, di adattamenti, di sviluppo, mantengono tuttora integro, 
granitico l'appello come una sintesi di idee, di volontà 
e di organicità politica, formatasi nel travaglio delle forze 
sociali, per indicare, nel dopo guerra, una via che fosse una vita.
</p>
<p>
Discussioni vivaci attorno a uomini e ad idee, dissensi e consensi 
sui vari atteggiamenti assunti nel turbinare degli avvenimenti, 
critiche aspre, entusiasmi vibranti di fede; il partito 
popolare italiano in tre anni ha polarizzato forze nuove, ha riorganizzato 
antichi elementi, ha conquistato spiriti liberi nel campo 
della cultura, larghe masse nel movimento economico, posizioni 
politiche anche di primo ordine, in mezzo a diffidenze o 
disprezzi o tolleranze, guardato quasi come un estraneo e, più 
ancora, un intruso, nel corpo politico della nazione.
</p>
<p>
Di tanto in tanto, nelle varie forme assunte dai partiti politici 
o da forze organizzate in Italia, nell'acuirsi dei problemi 
o nello spostarsi delle forze e degli attriti, la voce del partito 
popolare italiano è sembrata quella di un ammonitore, di un
  
<pb n='233'/>
antiveggente, che costringe a rivalutare il presente in crisi, e che 
segna una via nuova. Cessa il rumore, la voce si estingue; ma 
i <hi rend="italic">liberi</hi> e i <hi rend="italic"> forti</hi> persistono, aumentano, lottano, in una specie 
di torneo, ove torna ad echeggiare, anche tra lo scoppiettìo dei 
colpi di rivoltella di comunisti o fascisti, la voce dell'ammonitore, 
la voce dell'antiveggente.
</p>
<p>
Questa voce, unica in Italia dall'armistizio ad oggi, ha affermato 
una concezione politica che nega lo stato attuale, e preludia 
le sue sostanziali trasformazioni.
</p>
<p>
Nel nostro appello del 1919 si legge: «Ad uno stato accentratore 
tendente a limitare e regolare ogni potere organico e 
ogni attività civica e individuale, vogliamo, sul terreno costituzionale, 
sostituire uno stato veramente <hi rend="italic">popolare</hi>, che riconosca 
i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi 
naturali — la famiglia, le classi, i comuni — che rispetti la personalità 
individuale e incoraggi le iniziative private. E perché 
lo stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo 
la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della 
rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e 
il senato elettivo come rappresentanza diretta degli organismi 
nazionali accademici amministrativi e sindacali; vogliamo la riforma 
della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione 
della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico 
delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli enti 
provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali».
</p>
<p>
Questa pagina è viva e balzante dopo tre anni come se fosse 
stata scritta oggi, è la base del nostro movimento, l'ispiratrice 
della nostra attività, è una delle più grandi mète dell'opera 
nostra.
</p>
<p>
Molti consentono sopra un pensiero generico che nelle varie 
espressioni potrebbe credersi identico al nostro, anzi ci fanno 
quasi il rimprovero di aver rilevato dagli altri partiti o meglio da
  
<pb n='234'/>
  
altre teorie una serie di riforme, e di averle fatte proprie del 
partito popolare italiano; altri attenua la portata e la forza di 
tali riforme riducendole ad elementi di adattamento e di svolgimento 
dello stesso stato nella sua concezione tradizionale, e fa 
della analisi scolorita, ove perde efficacia e ragione lo stesso problema 
come posto e non risolto; altri invece non trova che sia 
questo il problema centrale che affatichi la crisi odierna, e crede 
che tutto lo sforzo nostro d'accentrare nel problema dello stato i 
problemi attuali, sia uno sforzo vano, senza reale base e senza 
termine efficiente, un lavoro nel vuoto. Per questo, nel ricordare 
il terzo anno di vita del nostro partito, più che fare una rassegna 
delle attività e delle lotte, le quali hanno la vita di un 
giorno e sono giudicate dal gioco ottico delle passioni, credo 
opportuno discutere, dal nostro punto di vista, <hi rend="italic">il problema dello 
stato</hi>, come il problema centrale nella crisi di oggi e prospettare 
quella soluzione audace, direi rivoluzionaria, che sola può 
creare e alimentare le forze atte a superare la grande crisi che 
su di noi si abbatte, nella vita nazionale e nei nostri rapporti 
con l'estero.
</p>
<p>
Questo contributo allo sviluppo del nostro pensiero politico 
deve servire a chiarire le posizioni assunte sin oggi, le ragioni 
delle lotte e le mire della attività del partito; e a distinguere 
nettamente il nostro pensiero da quello di altri partiti, che 
pur collaborando con noi sul terreno pratico, partono da altri 
punti e tendono ad altre mète.
</p>
<p>
Il distinguersi e il contrastare non è un semplice atto di 
volontà, né un istinto di dominio, né una valutazione di opportunità; 
deve trovare la ragione nel fondamento ideale della vita, 
se non si vuole essere dalla vita stessa avulsi e confusi con le 
cose morte e inesistenti. E noi oggi sentiamo di essere distinti 
e di lottare, perché sentiamo di partecipare alla vita. E di vita 
parleremo questa sera, anche nella trepida visione della <hi rend="italic">crisi</hi>
e nella fiduciosa speranza del <hi rend="italic">rinnovamento dello stato</hi>.
</p>
<p>
<hi rend='bold'>II.</hi>
</p>
<p>
Una nazione come l'Italia, che ha in sé una forza di primo 
ordine: la popolazione di quaranta milioni di uomini, con una 
densità eccezionale di quasi 140 per chilometro quadrato, popolazione
  
<pb n='235'/>
  
laboriosa, versatile, adattabilissima; una posizione geografica 
nel Mediterraneo tale da doverne essere centro e vita; 
dopo raggiunta l'unità politica e la normalità e sicurezza dei 
suoi confini, e un'effettiva partecipazione alle intese internazionali 
insieme con gli stati che oggi dominano nel mondo; una 
nazione come l'Italia non può soggiacere alla crisi, e deve avere 
in sé le forze e i mezzi per superarla.
</p>
<p>
È vero: essa è povera e impoverita dalla guerra; essa e divisa 
internamente, e nel concerto delle nazioni ha le difficoltà 
di un perenne equivoco tra la figura di grande nazione e la 
realtà di una politica estera che tende a soffocarne l'avvenire. 
Ma se colpa di eventi o difetto di uomini han creato attorno alla 
patria nostra un cumulo di diffidenze e un'atmosfera difficile, 
se le interne condizioni economiche e politiche si sono aggravate, 
se la crisi si abbatte violenta, nessun uomo che valuti e 
confronti le condizioni attuali di tutti gli stati, può negare che 
le nostre riserve di energie morali ed economiche siano tali da 
poter avere e infondere negli altri una ben onesta fiducia che 
l'Italia presto troverà la via faticosa ma sicura del suo rinnovamento.
</p>
<p>
Questa fiducia non deve essere basata sopra sentimentalismi 
retorici e sopra fanatismi isterici o sopra credenze cieche; deve 
essere frutto di convinzione che generi l'azione e la preordini 
ai fini da dover raggiungere. Per questo non c'è peggiore nemico 
per noi dello scoraggiamento, del pessimismo, della incoltura 
delle classi dirigenti, le quali non possono sfuggire alle 
responsabilità storiche, morali e politiche della loro posizione. 
Una delle fasi più aspre della crisi che travaglia l'Italia nostra 
è quella che ha colpito proprio le classi così dette dirigenti. 
Merita la questione un attento esame, tanto più che oggi, e 
credo ancora per un pezzo, queste che per intenderci chiamiamo 
classi dirigenti o classi borghesi, avranno in parte o in tutto 
la responsabilità direttiva e fattiva della politica e della economia 
nazionale. Il grande pensiero animatore, l'istinto del 
rinnovamento, anche a mezzo delle rivoluzioni, lo spirito centrale 
della forza collettiva veniva dalle università, dalla cultura, 
dallo studio. Attraverso il pensiero tradizionale si elaborava la 
grande riforma, la filosofia dava i forti scorci della realtà e ne
  
<pb n='236'/>
  
preparava gli eventi. Oggi le nostre università sono mute per la 
maggior parte degli studiosi; la tribuna parlamentare sciatta, piccola, 
pettegola e boriosa ha coperto dei suoi clamori l'esile tenue 
voce dello studioso; il soffio animatore dei grandi rivolgimenti 
non c'è o non ha trovato la sua via nelle espressioni letterarie 
e artistiche, nelle battaglie giornalistiche e politiche, perché 
manca la elaborazione del pensiero e la forza di una convinzione 
che a questo pensiero si appoggi come fulcro, ragione, 
mèta di una vera e profonda attività di vita. E mentre il pensiero 
liberale ebbe dalla fine del secolo decimottavo ad oggi 
economisti, pensatori, poeti e artisti che crearono la base spirituale 
e l'ambiente naturale agli uomini politici; nella evoluzione 
della attività così detta democratica e nella preparazione 
del pensiero socialista e anche di quello cristiano sociale che 
rappresentano le tre forze politiche dell'oggi, noi in Italia abbiamo 
ben poco come studio e letteratura, che non sia semplice 
negazione o critica, ma che sia invece elaborazione ideale e 
pratica, elemento di forza, costruzione sociale, spinta di grandi 
movimenti nazionali e internazionali, che poggino sopra teorie 
e sistemi che penetrino nell'animo dei popoli.
</p>
<p>
Eppure non v'è un periodo così denso di avvenimenti come 
il presente, più di quel che un secolo e mezzo fa si preparava 
per l'Europa e per le Americhe; periodo di sconvolgimento 
di popoli e di stati, di economie e di istituti, nella instabilità 
di una pace che invano da tre anni si cerca nell'affannoso studio 
di conferenze e di congressi.
</p>
<p>
Non è certo incomprensione dei fenomeni storici, né assenza 
dello spirito di cui vivono i popoli nella lotta sociale; è un 
disorientamento sostanziale, il contrasto fra le teorie da lungo 
tempo credute intangibili e fondamentali e la realtà diversa e 
contrastante: l'analisi, la critica, il particolarismo che hanno 
soverchiato la sintesi ricostruttiva e l'universale finalistico. La 
crisi di pensiero — maturata attraverso un formalismo burocratico 
che ha intristite le nostre università, e attraverso il proposito 
di materializzare ogni elevazione dello spirito, — la crisi 
di pensiero trova l'ambiente di cultura impreparato e direi 
quasi al di fuori dei larghi movimenti dell'attuale vita dei
  
<pb n='237'/>
  
popoli; ed è ímpari allo sforzo per intuire un sicuro orientamento 
nel crepuscolo sanguigno del dopo guerra.
</p>
<p>
Libri di battaglia come quelli di Fichte, di Romagnosi, di 
Gioberti, di Carlo Marx non vengono oggi a segnare il cammino 
o a creare una corrente sociale. L'università è divenuta un 
laboratorio chiuso, dove si analizza e si critica, dove si impara 
per un diploma, ma dove più non sembra si viva la sintesi di 
un pensiero vitale. Per cinquant'anni si sforzò di combattere un 
preteso nemico della libertà e dell'Italia: la chiesa; la elaborazione 
del pensiero laico tentò i più belli ingegni e fu pensiero 
critico e demolitore, non costruttivo: il materialismo assiderò lo 
spirito e ne spense le energie. Oggi quell'indirizzo vive ancora 
nelle scuole di provincia in una ripetizione meccanica e inciprignita 
del pensiero già vissuto in un momento storico sorpassato.
</p>
<p>Il più grave fenomeno della decadenza è la mancanza di 
pensatori, e più che la loro mancanza, la loro assenza dal tumulto 
della vita, l'assenza della loro voce ammonitrice e sicura. 
Oggi non mancano studiosi in Italia, la cultura è più larga del 
passato, molti portano negli studi sincerità, probità, sicurezza; 
approfondiscono gli argomenti, fanno pubblicazioni interessanti: 
manca però la vita della realtà; ed è invano ricercata la loro 
espressione nell'agitarsi dei problemi della vita collettiva e sociale. 
Per questo la crisi di pensiero è più penosa e dannosa. 
La classe degli studiosi non può dirsi per ciò una vera classe 
dirigente; essa è anche una classe diretta, e diretta da un'altra 
classe, che, ad un livello inferiore e con preparazione diversa, 
è divenuta la vera detentrice del potere pubblico e delle forze 
del paese: parlo della classe burocratica.
</p>
<p>
* * *
</p>
<p>
Intendo per classe burocratica tutta quella che nella grande 
categoria del pubblico impiego dal più alto grado, consiglio 
di stato, al più piccolo ente locale, partecipa e sostanzialmente 
dirige la vita pubblica del paese. Mai come oggi è assunta a vera 
potenza nell'aumento esagerato, ipertrofico delle funzioni degli 
enti pubblici, nell'accumulo delle competenze e dell'intervento 
statale, nella più larga concezione democratica parlamentare; 
il ceto burocratico è divenuto il vero e reale detentore del potere
  
<pb n='238'/>
  
e dell'amministrazione. Esso non è un potere responsabile, 
né può mai essere un potere competente, quand'anche molti o 
pochi dirigenti siano competenti, perché anzitutto è un potere 
frazionato, portato ad una analisi irrazionale, esasperante, con 
una moltiplicazione di interferenze, e conseguenti inevitabili 
complicazioni senza nome; costretto perciò a ricostruirsi organi 
d'intesa, forme di coordinamento, attività di relazione, 
sintesi provvisorie, in cui si prosegue sino all'infinito l'accumulo 
delle incompetenze e delle irresponsabilità. Quindi il filo conduttore 
di questo denso ingranaggio, difficile a esplorare a qualsiasi 
uomo che non ci viva dentro, non può essere altro che la 
formalità esteriore, nella quale la realtà, nel suo organismo sintetico 
e pulsante di vita, si attenua fino a scomparire, per creare 
quella uniformità esteriore e livellatrice, che permetta alla mente 
di chi vive in mezzo alle carte di cogliere la ragione del suo 
intervento e della sua decisione. Costretti, anche gli ingegni più 
aperti e più moderni dei burocratici, a questo gioco mentale, a 
questo esercizio formalistico, perdono il senso della realtà o almeno 
l'attenuano al punto da non avere più l'abito della percezione 
immediata e completa; a meno che un caso imprevisto, un 
elemento nuovo e fragoroso non disturbi la loro vita meccanizzata 
(sia un terremoto o un'agitazione che minacci l'ordine pubblico, 
o uno sciopero generale, o il fallimento di una grande 
banca), i discreti e normali rumori della vita non penetrano che 
a stento attraverso le silenziose tende e i lunghi corridoi e i 
fossati pieni di acque stagnanti di questo castello incantato della 
pubblica amministrazione burocratica.
</p>
<p>
Le statistiche e le indagini, le inchieste e gli studi che vengono 
fuori dai ministeri sembrano a noi, che viviamo nella vita, 
echi d'oltretomba; arrivano quando i fenomeni sopra i quali 
insistono sono sorpassati ovvero han mutato caratteristiche; e 
le costruzioni legali hanno un pensiero giuridico così equivoco 
e difforme da uno all'altro ministero, che determina una vera 
confusione di lingue e dà il segno di un collasso mentale, nello 
sforzo di afferrare la realtà che sfugge e che e più potente. E 
la vita che pulsa di fuori resta costretta da un accentramento 
statale, al quale si è talmente abituato il pensiero di tutti, da 
subirlo come il fato della tragedia greca. Grandi speculatori
  
<pb n='239'/>
  
e grandi organizzazioni economiche e politiche si avvicinano al 
grande Moloch del dio stato, per partecipare al cumulo degli 
interessi che ha monopolizzato o accentrato. La lotta è fra l'elemento 
formalista, analitico, pedante dei ministeri e quello faccendiere, 
procacciante, parassitario dei trafficanti sul pubblico 
danaro; e non è detto che, in buona o in mala fede, vincano 
sempre i primi. Per questo il potere più o meno occultamente 
passa dagli uni agli altri, sempre irresponsabile e per giunta 
illegittimo, e determina sintesi occulte quali quelle della massoneria, 
specialmente nei ministeri della istruzione, della giustizia 
e della guerra; ovvero crea larghe sfere d'influenza, quali 
quelle del socialismo e dell'alta finanza sull'industria, commercio 
e lavoro.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Per trovare un pensiero centrale e sintetico dovremmo rivolgerci 
alla classe parlamentare, nel largo senso della parola, a 
quella classe che da trent'anni è detentrice del potere politico 
dopo il trasformismo di Depretis. Il fenomeno più importante 
della nostra vita parlamentare in tale periodo è stato il fatale 
passaggio del potere legislativo e politico dal parlamento al 
governo e dal governo alla burocrazia e alle forze estranee agli 
organismi costituzionali; il parlamento si è andato svuotando 
delle sue funzioni anche le più delicate, man mano che aumentavano 
le attività statali e premeva l'accentramento burocratico 
e amministrativo. È venuto meno il controllo reale effettivo sulle 
spese, la influenza efficace sulle direttive pratiche del governo, 
la compilazione costruttiva e organica delle leggi. Sono rimasti 
al parlamento i dibattiti di politica generale; a parte il giuoco 
dei voti politici, non si ricorda da parecchio tempo che simili 
dibattiti abbiano mutato o modificato il corso degli avvenimenti; 
ma, strano a rilevarsi, le stesse maggioranze sono state 
quelle che hanno cambiato ministeri e modificato atteggiamenti, 
come fenomeno del momento assai più che come prodotto di 
direttive sostanziali.
</p>
<p>
L'ultima lotta seria al parlamento fu dal 1890 al 1900, e 
segnò il definitivo trionfo della democrazia sulla reazione conservatrice, 
nella politica interna e nella concezione dello stato; 
l'ultimo atteggiamento morale fu quello di Zanardelli nella lotta
  
<pb n='240'/>
  
contro la chiesa e nella concezione dello stato laico; l'ultima 
linea politica estera fu quella di Crispi con la triplice alleanza, 
le colonie africane e la posizione assunta verso la Francia. Concezione 
e posizione di un'Italia che all'interno e all'estero 
doveva consolidarsi appena dopo più di un ventennio della 
sua unità con Roma capitale; concezione politica e sintetica 
verso i primi passi delle classi lavoratrici e verso la chiesa 
allora ritenuta ostile non solo all'Italia ma al pensiero moderno. 
Frutto maturo e ultimo nel travaglio di un secolo, attraverso 
esperienze e dolori, vissuto nella larga concezione di statisti, 
giuristi, finanzieri e letterati.
</p>
<p>
Il nuovo secolo apriva problemi nuovi e maturava gli avvenimenti. 
L'Italia usciva dalla crisi economica ed affrontava i 
problemi del lavoro, dell'emigrazione, dell'industria, dell'espansione 
in un'atmosfera promettente. L'arte del governo e la vita 
parlamentare passavano in seconda linea, sicché fu lasciata ai 
più audaci, ai più procaccianti; le democrazie non avevano la 
spinta delle grandi lotte per affinarsi nel pensiero e nella selezione 
degli uomini; solo ingigantiva lo stato nella perversione 
delle sue funzioni. La politica divenne arte senza pensiero; i 
grandi avvenimenti, il passaggio delle ferrovie allo stato, la conversione 
della rendita, la guerra libica, il suffragio universale, 
furono in gran parte giochi parlamentari, più o meno di azzardo, 
caddero come frutti maturi dall'albero della presunta 
felicità pubblica; e divennero realtà al di fuori della vita di una 
popolazione di tutt'altro preoccupata.
</p>
<p>
E nel luglio 1914 l'Italia politica fu svegliata dal lungo sonno, 
come Aligi, e trovò che il parlamento non c'era, che gli uomini 
politici non c'erano, che i partiti non c'erano; perché la classe 
che dirigeva, che aveva in mano il potere, era lontana dalla 
coscienza generale del paese, che solo può essere avvicinata con 
la forza di un pensiero, con il valore di una direttiva, con la 
comprensione di una realtà. E questa si era maturata al di 
fuori del parlamento, il quale sanzionò l'intervento nella guerra 
senza convinzione, ne seguì le fasi militari e politiche senza 
conoscenza; fu sorpreso della vittoria, non ebbe direttive nello 
studio delle conferenze della pace; e nella valutazione delle 
conseguenze economiche e politiche della guerra sopportò che
  
<pb n='241'/>
  
il governo e i suoi rappresentanti e relativi organismi agissero
e assumessero responsabilità senza che il parlamento intervenisse 
a fissarne principi e direttive.
</p>
<p>
Gli uomini che campeggiavano in questo periodo di disfacimento 
della classe parlamentare della democrazia furono pochi, 
anzi può dirsi che uno solo abbia segnato la via: Giolitti, 
a cui gli anni diedero una statura maggiore della sua altezza 
politica. Invano si cerca in lui un pensiero costruttivo: nel suo 
costante semplicismo tradusse i problemi del futuro in adattamenti 
del presente: superò le battaglie del momento o seppe 
evitarle e parve un vincitore: ebbe istinti demagogici pur nell'austerità 
delle forme. A lui si deve il primo avvicinamento 
della borghesia al proletariato: avvicinamento non disinteressato 
né organico, ma istintivo di colui che meglio degli altri conobbe 
o intuì la crisi della borghesia e tentò di salvarne il potere, 
facendo concessioni alla nuova forza del proletariato socialista.
</p>
<p>
Sonnino e Salandra rappresentarono le ultime resistenze; 
il loro pensiero rifletteva intero il passato; il primo non ebbe 
la stoffa dell'uomo politico; fu un tecnico e uno studioso di 
austero intelletto, ma il suo pensiero si infranse contro la realtà; 
il secondo ebbe le responsabilità dirette del primo periodo bellico, 
neutralità ed entrata in guerra, e la sua figura rimase sommersa 
nell'immenso torrente degli avvenimenti; le posizioni 
prese dopo la guerra non depongono a favore delle sue qualità 
di uomo di stato, e le sue concezioni politiche sembrano avulse 
dal dibattito della vita.
</p>
<p>
Oggi invano si cercano gli uomini che dopo il ʼ48 seppero 
portare l'Italia alla sua unità avendo un'idea politica, una direttiva 
economica, una concezione organica; invano si domanda 
una visione chiara della situazione interna e dei rapporti con 
l'estero; la democrazia di oggi soffre del marasma che colpì 
gli uomini della monarchia francese prima della rivoluzione 
dell''89: eppure non vi fu in Italia un momento più decisivo 
del presente, un periodo più grave e più difficile, nel quale ai 
responsabili delle direttive del paese si deve poter domandare:
<hi rend="italic">custos, quid de nocte</hi>? e deve rispondere una voce sicura, una 
nota maestra, una parola risolutiva.
</p>
<p>
La guerra non fu per noi un orientamento di pensiero, e
  
<pb n='242'/>
  
non è oggi un centro di interessi e di finalità per l'avvenire. Le
idee di civiltà e di umanità, che ispirarono la campagna per la 
guerra e che furono elevate da Wilson a dogmi per la ricostruzione 
della pace, furono infrante dalla realtà degli egoismi egemonici 
e soverchianti, che diedero la base ai trattati; e la nostra 
lotta irredentista per le provincie italiane sotto l'impero 
austriaco, ebbe le delusioni di Fiume, della costa dalmata e 
della sicurezza dell'Adriatico e le asprezze della politica slava. 
E se la guerra unì gli spiriti della gran maggioranza degli italiani, 
non fu tanto per i motivi ideali e politici, quanto per la 
passione della vita e della morte, della vittoria e della sconfitta, 
perché quando tace la speculazione è vivo il cuore per le sorti 
della patria. Allora neppure i neutralisti convinti, neppure i 
socialisti ostili, credettero di poter prendere una posizione pratica 
ed efficace contro la guerra, la subirono, e maturarono la 
ripresa delle loro posizioni a guerra finita. Non possiamo oggi 
accusare gli uomini della democrazia e del liberalismo delle 
responsabilità politiche della guerra in Italia, non abbiamo ancora 
tutti gli elementi per una rielaborazione storica e morale; 
nessuno volle fare un torto al suo paese, però abbiamo elementi 
per poter dire che nessuno o quasi in Italia, del partito o dei 
partiti dirigenti e responsabili, ebbe una visione della realtà 
durante il periodo della neutralità; certo nessuno valutò la posizione 
politica, economica e militare dell'Italia, per prepararne 
sufficientemente gli avvenimenti; il patto di Londra fu la risultante 
del passato, non fu un patto di antiveggenza per l'avvenire. 
Non faccio una colpa a nessuno se gli avvenimenti giganteschi 
sorpresero gli uomini, tutti gli uomini e non solo gl'italiani. 
Solo rilevo la parte diretta pensata e voluta dai nostri 
dirigenti, cioè l'indirizzo politico di prima e di durante la 
guerra, che culminò nella politica adriatica e che determinò 
la crisi di tutta la nostra politica della ricostruzione e della pace. 
Alcuni credono colpevoli Salandra e Sonnino prima e Orlando 
dopo; e certo questi sono gli esponenti e i responsabili; ma 
invano cerco negli atti parlamentari dal 1914 al 1919 uno solo 
che avesse portato alla tribuna parlamentare un pensiero, una 
linea politica, una concezione organica da poter contrapporre 
al governo del tempo e da poter guidare il paese smarrito e disorientato.
  
<pb n='243'/>
  
È vero: Giolitti il neutralista fu messo a tacere, e forse 
il suo silenzio fu più meritevole della sua parola; ma quando 
parlò, riportato per consenso generale al potere, molto era compromesso 
e molto egli compromise: fu più un liquidatore che 
un animatore.
</p>
<p>
Nitti fu accusato di avere contribuito a deprimere i valori 
morali della vittoria; mai si ebbe in Italia un periodo inquieto 
e torbido come quello che dal giugno ʼ19 va al maggio del ʼ20; 
la sconfitta di Parigi soverchiava la gloria purissima di Vittorio 
Veneto; era naturale che il popolo italiano, che sul Grappa e 
sul Piave si era unito per virtù di fede, per sentimento di estrema 
difesa e per valore di soldati, piegasse lo spirito nell'abbattersi 
della crisi economica e politica, nello smarrimento di una 
via risolutiva perduta nelle spire di una nuova falsa diplomazia, 
per la quale i tanto decantati principi di civiltà e di fratellanza 
dei popoli, di nuovi orientamenti di politica internazionale, portavano 
alla quanto mai grave crisi europea. Forse oggi, dopo 
tre anni, a Cannes prima e a Genova dopo, si inizia una revisione, 
che speriamo abbia a far tesoro della triste esperienza 
che accomuna nel danno popoli vincitori e popoli vinti.
</p>
<p>
<hi rend='bold'>III.</hi>
</p>
<p>
Questa analisi della crisi della classe dirigente sotto il triplice 
aspetto della influenza universitaria o della cultura, del 
predominio della burocrazia e del disorientamento degli uomini 
politici può sembrare estranea all'argomento della <hi rend="italic">crisi dello 
stato</hi>; ma è invece intimamente connessa. L'istituto dello stato 
non è un ente astratto, non è un principio etico, non è una 
ragione sociale se non in quanto è un organismo concreto e 
completo; e questo organismo è e vive della stessa vita di 
coloro che ad esso imprimono i caratteri e l'impronta: il potere, 
anche nelle democrazie più progredite, dà la caratteristica 
alle istituzioni: così niente meraviglia che vi siano monarchie 
democratiche e repubbliche aristocratiche; governi oligarchici 
a istinto sociale, e democrazie larghissime a istinto imperialista. 
Noi crediamo di governarci, ma sono i pochi che governano nel 
gioco alterno e perenne della lotta fra elementi di conservazione
  
<pb n='244'/>
  
ed elementi di progresso, attorno alle fasi concrete e incalzanti 
della vita economica e sociale dei popoli. Il decadimento delle 
classi dirigenti e la mancanza di un preciso obiettivo di attività 
e di lotta, può portare lo spostamento dei partiti e il prevalere 
di uomini che seguano indirizzi diversi, pur entro la cerchia 
di un pensiero comune: ovvero la crisi delle istituzioni stesse, 
quando in quelle non regge più un pensiero comune, e il decadimento 
investe gli stessi principi onde venne costruito l'ordinamento 
della società. E così nel periodo del risorgimento dal 
1821 al 1871 per mezzo secolo la lotta fu attorno alla costruzione 
dello stato nella unità della patria; e la costruzione prese 
la linea di stato liberale, con la difesa e l'offesa agli elementi 
antiunitari ed antiliberali, comprendendo in questi, anche per 
forza di eventi o per errore di valutazione e per esuberanza 
di vitalità e di mezzi, la chiesa cattolica; e la lotta fu tra due 
elementi non univoci, non confondibili, diversi: i conservatori 
dell'antico regime che cadeva sotto lo spirito e i colpi della 
rivoluzione, e gli assertori del nuovo regime che sorgeva nelle 
speranze di un grande avvenire e nella novità del principio liberate; 
attorno a questo immenso fatto fu imperniata tutta la 
politica buona o cattiva del tempo, tutta la lotta dei partiti e 
la formazione degli istituti giuridici ed economici, tutta la 
costruzione dei servizi statali. Dal 1871 al 1914 invece la lotta 
dei partiti è stata intorno al consolidarsi o al cadere dei due 
principi, il conservatore e il democratico, non più contro o 
fuori dello stato ma nell'interno dello stesso stato liberale, nel 
suo naturale svolgimento, nel suo adattarsi allo sviluppo del 
paese, nel gioco dei rapporti internazionali. Il fenomeno socialista 
e quello cattolico, nel senso tradizionale della parola (nell'ambito 
dei rapporti dell'Italia con la S. Sede e nella ripercussione 
della lotta antireligiosa o anticlericale) restavano nell'ambito 
stesso dello stato, sotto l'influsso delle classi borghesi 
dirigenti la cultura, la politica, l'economia; e restavano come 
forze o da assimilare, come nel tentativo dei blocchi clericali 
nel patto Gentiloni e nelle alleanze clerico-moderate; ovvero 
delle forze da eliminare, come nei vari tentativi politici di 
Crispi, Rudinì e Zanardelli, nel creduto predominio dell'organizzazione 
e della vitalità dello stato liberale.
</p>

<pb n='245'/>
  
<p>  
La guerra fu una parentesi e un fermento insieme; riunì 
tutti i veri italiani nella difesa della patria; fece tacere gli altri 
che avevano una concezione extra o antinazionale, specialmente 
dopo Caporetto; ma nello sforzo statale politico e finanziario 
fece precipitare gli elementi di decomposizione, aumentò, anzi 
centuplicò l'inflazione dei poteri, al di là del naturale sforzo 
bellico, irrigidì ogni potere evolutivo dello stato liberale.
</p>
<p>
Dall'armistizio ad oggi, nel decadimento del pensiero liberale 
democratico, questo stato atomistico, centralizzatore, burocratico, 
portato oggi alla esasperazione, viene assalito da tre forze: 
— il <hi rend="italic">socialismo</hi>, che, fatto forte dai dolori della guerra, assunse 
una ideologia mitica, apocalittica, internazionale: la <hi rend="italic">dittatura 
economica e politica del proletariato</hi>; e predicò e predisse la rivoluzione: 
le sue predizioni e la sua predicazione sono cadute, ma la 
forza negativa è ancora salda nella fiducia delle masse organizzate; 
— il <hi rend="italic">popolarismo</hi>, che sorse e si affermò come partito di centro e 
di massa, saldo e vigoroso; negò la rivoluzione, ammise la costituzionalità 
dello stato, ma ne volle la <hi rend='italic'>riforma organica</hi> dal centro 
alla periferia, dal sindacato al senato; — il <hi rend="italic">fascismo</hi>, che negò 
lo stato liberale e la sua autorità, creò l'<hi rend="italic">organizzazione e l'azione 
della forza anche con le armi</hi>, più per sostituirsi allo stato borghese 
contro comunisti e socialisti, che come costruttore di un 
pensiero che fino ad oggi sembra essere orientato da forze liberali 
e conservatrici pur nella fase anarcoide; comunque tenda a 
svolgersi e a consolidarsi questa forza giovane, è anch'essa contro 
lo stato democratico, parlamentarista, accentratore. E tutte 
e tre queste forze, nelle contese e nei contatti, maturano nuovi 
atteggiamenti che accelerano i fenomeni della crisi dell'oggi, 
tendono a variare le basi dell'ordinamento statale, nella sua 
costruzione economica, giuridica e organica, nello sviluppo di 
nuove forze e di nuove idealità, nel fermento di una gioventù 
che si rinnova.
</p>
<p>
Analizzare questo fenomeno è nostro dovere, per approfondirlo 
e valutarne la portata. Tutti e tre i partiti dicono di avere 
l'avvenire; nessuno dei tre ha ancora completamente maturato 
la sua costruzione ideologica; ma ciascuno ha le radici in uno 
stato d'animo e in una concezione <hi rend='italic'>primitiva</hi> della vita e della 
società e perciò attingono all'anima di larghe sfere di giovani,
  
<pb n='246'/>
  
di popolo, di ingenui, di sognatori, di entusiasti, di fedeli, di 
proseliti; sia la forza dell'idea di giustizia economica (il socialismo), 
sia quella di un equilibrio morale (il popolarismo), sia 
quella di una forza dominatrice (il fascismo), hanno un punto 
di partenza che diviene una idea-forza e crea un movimento.
</p>
<p>
Il socialismo, come il più antico e il più forte partito di 
massa, ha una ragione storica di primo ordine, e crea un movimento 
ideale ben marcato. Però, come tutti i movimenti aprioristici 
e generali, ha trovato il contrasto della realtà ed ha dovuto 
sciupare enormi energie negli atteggiamenti tattici, per arrivare 
a trovare un proprio terreno politico e poscia anche un 
proprio terreno economico. Così è passato attraverso tutti gli 
stadi di elaborazione e di specificazione; e sul terreno politico 
perdette la caratteristica negativa aprioristica rivoluzionaria il 
giorno che entrò a Montecitorio, e il giorno che insieme con il 
resto della estrema sinistra radicale e repubblicana superò la 
reazione del ʼ98 e cominciò a divenire riformista. Né, a rifargli 
la verginità, valsero la posizione ostile alla guerra e il movimento 
semirivoluzionario del dopo guerra; anzi, dopo le fallaci 
esperienze del leninismo e del bolscevismo nostrano, dovette 
separarsi dai comunisti, rinunziare alla dittatura e tendere verso 
la collaborazione parlamentare. Sul terreno economico è ormai 
un dato fermo; il socialismo economico di stato per i democratici 
doveva essere la concessione limite ai socialisti per immunizzarsi 
dai violenti assalti dati al potere politico; e per i socialisti 
doveva essere la prima conquista per arrivare al potere o 
meglio alla dittatura politica. Si è così costituito uno stato nello 
stato, che ha acquistato il diritto alla intangibilità; i sindacati 
dei trasporti marittimi e terrestri, locali e statali, sono la rete 
rossa che lega lo stato e la economia pubblica e privata; il sindacato 
metallurgico crea il legame fra industrie parassitarie e 
banche sovventrici, unendo nel medesimo interesse, contro lo 
stato s'intende, capitale e lavoro, finanza, imprese e lavoratori; 
le cooperative rosse, che hanno conquistato lavori pubblici ed 
istituti sovventori creati e finanziati dallo stato, formano la loro 
economia, rivoluzionaria a parole e collaborazionista nei fatti. 
E qui sta il grottesco e la tragedia insieme. Alle masse han predicato 
l'abolizione della proprietà, il comunismo più o meno
  
<pb n='247'/>
  
larvato, il sindacato come mezzo di lotta permanente per arrivare 
alla dittatura economica e politica, quale fine ultimo. 
Al contrario, hanno fermato le conquiste immediate sulle seconde 
e sulle terze trincee; l'avvento diviene lontano e bisogna 
fare il cammino a ritroso; bastano le cooperative fornite dallo 
stato, bastano i sindacati come ragione economica ed elemento 
permanente e organizzato della lotta di classe; basta la libertà 
nell'attuale ordinamento politico; bastano alcune riforme del 
consiglio del lavoro e a carattere semiborghese. Per questa via 
si arriverà un giorno alla collaborazione parlamentare che negherà 
trenta anni di lotta. Anche questa volta la tattica prende 
la mano al programma; le ideologie scompaiono nella realtà; 
i contrasti teorici perdono la loro violenza e la visione della 
ricostruzione statale non ha più la linea logica e forte del rinnovatore, 
del rivoluzionario, che sa aspettare purché sa vincere.
</p>
<p>
E non potrà non avvenire così; ai socialisti di destra e a 
molti anche del centro è serbata la stessa strada dei democratici 
e dei radicali alla Cavallotti, prima, e dei riformisti alla Bissolati 
e alla Bonomi poi. Sono entrati attraverso tutte le preoccupazioni 
della borghesia spaurita e dei liberali scandalizzati, nel 
mare della democrazia, ed han perduto il colorito rosso per divenire 
grigi; come lo perderanno anche gli altri, i Treves, i Turati, 
i Modigliani, i Caldara o i loro continuatori e soci; la fede 
nella palingenesi socialista sarà attenuata dalla realtà semiborghese, 
in un adattamento, che continuerà e aggraverà il sistema 
del cosiddetto <hi rend="italic">socialismo di stato</hi>. Però questo termine, che i 
socialisti di destra vedono come una fatale necessità, secondo 
me, sta per essere sorpassato: il fallimento economico dello stato 
borghese non permette né i lussi dello sperpero, né permetterà 
il tentativo del monopolio economico centralizzato nelle mani 
della vera e della falsa burocrazia in accomandita con partiti 
socialdemocratici; le nuove forze antisocialiste e quelle popolari, 
sotto diversi aspetti e con diverse finalità, non potrebbero 
aderirvi. Del resto, una simile prospettiva, che spingerebbe una 
parte della classe operaia nelle braccia del comunismo, non consoliderebbe 
lo stato nei suoi ordinamenti attuali, lo farebbe 
divenire ancora più ipertrofico, più centralizzato, più tirannico; 
sopprimerebbe ancora di più l'elemento vitale della libertà,
  
<pb n='248'/>
  
e monopolizzerebbe il potere con maggiore tenacia, in nome 
delle masse: sarebbe la definitiva trasformazione della democrazia 
in demagogia.
</p>
<p>
  * * *
</p>
<p>Il fascismo è troppo giovane per avere una tradizione, una 
letteratura, un movimento culturale, una costruzione logica provata 
dai fatti. Vive di retorica alternata di violenza; come tutti 
i movimenti anarcoidi ha in sé un che di goliardico; è un prodotto 
della guerra, è una ribellione, è una sfida. Colpisce più 
la democrazia che il socialismo; nuoce più allo stato borghese 
e democratico con la ribellione collettiva, che al socialismo con 
le rappresaglie e le spedizioni punitive.
</p>
<p>
E lo stato borghese è impotente: Giolitti usò il suo metodo, 
quello di accarezzare e avvicinare per intossicare; ne rimase 
prigioniero, dopo aver dato una parte dell'organismo statale in 
mano al fascismo. Egli sperava, trasportando il fascismo in parlamento, 
di trasformarlo in partito politico in campo costituzionale; 
e così i liberali democratici speravano di avere una 
balda schiera di avanguardisti; ma anche il fascismo politico si 
difese dalle insidie giolittiane e dagli abbracci democratici; 
esso va in cerca di un programma che gli permetta di avere una 
idea nel campo della politica interna ed estera; e cerca aiuto 
dai nazionalisti, che, rigidamente monarchici ed imperialisti, 
sono conservatori nello spirito e nelle direttive. Il sindacalismo 
fascista è una forma adottata, non applicata, mentre la struttura 
agraria dà ai fascisti un colore economico che essi rifiutano. Ma 
tutto ciò è forma, superficie, esteriorità: il metodo della violenza 
è sostanza, e anarchia, è un attentato allo stato; e dovrebbe 
essere un fenomeno passeggero. Se tale non sarà, se invece si 
estenderà, non può non rilevarsi come lo stato sia impotente, come 
i suoi organi funzionino male; e come una profonda causa dia alimento 
a questo pullulare e svolgersi di forze antistatali che tendono 
ad investire i valori morali e giuridici, sì da far valutare 
come nuova fonte del riordinamento sociale coloro che intendono 
ottenerlo con la violenza privata.
</p>

<pb n='249'/>
  
<p>  
È questo un nuovo aspetto della crisi: la borghesia, sfiduciata 
dei suoi istituti e degli uomini che la rappresentano, fa 
l'estremo sforzo di difesa, e dove non han più valore gli ordinamenti 
politici fa ricorso alle armi. È un prodotto dell'istinto 
di conservazione contro la propaganda bolscevica, che aveva 
morfinizzato la democrazia e i suoi istituti; e non può che sboccare 
verso una nuova forma di liberalismo conservatore, antisocialista, 
antidemocratico.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
La crisi dello stato fu aggravata dal sorgere del partito popolare 
italiano. Questo non ebbe atteggiamenti apocalittici, come 
il socialismo del dopo guerra; non inneggiò alla violenza come 
il fascismo. Interprete nel campo politico del pensiero cristiano 
sociale, che in Italia ebbe i suoi fulgidi albori con la 
enciclica <hi rend="italic">Rerum Novarum</hi> del 15 maggio 1891, sgombrò il terreno 
della pregiudiziale antinazionale, che aveva tenuto fuori 
della vita nazionale i cattolici italiani; sua prima affermazione 
fondamentale fu la <hi rend='italic'>riforma dello stato</hi>. Il popolarismo ha scelto 
come terreno il campo costituzionale, come mezzo le leggi dello 
stato, come anima la elevazione dei valori etici della vita; ma 
vuole la grande riforma, la trasformazione degli istituti statali 
sulla base di due termini: «<hi rend='italic'>organicità</hi> e <hi rend='italic'>libertà</hi> nella coesione, 
non sovrapposizione delle classi, con la più larga e reale rappresentanza 
dei loro interessi».
</p>
<p>
Il socialismo crede di avere concretizzato il suo programma 
antitetico, e sciupa le sue forze nella <hi rend="italic">tattica</hi> (intransigenza e 
collaborazione); il fascismo per ora ha un programma negativo, 
e si polarizza nel <hi rend="italic">metodo</hi> (la violenza): il termine immediato, 
concreto, positivo del regime della struttura statale, è pur 
esso fuori della realtà, superato; per l'uno e per l'altro c'è 
semplicemente il predominio, la forza bruta, la dittatura.
</p>
<p>
Per i popolari il metodo e la tattica sono elementi puramente 
esteriori, secondari, inerenti al rapporto di contingenza 
e di immediatezza: il termine è la sostanza perché è la realtà: 
e il termine è dato da questo grande concetto di riforma antitetica 
dell'attuale regime statale, pure nel limite di una ragionevole 
adesione dell'idea al fatto, della concezione alla realtà.
E la realtà centrale anche oggi, come ieri, è la vita dello stato
  
<pb n='250'/>
  
nella sua ragione storica, cioè nel complesso dei suoi istituti 
rispondenti ai fini morali, economici e politici della nazione; e 
questa oggi è caratterizzata dalla più larga adesione al popolo, 
non in forma inorganica, che crea il socialismo di stato, che è 
decadenza, involuzione, pervertimento dello stato, ma in forma 
organica che ne è sviluppo, evoluzione, rinnovamento.
</p>
<p>
Non si può parlare dell'organicità dello stato, e del rinnovamento 
dei suoi istituti, senza darne le linee sommarie, almeno 
come indicazione; e non possono tali riforme proporsi, 
senza trovare il substrato economico e psicologico che 
le imponga. Per questo se oggi l'enunciazione nostra ad alcuni 
sembra superficiale ed esteriore, se altri crede che non abbiamo 
un vero riferimento economico, tutto ciò avviene perché il terreno 
dei contrasti è spostato nell'attrito dei partiti e nel prevalere 
delle fazioni. Ma solo che si consideri la imponenza del fenomeno 
sindacale, lo sconvolgimento portato dalla rappresentanza 
proporzionale, la profondità dei contrasti fra economia 
libera e burocrazia statale e l'assalto immane, colossale, di tutti 
gli appetiti burocratici o travettisti contro la finanza statale, si 
vedrà che le linee costruttive del partito popolare italiano sono 
semplici, ma toccano le radici del male e tendono ad una profonda 
trasformazione istituzionale.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Faccio un breve cenno della riforma dello stato da noi propugnata. 
La rappresentanza politica, amministrativa e sindacale, 
su base proporzionale, deve tendere a dare a tutto il popolo 
la maggiore partecipazione possibile alla vita organica del 
paese; e mentre il sistema maggioritario rappresentativo liberale 
era a base di suffragio limitato, come espressione della 
classe borghese dominatrice nelle alterne vicende dei conservatori 
e dei progressisti, nella pura espressione individualista, il 
sistema della proporzionale corregge il suffragio universale conquistato 
dalla democrazia e fa il primo passo verso l'organicità 
parlamentare. Il suffragio femminile ne dovrà essere legittima 
conseguenza. Però riconosciamo che tale rappresentanza 
popolare dovrà essere corretta da un'altra camera, il senato, 
che non sia, come è oggi, attraverso il potere regio, un'emanazione
  
<pb n='251'/>
  
arbitraria del potere esecutivo, ma una legittima e 
diretta rappresentanza organica dei corpi accademici, degli 
organismi statali (magistratura, università, consiglio di stato, 
e corpi diplomatico e militare), dei corpi amministrativi (regioni, 
provincie, comuni), dei corpi sindacali (datori di lavoro 
ed operai); con elezione di secondo grado e sopra liste limitate 
di eleggibili.
</p>
<p>
Ma ciò non basta; le camere oggi danno (o debbono dare) le 
direttive legislative e politiche, e debbono costituire il controllo 
permanente del potere esecutivo; ma non possono essere l'unico 
organo legislativo, che discuta e approvi tutta la congerie esasperante 
di leggi e leggine, che va dal codice civile fino all'autorizzazione 
della spesa per le uniformi dei soldati o per i berretti 
dei carcerieri.
</p>
<p>
Se non vogliamo il sistema dei decreti-legge, a fianco del 
parlamento politico, occorrono i consigli superiori, eletti dalle 
rappresentanze organiche del paese, non più come corpi consultivi 
a tipo burocratico o burocratizzato, ma a tipo rappresentativo; 
questi consigli debbono poter dare leggi particolari e 
speciali, le leggi di esecuzione, i regolamenti, con potere delegato 
e controllabile dal parlamento. Questi consigli superiori 
dovrebbero presiedere l'amministrazione civile, la sanità e la 
beneficenza, l'istruzione, i lavori pubblici, l'economia, il lavoro 
e la finanza. Oggi vi sono molti consigli superiori, e si tende 
a crearne altri; ma sono organi burocratici centrali, paravento 
delle responsabilità esecutive, ai quali si demandano i pareri 
su atti amministrativi; a ciò deve bastare il consiglio di stato 
dal punto di vista giuridico e i dirigenti tecnici amministrativi 
dei vari ministeri, per il giudizio pratico della convenienza 
e della opportunità.
</p>
<p>
Cadrebbero così una infinità di commissioni, conquiste di 
funzionari, e si creerebbero corpi elettivi, responsabili, da rinnovarsi 
a periodi determinati, e tali da creare un'esperienza 
amministrativa extra-burocratica, di notevole importanza.
</p>
<p>
Questa è la forma; la sostanza è nel fondamento regionale 
nel decentramento: lo stato deve essere sostanzialmente organo 
politico, non amministrativo; per esso l'amministrazione è coordinamento, 
integrazione, sintesi. Il comune, la provincia, la regione
  
<pb n='252'/>
  
sono enti pubblici di amministrazione, dei lavori pubblici, 
della scuola, dei trasporti, dell'economia pubblica, nel triplice 
suo ramo di agricoltura, industria e commercio e nelle sfere 
sociali e sindacali del lavoro. Lo stato coordina, normalizza, integra 
questi enti e le loro iniziative, sorveglia e tutela nei rapporti 
con i privati e nella erogazione del pubblico danaro; lo 
stato deve amministrare solo quello che è nazionalmente indivisibile 
o inscindibile nella sua struttura economica o nella sua 
ragione politica, come sono le grandi linee di comunicazione, 
le linee strategiche, gli empori portuali, i demanii nazionali.
</p>
<p>
Mentre ciò risponde ad un criterio di libertà razionale e di 
autonomia locale, toglie allo stato una ragione di decadenza 
politica, di soverchiamento burocratico, e di sterilità morale; e 
crea lo spirito di studio e di emulazione locale, contribuisce 
alla formazione dei caratteri nella vita pubblica, che è frutto 
principalmente di indipendenza morale e di coscienza della propria 
forza; toglie la necessaria uniformità legale ed amministrativa 
là dove è varietà regionale e diversità economica, specialmente 
in agricoltura, e non opprime, non attenua, ma eleva 
i valori delle singole regioni.
</p>
<p>
Questa organizzazione politica ed amministrativa deve essere 
basata sulla organizzazione sindacale di classe; non è la 
vecchia corporazione che risorge, prodotto della economia locale, 
quando il grande comune era anche stato, ma è una nuova 
formazione di interessi collettivi di classe, che esigono tutela e 
che debbono coordinarsi agli interessi generali della nazione. E 
questo non può essere lasciato al puro gioco delle libere forze, 
con il semplice intervento statale, prima solamente di polizia, 
poi legislativo e oggi anche amministrativo, che non può essere 
che saltuario, occasionale e, se si vuole, anche partigiano o reputato 
tale: si ricordino l'intervento politico nella lotta fra contadini 
rossi e agrari nel bolognese, sotto il ministero Giolitti e 
l'intervento politico nella lotta del cremonese fra contadini bianchi 
e agrari sotto il presente ministero Bonomi, e il decreto per 
l'occupazione delle terre sotto il ministero Nitti. Sono esempi 
che possono moltiplicarsi e che danno la caratteristica dell'attuale 
fase della evoluzione sindacale nei suoi rapporti politici; 
e solo il parlamento italiano può non avere la sensibilità della
  
<pb n='253'/>
  
necessaria ricostruzione sindacale del paese; solo la democrazia 
burocratizzata può credere ancora nelle commissioni consultive 
miste, negli istituti autonomi, ove esiste ancora per <hi rend="italic">fictio juris</hi>
la responsabilità diretta del potere centrale, ma nel fatto esistono 
i poteri collaterali irresponsabili di quanti arrivano a 
prendere posizione nel gioco delle alterne vicende politiche ed 
economiche del paese.
</p>
<p>
Questa costruzione organica della vita nazionale, deve essere 
animata dal principio di libertà che oggi, come cento anni 
addietro, viene elevato e bandito come conquista del vivere civile, 
quella libertà morale, economica e organica che è negata 
in nome dello stato panteista, amministratore e accentratore. 
Questo principio di libertà è l'anima, il fulcro, la ragione della 
riforma, il fondamento e lo spirito animatore del partito popolare 
italiano.
</p>
<p>
Strano ricorso storico: cento anni fa i nostri padri iniziavano 
la lotta per le libertà politiche; libertà che oggi, o sono 
assimilate dal corpo sociale, e perciò, mentre ne sono vita, non 
ne sono più sentimento; ovvero sono ridotte a formalismo politico, 
nell'irrigidimento ipertrofico dello stato, e perciò si sente 
la necessità di rianimarle con la novità degli organismi; però 
le libertà morali organiche ed economiche oggi negate (nel 
rapporto dei problemi contingenti) formano la mèta delle nuove 
conquiste.
</p>
<p>
<hi rend='bold'>IV.</hi>
</p>
<p>
Non è per noi una novità quella che ho esposto nel duplice 
aspetto della organicità delle riforme statali e dello spirito animatore, 
la libertà; gli altri si meravigliano che noi parliamo 
in nome della libertà, negano che il nostro sia un programma 
specifico del pensiero popolare; trovano anzi che tutto ciò può 
rispondere alle linee democratiche o essere accetto anche a socialisti; 
e che, per giunta, non risolve la crisi dello stato. Anzitutto 
non nego che le idee della proporzionale, del voto alle 
donne, del senato elettivo, dei consigli centrali tecnici, del decentramento 
amministrativo, dell'autonomia locale, della costituzione
  
<pb n='254'/>
  
della regione, del riconoscimento giuridico delle classi, 
siano patrimonio di studiosi e di uomini politici fuori del campo 
popolare, e possano essere oggetto di riforme legislative propugnate 
da vari partiti; quello che però manca in molti è la 
comprensione organica di tali riforme, la ragione finalistica della 
loro coesistenza e ampiezza e lo spirito animatore del criterio 
di libertà morale, organica ed economica, che vi si deve portare. 
E questo è il merito per noi e la missione del partito popolare 
italiano; è lo slancio di fede che vi mette per le grandi 
sorti e l'avvenire della patria, il metodo costante, sicuro di realizzazione 
e di conquista.
</p>
<p>
È vero: anche uomini studiosi e di parte approvano e sostengono 
la tesi delle libertà morali, specialmente della scuola; 
delle libertà organiche, specialmente dei comuni; delle libertà 
economiche, specialmente dei commerci; ma pochi o quasi nessuno 
coordina tutte queste conquiste con la riforma dello stato; 
e molti credono che con l'ordinamento presente possa ciò ottenersi 
attraverso piccole riforme legislative o variando gli uomini 
al potere. Noi coordiniamo insieme la riforma dello stato e la 
conquista delle libertà, come un tutto sintetico e dinamico. Perciò 
noi partiamo da una negazione forte, imponente: noi neghiamo 
lo stato moderno democratico, accentratore, fornito di 
un potere assoluto; noi neghiamo il socialismo di stato, come 
ultimo termine economico e politico di questa ragione panteista; 
noi neghiamo le direttive etiche a questo potere di accentramento. 
Così la nostra posizione ideale, logica, ci fa arrivare ad 
una costruzione di riforma non accidentale e di temperamento, 
non esteriore e di formalità, non transattiva e di evoluzione, 
ma ad una riforma antitetica e sostanziale.
</p>
<p>
* * *
</p>
<p>
Noi però non neghiamo le classi, neppure quella oggi dirigente; 
per noi è crisi morale (di orientamento e di volontà) 
quella che ha colpito la classe dirigente, ed è crisi organica (di 
mezzi adatti all'azione) quella che ha colpito il normale ordinamento 
statale. Prova tipica ne sono due fatti di notevole importanza: 
l'impotenza del parlamento, del governo e dei partiti
  
<pb n='255'/>
  
a risolvere il problema agrario e il problema della burocrazia. 
Noto questi due come i più salienti e visibili; ne potrei citare altri. 
Per il primo, sono già passati tre anni dall'armistizio e, nonostante 
tutte le affermazioni dei partiti di ogni colore, tutte le 
promesse dei vari governi che si sono succeduti, tutti gli sforzi 
di elaborazione di progetti sulle camere di agricoltura, sul latifondo 
e la colonizzazione interna, sui patti agrari, il parlamento 
è fermo, impassibile, impotente nella paralisi legislativa che 
lo ha colpito. L'altra riforma, deliberata come una legge di 
pieni poteri, è stata limitata ad una riforma di organici; l'elefantiasi 
burocratica resta, perché restano tutte le mansioni statali; 
la riforma si risolverà in un lieve ritocco formale, forse in 
un coordinamento meno irragionevole di funzioni e di organi; 
mancherà la linea di una riforma sostanziale. Che meraviglia 
se noi vogliamo arrivare alla radice e trasformare l'organismo 
statale?
</p>
<p>
Ci si obietta: oggi la crisi che travaglia l'Italia è una crisi 
economica, grave, terribile; governi e partiti devono con ogni 
sforzo tendere a superarla; sia portando il bilancio dello stato 
al pareggio, sia aumentando la produzione e la potenzialità del 
traffico e lo sviluppo dei commerci. Qui sta la riforma e qui 
dobbiamo fermarci.
</p>
<p>
L'obiezione è grave e merita un esame ponderato e sicuro, 
tale da sgombrare l'impressione che il partito popolare italiano 
non abbia l'intiera visione di un così immenso problema. La ricostruzione 
economica dell'Italia è insieme un problema di politica 
interna e di politica estera, quanto mai oggi connesso e 
inscindibile. Non è possibile riaprire all'estero le larghe correnti 
di fiducia sul terreno economico, senza la tranquillità interna; 
gli scioperi generali del luglio 1919 e del gennaio 1920, 
le occupazioni delle fabbriche e delle terre nel settembre-ottobre 
1920; le violenze comuniste e le spedizioni punitive fasciste 
del 1921 sono stati elementi di forte arresto alla ripresa economica 
del paese. La crisi si è aggravata con le leggi finanziarie e 
politiche demagogiche e non utili all'erario dello stato, quali 
le leggi giolittiane sulla nominatività dei titoli e per l'inchiesta 
sulla guerra, che è divenuta campo di lotta dei capitalisti e 
degli industriali, senza che l'erario dello stato venga a beneficiarne.
  
<pb n='256'/>
  
La caduta dell'Ilva, dell'Ansaldo, della Banca di Sconto, 
e di altri minori nuclei industriali e capitalistici sono non una 
conseguenza di questi fatti, ma indici di una politica economica 
turbata e alterata dalla politica interna, che soverchia e sconvolge 
la nostra economia e il nostro credito.
</p>
<p>
Per avere un'economia occorre avere una politica: ebbene, 
mentre i socialisti hanno la loro, i popolari la loro, i liberali 
di destra nazionalisti e agrari la loro, (non so se i fascisti l'abbiano) 
i democratici, che hanno la responsabilità del potere, non 
hanno una politica. Essi ieri tendevano ad una alleanza con i 
socialisti; poi fecero la lotta e nelle elezioni generali si unirono 
ad agrari, fascisti e liberali di destra; perfino Salandra divenne 
giolittiano, o viceversa; e fecero i blocchi. L'indomani delle 
elezioni politiche gli stessi democratici e i loro giornali ripresero 
il motivo della collaborazione con i socialisti; poi di nuovo 
sostennero i fascisti e gli agrari; ora si riprende largamente la 
discussione sulla collaborazione con i socialisti; e altri sostiene 
il cosidetto blocco nazionale. E purtroppo da Nitti ad oggi le 
lamentele democratiche sono per la invadenza dei popolari, 
verso i quali per il fato elettorale sono costretti ad unirsi, matrimonio 
di convenienza con qualche elemento di ripugnanza! 
Ebbene, dove è l'indirizzo economico in questa altalena tendenziale?
</p>
<p>
Le tariffe doganali Alessio hanno ribadito la protezione siderurgica 
e metallurgica, esasperandola, a danno dell'agricoltura; 
e ciò contemporaneamente alla caduta dell'Ilva e poco prima 
della crisi Ansaldo, e a sei mesi dalla moratoria della Banca 
di Sconto. Si deve avere una politica favorevole alla siderurgia 
in Italia? Il parlamento tace, mentre Alessio decreta, e mentre 
l'alta finanza impegna miliardi dopo la guerra in un indirizzo 
industriale siderurgico, che poi costringe lo stato a intervenire 
con danno della economia generale. Sembra che maestranze 
metallurgiche ed alta banca abbiano lo stesso interesse ad imprigionare 
lo stato. Oggi, dopo la caduta della Banca di Sconto, 
il monopolio finanziario è in azione; lo stato va divenendo via 
via ancora più prigioniero: il socialismo procacciante ne è pronubo 
e parte, mentre grida allo scandalo dei pescicani. Con 
quale prezzo della vita economica del paese sarà pagata la collaborazione
  
<pb n='257'/>
  
dei socialisti con i democratici? È un problema che 
si deve porre, ed un problema di politica interna e di politica 
economica insieme. Quanto costerà alla nazione un più preciso 
esperimento di socialismo di stato? Forse pagherà per tutti 
l'agricoltura, nei trattati di commercio e negli esperimenti di 
collettivismo e di socializzazione della terra? Forse pagherà più 
degli altri il mezzogiorno i cui risparmi, pompati dallo stato 
sotto forma di tasse, di prestiti e di buoni del tesoro, ovvero 
dalle grandi banche sotto forma di depositi, vanno poi ad alimentare 
grandi imprese statali e semistatali e grandi industrie 
dell'altra parte d'Italia, per continuare l'impoverimento e lo 
sfruttamento economico e politico della mia bella e cara terra
meridionale e insulare?
</p>
<p>
Sono domande alle quali la realtà risponde: la realtà della 
tariffa Alessio, la realtà delle navi di stato Belotti, la realtà 
delle crisi siderurgiche e bancarie, la realtà del porto di Genova, 
la realtà della nominatività dei titoli, la realtà del disavanzo di 
circa due miliardi delle ferrovie di stato, la realtà della mancata 
legge agraria; perché la politica interna, che è politica e 
non è economia, sacrifica l'economia alla politica del caso per 
caso, senza una direttiva concreta, alla mercé delle grandi e 
occulte forze interne ed estere.
</p>
<p>
Sì, perché è anche politica estera l'economia: grave questione 
e per gli italiani ancora poco valutata. Non è questa solo 
politica estera del dopo guerra: è stata, ed è oggi più che mai, 
politica estera.
</p>
<p>
È anzitutto politica di emigrazione; ancora la valorizzazione 
del nostro emigrato deve entrare nelle linee di una vera politica: 
il commissariato di emigrazione (che tende a divenire 
nello stato un organo autonomo ed irresponsabile) ha reso utili 
servizi per quanto riguarda le leggi di tutela, ma come indirizzo 
politico è stato ed è asservito ai socialisti, e quanto alla valorizzazione 
economica e morale non ne ha né la competenza né i 
mezzi. Il ministero degli esteri è assente; eppure la nostra forza 
di espansione emigratoria è unica, si può paragonare a quella 
dell'Irlanda, ma con quale diversa portata e carattere!
</p>
<p>
La politica mediterranea è la base della nostra attività commerciale, 
ed è fatta di forza e rispetto nazionale e di espansione
  
<pb n='258'/>
  
culturale e religiosa: solo così si può penetrare in oriente; ma il 
governo della democrazia, per le varie fasi della politica interna, 
non ha saputo farsi rispettare all'estero, perché sarebbe stato 
accusato dai demagoghi e dai socialisti di imperialismo; ed ha 
avuto paura di proteggere le missioni per non essere accusato 
di clericalismo; così inventò le scuole laiche in oriente e fece 
sempre una politica debole di fronte alla Francia, alla Grecia, 
e alla Turchia. Perdette Tunisi ove i siciliani hanno fatto meraviglie 
di colonizzazione e cercò la Libia, ove importò la massoneria 
per gl'italiani, la debolezza e l'equivoco per gli arabi, 
secondo il vento infido della politica interna.
</p>
<p>
Dopo la guerra, nelle conferenze della pace, il governo accettò 
Versaglia per fare una politica incerta nell'Adriatico imposta 
dai nazionalisti; abbandonò Vallona perché i socialisti 
minacciarono lo sciopero; non sostenne per l'Alta Slesia la soluzione 
più rispondente anche agli interessi italiani per timore 
di passare davanti ai liberali come germanofilo; e tentenna a 
ripigliare i rapporti con la Russia sotto la pressione dei partiti 
di destra.
</p>
<p>
Noi diamo la colpa di molte delle cattive sorti dell'Italia, 
un po' all'America, un po' alla Francia, un po' all'Inghilterra; 
e certo nessuno nega che ciascuno di questi stati abbia dei veri 
torti verso l'Italia, i cui sacrifici militari e finanziari non sono 
stati valutati a dovere; però è mancata la linea politica, la sicurezza 
di questa linea e la rispondenza all'indirizzo di politica 
interna.
</p>
<p>
Così la nostra politica economica, che è insieme politica 
estera e politica interna, non ha avuto, specialmente nell'ultimo 
triennio, e non ha ancora il suo indirizzo.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Qualcuno mi domanderà a questo punto quale azione abbia 
avuto il partito popolare italiano nel campo economico in un 
anno e mezzo di partecipazione, sia pure limitata, al governo 
(dal giugno 1920): lo dirò subito in poche parole.
</p>
<p>
Per ragioni della situazione politica, cedette a Giolitti sulla 
nominatività dei titoli (pur contro il mio parere personale); 
però non cedette sul controllo delle fabbriche e sostenne invece
  
<pb n='259'/>
  
la tesi della partecipazione e dell'azionariato; accettò come situazione 
creata dal decreto Visocchi l'occupazione delle terre 
e ne regolò l'uso col decreto Micheli; tentò un primo regolamento 
dei contratti agrari (legge Micheli), e impose lo studio 
delle leggi sul latifondo (finalmente davanti alla camera) e sulle 
camere regionali di agricoltura (davanti alla commissione parlamentare); 
sostenne la revisione del decreto Alessio sulle tariffe 
doganali e ne affrettò l'esame; ha combattuto il disegno Belotti 
sulle navi di stato, ed è merito suo se ancora questo non è legge; 
ottenne la libertà di commercio dei cereali e la liquidazione dei 
consorzi granari; lotta per la trasformazione del salariato anche 
nelle regioni a grande coltura intensiva (lodo Bianchi di Cremona); 
fa sospendere la nominatività dei titoli; lotta contro le 
industrie parassitarie e per la libertà delle organizzazioni dei 
sindacati e la riforma del consiglio superiore del lavoro; sostiene 
la libertà di organizzazione nei porti, specialmente per 
l'emporio italiano che è Genova. E potrei continuare ancora ma 
andrei molto alle lunghe; solo debbo dire che sono sforzi titanici, 
nella incertezza di una linea sicura nel campo della politica 
interna ed estera, che a ben poco approderanno se non si 
affronti il problema centrale: la riforma organica dello stato, 
la <hi rend="italic">delenda Carthago</hi> del partito popolare italiano.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Intendiamoci bene: non voglio passare per illogico o per 
amante di una idea fissa a cui tutto si subordina. Io non attribuisco 
forza taumaturgica agli istituti e agli organismi come 
enti per sé stanti; non credo che i regolamenti valgano più 
degli uomini, e per giunta credo che ancora per un pezzo 
gli uomini della democrazia avranno in gran parte la direttiva 
del potere, perché in gran parte hanno la direttiva della cultura, 
della burocrazia, della finanza e dell'industria; e perché 
purtroppo, l'agricoltura e il lavoro debbono ancora fare un cammino 
non indifferente per arrivare a divenire forze direttive e 
progressive del paese, superando, per quanto riguarda il lavoro, 
il periodo della irresponsabilità, e per l'agricoltura il periodo 
conservatore ed anarcoide insieme contemporaneamente assunto.
</p>
  
<pb n='260'/>
  
<p>
Il mio punto di vista è un altro, ed è semplice e perciò chiaro: 
quando l'istituto e invecchiato deve trasformarsi, altrimenti non 
si ha più il mezzo adatto per svolgere l'attività o per attuare 
le direttive delle grandi correnti ideali. Gli uomini, anche genii, 
hanno bisogno dell'ambiente; Cavour senza la monarchia costituzionale, 
posto in regime assoluto, non avrebbe potuto formare 
l'Italia; Bismarck in regime parlamentare non avrebbe costituito 
l'impero tedesco; Napoleone, senza la rivoluzione francese 
non avrebbe dominato l'Europa. È la teoria delle piccole e delle 
grandi cause, è l'adesione dell'idea alla realtà, è la legge forte 
dell'ambiente. Oggi lamentiamo che ci mancano uomini del risorgimento: 
o non furono i piccoli stati e la vita locale, forte 
ed ingenua, che ci diede uomini di carattere prima che uomini 
di pensiero ed azione? E questo ceppo neppure oggi è inaridito.
</p>
<p>
Non basta; un'altra legge regola i popoli: l'equilibrio delle 
forze. Uno studioso americano degli stati del nord, giorni fa, 
parlando con me, osservava che in Italia ci sono troppi partiti 
politici (infatti nel 1921 ne sono sorti tre nuovi: il comunismo, 
il fascismo e il <hi rend="italic">pan</hi>); negli Stati Uniti d'America ce ne sono 
due: il repubblicano e il democratico; uno comanda l'altro nell'alterna 
vicenda dei conservatori e dei progressisti. E difatti, 
per quanto siano frazionati i partiti, la risultante deve essere 
questa, la vicenda degli uni e degli altri; altrimenti non vi è né 
progresso né ordine: è la legge dell'equilibrio delle forze. In 
Italia si va in cerca di questo equilibrio: Giolitti che un tempo 
aveva rotto definitivamente nel campo parlamentare l'equilibrio 
della destra e sinistra, assimilando e superando Depretis, ed aveva 
tentato di riottenerlo tanto con i clericali (patto Gentiloni) come 
con i radical-socialisti (blocchi popolari); Giolitti, con le ultime 
elezioni politiche del maggio scorso, tentò il colpo di un ritorno 
indietro per ottenere un equilibrio liberale-democratico riducendo 
in minoranza socialisti e popolari. Gli si attribuiva anzi 
il recondito pensiero di abolire la proporzionale o almeno ridurla 
all'impotenza. Si accorse che socialisti e popolari non sono forze 
sopprimibili e riducibili. Ora pensa che potrebbe essere lui, ancora 
destinato dagli dèi, a trovare l'equilibrio nella collaborazione 
dei socialisti coi popolari attraverso la democrazia; e questo 
stesso pensiero ha Nitti e forse lo avrà anche De Nicola.
</p>

<pb n='261'/>
  
<p>  
Io credo che l'equilibrio delle forze alterne di conservazione 
e di progresso, anche frazionate in vari partiti, debba avvenire 
per il bene dell'Italia; ma non sarà possibile senza un orientamento 
concreto, su basi economiche e politiche, con organismo 
nuovo, ove vecchie e nuove energie traggano forza e valore da 
nuova sorgente di autorità e di rappresentanza e ove l'equilibrio 
venga generato dall'orientamento sociale e dai criteri di libertà, 
base di ogni nuovo atteggiamento di vita collettiva.
</p>
<p>
Con i nuovi istituti verrà lo spostamento dei partiti e più 
che altro la semplicizzazione dello stato e l'attenuazione dei 
suoi poteri amministrativi, il che sposta dal centro alla periferia 
molti interessi, aumenta i valori politici dello stato, determina 
le competenze e le attività personali su più larga sfera, e realizza 
le forze veramente direttive degli uomini politici. Bisogna 
formare l'ambiente anche ai grandi uomini e noi auguriamo che 
l'Italia ne abbia molti, e che sorgano dalle rovine del passato 
con la fiducia dell'avvenire.
</p>
<p>
***
</p>
<p>
Questo è un programma vasto, si dice: ci vuole del tempo; 
bisogna vincere delle difficoltà notevoli, pochi lo comprendono; 
e intanto?
</p>
<p>
Rispondiamo subito noi per conto nostro: eccoci al nostro 
posto; oggi collaboriamo, e purtroppo non sempre con guadagno 
per il nostro partito e per le nostre idee; domani ripiglieremo 
la nostra libertà, se ciò reputiamo possa giovare ancora di più 
all'idea. Nel collaborare e nel combattere teniamo ferme le 
nostre direttive come punto di partenza all'azione e come mèta 
insieme. La prima volta che in Italia un partito pose pubblicamente 
i suoi postulati pratici, immediati, concreti e l'elaborazione 
parziale del proprio programma in rispondenza ai fatti, 
e ad essi subordinò la collaborazione, è stato con i ben noti 
nove punti del marzo 1920 durante la crisi del primo ministero 
Nitti; così si fece con Giolitti, così con Bonomi.
</p>
<p>
Questo metodo di realizzazioni lente, sul terreno costituzionale 
(che ci ha fatto essere contrari nel 1919 alla propaganda 
per la costituente, che i socialisti volevano e che alcuni democratici
  
<pb n='262'/>
  
ritenevano fatale); questa fiducia nel lavoro di penetrazione 
e di trasformazione (che ci fa sicuri della nostra concezione 
e del nostro metodo) non sembra a molti rispondente e 
proporzionata al programma di lotta contro lo stato accentratore 
e alla visione che noi abbiamo della crisi e della paralisi statale. 
O la visione è inesatta, essi dicono, e i termini sono ingigantiti; 
ovvero occorre il metodo chirurgico della rivoluzione.
</p>
<p>
Questa è l'ultima forte obiezione alla <hi rend="italic">tesi popolare</hi>. Non 
ho mai creduto alle rivoluzioni a freddo: la storia non ce le 
insegna: e i movimenti e le trasformazioni generali debbono 
essere preceduti da grandi correnti ideali. Queste oggi non sono 
né mature né efficienti. Gli avvenimenti e la propaganda ci diranno 
se la nostra sarà una direttiva realizzabile ovvero se si 
infrangerà contro gli ostacoli di uomini e di fatti più forti ancora 
di noi; il nostro tentativo di costruirci una teoria, di tendere ad 
una soluzione pratica, di orientarvi le nostre forze, di portarvi 
il nostro lavoro e il nostro entusiasmo, dànno la prova di una 
consistenza politica che fino a ieri ci era negata.
</p>
<p>
Noi preferiamo il metodo costituzionale e ricostruttivo, il 
metodo <hi rend="italic">giobertiano</hi> della persuasione e della propaganda, animato 
da una grande idea: il metodo della resistenza legale e 
della valorizzazione delle correnti spirituali; non solo perché 
crediamo questa l'unica via possibile per noi, ma anche perché 
risponde alle nostre convinzioni etiche e alla nostra visione religiosa. 
Non abbiamo mai confusa la religione con nessuno istituto 
civile, politico ed economico; né abbiamo attribuito alla chiesa, 
come organismo cattolico, una ristretta partecipazione allo svolgersi 
e mutare degli istituti politici e al divenire dei partiti; 
ma non possiamo né dobbiamo sfuggire al problema etico della 
vita, alle sue ragioni sociali, alla sua forza morale. E questo problema 
è posto in tutte le nazioni civili, come un elemento e una 
conquista della civiltà, che dopo il paganesimo classico, è per 
noi civiltà cristiana. E neppure la rivoluzione francese e il laicismo 
liberale, anche nelle loro transitorie aberrazioni o nelle 
lotte sul terreno politico dell'influenza civile della chiesa, poterono 
sopprimerla o variarla; come non potrebbe neppure il 
socialismo (se domani trionfasse, non dico nel suo trasformismo 
collaborazionista, ma nel suo primitivo aspetto materialista, edonista
  
<pb n='263'/>
  
e dittatoriale), sopprimere l'impronta, la forza della civiltà 
cristiana, della sua etica, dei suoi istituti e della sua espansione.
</p>
<p>
Per la concezione morale del cristianesimo, trasportata come 
norma di attività nel campo politico ed economico, i popolari 
hanno una direttiva che esclude l'esercizio non legittimo della 
violenza individuale e collettiva; ed hanno nel loro programma 
una concezione di giustizia sociale e di elevazione dei valori 
morali del popolo, che arriva alle nostre più profonde tradizioni 
bimillenarie. E noi abbiamo la maggiore considerazione, anche 
politica, dei valori morali, che debbono essere diretti a dare 
anche nella vita pubblica una forza di carattere che oggi invano 
si cerca. È questo un lato trascurato dagli altri partiti legati ad 
una preponderante preoccupazione materialistica, ma è invece 
il mezzo precipuo, più profondo del risorgimento del nostro 
popolo, che ha ancora le riserve morali immense della famiglia 
e della religione come la forza di espansione e di vita nel lavoro 
e nel risparmio.
</p>
<p>
L'avvenire di questa umile Italia dei lavoratori e dei risparmiatori, 
dei fedeli al focolare domestico e all'altare di Dio che 
li benedice, non può mancare. Ma grave sarà la responsabilità 
degli uomini politici e dei partiti se il lavoro e la fede di questo 
popolo non dovessero trovare l'ordine là dove è violenza, la 
libertà là dove è predominio, la giustizia là dove è egoismo, e 
se gli sforzi per una utile ripresa economica del nostro paese, 
fatta di lavoro e di risparmio, dovessero subire lo sperpero 
pubblico o la barriera estera. Perciò s'invoca e si lavora perché
<hi rend="italic">lo stato oggi in crisi trovi la via del suo rinnovamento</hi>.
</p>
<p>
In questo grande sforzo, nel quale l'importanza dell'impresa 
obbliga alla generosità dei sacrifici, il partito popolare 
italiano tende ad avere un posto non indegno per slancio di 
fede, per amore alla patria, per lo sforzo di lavoro e per contributo 
ideale.
</p>
<p>
Questi propositi oggi rinnoviamo dopo tre anni di lotta e 
di preparazione politica, con la medesima fede e il medesimo 
ardore; perché nessuno nell'interesse del proprio paese deve 
abbandonare il suo posto di combattimento, tanto più se questo 
paese si chiama Italia.
</p>
</div>
</body>
</text>
</TEI>