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            <titleStmt>
                <title>Il piccolo italiano: manualetto di lingua parlata</title>
                <author>Oscar Hecker</author>
                <respStmt>
                    <resp>Responsabile codifica</resp>
                    <name>Stefania Sotgiu</name>
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                <respStmt>
                    <resp>Progetto di ricerca promotore dell'edizione</resp>
                    <orgName> PRIN 2022 ARDIPS - Archivio Digitale dell'Italiano Parlato-scritto (1860-1953)</orgName>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Progetto ARDIPS</publisher>
                <pubPlace>Messina - Catania - Milano</pubPlace>
                <date>2025</date>
                <availability status="restricted">
                    <p>Edizione elettronica pubblicata con licenza CC BY-SA 4.0</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <p>III ed., Freiburg (Baden), J. Bielefelds Verlag, 1910</p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader><text>
<front>
  <div>
    <p>
      IL PICCOLO ITALIANO
    </p>
    <p>
      MANUALETTO DI LINGUA PARLATA
    </p>
    <p>
      AD USO DEGLI STUDIOSI FORESTIERI
    </p>
    <p>
      COMPILATO
    </p>
    <p>
      SUGLI ARGOMENTI PRINCIPALI
    </p>
    <p>
      DELLA VITA PRATICA
    </p>
    <p>
      E CORREDATO
    </p>
    <p>
      DEI SEGNI PER LA RETTA PRONUNZIA
    </p>
    <p>
      DAL
    </p>
    <p>
      PROF. OSCAR HECKER
    </p>
    <p>
      DOCENTE DI LINGUA ITALIANA ALL'UNIVERSITÀ DI BERLINO
    </p>
    <p>
      TERZA EDIZIONE RIVEDUTA
    </p>
    <p>
      8°-14° MIGLIAIO
    </p>
    <p>
      FREIBURG (BADEN)
    </p>
    <p>
      J. BIELEFELDS VERLAG
    </p>
    <p>
      1910
    </p>
  </div>
</front>
<body>
 <div n='In viaggio' type='sezione'>
 
<pb/> 
   
  <p>    
I. In Viaggio.
   </p>
<p>
Ci sono divèrsi mèzzi, per viaggiare per tèrra.
Da gióvani, volèndoci godere, a nòstro agio, le
bellezze di un paese pittoresco o in qualche_manièra 
interessante, agguerriti da contínue passeggiate 
da noi fatte fin da piccini, volentièri andiamo
a pièdi. Sappiamo che le <hi rend='italic'>marce</hi>, non esagerate,
fanno un gran bène alla salute, rinfrescando la
mente e rafforzando tutta la mácchina.
   </p>
   <p>
Partiamo per qualche gita, possibilmente in
compagnia di uno o di due amici, la mattina
al fresco, col bastone in mano, il binòcolo e la
borraccia a tracòlla, e sulle spalle lo záino con
dentro le provviste e la biancheria indispensábile.
Camminando d'un passo giusto, né tròppo lèsti
né tròppo adagio, potremo fare parecchi chilòmetri 
di fila, senza stancarci. Siamo di buòna
gamba noialtri! Prenderemo di preferenza - di
estate al sole è un brutto camminare - un viottolo 
ombreggiato, che ci risparmierà anche il polverone 
della strada maestra. Badiamo, però, di
non allontanárcene tròppo, perché, a internarsi in
un bosco, facilmente uno si pèrde.
   </p>
   <p>
Se non fóssimo prátici del paese che attraversiamo, 
consultiamo, a buòn conto, oltre alla bússola,
ogni tanto la carta topográfica, e, capitando a un

<pb n='12' />

crocícchio (dove la strada si biforca), non disprezziamo 
l'aiuto di qualche (palo) indicatore («Che 
c'è scritto? ci lèggi? A me non mi rièsce decifrarne
un'acca!»). Nel dúbbio di avere smarrita la strada
(«Ma siamo nella buòna strada? Vi confèsso il vero, 
non mi ci raccapezzo più. È un affare sèrio!») non 
seguitiamo ad andare a casaccio, facèndo forse 
mille rigiri inútili, ma invece, potèndo, rivolgiámoci 
per informazioni a un passante.
   </p>
   <p>
<q>«Scusi, signore (scusate, galantuòmo; ehi, quella 
dònna!), vado bène di qua a N.?»</q> Oppure: <q>«è questa
la strada per andare a N.?»</q>; o ancora: <q>«di dove si
passa per andare a N.?»</q> Ci risponderanno: <q>«Sì signore; 
è questa; vada pur sèmpre a diritto.»</q> Ovvero:
<q>«Nò signore, ha sbagliato, bisogna che ritorni addiètro 
fino al primo paesèllo, e pòi vòlti a dèstra; passando 
di qua, l'allungherèbbe parécchio.»</q> — <q>«Non ci sarèbbe 
da prèndere una scorciatóia?»</q> — <q>«Nò signore, la più 
corta è quella che le hò indicato.»</q> — <q>«Ci abbiamo sèmpre 
da far molta strada?»</q> — <q>«Piuttòsto!»</q> — <q>«Quanto ci si 
mette, andando di buòn passo?»</q> — <q>«Un'ora e mèzzo 
per lo meno.»</q> — <q>«Grázie tante!»</q> — <q>«Niènte!»</q>
   </p>
   <p>
Essèndo stracchi (<q>«Mi duòle la vita, i pièdi non 
me li sènto più, sono stanco mòrto!»</q>, faremo una 
sòsta per riposarci, sdraiati sull'èrba, e, nello stesso 
tèmpo, ci rifocilleremo con uno spuntino: <q>«Buòno 
questo caffè, e come lèva la sete! E questo panino dice 
pròprio mángiami, mángiami! — — Òh èccoci ristorati. 
Su, via, non ci tratteniamo di più; il sole è basso, è
l'ora di partire. E pòi quei nuvoloni laggiù non mi 
persuádono, c'è da èsser còlti dall' acqua. Avanti!

<pb n='13' />

Non vorrèi che, facèndo tardi, ci toccasse a passare la
nòtte all'apèrto. — Ah! finalmente siamo giunti alla
mèta. Quella accanto alla chièsa è la nòstra locanda. 
Che pò' pò' di camminata, duro fatica a règgermi in 
pièdi! Mi par mille anni di andare a lètto! Stanòtte, 
cari mièi, dormiremo senza culla. A domani l'ascensione 
di quel monte che ci sta dinanzi. Saliremo fino in 
cima, arrampicándoci a guisa di capre. Di lassù si
dève godere una vista splèndida. Chi sa, che panorama! 
Speriamo di avere una bèlla giornata.»</q>
   </p>
   <p>
Mentre in un'ascensione sémplice, scevra di
perícoli, si può fare a meno della guida, questa
riuscirèbbe invece indispensábile, se si trattasse
di una gita sulle nevi perpètue di un ghiacciáio.
Lì anche <hi rend='italic'>l'alpinista</hi> provètto, per quanto svèlto
di mèmbra e intrèpido d'ánimo, non contènto di
èssersi munito di fortíssimo bastoncione ferrato,
delle grappèlle acuminate da adattarsi alle scarpe,
e del piccone (che dève servire a scavare gradini
nel ghiaccio), ricorre per aiuto a una o due guide,
alle quali, nei punti più árdui, si lega per mèzzo
di una sòlida fune, onde evitare il tremèndo perícolo 
di precipitare (in un burrone oppure in un crepaccio), 
qualora sdrucciolasse o mettesse un piède
in fallo. Assicurati a quella manièra, potranno
felicemente cómpiere l'ascensione e la discesa,
basta che, lontani da una capanna di rifugio, essi
non vèngano sorpresi dalla tormenta, o — pèggio
ancora — travòlti da una valanga, che, in un
áttimo, li seppellirèbbe tutti senz'alcuna via di
scampo. In questo caso a nulla varrèbbero gli

<pb n='14' />

sfòrzi di una squadra di soccorso, mandata dopo 
qualche tèmpo, con cani appòsitaménte addestrati, 
alla loro ricerca. Forse non arriverèbbe nemmeno 
a rintracciare i cadáveri di quelle disgraziate víttime 
dell'alta Montagna!
   </p>
   <p>
Chi - come in generale gli italiani - tròva 
pòco gusto a viaggiare a pièdi, preferirà in luòghi
dove non ci passi la fèrrovía, di andare in vettura, 
se la borsa glielo permette, ovvero di servirsi della
<hi rend='italic'>diligènza</hi>, guidata dal postiglione, che, in Germánia, 
all'arrivo e alla partènza suòna allegramente
il suo còrno. La diligènza (a cavalli), destinata 
a sparire forse in tèmpo non lontano, va, continuamente, 
perdèndo terreno per la concorrènza 
vittoriosa della fèrrovía, mèzzo di traspòrto cèrto 
meno poètico, ma, d'altra parte, assai più còmodo 
e, per la sua rapidità, cèrto più adatto ai bisogni 
dell' uòmo modèrno. E dire che ai nòstri vècchi 
pareva pure di viaggiare tanto velocemente in 
diligènza, quando, a ogni stazione postale, potévano 
concèdersi il lusso dei cavalli di ricámbio, 
e ricórrere al trapelo nei punti più árdui della 
strada in salita!
   </p>
   <p>
Il primo tronco di <hi rend='italic'>fèrrovía</hi> costruito in Itália, 
fu quello da Nápoli a Pòrtici, il quale venne inaugurato 
il ventisèi settèmbre 1839. Le numerose, 
ma non ancora sufficiènti strade ferrate del continènte 
italiano, riunite in due gruppi, la Rete 
Adriática (R. A.) e quella Mediterránea (R. M.), e 
amministrate prima da società private, sono state 
riscattate da parte dello Stato, e dipèndono ora

<pb n='15' />

dirèttaménte da quello. È un fatto degno di nòta 
che, qualche anno fa, alla línea Milano-Gallarate 
è stato applicato il sistèma della trazione elèttrica, 
di cui cèrto è l'avvenire.
   </p>
   <p>
Il traspòrto delle persone e dei bagagli si 
eseguisce mediante <hi rend='italic'>trèni</hi> (ossia convògli) che córrono 
sopra verghe di fèrro (dette rotáie), collocate 
a due parallèlaménte sull'árgine della fèrrovía. 
Gli scambi, servènti a far passare un convòglio 
da un binário a un altro, son manovrati 
da un deviatore (o barattáio), che òccupa un posto
di grande responsabilità; la mínima negligènza 
da lui commessa può dar luògo a un deviamento 
(<q>«il trèno è deviato, è interrotta la línea»</q>) o ad uno 
scontro (<q>«due trèni si sono incontrati, ci sono tante 
víttime!»</q>) e comprométtere, così, la salute e la vita 
di chi viaggia. Siccome le <hi rend='italic'>disgrázie ferroviárie</hi>
sono purtròppo tutt'altro che rare, c'è chi stima 
prudènte di contrarre un'assicurazione contro gli 
infortuni. Esístono non pòche varietà di trèni. 
Ci sono i trèni direttíssimi, detti anche trèni lampi, 
perché slanciati, almeno su parte del percorso, 
con rapidità vertiginosa; i trèni dirètti, che si férmano 
solo nei punti più importanti; i trèni accelerati, 
che non sono altro che trèni òmnibus con 
velocità alquanto aumentata; i trèni misti (per 
viaggiatori e mèrci); i trèni mèrci; i trèni speciali 
fatti partire fuòri d'orário, e i trèni di piacere, a
prèzzi ridotti, concèssi dall'Amministrazione per 
qualche occasione straordinária (stagione de' bagni, 
esposizioni, pellegrinaggi ecc.).
   </p>

<pb n='16' />

<p>   
Un trèno complèto si compone della mácchina
(o locomotiva) col suo <hi rend='italic'>tènder</hi>, del bagagliáio, del
vagone postale (a cui spesso supplisce un compartimento 
solo, provvisto, al di fuòri, d'una cassetta
da lèttere), e di un cèrto número di vetture destinate 
ai viaggiatori, le quali sono divise in tanti
compartimenti di prima, seconda, e tèrza classe,
contenènti dai sètte ai dièci posti.
   </p>
   <p>
La seconda italiana, per eleganza e comodità,
è inferiore a quella tedesca, e la tèrza, raríssima
a trovarsi nei direttíssimi, tròppo lascia a desiderare 
riguardo all'indispensábile pulizia. In ogni
<hi rend='italic'>compartimento</hi> ci sono due sportèlli (alla partènza
riscontriamo se sono stati chiusi bène con la maniglia 
e la nòttola), due finèstre — è pericoloso
spenzolarsi! — e quattro finestrini (<q>«mi fa il favore 
di chiúdere almeno in parte, ci hò vènto; mi permette 
di abbassare un pochino il cristallo, si sòffoca dal caldo
e l'ária è guasta; le dispiace se tiro la tendina? mi
dà nòia il sole»</q>); c'è pure, in alto, da tutt'e due
i lati, la rete per il bagaglio a mano, insufficènte 
quasi sèmpre a ricéverlo tutto (<q>«signori, favoríscano 
tirare un pò' da parte la loro ròba; ci dève entrare 
anche la valigia mia; vediamo, con un pò' di buòna 
volontà si accòmoda ogni còsa.»</q>).
   </p>
   <p>
Trattándosi di trèni dirètti, in nessún compartimento 
manca il segnale d'allarme, corrispondènte
al freno a vapore, del quale, pena una fortíssima
multa, non ci possiamo servire, per fermare il
trèno, che nell'imminènza di un grave perícolo.
   </p>
   <p>
Sotto i sedili nelle carròzze di modèllo più

<pb n='17' />

modèrno si tròvano i caloríferi a vapore (<q>«conduttore, 
qui si trèma dal freddo; che forse è guasto
il riscaldamento?</q> — <q>Nò signore, ma quest'è l'última
vettura del trèno, il vapore ci arriva male; dirò al 
macchinista di dare un pò' più di pressione.»</q>), ai quali
nei vagoni più antichi supplíscono alla pèggio
con cassette piène d'acqua bollènte, da ricambiarsi
ogni tanto, a qualche fermata più lunga.
   </p>
   <p>
L'illuminazione delle carròzze è tutt'altro che
perfètta. Ciascún compartimento, durante la nòtte
e quando s'attravèrsan gallerie (ossia <hi rend='italic'>tunnel</hi>) piuttòsto
lunghe, è rischiarato da un lume - a gas
nei dirètti, a petròlio o a òlio negli altri — che,
puzzando quasi sèmpre, dà una luce così fiòca da
rèndere impossíbile la lettura (<q>«Siamo al búio, s'è 
spènto il lume!</q> — <q>Ábbiano paziènza un momento, 
manderò súbito qualcheduno per riaccènderlo.»</q>).
   </p>
   <p>
Non è permesso <hi rend='italic'>fumare</hi> nei compartimenti
che non síano a tale uso destinati («Fumatori»).
Chi avesse a nòia il fumo e preferisse — pare impossíbile! — 
l'ária pura a quella viziata, prenderà
posto in un compartimento, dove, sulla faccia
intèrna dello sportèllo, c'è scritto «Vietato (proibito) 
fumare». Ma anche lì non sèmpre saremo al
sicuro dall'indiscretezza di tanti fumatori italiani
che, quando non ci sono signore (<q>«Le dà nòia il 
fumo? permette ch'io fumi?</q> - <q>Faccia pure; si accòmodi!</q> 
ovvero: <q>Mi dispiace, signore, di doverla pregare
a rinunziare al suo sígaro; il fumo mi fa male
agli òcchi.</q> - <q>Quand'è così...»</q>), pretenderèbbero
di fare assolutamente il loro còmodo, rispondèndo

<pb n='18' />

talvòlta anche male a quello sciagurato che, fòrte del 
regolamento (<q>ci vuòle <hi rend='italic'>l'unánime</hi> consènso dei viaggiatori!</q>), 
insistesse, perché smettéssero di fumare.
   </p>
   <p>
Per le signore che viaggian sole o con ragazzi 
piccini, ci sono in ogni trèno dirètto, almeno per 
la seconda classe, appòsiti compartimenti «Dònne
(Signore) e ragazzi.». Nei trèni direttíssimi e a lunghe 
percorrènze, chi può spèndere, vedrà, con piacere, 
il vagone-ristorante, dove farà tutt'i suòi pasti 
con ogni còmodo; egli, per la nòtte, approfitterà, 
senza dúbbio, del vagone-lètto, nel quale su divani 
rifatti a uso lètto si dòrme discretamente. Rammentiamo 
però, che, nei vagoni-lètti italiani, sono 
ammessi i soli viaggiatori di prima classe, pagando, 
s'intènde, la rispettiva soprattassa.
   </p>
   <p>
Fórmano il <hi rend='italic'>personale d'un trèno</hi> il capotrèno, 
che sovrintènde a tutto l'andamento, il macchinista 
e il fochista, addetti al servízio esclusivo della 
locomotiva, le guárdie (ossia conduttori), e alcuni 
frenatori. Per sorvegliare la línea, dando col disco 
e con la bandierina rossa i segnali del caso, e per 
chiúdere, a suo tèmpo, calando la barrièra, i passaggi 
a livèllo (assai meno sicuri di quelli sotto 
livèllo), sono adibiti numerosi cantonièri oppure 
cantonière, abitanti i casòtti che si védono sparsi 
sull'árgine lungo la línea ferroviária.
   </p>
   <p>
Volèndo èssere ammessi a viaggiare in fèrrovía, 
bisogna munirsi di appòsito biglietto (non 
trasferíbile a tèrzi). I ragazzi, in Itália, se di età 
inferiore ai tre (!) anni, sono trasportati gratuitamente; 
quelli d'età compresa fra i tre e i sètte (!)

<pb n='19' />

anni págano la metà del prèzzo ordinário, mèzzo 
biglietto, che, però, dà loro il diritto di occupare 
un posto per intero (<q>«Signora, quant'ha questo bambino?</q> — 
<q>Ha due anni e mèzzo.</q> — <q>Ah davvero? 
A vederlo, non parrèbbe!</q> — <q>Eppure l'assicuro io 
che non ha di più; che ci hò che far io, se è grande 
per la sua età?!</q> — <q>Va bène, va bène.</q>»).
   </p>
   <p>
Di <hi rend='italic'>biglietti</hi> ce ne sono divèrse spècie. Quelli 
sémplici, valévoli per una data corsa; quelli d'andata 
e ritorno, buòni solamente fino all'último trèno 
del giorno in cui vèngono rilasciati, se non che 
la validità di quelli distribuiti il giorno avanti a una 
fèsta riconosciuta dallo Stato, è protratta fino all'último 
trèno del giorno susseguènte (dunque, per 
esèmpio, sèmpre dal primo trèno di Sábato all'último 
di Lunedì); quelli d'abbonamento annuali, 
semestrali, e mensili, fatti a forma di libretto con 
la fotografia dell'abbonato.
   </p>
   <p>
Ci sono finalmente i biglietti per <hi rend='italic'>viaggi circolari</hi>
a itinerário fisso ovvero combinábile di vária durata
(secondo l'entità del percorso), prorogábili una
o più vòlte per un mínimo di dièci giorni. Per 
questi biglietti è bène tenere a mente che I° 
vanno firmati dal titolare 2° vanno ad ogni partènza 
esibiti (che pò' pò' di seccatura!) all'ufficio 
di distribuzione, affinché vi sia fatto appòsito <hi rend='italic'>visto</hi> 
per la destinazione scelta 3° vanno, quando a uno, 
dopo partito, venisse vòglia di fermarsi in una 
stazione intermèdia, presentati, súbito dopo l'arrivo, 
al capostazione, per ottenér da lui un attestato 
dell'avvenuto cambiamento di destinazione.
   </p>

<pb n='20' />

<p>   
Volèndo fare un viaggio piuttòsto lungo -
facciamo conto di star fuòri un mese o due -
cominceremo in tèmpo a occuparci dei <hi rend='italic'>preparativi</hi> 
necessari. A questo scòpo stabiliamo prima di 
tutto col mèzzo d'una guida stampata (Baedeker 
in  Germánia, Trèves in Itália) il nòstro itinerário, 
che, via via, subirà chissà quante modificazioni 
e verrà, magari, più vòlte rifatto di sana pianta. 
Consultiamo pòi attèntaménte gli orari dell'Indicatore 
generale delle strade ferrate, per sapér 
con precisione le partènze e gli arrivi dei principali 
trèni delle línee da noi scelte. In último 
penseremo a méttere insième tutta la ròba (vestiário, 
biancheria, libri ecc.), di cui non potremo 
fare a meno in viaggio, tenèndo presènte, che il 
portár molto bagaglio non rièsce soltanto d'impiccio 
a chi viaggia, ma costituisce per di più 
una spesa tutt'altro che indifferènte, le fèrrovíe 
italiane non accordando ai viaggiatori nessuna 
franchigia di bagaglio.
   </p>
   <p>
La nòstra valigia è pronta (e così il pòrtamantò); 
il nòstro <hi rend='italic'>baule</hi> è bèll'e fatto. Speriamo 
di averci messo ogni còsa. Una vòlta partiti, si rimèdia 
male alle dimenticanze! <q>«E ora chiudiámolo 
bène, perché non ábbia ad aprirsi per la strada. Giù 
il copèrchio, pigiamo fòrte. Ècco fatto. Dio, come è
peso! Sarà mèglio ammagliarlo, se nò, potrèbbe anche 
sfasciarsi. Per finire, arrotoliamo la copèrta, e, infilátici 
a mazza e l'ombrèllo, stringiámola nelle sue cigne. 
Manca il buco nel punto buòno? Pòco male! Col 
temperino se ne fanno quanti se ne vuòle. Ed èccoci

<pb n='21' />

lèsti. Non ci scordiamo di far portár giù nella strada 
anche la cappellièra e la sacchina, che, tra le altre còse 
d'uso contínuo, contiène un berretto di seta leggieríssimo 
e una spolverina.»</q> Secondo il regolamento il 
viaggiatore può portare gratuitamente seco in 
carròzza còlli di <hi rend='italic'>bagaglio</hi> (a mano) non più lunghi 
di mèzzo mètro, e che, di peso, in complèsso non 
súperino i venti chili.
   </p>
   <p>
Vèngono ad avvisarci che giù c'è il legno 
che dève condurci alla stazione. «<q>Bène, andiamo! - 
Vetturino, caricate tutta questa ròba, e conducétemi 
alla stazione centrale. Ma bisogna córrere, hò fatto 
tardi, e non vorrèi pèrdere il trèno; c'è la mancia!</q>
<q>Stia tranquillo, signore, faremo in tèmpo, il mio 
cavallo tròtta che è un piacere!</q> — <q>Tanto mèglio; e ora 
addio a tutti, un bacio, un abbraccio. Arrivederci in 
buòna salute!</q> - <q>Buòn viaggio, divèrtiti, dacci prèsto 
le tue nuòve; non èssere avaro di cartoline illustrate!</q>
- <q>Non dubitate, buòna permanènza a voi tutti!</q>»
   </p>
   <p>
Giunti alla stazione e affidata la nòstra ròba a 
un facchino — badiamo al suo número — andremo 
al finestrino della <hi rend='italic'>véndita dei biglietti</hi> della nòstra 
línea («<q>Scusi, dove si pígliano i biglietti per Venèzia?</q> 
- <q>Al tèrzo finestrino a dèstra.</q> — <q>Oh se è chiuso!</q> - 
<q>Già, c'è tèmpo alla partènza, non áprono che mèzz'ora 
avanti!</q>»). Quanta mai gènte ferma lì, impaziènte 
e nervosa, ad aspettare sbuffando il suo turno, 
col pòrtafòglio o la borsa in mano! Bè', ci vuòl 
paziènza, mettiámoci alla fila.
   </p>
   <p>
Intanto prepariamo il denaro corrispondènte 
su per giù al prèzzo del biglietto, ricordándoci

<pb n='22' />

che il <hi rend='italic'>bigliettináio</hi> non è obbligato a fare il cámbio,
quando il rèsto superasse un quinto della 
valuta presentata («<q>A cènto lire non ci hò da farle il
rèsto.</q> — <q>E allora?</q> — <q>Pròvi un pò' al buffè, se gliele
cámbiano; ma faccia lèsto!</q> — <q>Dio mio, non sono neanche 
prático di questa stazione. Mi faccia la carità, sènta
un pò' un suo collèga, se mi può far questo piacere;
glie ne sarèi pròprio grato!</q>»), pòi, coi fògli gròssi,
cáusa la fúria, gli errori a danno dell'acquirènte
(spècie se forestièro) sono tròppo fácili, e a nulla
varrèbbe un reclamo non fatto immediatamente.
   </p>
   <p>
<q>«Òh ma qui non si va avanti, quell'impiegato 
ci mette un'eternità a sbrigár la gènte! Per cèrti 
trèni d'importanza bifognerèbbe si apríssero due sportèlli, ma andátelo un pò' a dire all'Amministrazione... 
Lo stesso che parlare al muro!»</q>. Meno male che,
nei grandi cèntri, per agevolare al púbblico l'acquisto 
dei biglietti, mássime di quelli internazionali,
ne è stata autorizzata la véndita (che bèl còmodo!)
nelle così dette agenzie di città e in alcuni albèrghi
primíssimo órdine.	
   </p>
   <p>
Finalmente tocca a noi. <q>«Firènze, prima, andata 
sola (una seconda per Gènova, andata e ritorno; Mòdena, 
tèrza, mèzzo biglietto); quanto spèndo (quant'è)?»</q> —
<q>«Ventitré lire e cinquantacinque centèsimi?»</q> — <q>«Ma 
qui c'è scritto cinquanta centèsimi?»</q> — <q>«Il sòldo in 
più è per la tassa di bollo, signore.»</q> — <q>«Ah va bène.»</q>
Accade che il forestièro pòco prático della lingua
non capisca l'ammontár del prèzzo (<q>«quant'ha
detto?»</q>), neppure a fárselo ripètere adagio e scolpito. 
In questo caso egli pregherà il bigliettináio

<pb n='23' />

di mostrargli il prèzzo stampato sul biglietto o di 
scríverglielo sul marmo del davanzale.
   </p>
   <p>
Avuto il biglietto, ci occupiamo del <hi rend='italic'>baule</hi>, che 
intanto dal nòstro facchino sarà stato portato all'ufficio 
di spedizione (<q>«dove si spedíscono i bagagli?»</q>). 
Lì pésano il baule in presènza nòstra sulla basculla, 
e, applicátovi un bullettino col número 
d'órdine e il luògo di destinazione (verifichiamo, 
potèndo!), lo mándano su un carretto insième con 
altri al bagagliáio del nòstro trèno. A noi riméttono, 
all'atto della spedizione una ricevuta, chiamata 
<hi rend='italic'>scontrino</hi>, che ci conviène serbár gelosamente, 
per potér, appena arrivati, ritirare senza nòie il 
nòstro baule alla distribuzione dei bagagli. Chi 
avesse pèrso lo scontrino — sia detto a suo confòrto — 
può, tuttavia, contro regolare ricevuta, 
ottenere la consegna del suo bagaglio, sèmpre 
che gli rièsca dimostrare all'evidènza (dándone 
gli esatti connotati e producèndone la chiave) d'èsserne 
il proprietário.
   </p>
   <p>
Se fosse prèsto, andiamo a far l'ora del trèno
nella <hi rend='italic'>sala d'aspètto</hi>. <q>«Non c'è ancora il trèno per
Ravenna?»</q> - <q>«Nò signore, è in ritardo di quíndici 
minuti, ma dève arrivare a momenti, l'hanno bèll'e 
segnalato.»</q> Ècco le pòrte si áprono. Entrando, 
bisogna presentare all'impiegato fermo sull'ingrèsso 
il nòstro biglietto, che viène da lui bucato 
e riscontrato per la data del timbro. In Itália 
nessuno (salvo gli addetti all'Amministrazione) è 
ammesso nel recinto delle stazioni se non munito 
di regolare biglietto o d'un <hi rend='italic'>biglietto d'ingrèsso</hi>

<pb n='24' />

(da dièci o venti centèsimi), vendíbile prèsso il
bigliettináio ovvero da ritirarsi dal distributore
automático, a meno che questo — fatto assai frequènte — 
non sia guasto.
   </p>
   <p>
Passati sotto la tettóia, vediamo il trèno che
entra sbuffando e strepitando, e viène a fermarsi 
a uno dei marciapièdi. <q>«Per Firènze, Roma, Nápoli, 
signori, in vettura!»</q> Spicciámoci, per trovare un
<hi rend='italic'>posto</hi> buòno. Quelli di preferènza da tutti ricercati
come più còmodi sono i posti negli ángoli (ai finestrini); 
perciò, volèndo accaparrársene uno, nelle
stazioni capilínea occorre èsser fra i primi a venire. 
   </p>
   <p>
<q>«Dove vanno, signori? A Nápoli? in fondo, c'è
la carròzza dirètta!»</q> Gira gira, c'imbattiamo in
un compartimento tutto vuòto. Che fortuna! Ma 
è chiuso. <q>«Conduttore, venite un pò' a aprire qui.»</q> -
<q>«Signori, codesto è riservato, guárdino il cartellino; non 
ci pòsson montare.»</q> — <q>«Ci hanno mandati in fondo, 
ma tutt'i compartimenti sono al complèto.»</q> — <q>«Allora 
pròvino più avanti; qui non c'è mòdo di sistemarli.»</q>
   </p>
   <p>
E noi anderemo più avanti, e magari in capo
al trèno (non dimentichiamo, però, che, in caso di
scontro, le prime carròzze sono quelle più fácili
a èsser danneggiate). Ma abbiamo un bèl cercare;
avèndo fatto tardi, a tutti gli sportèlli dove ci
presentiamo, siamo invariabilmente respinti con
tanto di <q>«complèto!»</q>, e, infatti, da una sommária
ispezione parrèbbe risultare che tutt'i posti sono 
presi (<q>«mai qui c'è posto per òtto persone, e loro 
sono sèi; capisco, si sta male in tanti, ma, d'altronde,
vòglio partire anch'io.»</q>). A vòlte, ci troviamo di

<pb n='25' />

fronte a uno strattagèmma di qualche viaggiatore, 
che, per stare più còmodo, avrà oltre al suo occupato 
indebitamente un altro posto, mettèndoci 
parte della sua ròba e facèndo vista che essa 
appartènga a un signore sceso per un momento. 
Se ci balenasse tale sospètto, chiamiamo una guárdia 
(ferroviária), e la preghiamo di verificare il número 
dei viaggiatori del nòstro compartimento. 
In caso di simulata occupazione, l'Amministrazione 
è in diritto d'esígere dall' indivíduo còlto 
in flagrante l'acquisto di un secondo biglietto.
   </p>
   <p>
Alla fine ci siamo potuti sistemare, non senza, 
però, dar luògo da parte dei nòstri compagni di 
viaggio a brontolamenti aspri, scusábili perché, 
in verità, indirizzati all'Amministrazione, che, 
d'estate come d'invèrno, spietatamente traspòrta 
i viaggiatori pigiati come le acciughe. I riguardi 
avuti in Germánia al púbblico nella stagione dei 
grandi caldi, purtròppo in Itália, dove maggiormente 
sarèbbero richièsti, non si sógnano neppure.
   </p>
   <p>
Il posto toccátoci («<q>È preso questo posto?</q> — <q>Nò
signore, non c'è nessuno</q>» ovvero <q>«sì signora, ci sta
mio fratèllo, dève tornár súbito»</q>) non è, naturalmente, 
a un finestrino, ma, per fortuna, tale da andare 
all'indiètro (non in avanti), con le spalle cioè 
rivòlte alla mácchina («<q>Le pòsso offrire il mio posto, 
signorina? ci starà mèglio.</q> — <q>Tròppo gentile, davvero; 
se, per lèi, è lo stesso, accètto ringraziando</q>»). Così, 
se non altro, avremo il vantaggio di non èssere 
esposti alle corrènti d'ária, e potremo fare a
meno di seccare qualcheduno dei nòstri compagni

<pb n='26' />

di viaggio, esigèndo (autorizzati a ciò dal regolamento) 
che si tèngano chiusi i vetri dalla parte 
del vènto. Facèndo il riscontro del nòstro bagaglio, 
ci accorgiamo con spiacévole sorpresa, 
che la cappellièra non c'è. <q>«O dove sarà andata? 
A casa non è rimasta di cèrto, mi ricòrdo beníssimo 
di averla avuta in carròzza; il facchino la dève avér 
lasciata nella sala d'aspètto. Il trèno sta per partire, 
non c'è più vèrso di farne ricerca. La potrò riavere? 
Basta non sia piaciuta a qualcheduno...»</q> In ogni 
mòdo, rammentiámoci che gli <hi rend='italic'>oggètti trovati</hi> 
nelle stazioni (o nei trèni) e non reclamati entro 
sèi giorni sono spediti alla Direzione Generale, 
che, per due anni, li tiène a disposizione di chi ci 
potesse avér diritto.
   </p>
   <p>
Qualche minuto avanti la partènza, gli sportèlli 
— attènti alle mani e ai vestiti! — son serrati 
dalla guárdia che viène a chièderci il <hi rend='italic'>biglietto</hi>. 
<q>«Favoríscano i biglietti, signori.»</q> - <q>«Questo biglietto non 
è più buòno, signore.»</q> - <q>«Perché?»</q> — <q>«È scaduto fin da 
ièri; bisogna che ne prènda un altro.»</q> — <q>«Con questo 
biglietto, signora, non può andare col dirètto, le ci 
vuòle il supplemento.»</q> — <q>«Quant'è la differènza»?</q> - 
<q>«Non glie lo sò dire esattamente; ora le mando il contròllo, 
è lui che rilascia i supplementi.»</q> - <q>«Il suo biglietto 
è di seconda, signore; quest'è la prima classe. 
Bisogna che cambi.»</q> — <q>«Ma in seconda non hò trovato 
posto, mi sono messo qui per disperato.»</q> — <q>«Vènga 
con me, glie lo tròvo io il posto, hanno attaccato un'altra 
carròzza.»</q> — <q>«L'avévano a dire súbito che l'attacávano;
ormai, all'último momento, non mi muòvo

<pb n='27' />

più, davvero!»</q> — <q>«Questa pòi si starà a vedere, sarèbbe 
bèlla che tutti, col biglietto di seconda, pretendéssero 
di andare in prima, perché ci stanno più còmodi. Non 
vuòle scéndere? E io vado a chiamare il signór Capo,
che la metterà fuòri senza tanti complimenti.»</q> — <q>«Andate 
pure, ma ricordátevi che siète tenuto a usare 
mòdi urbani coi viaggiatori!»</q> — — <q>«Signore, favorisca 
scéndere, il posto in seconda c'è; non mi vorrà mica 
obbligare a ricórrere a mèzzi estrèmi.»</q> — <q>«Va bène, 
signór capostazione, cèdo alla violènza, ma farò il mio 
bravo reclamo.»</q> — <q>«Faccia come crede, signore, il libro 
dei reclami è a sua disposizione.»</q> È una sodisfazione
per mòdo di dire, il reclamare; si sa bène che, quasi
sèmpre, i reclami lásciano il tèmpo che tròvano.
Al momento fissato dall'orário tutto essèndo 
pronto (<q>«partènza!! — pronti!!»</q>), il che sarà il caso
di una vòlta su dièci, sonata l'última col campanèllo, 
il capotrèno dà, colla cornetta, al macchinista 
il segnale della <hi rend='italic'>partènza</hi>. Il sòlito stridènte
e ripetuto físchio della mácchina ci fa rintronare
la tèsta. Ècco che il trèno si muòve, e, aumentando 
gradatamente di velocità, si mette a divorare 
lo spázio a corsa sfrenata. <q>«Si vola addirittura. 
Guardate, i pali del telègrafo scappan via in un baleno. 
Dio, come scuòte questa carròzza! Fa venire il mal di 
mare. C'è da cozzarsi uno con l'altro. A momenti
vièn giù tutta la ròba...»</q> È l'inconveniènte del trovarsi 
in coda al trèno. Meno male che questo
ora rallènta, ci avrà da fare una curva o da passare
su un viadotto. Ma cammina sèmpre più adagio
è segno che è vicina una <hi rend='italic'>fermata</hi>.
   </p>

<pb n='28' />

<p>   
Infatti, il trèno si ferma, ed ècco la stazione. 
<q>«Dove siamo? Come si chiama questo posto? Ma... È
vero che i conduttori i nomi li úrlano, ma chi li capisce, 
è bravo!»</q> Scendiamo, non fosse altro che per 
sgranchirci, un pò', le gambe, rimaste intormentite 
dal lungo tragitto. Non volèndo esporci al 
ríschio di rimanere in tèrra, domandiamo a una 
guárdia: <q>«Quanti minuti di fermata (quanto si trattiène 
il trèno)?»</q> — <q>«Non scenda, signore, si riparte súbito. 
Vuòle dell'acqua, signorina? Dia qua, glie l'émpio 
io codesta bottiglia. Stia tranquilla, ci darò, prima, una 
bèlla sciacquata.»</q> (Diffidare in generale dell'acqua 
potábile delle città italiane di pianura!) — — <q>«Ècco 
fatto, signorina.»</q> — <q>«Grázie tante, tenete per il vòstro 
incòmodo.»</q> — — <q>«Ehi, per piacere, mi chiamate un
pò' il giornaláio?»</q> — <q>Giornaláio!! Èccolo servito, signore.</q>» 
— — <q>«Aprite! Mi dite, dov'è il <hi rend='italic'>buffet</hi>?»</q> — 
<q>«Laggiù, in fondo, signore.»</q> — <q>Farò in tèmpo?»</q> —
<q>«Può fare il suo còmodo, ci sono quíndici minuti di 
fermata.»</q> Quando uno abbandona per tanto tèmpo 
il pròprio posto, è indicato marcarlo come occupato 
col lasciarvi della ròba; secondo il regolamento 
(bène a sapersi!) basta a questo scòpo un 
oggètto <hi rend='italic'>qualunque</hi>.
   </p>
   <p>
<q>«Ècco fatto; o il trèno dov'è? Non è mica partito?»</q>
— <q>«Nò signore, lo fanno manovrare per métterlo su un
altro binário; a minuti tornerà qui.»</q> — <q>«Non ritròvo 
il mio compartimento; hò dato un'occhiata di qua e
di là, ma inutilmente.»</q> — <q>«Non si ricòrda del número 
della vettura?»</q> — <q>«Nò, purtròppo non hò pensato a 
stampármelo nella mente.»</q> — <q>«Ora l'aiuto io. Dica,

<pb n='29' />

con chi èra?»</q> — <q>«Con due signore anziane e con un 
prète bèllo grasso. — Aspètti, non ci vorrà mica tanto 
a trovarli! Èccoli, signore; sta bène?»</q> 
   </p>
   <p>
Rimontando, troviamo il nòstro posto occupato.
<q>«Scusi, signore, codesto posto è mio. Tant'è vero 
che ci avevo lasciato questo libro.»</q> — <q>Ábbia paziènza, 
è piccino, non l'avevo visto. Vuòl dire che mi cercherò 
un altro posto.»</q> Non sèmpre in símile caso
riceviamo così cortese risposta. Anzi, a vòlte,
avèndo da fare con un indivíduo pòco educato,
non ci riuscirà indurlo colle buòne ad andársene.
Allora, senza tanti discorsi, ricorreremo al <hi rend='italic'>capostazione</hi>, 
a cui spètta l'última paròla nelle divergènze 
che pòssano náscere tra i viaggiatori ovvero
tra questi e il personale. Ma è pur sèmpre una
scèna disgustosa; e però, a scanso di seccature, si
raccomanda marcare in ogni caso il pròprio posto
con un oggètto gròsso che dia súbito nell'òcchio,
come, per esèmpio, un pastrano o una copèrta.
   </p>
   <p>
<q>«Ma questa perdinci è una fermata etèrna! Altro 
che quíndici minuti! Benedetta la precisione... Mi 
dite, o perché non si parte?»</q> — <q>«Perché la línea 
non è líbera (fuòri delle stazioni è a un binário solo); 
bisogna aspettare l'arrivo del dirètto che va nella direzione 
opposta; è in ritardo.»</q> — <q>«Per mutare!»</q> - 
<q>«Caro signore, son còse di questo mondo; ci vuòl
paziènza! Non mèrita il conto arrabbiarsi.»</q>
   </p>
   <p>
Finalmente entra il trèno che ci ha fatto tanto
allungare il còllo, e il nòstro si rimette in cammino. 
Più noiose assai sono le fermate, non previste 
dall'orário, in apèrta campagna, quelle, cioè

<pb n='30' />

causate da un guasto sopravvenuto alla mácchina 
ovvero alla línea stessa. In questo caso l'Amministrazione 
fa operare il così detto <hi rend='italic'>trasbordo</hi> dei 
viaggiatori, per il quale, fermato il trèno, scéndono 
tutti e fanno a pièdi il tratto di strada impraticábile, 
per pòi montare e proseguire su un 
altro trèno che è lì ad attènderli.
   </p>
   <p>
Il nòstro luògo di destinazione non sèmpre si 
tròva tra quelli toccati dalla línea, e allora, se
nel trèno non ci fosse la carròzza dirètta o se noi 
non ci avéssimo trovato posto, a qualche stazione 
di diramazione siamo costretti a <hi rend='italic'>cambiár trèno</hi>.
Di questa necessità verremo avvertiti da una 
guárdia che, aprèndo gli sportèlli, griderà, p. es.: 
<q>«Per Sièna si cámbia!»</q> E noi scenderemo ad aspettare 
la coincidènza, sèmpre che, per uno dei sòliti 
ritardi, non l'avremo pèrsa...
   </p>
   <p>
Volèndoci fermare in qualche posto da un 
trèno all'altro oppure dalla mattina alla sera, 
lasceremo il píccolo bagaglio in <hi rend='italic'>depòsito</hi> (<q>«m'insegnate 
il depòsito?»</q>), prèsso un impiegato che, 
contro ricevuta, lo custodisce mediante la tassa di 
un sòldo per ciascún còllo e per ogni ventiquattro 
ore, col mínimo, però, di dièci centèsimi, pagábili 
alla riconsegna.
   </p>
   <p>
Se siamo dirètti all'èstero, ci tocca scéndere 
al confine, tutti dovèndo prestarsi alla <hi rend='italic'>vísita doganale</hi>, 
che, per il gròsso bagaglio, viène fatta 
in appòsita sala della stazione, mentre quello a
mano è visitato alla lèsta nei vagoni stessi. Apèrti 
i bauli e le valige (ceste, casse ecc.), un doganière

<pb n='31' />

ci domanderà: <q>«Ci ha niènte da dázio, signore; 
ci ha nulla da denunziare, signora?»</q> — <q>«Nulla, signore, 
tutti effètti d'uso; ròba da viaggio, nient'altro.»</q> A 
scanso d'ogni responsabilità, potremo anche dire: 
<q>«Non saprèi davvero, guardi pure.»</q>
   </p>
   <p>
Págano un cèrto diritto i sígari, le sigarette, 
e il tabacco, quando oltrepássino una modèsta 
provvista destinata a uso personale (sèi sígari di 
número!). Sono pure soggètti a <hi rend='italic'>dázio</hi> i vestiari 
o capi di vestiário, le trine ecc., se nuòvi nuòvi, 
come pure le cioccolate, i biscòtti, i liquori ecc. in 
recipiènti di un cèrto volume non incignati.
   </p>
   <p>
Terminata la vísita (<q>«hò finito, può chiúdere»</q>), 
fatta dal doganière per gli indivídui non sospètti, 
in generale, con garbo, delicatezza, e cortesia (egli 
fruga un pò' di qua e un pò' di là, quasi pro fòrma), 
il nòstro bagaglio viène da lui contrassegnato 
col gessetto, e possiamo, dopo riapèrte le sale, 
andare liberamente a riprèndere il nòstro posto. 
Guai invece a chi venisse còlto sul tentativo d'introdurre 
ròba di <hi rend='italic'>contrabbando!</hi> Italiano, gli toccherèbbe 
pagare, in attesa del giudízio, una multa 
fortíssima; stranièro, egli verrèbbe facilmente accompagnato 
senz'altro in cárcere. -
   </p>
   <p>
Dopo tante e pòi tante ore (abbiamo fatto il 
viaggio tutto d'un fiato), ècco che, con nòstra somma 
sodisfazione — saranno etèrne le nottate! - 
il tragitto vòlge al suo tèrmine. Il trèno passa 
strepitando sopra le piattaforme della stazione di 
<hi rend='italic'>arrivo</hi>, ed entra sotto la tettóia. Siamo giunti a
destinazione (<q>«Bèn arrivati! avete fatto un buòn viaggio?»</q>

<pb n='32' />

- <q>Òttimo, grázie.</q>»). Tirata giù dalla rete tutta
la nòstra ròba, ci affacciamo al finestrino: <q>«Facchino!»</q>  
— <q>«Èccolo, pronto!»</q> — <q>«Prendete questa 
ròba, sono quattro capi.»</q> — <q>«Ci ha del bagaglio gròsso, 
signore?»</q> — <q>«Sì, tenete lo scontrino; il vòstro número?»</q> 
— <q>«Diciassètte; prènde una carròzza o va coll'òmnibus 
di qualche albèrgo?»</q> — <q>«Con quello dell'Etrúria 
(Prèndo una carròzza).»</q> — <q>«Va bène, signore, 
si avvii pure, le porterò ogni còsa all'òmnibus (Vuòl 
dire che, prima, l'accompagnerò alla carròzza, e pòi 
anderò a ritirare il suo baule).»</q>
   </p>
   <p>
<q>«Uscita, signori! Di qua l'uscita!»</q> Lasciamo all'impiegato 
il nòstro biglietto (se fosse d'andata
e di ritorno, badiamo che egli ci rènda la parte
non bucata!). Che sèrra sèrra, che pò' pò' di
pigío; da far pèrdere il fiato addirittura! È pròprio 
questo il momento propízio per le gèsta di
qualche borsaiòlo. Attènti dunque al pòrtafòglio
e apriamo bène gli òcchi; le precauzioni non son
mai tròppe, ché quei signori son di mano lèsta.
   </p>
   <p>
E ora chiamiamo una vettura e aspettiamo il
ritorno del facchino. E' ci mette un'eternità; ma
non è colpa sua. La <hi rend='italic'>distribuzione dei bagagli</hi>,
cáusa l'insufficènza del personale, è una faccènda
lunghíssima, tale da far andár su tutte le fúrie un
pòvero viaggiatore rifinito dalla stanchezza. Ècco
finalmente il facchino col nòstro baule. <q>«Quanto 
dovete avere?»</q> — <q>«Faccia lèi (A piacere!)!»</q> — <q>«Che
volete che sáppia io, la tariffa quant'è?»</q> — <q>«Sarèbbe 
mèzza lira, signore; ma spèro, mi vorrà dare anche 
un pò' di buòna mano.»</q> — <q>«Diámine, tenete.»</q> —

<pb n='33' />

<q>«Avanti, vetturino, andiamo!»</q> Un'altra fermatina
alla pòrta per il <hi rend='italic'>dázio consumo</hi> (paga gabèlla tutto
quel che è ròba da mangiare o da bere, purché
introdotta in cèrta quantità). Avèndoci riconosciuti 
per forestièri, ci rispármiano la seccatura
della vísita, e ci lascian entrare liberamente in città.
   </p>
   <p>
Agli stranièri intenzionati di viaggiare nel «Bèl
paese» si raccomanda caldamente d'imparare un
pò' a parlare l'<hi rend='italic'>italiano</hi> (così dolce, e così fácile per
chi sa di latino o di francese). La loro lingua,
fuòrché nei grandi cèntri, in Itália non è compresa
che da pochíssimi o da nessuno. Stíano pur cèrti
che, a sapersi esprímere in italiano alla pèggio,
magari storpiando le paròle e dando un calcio
alla sora Grammática (basta farsi intèndere!), godranno 
al dóppio nel loro viaggio, fuggiranno un
monte di ammattimenti, e — argomento forse ancora 
più persuasivo degli altri — spenderanno la
metà del danaro, perché sfruttati assai meno
sfacciatamente da chi (tutto il mondo è paese!)
campa sull'ignoranza dei forestièri.
   </p>
   <p>
Sarà pure prudènza per loro munirsi, partèndo,
di regolare <hi rend='italic'>passapòrto</hi>, vidimato dal cònsole italiano 
del posto o del distretto, il quale documento,
oltre a potér tornár loro di grande utilità in casi
non prevedíbili, riuscirà loro indispensábile prèsso
gli uffici postali allo scòpo di farsi riconóscere,
quando essi avéssero da riscuòtere qualche vaglia
o da ritirare lèttere raccomandate o assicurate,
giunte per loro ferme in pòsta.
   </p>
   <p>
Il viaggiatore incapace di <hi rend='italic'>farsi riconóscere</hi>, va

<pb n='34' />

incontro a molti e non lièvi inconveniènti, che, 
se non altro, tròppe vòlte gli faranno pèrdere la 
paziènza e il buòn umore. Non occorre pòi aggiúngere 
per lo stranièro, venuto a stare qualche
tèmpo in Itália, che, più egli cercherà di conformarsi 
agli usi del paese (spogliándosi di alcuni 
dei sòliti e, pare, inevitábili pregiudizi), e mèglio 
se ne troverà, per tutt'i riguardi.
   </p>
   <p>
Pei <hi rend='italic'>viaggi in mare</hi> cèrto meno svariati ma tanto 
più salubri di quelli per tèrra, ci serviremo qualche 
vòlta di un bastimento a vela, specialmente 
per una gita brève; quando invece si tratti di un 
tragitto piuttòsto lungo, ricorreremo a un vapore, 
che fila tanti nòdi di più all'ora. I più modèrni 
e più potènti piròscafi raggiúngono in mèdia una 
velocità mássima d'una ventina di nòdi (45 km).
   </p>
   <p>
Per <hi rend='italic'>l'imbarco</hi> ci recheremo in un pòrto di 
mare. Staccato il biglietto all'agenzia di una 
Società di navigazione, e assicurátaci una cabina, 
la nave non partèndo che il giorno dopo, approfittiamo 
della bèlla stagione, per visitare gli scali
di cárico e di scárico, il cantière coi bastimenti
in costruzione (<q>«a quando il pròssimo varo?»</q>), il mòlo, 
dove vediamo tirár l'alzáia, e in último il faro, 
costruito a fine di servire, la nòtte, col suo fanale 
a luce intermittènte, di guida ai naviganti in vicinanza 
della còsta.
   </p>
   <p>
E ora facciamo in barchetta a rèmi una passeggiata, 
scansando, per la strada, numerosi gavitèlli 
e spingèndoci fino al frangiflutti. I nòstri barcaiòli 
vógano che è un piacere. Quanti bastimenti

<pb n='35' />

éntrano nel <hi rend='italic'>pòrto</hi> e quanti altri ne èscono! 
È un andirivièni contínuo. Ècco un brigantino, 
seguito da una goletta, ècco un vaporetto che tira 
un gozzo a rimòrchio. Le navi ancorate sono, 
per lo più, mercantili; non manca, però, qualche 
vascèllo da guèrra. C'è, quindi, un transatlántico 
tedesco, un vero colòsso, misurante quasi dugèncinquánta 
mètri di lunghezza e capace di ricévere 
fino a duemila passeggièri. Esso primeggia non 
solo per la massa, ma anche per l'eleganza, a riguardo 
della quale non rèsta ecclissato neppure 
dall'<hi rend='italic'>yacht</hi> americano, quanto mai civettuòlo, fáttogli 
ormeggiare accanto.
   </p>
   <p>
L'indomani, su un'imbarcazione qualunque, 
ci facciamo condurre al fianco del nòstro vapore, 
e saliamo a bordo per mèzzo della scaletta di mezzana. 
Pòco dopo, tutto essèndo pronto per la 
partènza, il capitano dà l'órdine di levár le áncore
e di <hi rend='italic'>salpare</hi>. Urla la sirèna, l'acqua, sbattuta 
violènteménte dalle ali dell'èlica, scròscia e spumeggia, 
e la nave, scòssasi tutta, parte, mandando 
gròsse núvole di fumo dalle gole dei suòi 
fumaiòli e lasciando diètro a sé una lunga scia 
luminosa, símile ad un nastro d'argènto. Guidata 
dal pilòta sin fuòri della rada, essa s'avvia con 
velocità crescènte a prèndere il largo per la sua 
rotta; divènta sèmpre più piccina agli òcchi dei 
nòstri amici, rimasti in riva a sventolare i fazzoletti, 
e, finalmente, fáttasi addirittura un punto 
nero, va a confóndersi coll'orizzonte.
   </p>
   <p>
Ècco le parti principali di un <hi rend='italic'>piròscafo</hi>: la

<pb n='36' />

carèna sommèrsa nell'acqua (esso pesca quattro 
o cinque mètri), alla quale di dentro corrisponde
la stiva, destinata a ricévere il cárico e la zavòrra,
più o meno grandi secondo il tonnellaggio della 
nave; la copèrta coi ponti e i castèlli; sul didiètro 
la poppa colla ruòta del timone e con la bússola; 
nel mèzzo, o quasi, il locale delle mácchine 
(che gròssi volani e che stantuffi enormi!), sormontato 
dal palco del capitano; sul davanti la prua 
(ossia pròra) col becco, provvista del bomprèsso; 
gli álberi di trinchetto e di mezzana (assicurati 
alle sartie), con le antenne ossia pennoni, e le vele, 
rètte dalle scòtte. L'álbero maestro in cima ci 
ha la gábbia per la vedetta. Le vele si spiègano, 
si brácciano (si scorcíscono), si ammaínano a seconda 
del vènto. La bandièra, issata in poppa, 
índica la nazionalità della nave, mentre le banderuòle 
dei pennoni lunghe e biforcate, dette fiamme, 
sèrvono d'ornamento e per far segnali.
   </p>
   <p>
L'<hi rend='italic'>intèrno</hi> dei grandi vapori contiène un bèl 
salone, dei salòtti da conversazione, da lettura 
e da fumo, stanzini da bagno, un caffè-ristorante, 
e moltíssime cabine per dormire, il tutto bène 
illuminato, di giorno da numerose boccapòrte, di 
nòtte da tante lampadine elèttriche. In Itália, 
i battèlli della Società di Navigazione Generale,
della «Veloce», e di Flòrio e Rubattino sono i
migliori, offrèndo discrete comodità anche per i 
passeggièri di seconda classe.
   </p>
   <p>
L'<hi rend='italic'>equipaggio</hi> si compone del capitano, che dirige 
tutto l'andamento della nave (impartèndo gli

<pb n='37' />

órdini a mèzzo del pòrtavóce), del secondo, che
fa le sue veci, del timonière, che guida la nave
(facèndola andare a diritto, o piegare a tribordo o
a babordo, o virare sotto vènto o sopra vènto),
del macchinista, dei fochisti, dei marinai (che dòrmono 
in cuccette o in amache), dei mozzi, che
fanno il tirocínio, e pòi del mèdico dei cuòchi, e
dei camerièri di bordo.
   </p>
   <p>
Quando non tira vènto, il mare è calmo (liscio
come uno spècchio, pare un òlio), e l'allegria regna
tra i passeggièri, prodotta dall'incanto dell'ambiènte 
e alimentata dalle árie briose della banda,
che suòna per divèrse ore il giorno. Ma ècco
che il cièlo si annébbia, e si lèva una brezza,
che va rinforzando. Il mare, fáttosi cattivo, comincia 
ad agitarsi, ingròssa; sórgono, sèmpre
più minacciosi, i <hi rend='italic'>cavalloni</hi> dalla cresta spumeggiante. 
La nave che, prima, non faceva che
dondolarsi dolcemente, ora, percòssa di fianco dai
cavalloni, si mette a rullare, o, tagliándoli in due,
beccheggia, alzándosi e abbassándosi a vicènda
con ímpeto violènto. I passeggièri, sballottati in
qua e in là, dúrano sèmpre più fatica a règgersi
ritti, pur aggrappándosi al parapètto o a qualche
còrda che cápiti loro fra le mani.
   </p>
   <p>
Gli effètti di tale giuòco d'altalena sulla maggiór 
parte di essi son disastrosi. Giramenti di
tèsta, travaglio di stòmaco, náusee — con quel
che segue. Preso dal <hi rend='italic'>mal di mare</hi>, il pòvero
viaggiatore, tutt'intènto a pagare il suo tributo
a Nettuno, non gusta più lo spettácolo stupèndo

<pb n='38' />

e, nello stesso tèmpo, pauroso che gli si para
dinanzi. Egli, dopo brève lòtta, disfatto, traballando 
scende sotto copèrta, dove, sdraiato su un 
divano, si sfogherà a imprecare alla sciènza mèdica 
che ancora non ha saputo trovare uno specífico 
per quel male davvero noiosíssimo. È bèn fortunato 
chi non lo patisce, potèndo così, indisturbato, 
godersi tutte le potènti attrattive di tale 
traversata col mare in burrasca.
   </p>
   <p>
Però, questi viaggi non sono nemmeno scevri 
di veri perícoli, sebbène sui grandi bastimenti 
síano forse più sicuri dei viaggi per tèrra. Scatenátosi 
un <hi rend='italic'>uragano</hi>, quante navi non subíscono
gravíssime avarie, quante non rimángono disalberate 
e si ridúcono carcasse, che, ribèlli al timone, 
vanno alla deriva in balia dei vènti e divèngono 
il ludíbrio del mare furioso! Su di esse a vòlte, 
apèrtasi sotto la línea d'immersione una gròssa 
falla (impossíbile a stoppare), risuòna lúgubre il 
comando del capitano: <q>«tutti alle pompe!»</q> Nonostante 
gli sfòrzi sovrumani dell'equipaggio, la 
nave, seguitando a fare acqua, lèntaménte si sommèrge 
(còsa difficilíssima nei modèrni piròscafi 
provvisti tutti di tante pòrtestágne). Il capitano, 
vedèndo che la sua nave è destinata ad andare, 
inghiottita, a picco, più non indugia a dar l'órdine 
di calare in mare i <hi rend='italic'>battèlli di salvataggio</hi> 
(che stanno sopra copèrta sospesi alle gru). Così
c'è la speranza che l'equipaggio pòssa scamparla, 
sèmpre che la tèrra ferma non sia tròppo lontana 
o che, dopo pòco, i náufraghi, avvistato qualche

<pb n='39' />

bastimento e fatti segnali di soccorso, vèngano
da quello pietosamente raccòlti.
   </p>
   <p>
Ma tròppo spesso quei battèlli, in generale,
sopraccárichi, colpiti da una ráffica, si capovòlgono
o, sbattuti contro qualche scòglio subácqueo, si
sfásciano, facèndo morire affogati coloro che non
potéssero salvarsi a nuòto. Per facilitare tali salvamenti, 
nei piròscafi esístono moltíssimi <hi rend='italic'>salvagènte</hi>, 
ossia ciambèlle di súghero, atte a fare stare
a galla chi se le infila. Più d'un marináio precipitato 
da un'antenna o travòlto da un colpo di mare
(<q>«un uòmo in mare!»</q>) dève la sua vita a un salvagènte 
lanciátogli da mano sollécita e sicura.
   </p>
   <p>
A dispètto di tali non infrequènti sinistri, migliáia
e migliáia di viaggiatori s'imbárcano tranquilli
anche su vapori piuttòsto píccoli e di modèllo
antico, persuasi persuasíssimi che, il giorno
fissato dall'orário, dopo un'òttima traversata,
giungeranno senz'alcún inconveniènte all'appròdo
del pòrto d'arrivo, e, amarrata la nave, sbarcheranno 
e scenderanno a tèrra sani e salvi. Diávolo, 
si sa bène che le disgrázie non tóccano che
agli altri... Fortuna vuòl èssere!
   </p>
   <p>
Più pericolosi assai dei viaggi in mare rièscono
quelli aèrei, a tal segno che il número delle persone
andate in <hi rend='italic'>pallón volante</hi>, quantunque vada crescèndo 
d'anno in anno, è sèmpre relativamente
esíguo. Epperò, l'ascensione di un pallone líbero
è uno spettácolo che, per la sua originalità, attira
tuttora moltíssima gènte. Compiuta l'operazione
della gonfiatura (col gas idrògeno), al pallone, trattenuto

<pb n='40' />

a tèrra a fòrza di braccia, viène attaccata la 
<hi rend='italic'>navicèlla</hi>, dove è stato collocato tutto l'occorrènte, 
tra le altre còse un paracadute, e la zavòrra consistènte 
in tanti sacchi pièni di rena. Tutto essèndo 
pronto per la <hi rend='italic'>partènza</hi>, l'aereonáuta, dà il segnale 
di lasciare le còrde, ed ècco il pallone si 
èleva maestoso al cièlo fra gli urrà entusiástici 
della fòlla accorsa, e prèsto, portato via dal vènto, 
va a dileguarsi tra le nébbie dell'orizzonte. Auguriamo 
all'ardito aereonáuta che faccia un buòn 
viaggio e cómpia felicemente la discesa, spesso 
irta di perícoli; basta, nel prènder tèrra, che l'áncora 
non pigli bène. Chi volesse provare, senza 
ríschio alcuno, almeno parte dell'emozioni d'un 
aereonáuta, può levarsi questo gusto, facèndo una 
ascensione in <hi rend='italic'>pallón frenato</hi>, quale non suòle 
mancare alle esposizioni aereonáutiche, che oramai 
vanno diventando sèmpre più frequènti.
   </p>
   <p>
Cèrto non occorre èsser profèta per predire 
che il nòstro sècolo sarà quello del <hi rend='italic'>volo</hi>. Il gran 
problèma della dirigibilità degli aereòstati sembra 
ormai virtualmente risòlto. Sono notevolíssimi 
i progrèssi raggiunti negli últimi anni. Basti 
rammentare le <hi rend='italic'>aeronavi</hi> di Santos Dumont, di 
Lebaudy, di Parseval, e, specialmente, quelle 
gigantesche di Zeppelin del tipo rígido, che hanno 
fatto viaggi di lunga durata per tutta la Germánia, 
solcando l'ária con una velocità di circa cinquanta 
chilòmetri all'ora e sfidando, vittoriose, i vènti 
fortíssimi, se non le tempèste. Anche l'Itália 
possiède un dirigíbile (fusiforme), costruito sul lago

<pb n='41' />

di Bracciano dal Gènio militare, il quale, a giudicarne 
dalle importanti sue últime gite, pare non 
la cèda per nulla ai suòi fratèlli francesi.
   </p>
   <p>
E che diremo dello sviluppo addirittura meraviglioso 
preso recènteménte dagli <hi rend='italic'>aeroplani</hi>, ossia 
mácchine più pesanti dell'ária? I voli trionfali 
eseguiti dal biplano dei Wright e dal monoplano 
di Blériot (celebèrrimo per la sua traversata della 
Mánica) hanno sbalordito ed entusiasmato il mondo 
intero. Ma ancora questi apparecchi ingegnosíssimi, 
chiamati cèrto a un avvenire glorioso, sono, 
dal lato della stabilità, tutt'altro che perfètti, e 
l'aviazione all'ora che corre, non costituisce altro 
che uno <hi rend='italic'>sport</hi>, nel quale la vita di chi vi si dèdica 
è posta a contínuo e gravíssimo cimento. Quanti 
di questi temerari aviatori, che muòvono intrèpidi 
alla conquista dell'ária, non muòiono miseramente 
sfragellati, pionièri e mártiri di un'èra novèlla, 
realizzatrice del sogno d'ĺcaro!
     </p>
  </div>
  
<div n='Città' type='sezione'>

  <pb n='41' />

  <p> 
II. Città.
  </p>
<p>
Un cèrto número di case riunite in apèrta 
campagna compóngono un villaggio; moltiplicándosi, 
col tèmpo, anderanno a formare prima un 
borgo, pòi una <hi rend='italic'>città</hi>, la quale, quando súperi d'importanza 
le altre vicine, potrà diventare il capoluògo 
di una provincia o, volèndo così la política, 
perfino la capitale d'un paese intero.
  </p>
  <p>
La mia città natale, nòta per i suòi bellíssimi 
dintorni, stando all'último censimento, fa cèntomíla 
abitanti, non contati i sobborghi che rimángono

<pb n='42' />

fuòri della cinta daziária. Essa si suddivide
in tanti <hi rend='italic'>quartièri</hi>, più o meno distanti dal cèntro,
i quali si estèndono fino alle pòrte delle mura.
Tutti comúnicano fra di loro per mèzzo di <hi rend='italic'>strade</hi>
(larghe, strette, solitárie, quiète, rumorose, molto
frequentate), che, a dèstra e a sinistra, ci hanno
qualche (strada) travèrsa.
  </p>
  <p>
Volèndo sapere la strada fatta da qualcheduno, 
gli domanderemo: <q>«Di dove sèi passato?»</q> oppure
<q>«che via hai preso?»</q> — <q>«Non sapete la strada? venite, 
ve l'insegno io»</q> ovvero: <q>«non la sò nemmén io, 
non son prático di queste parti.»</q> Uno stradone,
fiancheggiato da álberi, si chiama viale; non di
rado sbocca in una <hi rend='italic'>piazza</hi>, abbellita da giardinetti
púbblici, da una fontana con lo zampillo o senza 
(<q>«òggi non butta»</q>), e da un monumento, erètto in 
onore di qualche glòria paesana o pátria (<q>«ci lèggi 
qui? come dice l'iscrizione?»</q>). Per di più, ci sòglion
èsser tante panchine, un'edícola per la véndita
dei giornali, detta anche chiòsco, e, a vòlte, un
baracchino di méscita.
  </p>
  <p>
Il nome della strada (<q>«Scusi, come si chiama 
questa strada? Non è il Corso Vittòrio Emanuèle? 
E allora dove rimane?»</q>) si lègge alle <hi rend='italic'>cantonate</hi>, 
inciso in lastre di metallo o di marmo, p. es.:
Via Garibaldi, Via Roma, Via de' Tintori, Via
XX Settèmbre. Le cantonate sono, in gran parte,
copèrte di manifèsti, di cartèlli, o cartelloni per
púbblici avvisi e allo scòpo di <hi rend='italic'>réclame</hi>, in Itália
non usando ancora le colonnette che, a tale ufficio,
con tanto maggiór pulizia si adòprano in Germánia

<pb n='43' />

e altrove. Così, chi vuòle che la facciata 
della sua casa non vènga in basso sporcata dagli 
attacchini con l'appiccicatura dei fògli variopinti, 
bisogna che faccia scrívere sul muro a lèttere
cubitali: «È proibita l'affissione!».
  </p>
  <p>
Le case son numerate in manièra che i númeri 
pari si tròvino tutti da una parte, e i díspari 
dall'altra. Ignorando un <hi rend='italic'>indirizzo</hi>, e non avèndo 
a chi chièderlo (<q>«dove sta il signór N.? sta sèmpre 
nella medésima strada? non ábita la palazzetta in fondo 
a quel viale?»</q>), per una grande città, consulteremo 
l'<hi rend='italic'>Indicatore Generale</hi>, contenènte — più o meno 
complètaménte, s'intènde — gli indirizzi degli 
abitanti (<q>«Ci avrèbbe l'Indicatore novíssimo; sò che
quella signora ha cambiato casa, ma non mi rammento 
dove sia tornata.»</q>). Non trovándoci l'indirizzo 
da noi cercato, per último potremo ricórrere 
all'<hi rend='italic'>Anágrafe</hi>, ufficio municipale, il quale, contro 
una tenuíssima tassa, ci fornirà le indicazioni precise 
di cui abbiamo bisogno.
  </p>
  <p>
Le vetture, i carri (carretti, carrettoni), i baròcci 
(a due ruòte), i velocípedi, insomma tutt'i veícoli, 
scansándosi, per lo più, a sinistra, pássano nel mèzzo 
della strada, lastricata ovvero selciata. L'asfalto 
che dà una superficie pari pari, non usa in Itália, non 
potèndo resístere a lungo all'azione del caldo 
intènso. Quando si rifà il <hi rend='italic'>lástrico</hi> di una strada, 
questa, spesso con grave molèstia del púbblico, 
rèsta impedita (<q>«da quella strada non si passa, è tutta 
all'ária»</q>); della qual còsa c'informa un cartèllo 
con tanto di «É vietato il passo (il tránsito)!»
  </p>

<pb n='44' />

<p>  
Ai pedoni sono riservati i <hi rend='italic'>marciapièdi</hi>, costruiti 
un pò' in rialto a fianco delle case, per 
salvare i passanti dal perícolo di èssere arrotati, 
di rimanere sotto qualche legno (<q>«attènti! bádino!»</q>), 
di èsser rovesciati da un cavallo, o di venire 
schiacciati dai tram e dagli òmnibus. <q>«Che movimento 
di carròzze in questa strada! Traversiamo! È 
prèsto detto, ma come si fa? Pòver'a noi, c'è da 
ammazzarsi! Teniámoci sèmpre dalla dèstra. Ècco, hò 
inciampato una signora. Scusi, ve', non l'ho fatto 
appòsta. Che fòlla, madre mia! Mi par di soffocare! 
Raccomandiámoci alle gómita, per farci largo. Signori,
per favore, mi láscino passare; hò fúria!»</q>.
  </p>
  <p>
Lungo i marciapièdi si tròvano le zanèlle, 
destinate a ricévere le acque di tutta la strada 
e a scaricarle nelle fogne. Le strade (súdice, 
fangose) vèngono dalla <hi rend='italic'>Nettezza púbblica</hi> spazzate, 
e, quando, nella stagione calda, la pólvere divènta 
sèmpre più molèsta, annaffiate divèrse vòlte al 
giorno (<q>«sta attènto, ècco una botte; scansiámoci, se nò, 
ci schizza tutti!»</q>); di nòtte sono illuminate da lampioni 
a petròlio, a gas sémplice o a incandescènza 
(accesi e spènti dal lampionáio), o anche da lámpade 
elèttriche ad arco. <q>«Che bèlla illuminazione in 
questa piazza, ci si vede come di giorno; invece in 
quel vícolo dal quale son passato ora, c'èra tanto mai 
búio che non vedevo dove mettevo i pièdi; tant'è
vero che son entrato in una pozzánghera.»</q>).
  </p>
  <p>
Molte città sono poste su un fiume, le cui 
rive son congiunte da <hi rend='italic'>ponti</hi> (a una o più arcate), 
provvisti tutti di parapètti, onde impedire le disgrázie.

<pb n='45' />

Ciò nonostante succède a vòlte che qualche
ragazzetto sbarazzino, spenzolátosi tròppo in
fuòri, vada di sotto ad affogare, se non ci sia chi
lo soccorra in tèmpo e lo ripeschi all'último tuffo.
  </p>
  <p>
Trattándosi di una grande città o, magari,
di una capitale, ci sarà un número straordinário
di botteghe, di negòzi, e di magazzini, uno più
bèllo dell'altro e con splèndide vetrine artisticamente 
accomodate. Vi abbonderanno gli <hi rend='italic'>edifizi
púbblici</hi>, tra i quali importantíssimi il Município,
la Cámera dei Deputati, il Senato, i ministèri, le
chièse cattòliche e protestanti, la Borsa, il mercato,
la Pòsta, l'Università, i musèi, le gallerie d'arte,
i teatri, gli ospedali, l'orfanotròfio, il tribunale,
le prigioni, il palazzo della questura, qualche casèrma 
militare e quella dei pompièri.
  </p>
  <p>
Il servízio di <hi rend='italic'>púbblica sicurezza</hi> in una città
è dirètto dal delegato, che ha alla sua dipendènza
non pòchi questurini e guárdie (in uniforme o
travestite), ed è coadiuvato dall'arme dei carabinièri, 
che — a cavallo o a pièdi — fórmano
un còrpo militare scelto. Le guárdie, in generale,
sono assai cortesi e premurose nel dare le informazioni 
chièste loro da qualche forestièro (<q>«scusi, 
la più corta per andare alla stazione, quale è?»</q>; <q>«mi 
saprèbbe indicare un tabaccáio?»</q>; <q>«c'è una cassetta 
postale per qui?»</q>; <q>«dove potrèi trovare un legno?»</q>; 
<q>«passa di qua l'òmnibus che pòrta al camposanto?»</q>; 
<q>«a che ora si apre questo musèo?»</q>; <q>«è chiusa questa 
chièsa; come si fa, per entrare?»</q>).
  </p>
  <p>
La púbblica sicurezza, che avanti il 70 lasciava

<pb n='46' />

tanto a desiderare, ora è, generalmente, bène organizzata, 
cosicché le tristi gèsta del <hi rend='italic'>brigantaggio</hi> 
(sequèstri di persone perpetrati allo scòpo di estòrcere 
una bèlla somma per il riscatto) sono finite 
per sèmpre. Òggigiórno in Itália le aggressioni, 
le rapine, ed i furti non sono più frequènti che 
altrove. Numerosíssimi invece sono sèmpre i fatti 
di sangue, chè nella decisione delle liti tra la 
bassa gènte tròppa parte prènde ancora il famigerato 
coltèllo. Specialmente da Roma ingiù, 
quante gióvani vite troncate, tutti gli anni, da 
quell'iniquo strumento di vendetta!
  </p>
  <p>
La <hi rend='italic'>casèma dei pompièri</hi> nelle grandi città è
collegata telefònicaménte alle stazioni di minore 
importanza. Per avvertire i pompièri dello scòppio 
d'un incèndio (<q>«un bruciamento! dove brucia?»</q>), in 
tanti punti della città si tròvano impiantati i 
chiamapompièri elèttrici utilíssimi quanto le bocche 
da incèndio, sparse per le vie e messe in qualche
locale púbblico (teatri, musèi, scuòle ecc.).
  </p>
  <p>
Il male è che, tròppe vòlte, l'allarme per un 
<hi rend='italic'>incèndio</hi> (<q>«al fuòco, al fuòco!»</q>) vièn dato tardi, di 
mòdo che i pompièri, accorsi a precipízio con le 
pompe a mano e a vapore, tròvano lo stábile in 
un mar di fiamme e le scale invase tutte da dènso 
fumo. Allora penseranno, prima di tutto, a salvare 
la gènte in perícolo a mèzzo della scala 
aèrea; oppure se questa non ci fosse, spiegheranno 
i lenzuòli di salvataggio, dove raccòlgono incòlumi 
quasi sèmpre le persone che, preclusa ogni altra 
via di scampo, si búttano dalle finèstre o dai terrazzini.

<pb n='47' />

In séguito i pompièri daranno mano all'òpera 
dell'estinzione, e, domato l'incèndio, ai lavori 
di sgombro. Spesso i danni, prodotti dal fuòco 
e dall'acqua, sono notevolíssimi. Che disastro 
per il proprietário del fabbricato, se, da uòmo pòco 
previdènte, non ha pensato ad assicurarlo!
  </p>
  <p>
Chi, dopo avér girato parécchio per una città, 
visitando quel che mèrita d'èsser visto, sentirà 
il bisogno di ristorarsi, entrerà o in un caffè o in 
una birreria o in una trattoria, o, volèndo, anche 
in un'osteria, dove, però, non bázzica altro che
la gènte del pòpolo. Nei <hi rend='italic'>caffè</hi> — come l'índica 
il nome — la bevanda che si piglia di preferènza, 
è il caffè, nero quasi sèmpre, a vòlte mescolato 
con latte e detto allora cappuccino, ovvero caffè 
e latte separato; c'è, però, chi si fa portare un 
thè (con panna ghiaccia e biscòtti), una cioccolata 
(con la panna montata e qualche pasticcino), un 
pònce, un vèrmut coll'acqua di Seltz, un bicchierino 
di liquore, e, nei mesi di gran caldo, 
molti prèndono una granita (di limone, d'arancio, 
di caffè) oppure un gelato di crèma (alla vainiglia), 
di cioccolata, o di frutta.
  </p>
  <p>
<q>«Camerière, mi ripulite un pò' questo tavolino? 
Il marmo è frádicio. Giornali tedeschi, ce ne avete? 
È in lettura il Berliner Tageblatt? allora dátemi della 
ròba illustrata, le Fliegende Blätter, o la Jugend, se c'è»</q>;
<q>«hò da scrívere una lèttera, mi portate tutto l'occorrènte? 
anche qualche cartolina con vedute della città!»</q>
  </p>
  <p>
Nelle <hi rend='italic'>birrerie</hi>, che, da un ventènnio in qua,
vanno moltiplicándosi in Itália, si beve, per lo

<pb n='48' />

più, birra di Viènna o di Mònaco, servita in bicchièri 
o in gòtti. Una <hi rend='italic'>grande</hi> contiène circa 
mèzzo litro. La birra, quando è ghiaccia e spillata 
da una botte incignata di fresco, è una bíbita 
squisita e che lèva la sete.
  </p>
  <p>
Nelle <hi rend='italic'>trattorie</hi> invece non si beve che il vino, 
che còsta pòco ed è, in generale, di òttima qualità. 
S'intènde che, per gustarlo, i forestièri, avvezzi a' 
vini francesi più amábili e più passanti, bisognerà
che ci fácciano un pò' la bocca. Per il sòlito, 
si méscola coll'acqua, perché, bevuto puro, facilmente 
dà alla tèsta e ubriaca. Tra i <hi rend='italic'>vini da pasto</hi> 
(sono quasi tutti neri) priméggiano il Barbèra, il 
Baròlo, il Grignolino, e il Valpolicèlla dell'Itália 
settentrionale; il Chianti, il Montepulciano, il 
Pomino, il Rúfina, il Carmignano della Toscana; 
il vino d'Orvieto, quello dei Castèlli Romani, 
e il Montefiascone (del Lázio); il Gragnano, il 
Capri, il Falèrno, e il Lácrima Christi del Mèzzogiórno; 
questi últimi, bianchi, e, come pure il Marsala, 
piuttòsto gravi si bévono in fondo al pranzo.
  </p>
  <p>
Il vino, in molte parti dell'Itália, si consèrva 
in cèrti recipiènti di vetro panciuti e rivestiti di 
sala, detti <hi rend='italic'>fiaschi</hi>. Questi, perché il vino non pigli 
l'aceto, sono abboccati con un dito d'òlio, che, 
incignandoli, va levato con un pò' di stoppa. Un 
fiasco intero tiène due litri o giù di lì; la misura 
fissa non c'è. Per còmodo del consumatore esístono, 
almeno nelle fiaschetterie toscane, anche i mèzzi 
fiaschi, i quarti, e gli ottavini; dove questi non 
usássero, si paga a peso il vino bevuto.
  </p>

<pb n='49' />

<p>  
Si mangia <hi rend='italic'>a prèzzo fisso</hi> (<q>«quanto si spènde?»</q>),
o, forse più spesso, <hi rend='italic'>alla carta</hi>, sceglièndo in questo 
caso i piatti che più corrispóndono al nòstro 
gusto. Non tutti saranno pronti o da farsi lì per lì 
(<q>«per il risòtto ci vuòl venti minuti, signore»</q>), e così, 
chi avesse fretta, farà bène a prèndere il piatto 
del giorno. Entrati in una trattoria e accomodátici 
a un bèl posticino (<q>«a questo tavolino nò, è fissato, 
ci dève venír qualche assíduo»</q>), ci faremo dare dal 
camerière (<q>«Buòna sera, signore; che còsa prènde? 
Hanno ordinato, signori?»</q>) la lista de' vini e la carta, 
e, possibilmente, gli ordineremo súbito tutto quel 
che vogliamo mangiare (<q>«portátemi prima una minèstra 
sul bròdo, pòi una costoletta di vitèllo con pisèlli 
per contorno, e, per finire, cacio olandese e un 
pò' d'uva»</q>), per non avere ad aspettare tanto fra 
un piatto e l'altro («<q>Quanto mi fate allungare il còllo, 
è mèzz'ora che aspètto!</q> — <q>Ábbia paziènza un altro 
minutino solo, signore; la sèrvo súbito.</q>»).
  </p>
  <p>
Per lo più, siamo serviti con attenzione e alla 
svèlta. Caso mai, per eccezione, il <hi rend='italic'>servízio</hi> lasciasse 
a desiderare (<q>«ma che razza di servízio è questo? 
guardate questo piatto, è súdicio, questo bicchière è 
sbocconcellato, manca il cucchiaino per il dolce, e non 
c'è un solo stecchino da dènti!»</q>), faremo chiamare il 
padrone e ci risentiremo con lui. Quando abbiamo 
finito («<q>Camerière, il conto!</q> — <q>Pronto, signore!</q>»), 
paghiamo (il pane non è gratis), lasciando, se siamo 
rimasti contènti, per ogni lira un sòldo o due 
di <hi rend='italic'>mancia</hi> al camerière che ci ha serviti.<note n='I' place ='foot'>Vedi anche il capitolo XV. Pasti; a távola.</note>
  </p>

<pb n='50' />

<p>  
Per dormire, i forestièri vanno in qualche <hi rend='italic'>locanda</hi> 
o <hi rend='italic'>albèrgo</hi>, raccomandato dalla Guida o da 
amici, dove li avrà portati il respettivo òmnibus, 
che si tròva alla stazione all'arrivo di tutt'i trèni 
importanti («<q>Dove siète alloggiati?</q> — <q>Siamo scesi alla 
Croce di Savòia</q>»). Giunti all'albèrgo, domanderemo 
una cámera all'albergatore o al primo camerière, 
dicèndo, p. es.: <q>«Ci avrèbbe una cámera 
con un lètto? La vorrèi sul davanti (sul didiètro), 
esposta a mèzzogiórno. Se ce ne avesse una non tròppo 
in alto... Mi hanno detto che è tutto pièno, ma, 
forse, c'è posto nella succursale.»</q> — <q>«Ci abbiamo una 
cámera al secondo piano; favorisca salire.»</q>
  </p>
  <p>
Pòi (al camerière che ci ha accompagnati su): 
<q>«Questa è tròppo piccina, non mi ci rigiro; la nòtte 
ci si dève soffocare dal caldo. Mai più! Fátemene 
vedere un'altra più grande e più sfogata. Non ce 
ne sono altre líbere? Male... Bè', ci vuòl paziènza; 
per una nòtte, mi adatterò. Il lètto è piuttòsto duro, 
e pòi non ci ha nemmeno lo zanzarière; c'è da èsser 
mangiato vivo con questa stagione! Vuòl dire che mi 
porterete uno zampirone (un fídibus insetticida). Il 
piumino lo potete levare, non sò che fármene; guardate 
invece, se pòsso avere un guanciale di crino. Il 
prèzzo di questa cámera? Cinque lire? Non è pòco, 
davvero! Ma tutto compreso, èh (Quasi sèmpre il 
servízio e, d'invèrno, il riscaldamento sono da sé!)? 
Va bène, fate portár su il bagaglio. Che c'è ancora? 
Ah, la schèda per il registro dei forestièri. Ècco, tenete, 
ci hò messo nome, cognome, professione, e pátria; 
penserete voi a aggiúngere la data e il número della

<pb n='51' />

cámera. Òh, all'altra me ne scòrdo... Domani mattina
vòglio èsser chiamato alle quattro, ma dite al facchino
di picchiár fòrte; hò il sonno duro!»</q>
  </p>
  <p>
Per risparmiare ai viaggiatori la fatica di fare
le scale, negli albèrghi di lusso c'è l'ascensore,
che, in un momento, li traspòrta da un piano all'altro. 
In ogni cámera c'è il suo <hi rend='italic'>campanèllo</hi>
(a còrda o elèttrico), che si suòna una, due, o tre
vòlte, secondo che si vuòle il camerière, la dònna, 
o il facchino. «<q>Ha sonato, signore?</q> — <q>Sì, mi portate 
un caccao con due biscòtti inglesi?</q>»; «<q>Che còsa 
desídera, signora?</q> — <q>Non ci hò acqua per lavarmi, 
e máncano i fiammíferi.</q> — <q>Scusi, porterò súbito ogni 
còsa.</q>»; «<q>Comandi, signore! — Portate giù tutta questa
ròba, e dite al bureau che mi prepárino il conto; fra
mèzz'ora parto.</q> - <q>Va bène, signore.</q>»
  </p>
  <p>
I pasti non c'è l'òbbligo di farli all'albèrgo
(facèndoli in cámera, si paga una soprattassa molto
fòrte); ma, volèndo, si può mangiare <hi rend='italic'>a távola rotonda</hi>. 
(«<q>Signore, verrà a table d'hôte?</q> — <q>A che ora si 
pranza? alle sèi? ritenete un posto per me</q>» ovvero:
«<q>Nò, hò bèll'e desinato.</q>» Uscèndo per una passeggiata, 
diremo al portináio: <q>«se qualcheduno venisse
a domandare di me, dítegli che alle cinque sarò di
ritorno.»</q> La sera, andando a lètto, mettiamo all'uscio 
le nòstre scarpe, perché síeno ripulite e lustrate, 
e attacchiamo a un gancio la nòstra ròba,
affinché vènga dalla servitù scòssa e spazzolata.
L'indomani, ripartèndo, ci faremo fare il <hi rend='italic'>conto</hi>
in tèmpo, per poterlo riscontrare, e, se non tornasse, 
rimediare all'errore incorso («<q>Questo conto

<pb n='52' />

non sta bène; c'è uno sbaglio; guardi, la somma è
fatta male; e pòi ci hanno messo una colazione di 
più.</q> — <q>Ha ragione, signore; ábbia tanta paziènza!</q>»). 
L'albergatore, o chi per esso, dopo riscòsso il 
danaro, annulla il conto, scrivèndoci il suo bravo 
«saldato» attravèrso la marca da bollo.
  </p>
  <p>
Nel caso che intendéssimo trattenerci più a
lungo in una città, andremo, per maggiore economia, 
a cercare di una <hi rend='italic'>pensione</hi>, la cui rètta, in
Itália, vária dalle 35 alle 70 lire la settimana, 
secondo le pretese di cámera e di vitto. Stando 
così a dozzina, si fanno tutt'i pasti in comune cogli 
altri pensionanti (ossia dozzinanti), còsa che allo 
stranièro, quando si tròvi fra Italiani, òffre òttima 
occasione, per impratichirsi nella lingua del 
paese. Usa pagare la rètta settimana per settimana. 
Saltando, per una circostanza qualunque, 
una colazione o un desinare, non si ha, salvo accòrdi 
speciali, diritto a nessún rimborso. Ricordiámoci 
anche di non lasciár passare il tèmpo 
útile per disdire la nòstra cámera.
  </p>
  <p>
Chi volesse avere la sua libertà (a tanti le 
legature rièscono antipátiche), farà bène a pigliare 
in affitto una <hi rend='italic'>cámera ammobiliata</hi>, che durerà
pòca fatica a trovare, esaminando a uno a uno gli 
appigiónasi attaccati sopra o accanto ai portoni 
delle case. In generale, non si può fissare per 
meno di un mese. La pigione quando si paga 
anticipata, e quando posticipata; è una còsa da
convenirsi e da méttersi insième con le altre sul 
contratto di locazione, al quale non rinunzieremo

<pb n='53' />

in nessuna manièra, tròppo fácili essèndo i malintesi 
negli accòrdi presi a voce.
  </p>
  <p>
In tutte le città di una cèrta importanza, per 
agevolare le comunicazioni, si tròva impiantato 
un servízio regolare di <hi rend='italic'>tranvai</hi> (a cavalli oppure 
elèttrici), che círcolano nell'intèrno e condúcono 
alle pòrte o ai dintorni. In Itália i tram, all'opposto 
di quel che usa in Germánia, non hanno 
che pòche fermate fisse, cosicché, volèndo montare 
o scéndere, bisogna far cenno al fattorino, il quale, 
col fischietto o col campanèllo, avvisa il conduttore 
di fermare. In ogni vettura ci sono dei 
posti nell'intèrno, e, per chi preferisce star ritto, 
anche sulle due piattaforme (<q>«signorina, posti da
sedere non ci sono più, se vuòle star in pièdi...»</q>). 
Nell'intèrno dei tranvai chiusi è proibito fumare. 
Non esístono in Itália le bèlle carròzze coll'imperiale, 
che úsano altrove, così còmode e prátiche 
specialmente per i forestièri desiderosi di vedere, 
girando, più che sia possíbile.
  </p>
  <p>
Appena ci siamo seduti, pregando, se occorre, 
la gènte di ristríngersi un pò' («<q>Scusi, signore, mi 
farèbbe un pò' di posto?</q> — <q>Vènga, vènga!</q>»), il conduttore 
viène a domandarci: «<q>Lèi, signore, dove va?</q> 
— <q>All'accadèmia delle bèlle arti; fátemi il piacere di 
avvertirmi, quando dèvo scéndere</q>», e ci rilascia un 
<hi rend='italic'>bigliettino</hi>, che conserveremo, per poterlo presentare 
a ogni richièsta del contròllo. Il prèzzo della 
corsa vária da dièci a trenta centèsimi («<q>Quanto 
è?</q> — <q>Tre sòldi, signora</q>»). Quando tutt'i posti son 
presi, il fattorino, alla piattaforma posteriore del

<pb n='54' />

tram, mette fuòri una lastra metállica con l'iscrizione 
«Complèto», il che fa còmodo a chi, altrimenti, 
gli sarèbbe corso diètro inutilmente.
  </p>
  <p>
Gli <hi rend='italic'>òmnibus</hi>, quasi sèmpre a due cavalli, differíscono 
in questo dai tram, che non scórrono 
sopra rotáie, e non hanno piattaforma anteriore.
  </p>
  <p>
I <hi rend='italic'>legni</hi> (le vetture, le carròzze) destinati al púbblico 
sono tutti, o quasi, a un cavallo solo; sono 
copèrti e scopèrti, e, per lo più, c'è posto per 
tre persone. Si tròvano fermi nei viali e nelle 
piazze. Volèndo sapere, se una carròzza, che ci 
viène incontro per la strada, è líbera o nò, domandiamo 
al vetturino: <q>«Siète impegnato?»</q>. Avútane 
risposta negativa (<q>«nò signore, dove lo dèvo accompagnare?»</q>), 
montiamo; essèndo in cinque, tre di
noi, o bène o male, si metteranno in fondo (nei 
primi posti), uno sul sederino, e uno bisognerà
che stia a cassetta. Se minacciasse di piòvere, 
per non bagnarci, faremo tirare su il mántice, 
che faremo ributtare giù, appena il sole rifarà capolino. 
<q>«E ora avanti, ma non mi frustate tanto il 
cavallo, cèrte còse non le pòsso vedere.»</q> — — «<q>Fermate, 
il número settanta è bèll'e passato.</q> — <q>Ora torno 
addiètro súbito, signori, avevo capito male.</q>»
  </p>
  <p>
La <hi rend='italic'>tariffa</hi>, redatta in italiano e in francese, 
che il vetturino è obbligato a far vedere diètro 
domanda, e che, quasi sèmpre, si tròva rimpiattata 
sotto un cuscino dei sedili, vária secondo i regolamenti 
municipali da città a città, ma il prèzzo 
d'una corsa non interrotta, purché non si èsca 
dalle pòrte, di giorno, non súpera mai una lira.

<pb n='55' />

Prendèndo la vettura all'ora (<q>«facciamo a ore; che 
ora avete?»</q>), si paga — nòta bène! — in ogni 
mòdo un'ora intera, pòi si conteggia a quarti d'ora.
  </p>
  <p>
Caso mai, per il <hi rend='italic'>prèzzo</hi>, non ci trovássimo 
d'accòrdo col vetturino, ce ne rimetteremo a una 
guárdia («<q>Quanto dovete avere? Quattro lire?</q> <q>o che
dite mai, vi dèvo dare tre lire, neanche un centèsimo 
di più.</q> — <q>Ma lèi sbaglia, signore, non le chièdo mica 
più del giusto.</q> — <q>Questo lo vedremo súbito, vado a
sentire quella guárdia.</q> — <q>Vada pure.</q>»); se una guárdia 
non ci fosse, imporremo al vetturino, senza 
stare a bisticciare, di condurci alla sezione di questura 
più vicina. Quasi sèmpre, strada facèndo, il 
vetturino, vedèndoci duri, verrà a più miti consigli. 
Purtròppo in Itália ancora non è venuto l'uso dei 
contatori automátici, che altrove hanno messo fine 
a tutte le controvèrsie incresciose, tanto fácili a 
náscere, per via del prèzzo, tra i vetturini sfacciati 
e il forestière diffidènte perché ammalizzito. Quanti 
arrabbiamenti di meno!
  </p>
  <p>
Le vetture di piazza in generale non si pòsson 
davvero dire eleganti, ma in qualche città (come
Firènze), ne esiste un cèrto número che sono addirittura 
civettuòle e hanno perfino le gomme alle 
ruòte. I cavalli, sebbène per la maggiór parte 
piuttòsto sparuti, tròttan discretamente, guidati 
dai vetturini con grande abilità, mentre fra i loro 
collèghi tedeschi tròppi sono sèmpre quelli che, 
mèzzi addormentati, arruòtano vetture e persone, 
e, a svoltare, non rispármiano nemmeno uno dei 
paracarri delle cantonate. In qualche gran cèntro,

<pb n='56' />

da pòco tèmpo in qua, si va introducèndo l'uso 
degli <hi rend='italic'>automòbili</hi> púbblici (elèttrici o a benzina), 
nei quali, còmodi, quasi silenziosi, e velocíssimi, 
ci si va che è un desio. C'è un guáio solo, 
ma gròsso: son cari! Eppòi le «panne» a cui 
vanno soggètte anche le carròzze mèglio costruite 
e guidate dai <hi rend='italic'>chauffeurs</hi> più espèrti...
  </p>
  <p>
Il più líbero e il più popolare fra gli attuali 
mèzzi di locomozione è, senza dúbbio, il <hi rend='italic'>velocípede</hi>. 
Il triciclo è adibito più che altro al traspòrto 
di mèrci; qualche vòlta, però, lo móntano 
signori anziani, che hanno paura delle cadute. La 
mácchina maggiormente adoperata è la bicicletta 
(da uòmo, da dònna; da viaggio, da corsa; tandem, 
quella da due persone), che, avèndo due ruòte 
pòco alte, unisce la praticità alla sicurezza. Se 
è munita d'un motore, si chiama motocicletta. 
Di biciclette ormai le strade formícolano, migliáia 
d'indivídui gióvani e vècchi dei due sèssi 
e di tutte le classi sociali sceglièndo questo mèzzo 
di traspòrto còmodo, sollécito, ed econòmico, il 
quale, per di più, fa tanto bène alla salute di chi 
è costretto a fare una vita sedentária.
  </p>
  <p>
Nell'último ventènnio la <hi rend='italic'>bicicletta</hi> è andata 
d'anno in anno perfezionándosi, e ora si può dire, 
che è arrivata a èssere un mirácolo di stabilità, 
di leggerezza, e di velocità. Le sue parti principali 
sono il teláio, formato da canne d'acciáio 
vuòte, con davanti il manúbrio, munito di freno, 
e, di diètro, il sellino; le due ruòte, intorno alle 
quali sono applicati i pneumátici, cioè i fascioni

<pb n='57' />

di gomma, contenènti ciascuno una cámera d'ária; 
e, finalmente, il congegno motore con la catena 
ed i pedali. Fra gli accessòri notiamo la borsa 
(con dentro qualche utensile come la chiave inglese, 
l'oliatore, un cacciavite); una pompa ad 
ária, un píccolo lume a òlio o a gas acetilène, e 
un campanèllo o una cornetta d'avviso.
  </p>
  <p>
Che ci vuòle a imparare a <hi rend='italic'>andare in bicicletta?</hi> 
Bástano i consigli di qualche amico ciclista o del 
biciclettáio (dal quale piglieremo a nòlo una mácchina 
usata) e pòche settimane di prática, che c'insegneranno 
a montare e a scéndere, a mantenerci 
in equilíbrio, e a dirígere bène la nòstra 
mácchina, scansando le carròzze e le persone. 
Novizi, cascheremo più d'una vòlta, ma, con un 
pò' di giudízio, sarà diffícile che ci facciamo male 
sul sèrio, uscèndone invece sèmpre con qualche 
sbucciatura o gráffio da nulla.
  </p>
  <p>
Le <hi rend='italic'>passeggiate</hi> in bicicletta (non lasciamo a
casa la nòstra tèssera!) ci procúrano un godimento 
straordinário, basta che, strada facèndo, non sopravvènga 
qualche guasto alla nòstra mácchina. 
Che seccatura, quando una delle cámere d'ária, 
bucata da una bulletta o da un pèzzo di vetro, improvvisamente 
comincia a pèrdere, per pòi sgonfiarsi 
addirittura! A nulla allora válgono i brontolamenti, 
bisogna scéndere, e, se non conosciamo 
l'arte delle tòppe da applicarsi sul punto danneggiato, 
ci tocca pigliare in mano la bicicletta, e, 
con la coda fra le gambe, spíngerla paziènteménte, 
passo passo, fino al paese più vicino...
  </p>
  </div>

<div n='Compre e véndite' type='sezione'>
  
  <pb n='67' /> 

  <p>   
IV. Compre e véndite.
  </p>
  
<p>
Ècco ora alcune 
delle frasi più usate fra compratori e venditori:
  </p>
<p>    
<hi rend='bold'>Compratore.</hi> <hi rend='bold'>Venditore.</hi>
  </p>
  <p>
<hi rend='italic'>1. Entrando in una bottega.</hi> 
  </p>
<p>                               
<q>Buòn giorno; buòna sera.</q>   <q>Buòn giorno, signore (signora,
(Mentre, in Germánia,             signorina), che
i signori nelle botteghe,         còsa desídera? <hi rend='italic'>o</hi> Comanda?
per lo più, si lèvano il          <hi rend='italic'>o</hi> In che pòsso
cappèllo, in Itália è l'uso       servirla?</q>
di tenerlo in capo.)              
  </p>  
<p>
<hi rend='italic'>2. Il compratore chiède quel che gli occorre.</hi>
  </p>
<p>
<q>Mi fa vedér delle fotografie   <q>Èccogliene una buòna collezione; 
con vedute della                     può scégliere a               
città o qualche album?</q>           suo gusto, si véndono
                                     anche separate.</q>
  </p>
  <p>
<q>Mi favorisce un ombrèllo       <q>Lo vuòle ricopèrto di seta 
da acqua?</q>                        o di mèzza seta?</q>
  </p>
<p>
<q>Eppòi volevo una mazza,        <q>Come la desídera? col mánico
andante, da spènder                  ovvero col pomo?</q>
pòco.</q>
  </p>
<p>
<q>Ci avrèbbe una guida inglese   <q>Èccola servita; quest'è 
dell'Alta Itália?</q>                quella più richièsta.</q>
  </p>
<p>
<q>Mi occorre una penna           <q>Guardi, se le fa questa; il 
stilográfica.</q>                    pennino è d'òro buòno.</q>
  </p>
  <p>
<q>Mi hanno detto, che da         <q>L'hanno indirizzato bène;
lèi avrèi trovato un                 hò pròprio ciò che lèi
tagliacarte d'avòrio, rilegato       desídera. Guardi, è una
in argènto.</q>                      bellezza!</q>
  </p>

<pb n='68' />
  
 <p> 
<q>Ci avrèbbe da darmi un         <q>Non ne tèngo, signore.</q>
bocchino d'ambra?</q> 
  </p>
<p>
<q>Dove lo potrèi trovare?</q>    <q>Pròvi un pò' di faccia.</q>
  </p>
  <p>
<q>Mi dà un pánama?</q>           <q>Mi dispiace, li hò terminati.</q>
  </p>
<p>
<q>Scusi, il calamáio di mosáico  <q>Quello più grande è da 
esposto in vetrina a                 venti lire; quello più
dèstra si può sapere,                píccolo glie lo pòsso
quanto còsta?</q>                    dare per dódici.</q>
  </p>
<p>
<q>Questo libro lo comprai ièri   <q>Faccia un pò' vedere, signore.
da lèi, senz'accòrgermi              Già, ha ragione.
che, nell'última página,             Ora glie lo cámbio súbito.
c'è una brutta mácchia.              Ècco qua un'altra
Avrèbbe la compiacènza               còpia pulitíssima; e ábbia
di cambiármelo?</q>                  paziènza!</q>
  </p>
<p>
<q>Si figuri! Son còse che        <q>Di nulla! La riverisco.</q>
succèdono; grázie.</q>
  </p>
<p>
<hi rend='italic'>3. L' artícolo non piace al compratore.</hi>
  </p>
  <p>
<q>Per dir la verità, mi piace   <q>Ora le pòrto súbito quel
pòco; non ci avrèbbe                che c'è di più fine in 
nulla di mèglio?</q>                questo gènere.</q>
  </p>
<p>
<q>Questo cappèllo non è di      <q>Creda, signora mia, codesto
mio gusto. Mi ci vorrèbbe           modèllo è di última mòda,
qualcòsa di più                     venuto fresco fresco
elegante, di più                    da Parigi.</q>
<hi rend='italic'>chic</hi>.</q>        
  </p>
<p>
<q>Questi guanti mi sémbrano     <q>Faccia pure... Hò bèll'e
tròppo larghi; me li                visto, le ci vuòle un 
pòsso provare?</q>                  número sotto.</q>
  </p>
<p>
<q>I bottoni son pòco fòrti,     <q>Se vuòle, glie li pòsso 
hò paura che verranno               rinforzare, sarà l'affare di
via súbito.</q>                     un minuto.</q>
  </p>
<p>
<q>Mi pare che questa stòffa     <q>Anzi, signorina, l'assicuro
mi stia pòco a viso.</q>            che le dona moltíssimo.</q>
  </p>
<p>
<q>Questa valigia mi ha tutta    <q>Mi rincresce; l'última l'hò
l'ária d'èsser pòco stábile.        venduta stamani. Se
Ce n'ha di quelle                   vuòle, glie ne pòsso ordinare
più sòlide?</q>                     una.</q>
  </p>

<pb n='69' />

<p>  
<q>Grázie, ne hò bisogno         <q>Allora mi dispiace di non 
súbito.</q>                         poterla servire.</q>
  </p>
  <p>
<q>Non tròvo il gènere che       <q>Ma che le pare, signore!
desideravo. Scusi l'incòmodo.</q>   Vuòl dire che sarà per 
                                    un'altra vòlta.</q>
  </p>
<p>
                      <hi rend='italic'>4. Del prèzzo</hi>
  </p>
<p>
<q>Quanto còsta?</q>             <q>Tre lire e mèzzo, Signore.</q>
  </p>
<p>
<q>Quanto lo fate,               <q>Non glie lo pòsso dare a 
quest'artícolo?</q>                 meno di dièci lire.</q>
  </p>
<p>
<q>Quanto vuòle di questa        <q>La vendo a 75 centèsimi.</q>
ròba?</q>  
  </p>
<p>     
<q>Il prèzzo di questo qui?</q>  <q>Glie lo lascierò per dièci 
                                    sòldi.</q>
  </p>
  <p>
<q>Quant'è il mio dare?</q>      <q>Ora le fò la noticina...
                                    Sono diciassètte lire e 
                                    venticinque centèsimi.</q>
  </p>
  <p>
<q>Quanto spèndo in tutto?</q>   <q>Lèi spènde trédici lire          
                                    precise.</q>
  </p>
<p>
<hi rend='italic'>5. Il compratore e il venditore non si tròvan 
           d'accòrdo per il prèzzo.</hi>
  </p>
<p>
<q>Non vòglio spènder tanto.</q>  <q>Quanto ci metterèbbe? Se
                                     sarà possíbile contentarla...</q>
  </p>
<p>
<q>È caro, le darò òtto lire.</q> <q>Mi dispiace, signore, sono
                                     prèzzi fissi.</q>
  </p>
<p>
<q>Còsta tròppo!</q>              <q>Come tròppo?! Che dirà
                                     mai? Per la qualità, è 
                                     pochíssimo.</q>
  </p>
<p>
<q>O se prima ne chiedévano       <q>Che vuòle, signora mia;  
dièci sòldi!</q>                     in òggi tutt'è rincarato.</q>
  </p>
<p>
<q>Tre lire e mèzzo il mètro?     <q>Non pòsso, davvero! Guardi, 
Mai più! Faremo due                  farò tre lire e venticinque,
e mèzzo.</q>                         perché è lèi.</q>
  </p>
<p>
<q>Ma che, le dò tre lire,        <q>Non dirèi; anzi, faccio un
nemmeno un centèsimo                 magro affare, ma non
 

<pb n='70' />

di più, e credo di averla            vòglio disgustare un antico 
pagata anche bène.</q>               cliènte come lèi!</q>
  </p>
<p>
<q>È un prèzzo esagerato!</q>     <q>Tutt'altro! Ci avrèi di
                                     rimòrso a chièderle un
                                     sòldo più del giusto.</q>
  </p>
<p>
<q>Dica súbito il ristretto; non  <q>Ècco, l'último prèzzo sono
mi piace stare a tirare.</q>         quattórdici lire; non ci
                                     guadagno neppure un
                                     centèsimo.</q> 
  </p>
<p>
<q>Già... Tutti i negozianti      <q>Impossíbile! Non l'hò mai 
dícono la stessa còsa;               venduto a meno di quattórdici
se non me lo dà a dièci,             lire; creda, ci rimetterèi
non se ne fa di nulla.</q>           un tanto.</q>
  </p>
<p>
<q>Allora dividiamo la            <q>Ebbène, sia; farò pròprio
differènza.</q>                      un'eccezione per lèi.</q>
  </p>
<p>
<q>Cinque lire di questo          <q>Ma lèi mi offènde, signore.
mazzo di fiori? Che mi fa            Non sono uso davvero
cèlia? O per chi mi                  a cambiare i mièi prèzzi
piglia? È vero che son               secondo il compratore.
forestièro, ma non son               Vada da un altro, e 
mica un minchione!</q>               vedrà, che nessuno le
                                     farà spènder meno.</q>
  </p>
<p>
            <hi rend='italic'>6. Il compratore prènde l'artícolo.</hi>
  </p>
<p>
<q>Ebbène, lo prèndo.</q>         <q>Vuòle che glie l'incarti?</q>
  </p>
<p>
<q>Piglierò questo e quello lì.</q> <q>Glie li dèvo mandare a 
                                       casa?</q>
  </p>
<p>
<q>Grázie, non impòrta; è un      <q>Come vuòle, signora. Ovvero: 
fagottino piccino, e stò             Stia tranquilla, signora,
per qui. Ovvero: Mi                  fra mèzz'ora lèi
farèbbe piacere; Via                 avrà la sua ròba in casa;
Nazionale, 6. Ma ne hò               glie la mando súbito per 
bisogno per stasera.</q>             il galoppino.</q>
  </p>
<p>
<q>Mi sono deciso per questo      <q>Va beníssimo, le occorre 
capo.</q>                            altro?</q>
  </p>
  <p>
<q>Niènte, per il momento.</q>    <q>Quando avrà bisogno...</q>
  </p>
<p>
<q>Mi potrèbbe spedire tutta      <q>Sicuro, signorina; basta che  

<pb n='71' />

questa ròba frágile in               mi dica a chi e dove 
Germánia?</q>                        la dèvo spedire.</q>
  </p>
<p>
<q>Guardi, l'indirizzo è          <q>Si lègge beníssimo. Faremo
questo. Glie l'hò scritto            dunque un pacco
bèllo chiaro; così                   postale; parte òggi stesso,
capirà mèglio.</q>                   la spesa è di I lira e
                                     75 centèsimi.</q>
  </p>
<p>
<q>E se passasse il peso?</q>     <q>Allora lo spediremo per 
                                     la fèrrovía a grande 
                                     velocità.</q> 
  </p>
<p>
<q>Mi raccomando che              <q>Non dúbiti, non si
m'imbállino tutto a mòdo!</q>        romperà nulla.</q>
  </p>
  <p>
                 <hi rend='italic'>7. Il compratore paga.</hi>
  </p>
<p>
<q>Pago súbito?</q>               <q>Faccia questo favore, ché,           
                                     qui non si dà la ròba
                                     che a pronti contanti.</q>
  </p>
  <p>
<q>Se è contènto, vorrèi          <q>Volentièri, signore. Può    
aprire con lèi un conto.</q>         pagare a còmodo. Segnerò,
                                     vòlta per vòlta,
                                     quel che piglierà, e ogni
                                     tre mesi le manderò il
                                     suo conticino.</q>
  </p>
<p>
<q>Ècco il suo avere.</q>         <q>La ringrázio, signore.</q>
  </p>
 <p>                             
<q>Ci avrèbbe da cambiarmi        <q>Ora guardo... Sì, la pòsso
cènto lire? Non ci hò                accomodare. Èccole il
spíccioli.</q>                       suo rèsto, signore.</q>
  </p>
<p>
<q>Tènga un fòglio da             <q>Mi dispiace, signora, non
cinquanta.</q>                       ci hò da farle il rèsto.</q>
  </p>
<p>
<q>E allora come si fa?</q>       <q>Se vuòle, pòsso mandare 
                                     il garzone a cambiare.</q>
  </p>
<p>
<q>Che non fanno lo sconto        <q>Signora mia, lo sconto è
a chi paga súbito?</q>               già conteggiato nel prèzzo
                                     modicíssimo.</q>
  </p>
<p>
<q>Buòn giorno (buòna sera).</q>  <q>A rivederla.</q>
  </p>
  </div>
  
<div n='Visite' type='sezione'>
  
<pb n='80' />
  
<p>
<hi rend='bold'>VI. Vísite.</hi>
  </p>
<p>  
Le vísite in Itália, si fanno generalmente da
Novèmbre a Maggio, perché, negli altri mesi, per 
via del caldo, c'è pòca o punta vita di società. 
Contrariamente all'uso tedesco, la Doménica 
non è punto indicata, per fare le vísite. Quasi 
tutte le signore hanno il loro <hi rend='italic'>giorno fisso</hi>, del

<pb n='81' />

quale sarà bène informarsi, essèndo fácile passár 
da maleducati a non rispettarlo. Le ore di 
ricevimento váriano secondo il gusto di ciascuna 
signora, ma sono prescelte quelle dalle tre alle 
cinque pomeridiane. In quanto all'ábito, trattándosi 
di vísita di cerimònia a persona di riguardo, 
per l'uòmo il soprábito e il cappèllo a cilindro,
almeno nelle grandi città, son di rigore.
  </p>
  <p>
Conversando, si mancherèbbe a non dare a chi 
appartiène il respettivo <hi rend='italic'>títolo</hi> di Altezza. Eccellènza, 
Marchese, Conte ecc.<note n='I' place ='foot'>Cavalière come pure Commendatore sono titoli inerènti ad 
un'onorificènza, conferita dal Re. Dei cavalièri, in Itália, ce 
n'è un visibílio, e però se ne fa pochissimo caso; il titolo di 
Commendatore invece, per èsser molto meno frequènte, è desiderato 
e ricercato dalla gènte ambiziosa.</note> Ai deputati si dà
dell'Onorévole, e sèmpre diciamo sig. Professore, 
sig. Avvocato, sig. Pretore, sig. Dottore<note n='2' place ='foot'>Questo títolo comunemente non si dà altro che ai mèdici.</note>, sig. 
Ingegnère, sig. Capitano ecc., quando non siamo 
con loro in istretta relazione. Nell'intimità invece,
si lascia la paròla «signore», dicèndo, p. es.: <q>«Buòna
sera, dottore; vènga qua, professore: sènta, avvocato.»</q>
Va pòi notato, che le dònne, in Itália, non pòrtano 
il títolo del marito, salvo, però, quello di 
nobiltà (dunque <q>«signora baronessa, signora duchessa 
ecc.»</q>). Avèndo da rivòlger la paròla a più persone 
dell'uno e dell'altro sèsso, diremo: <q>«Signore 
e Signori.»</q> Agli amici, discorrèndo, daremo quasi 
sèmpre del <hi rend='italic'>tu</hi>, riserbando il <hi rend='italic'>lèi</hi> alle persone di 
riguardo e il <hi rend='italic'>voi</hi> alla servitù ed alla bassa gènte.
  </p>
  
<pb n='82' />

<p>  
Per <hi rend='italic'>far vísita</hi> a una data persona, andiamo 
nella strada e al número dove essa sta di casa, 
e avuta dalla portináia (<q>«Chi vuòle, signore?»</q> — <q>«La
signora Orsini.»</q> — <q>«Al tèrzo, a dèstra, signore»</q>) l'indicazione 
del piano — in Itália pòchi méttono all'uscio 
una lastra col nome —, soniamo il campanèllo. 
Alla dònna di servízio o al servitore che 
ci verrà ad aprire (<q>«hanno sonato, andate a vedere, 
chi è»</q>), domanderemo: <q>«Riceve la signora N.?»</q> o <q>«Ci 
sarèbbe la signora?»</q> o <q>«È in casa la vòstra padrona?»</q>
o ancora: <q>«Avrèi da parlare col padrone; dítegli che 
è per un affare urgènte, e che lo tratterrò un minuto 
solo.»</q> Ci risponderanno, p. es.: <q>«La signora non 
è in casa; è uscita, saranno dièci minuti; ritornerà 
fra un'oretta; le dèvo fare qualche imbasciata?; la 
signora non riceve, è incomodata; il signore non c'è, 
è in viaggio, starà fuòri tutt'il mese; il padrone è occupatíssimo, 
e la prèga di ripassare domani alla stessa 
ora»</q>; ovvero affermativamente: <q>«Sì signore, c'è,
riceve; passi pure. Chi dèvo annunziare? Se mi volesse 
ripètere il suo nome... Mi favorisce il suo 
biglietto?»</q> - <q>«Tenete, portate alla vòstra padrona anche 
questa lèttera di presentazione.»</q> - <q>«Vado súbito a 
avvertire i padroni; si accòmodi intanto un momento 
in questo salòtto.»</q>
  </p>
  <p>
Nel caso che non conosciamo il sig. N., quando 
entra dopo pòchi minuti, gli domanderemo, inchinándoci: 
<q>«Hò l'onore di parlare col sig. N.?»</q> 
E lui risponderà: <q>«Sì signore, per servirla; stia còmodo; 
scusi se l'hò fatta aspettare, ci avevo gènte.»</q>
- <q>«Ma le pare, signore.»</q> E súbito dopo: <q>«A che

<pb n='83' />

dèbbo il piacere della sua vísita?»</q> oppure: <q>«In che
pòsso servirla?»</q> E noi: <q>«Non vorrèi abusare della 
sua cortesia; ècco dunque in due paròle di che si 
tratta»</q>. E gli spiegheremo la ragione della nòstra
vísita, ossia ciò che ci ha spinto a portarci da lui.
Raggiunto il nòstro scòpo, ci alzeremo dicèndo: 
<q>«E con questo le lèvo l'incòmodo; la ringrázio tanto 
della sua garbatezza (dell'accogliènza gentile), e la 
prègo di scusarmi del disturbo.»</q> — <q>«S'immágini! Hò
piacere di averla potuto servire. Quando le occorrerà...»</q> 
  </p>
  <p>
Essèndo andati a vedere un amico, di sull'uscio 
gli domanderemo: <q>«È permesso, dò nòia?»</q>
o <q>«Non ti disturbo mica? Sta' còmodo, se ci hai da fare, 
me ne ritorno via súbito!»</q> E lui: <q>«Anzi, tutto al
contrário! Figúrati, son pròprio contènto di vederti (sèi 
gentile tanto di venire, mi fai un vero regalo!). È un 
sècolo che non ti vedo! Ti rèndi prezioso, caro mio.
Qua, prèndi questa sèggiola (méttiti a sedere).»</q> - <q>«Scusa,
se hò tardato parécchio a rènderti l'última tua vísita. 
Che vuòi, hò tanto di quel daffare per le mani, che, 
difficilmente, tròvo un'ora di libertà. Così hò mancato 
anche con te.»</q> — <q>«Ma ti prègo, o che, tra amici, si 
fanno di questi complimenti?! Ti compatisco e ti scuso 
di cuòre»</q>. Pòi domanderà della nòstra salute e di 
quella dei nòstri: <q>«Che fai, stai bène? A casa tua tutti
bène?»</q> E noi: <q>«Grázie, benone (non c'è male), e tu, 
come stai? Tua moglie s'è rimessa?»</q> Dopo, passeremo 
a far due chiácchiere (<q>«che c'è di nuòvo?»</q>
oppure: <q>«che notízie mi pòrti?»</q> Introducèndo qualcuno 
prèsso un nòstro amico, lo presenteremo
súbito, dicèndo: <q>«Mi permetti di presentarti un mio

<pb n='84' />

compagno di studi, il sig. B.? Desídera tanto di fare 
la tua conoscènza.»</q> E l'amico garbatamente, per 
lo più, gli stringerà la mano con un <q>«Tanto piacere 
(oppure: Fortunato) di conóscerla, signore!»</q>
  </p>
  <p>
Se, durante la conversazione (<q>«di che discórrono, 
se è lécito?»</q>), non abbiamo capito bène quel che
ci hanno detto, domanderemo: <q>«Scusi, signora, non 
hò capito; le dispiacerèbbe di ripètere?»</q> oppure <q>«Come 
diceva?»</q> Nel linguaggio familiare possiamo dire 
anche <q>«Come?»</q> e magari <q>«Còsa?»</q>, il quale último 
mòdo, però, è tutt'altro che fine. Un forestièro 
che duri fatica a comprèndere, farà bène a pregare 
chi convèrsa con lui, di parlare meno lèsto e, possibilmente, 
più scolpito: <q>«La capisco molto mèglio, 
quando discorre adagio e spicca un pò' le paròle. 
Che vuòle, son pòchi mesi che stúdio l'italiano.»</q> - 
<q>«Ha ragione, scusi, m'èro scordato che lèi è forestièro; 
a sentirla discórrere, non si dirèbbe neppure...»</q>
(In Itália, i complimenti còstano anche meno che altrove; 
adagio, però, a insuperbirti, amico studioso!).
  </p>
  <p>
Chi prática molta gènte, avrà da fare lungo 
l'anno parécchie vísite, di cui più e divèrsi pòssono 
èssere i motivi. Sono frequentíssime quelle di <hi rend='italic'>congratulazione</hi>, 
per le quali si useranno secondo i 
casi le fòrmule seguènti: <q>«Buòn giorno, mio caro, e
mille sincèri auguri di felicità, per il tuo natalízio. Cènto 
giorni come questo!»</q> ovvero: <q>«Mi rallegro tanto di cuòre 
per il tuo fidanzamento. Tu hai fatto un'òttima scelta. 
Pòssa tu èsser veramente felice! A quando le nòzze? 
(Quando si mangeranno questi confètti?)»</q> ovvero: <q>«Divido 
con voi la giòia e la felicità che vi ha portato la

<pb n='85' />

vòstra creaturina. Che Iddio ve la faccia créscere buòna, 
sana, e fòrte!»</q> ovvero: <q>«Non puòi crédere quanto 
io gòda nel vederti così perfèttaménte rimessa. Hò
soffèrto tanto, sapèndoti malata. Come ti èri ridotta! 
Meno male che ora e affár finito»</q> ovvero: <q>«Caro 
signore, mi congrátulo con lèi per la sua nòmina a 
Commendatore. Onore al mèrito!»</q> ovvero: <q>«Magnífico 
il suo discorso, dènso di concètti e forbitíssimo! Gradisca 
le mie più vive congratulazioni!»</q> 
  </p>
  <p>
Nelle vísite di <hi rend='italic'>condoglianza</hi>, si adopreranno, 
su per giù, mòdi come questi: <q>«Sincère condoglianze; 
riceva le mie più vive condoglianze; mi dispiace tanto 
della disgrázia che vi ha colpiti; non hò paròle, per 
confortarvi; inútile ch'io ti dica tutta la parte che prèndo 
al tuo dolore; io lo sènto pròprio come se fosse mio; 
poveretto, quanto dèvi soffrire!; guarda di farti coraggio 
più che puòi; pènsa a chi ti vuòl bène e ha bisogno 
di te.»</q> E via discorrèndo, ché il cuòre e 
il tatto soli pòssono suggerire i tèrmini adattati 
alle persone e alle circostanze particolari. 
  </p>
  <p>
<hi rend='italic'>Ringraziando</hi>, diremo, secondo i casi: <q>«Grázie; 
grázie davvero; grázie tante, mille, infinite; ti son grato; 
la ringrázio (tanto); la ringrázio infinitamente; gradisca 
i mièi più vivi ringraziamenti; ma lèi mi confonde, 
non mèrito tanto io; la sua bontà mi commuòve, non 
hò paròle per esprímerle tutta la mia gratitúdine.»</q> Le 
persone educate, schermèndosi, risponderanno cortesemente: 
<q>«Di nulla (niènte); di che?; prègo prègo; 
ma che le pare?; lèi non ha da ringraziare, hò fatto 
semplicemente il mio dovere.»</q> Se avéssimo da
<hi rend='italic'>scusarci</hi>, diremo: <q>«Abbi paziènza (non te ne avere

<pb n='86' />

a male); scusate; mi scusi; chièdo scusa; domando perdono; 
sono dispiacentíssimo; mi rincresce pròprio!»</q> 
<q>«Ma di che?; ma la prègo; non c'è mal di nulla!»</q>
  </p>
  <p>
Quando ci troviamo costretti a <hi rend='italic'>chièdere un 
piacere</hi>, più saremo brèvi, e mèglio sarà. <q>«Ti prègo
scusarmi, se vèngo a darti una seccatura, ma non ne 
pòsso fare a meno. Ècco qua il favore che mi occorrerèbbe 
da te: ..... Ti sarò veramente grato di quel
che vorrai fare per me.»</q> E lui: <q>«Non dubitare, conta
su di me; farò di tutto, per contentarti»</q> ovvero: <q>«Figúrati, 
se ti contenterèi volentièri, ma non sò, se mi 
sarà possíbile; insomma, non te lo pòsso prométtere, 
ma, in ogni mòdo, sta' pur cèrto, che farò del mio
mèglio.»</q> E noi: <q>«Grázie della tua gentilezza. Spèro
che mi darai prèsto l'occasione di contraccambiarti; in 
qualunque còsa ti potrò èssere útile...»</q>
  </p>
  <p>
<hi rend='italic'>Prendèndo congèdo</hi>, possiamo fare uso di una
di queste fòrmule, le prime familiaríssime, le 
últime piuttòsto cerimoniose: <q>«Addio; addio a prèsto 
(a domani, a pòi ecc.); a rivederci a stasera; a rivederla, 
stia bène; la saluto; la riverisco; i mièi rispètti, 
signora ecc.»</q>, e inchinándoci ancora: <q>«Nuòvaménte...»</q>
Quando avéssimo fatto una nuòva relazione, diremo: 
<q>«Signore, hò avuto tanto piacere (hò avuto caro) 
di fare la sua conoscènza»</q>, ricevèndo per risposta 
un cortese: <q>«Il piacere è stato mio, signore.»</q>
  </p>
  <p>
Lasciando un amico (che cercherà di trattenerci: 
<q>«O sta' un altro pò'; che fúria hai d'andár via? 
Ah ti aspèttano? Quand'è così, non insisto, ma prométtimi 
almeno di tornár prèsto.»</q> - <q>«Più prèsto che
potrò, non dubitare!)</q>, spesse vòlte l'incaricheremo

<pb n='87' />

di saluti: <q>«Salútami tuo fratèllo; ramméntami ai tuòi; 
tante còse a tua moglie; la prègo dei mièi rispètti alla 
sua mamma; i mièi ossèqui (complimenti) alla sua signora!»</q>
E lui: <q>«Grázie, caro, non mancherò»</q>; oppure:
<q>«presenterò; o ancora: sarà servita, signorina!»</q>
  </p>
  </div>

<div n='Stagioni e tèmpo' type='sezione'>
  
<pb n='97' />
  
<p>   
<hi rend='bold'>VIII. Stagioni e tèmpo.</hi><note n='I' place ='foot'>Cioè condizioni ammosfèriche.</note>
  </p>
<p>
<hi rend='italic'>Frasi riguardanti il tèmpo.</hi>
  </p>
<p>
Che tèmpo fa? Come è il tèmpo?
  </p>
<p>
a) Fa bèllo (fa bèl tempo); è tèmpo buòno; il tèmpo 
è bellíssimo, splèndido, magnífico, stupèndo; che
bellezza di giornata!; una giornata di paradiso!
  </p>
<p>
b) È tempuccio; è tèmpo cattivo; è tempaccio; il 
tèmpo è pèssimo, orrèndo, scellerato; fa un tèmpo 
indiavolato; è una giornata da cani!
  </p>
<p>
c) C'è il sole, un bèl solicino, un sole da spaccár 
le piètre; è sereno; il cièlo è limpidíssimo, non 
c'è una núvola; il cièlo è copèrto (nebbioso); 
c'è la nébbia, una nébbia che s'affetta; la nébbia 
si dirada, si dilegua; il tèmpo è brusco, pesante,
afoso, non si respira; c'è una grand'afa.
  </p>
<p>
d) Fa caldo, fa un gran caldo, è un caldo soffocante; 
si cuòce, si scòppia (si schianta), si muòre 
dal caldo; si suda, si va in sudore; son sudato 
mezzo, sono in un mar di sudore; che bèl frescolino!;
è un fresco delizioso; la temperatura
è mite (dolce); comincia a far piuttòsto fresco; 
l'ária si fa rígida; fa (un gran) freddo, un freddo

<pb n='98' />

pungènte, indiavolato, un freddo da lupi, un 
freddo che fa cascár la coda ai cani; gèla; i vetri 
son ghiacciati tutti, e ai tetti che bèi ghiacciòli!; 
stamani è meno freddo; a mèzzogiórno ci 
avremo il disgèlo; dimòia; che pantano!
  </p>
<p>
e) Il tèmpo è secco, costante, variábile, non règge, 
cámbia (è cambiato), è bèll'e guasto, si butta al 
cattivo, si rannúvola, si rabbrusca; si rischiara 
(si rasserena), fa un pò' d'òcchio, il sole rifà capolino, 
il tèmpo si rimette, si mette al bèllo; 
il tèmpo ha ròba, è a piòggia (a momenti avremo 
l'acqua), è a neve, a burrasca; vuòl piòvere, grandinare, 
nevicare, far burrasca; tèmpo úmido.
  </p>
<p>
f) Sprízzola, piovíscola, piòve, (fòrte, a dirotto), vièn 
giù l'acqua a catinèlle (come Dio la manda), 
dilúvia; è venuto una bussata, un'acquata, un rovèscio, 
un acquazzone (ci ha presi l'acqua; non 
c'èra da ripararsi, ci siamo bagnati tutti); non 
piòve più, è spiovuto; è venuta la brina; névica 
(fitto fitto, a larghe falde); che nevicata!; guarda 
i fiòcchi mulinati dal vènto!; ha smesso di nevicare; 
la neve alza, si strugge (dimòia); grándina; 
che pò' pò' di scòssa!; vèngon giù chicchi 
di grándine che sembran noci (pòvera campagna 
desolata, che strage!); viène su, scòppia 
un temporale (una gròssa burrasca), tuòna, lampeggia 
(balena); che pò' pò' di fúlmine!; dève 
èsser cascato per qui; è venuta una scárica di 
fúlmini da far paura, pareva il finimondo; è bèll'e
passata la burrasca; lampeggia a secco; son 
lampi di caldo; ha dato il terremòto; è stata

<pb n='99' />

una scòssa fortíssima; avete sentito la romba?;
ha fatto danni, qualche vècchia casa crollata, ma
niènte disgrázie di persone; non ci sono víttime.
  </p>
<p>
g) Le strade sono asciutte, polverose (s'affonda
nella pólvere); sono frádice, bagnate (quante pozzánghere!);
sono fangose, c'è una gran mòta
per la strada, una poltiglia che ci si va a mèzza
gamba! Le strade son allagate, perché è straripato
il fiume. Le vie sono ghiacciate, ci si
sdrúcciola come sul sapone (attènti a cascare!).
  </p>
<p>
h) L'ária è calma, non álita vènto; si lèva vènto,
fa vènto, il vènto rinfòrza, tira un gran vènto,
un vènto che pòrta via; sollèva la pólvere che
bisogna vedere; impervèrsa una bufèra; il vènto 
si calma, è cessato, è cambiato. Che vènto è?
È vènto di mare, è vènto d'entro tèrra, vièn
da ponènte, è a levante; è vènto di mèzzogiórno
(S.); tira tramontana (N.), grecale (N.O.), maestrale
(N.W.), sciròcco (S.O)., libeccio (S.W.).
  </p>
<p>
i) È luna nuòva; (non) c'è la luna; è luna crescènte,
calante, pièna (la luna è in quintadècima); che
bèl lume di luna!; c'è un lume di luna che 
incanta; è stellato, è uno stellato di paradiso!;
fila una stella cadènte.
  </p>
  </div>
  
  <div n='Salute e malattie' type='sezione'>
    
<pb n='112' /> 
    
 <p>  
<hi rend='bold'>X. Salute e malattie.</hi>
    </p>
<p>
<hi rend='bold'>Frasi sulla salute.</hi>
    </p>
<p>
<hi rend='bold'>Domande.</hi>		       <hi rend='bold'>Risposte.</hi>
    </p>
    <p>
        <hi rend='italic'>1° Fra due persone.</hi> 
    </p>
    <p>
           <hi rend='italic'>Notízie buòne.</hi>
    </p>
<p>
<q>Come sta, signore, signora,    <q>Bène, grázie, signore ecc.,
signorina?</q>                       e lèi?</q>
    </p>
<p>
<q>E la salute?</q>               <q>Òttima sèmpre!</q>
    </p>
<p>
<q>Come va (la salute)?</q>       <q>Egrègiaménte, e a te?</q>
    </p>
<p>
<q>Di salute ti tròvi bène?</q>   <q>Beníssimo.</q>
    </p>
<p>
<q>Come si sènte ora?</q>         <q>Mèglio, se Dio vuòle.</q>
    </p>
<p>
<q>O il suo stòmaco?</q>          <q>Non ci hò più nulla.</q>
    </p>
<p>
<q>Stai mèglio                    <q>Parécchio, son quasi guarito.</q>
dell'infreddatura?</q>              
    </p>
<p>
            <hi rend='italic'>Notízie più o meno sfavorévoli.</hi>
    </p>
<p>
<q>Che fai? Come va la            <q>Non c'è male, mi contènto; 
salute?</q>                          così, così; passabilmente;
                                     discretamente; pòco
                                     bène; mi sènto male.</q>
    </p>
<p>
<q>Che hai, poveretto,            <q>Ora più, ora meno; 
patisci molto?</q>                   moltíssimo, non hò mai pace.</q>
    </p>
<p>
<q>Si sènte mèglio?</q>           <q>Sèmpre al sòlito; pèggio
                                     che mai; nò, davvero,
                                     anzi hò paura di ammalarmi
                                     sul sèrio.</q>
    </p>
<p>
           <hi rend='italic'>2° Domande intorno a persona assènte.</hi> 
    </p>
    <p>
                 <hi rend='italic'>Informazioni favorévoli.</hi>
    </p>
<p>
<q>Come sta suo padre, sua       <q>Grázie, sta pròprio bène;
madre ecc.? La sua	                sta benone; non è mai
signora (Sua moglie)                stato (stata) bène come
come sta?</q>                       ora.</q>
  </p>
<p>
<q>A casa tua tutti bène?</q>    <q>Tutti a meraviglia.</q>
    </p>
<p>
<q>Come sta il signór Paladini?  <q>Va migliorando; sta benino; 
Mi hanno detto che èra              sta molto mèglio; non
incomodato (indisposto).</q>        ha più nulla; s'è rimesso
                                    perfèttaménte.</q>
    </p>

<pb n='113' />

<p>    
<q>È sèmpre a lètto?</q>         <q>Nò, è alzato, ma si règge
                                    male in gambe.</q>
    </p>
<p>
<q>Come sta òggi la nòstra       <q>È fuòr di perícolo; riprènde      
cara ammalata?</q>                  le fòrze; è entrata in 
                                    convalescènza; è in via
                                    di guarigione, e si spèra,
                                    che sia affár finito.</q>
    </p>
<p>
<q>La nòtte come è stata?</q>    <q>Benino.</q>
    </p>
 <p>
<q>Non risènte più della sua     <q>Affatto! è tornata quella
malattia?</q>                       di prima.</q>
    </p>
<p>
                <hi rend='italic'>Informazioni sfavorévoli.</hi>
    </p>
<p>
Sta tutt'altro che bène; nonostante tutte le cure e
premure, il suo stato s'è aggravato; pèggiora di giorno 
in giorno; purtròppo cala a occhiate; la scamperà difficilmente; 
è in perícolo di vita; non c'è più speranza; 
ce n'ha per pòco; non passa la nottata; i mèdici 
l'hanno spacciato (l'hanno fatto spedito); s'è chiamato 
il prète; è all'òlio santo; la sua ora è venuta; 
è agli estrèmi; ha pèrso i sènsi; la catástrofe è imminènte; 
è entrato in agonia; muòre; è per rènder l'último 
sospiro; è mòrto (spirato); s'è spènto dolcemente;
ha finito di soffrire; sia pace all'ánima sua!
    </p>
<p>
                <hi rend='bold'>Frasi d'índole generale.</hi>
    </p>
<p>
Come sta bène! Ha l'aspètto flòrido. Che viso 
di salute si ritròva! Tu sembri la salute in persona! 
Ma sarai ingrassato! Tu pari un carnevale!
    </p>
    <p>
Come sèi andato a male! Che viso che ha fatto! 
Com'è sbiancata! È giù giù; si règge ritto coi fili.
    </p>
    <p>
O che ti metti a fare? Tu hai un gran visuccio. Riguárdati! 
Da' rètta, va' a lètto súbito. Se fossi in lèi, 
manderèi per il mèdico. Mi dispiace tanto che lèi

<pb n='114' />

non si sènta bène. Come mi rincresce di vederti in 
questo stato! Speriamo non sia altro!
    </p>
    <p>
Non stare in pensièro; sta' tranquillo, non è niènte; 
vedrai che domani non avrai più nulla. Su, coraggio! 
Oh che ti abbatti in codesta manièra? Così, non puòi 
migliorare davvero. Ci vuòl paziènza, caro mio, la 
malattia dève fare il suo corso. A rivederla, guarisca 
prèsto! Mi áuguro di vederla prèsto ristabilita.
    </p>
  </div>
  
<div n='Pasti; a távola' type='sezione'>
  
<pb n='148' />

<p>  
<hi rend='bold'>XV. Pasti; a távola</hi>
  </p>
 <p>  
                       <hi rend='italic'>A távola.</hi>
  </p>
  <p>
              <hi rend='bold'>Domande.</hi>           <hi rend='bold'>Risposte.</hi>
  </p>
<p>
<q>Mi permette di servirla,        <q>Mi favorisca un pezzetto di 
signora? Che còsa desídera            prosciutto crudo, non  
di questo affettato?</q>              tanto grasso, sor Gigi.<note n='I' place ='foot'>Per gli accorciativi dei nomi pròpri vedi l'appendice 
                                      del mio dizionário, rammentato a página 64.</note>)</q>
  </p>
<p>
<q>Pòsso offrirle di questa        <q>Grázie, sì; ne prèndo 
maionese?</q>                         volentièri. Fa venír 
                                      l'acquolina in bocca.</q>
  </p>
<p>
<q>Su, Cèncio, non ti far          <q>Figúrati, altro; non è ch'io
pregare! Che non ti tènta             faccia complimenti, ma
questo pasticcio di Strasburgo?</q>   è ròba gravetta; dámmene 
                                      pochino pochino.</q>
  </p>
<p>
<q>Beppina, che te ne pare di      <q>Sono squisiti, non li avevo 
questi pisellini? Sono                mai mangiati così tèneri
una primízia.</q>                     e dolci, cara Bice.</q>
  </p>

<pb n='149' />

<p>  
<q>Èccole il limone e il sale,     <q>Moltíssimo, non potrèbbe
signora Lena. Le piace                èsser più fresco. È una
questo pesce?</q>                     vera delízia!</q>
  </p>
<p>
<q>Sora Tina, le mesco un altro    <q>Mi farà piacere; pièno a 
pò' di questo vino                    metà, basta così, grázie!
leggieríssimo?</q>                    E ora mi ci vèrsi anche 
                                      dell'acqua.</q>
  </p>
<p>
<q>Mi passeresti il pepe?</q>      <q>Tièni, Mèmmo.</q>
  </p>
<p>
<q>Che ti manca, Maso?</q>         <q>Vorrèi un pò' di mostarda
                                      francese, non la sènapa,
                                      frizza tròppo.</q>
  </p>
<p>
<q>Non c'è in távola, ora dico     <q>Sta' còmodo, per carità; 
che te la pòrtino.</q>                ne fò a meno, Gino.</q>
  </p>
<p>
<q>Vorrèbbe un altro pèzzo         <q>Mi dispiace rifiutare, ma
di questo rosbiffe?</q>               mi è impossíbile.</q>
  </p>
<p>
<q>Ci ritorni a questo pollo,      <q>Sì, davvero, è il mio piatto
caro Gianni?</q>                      predilètto; ne vò matto.</q>
                                 
  </p>
<p>
<q>Gradisce un pò' d'insalata,     <q>Nò, grázie, non ne prèndo 
signora Linda?</q>                    mai; mi fa male.</q>
  </p>
<p>
<q>Ma, Gegina, il tuo appetito,    <q>Già; non mi ci va più nulla.
dove l'hai messo?                     Tu m'hai dato tròppa                                                                 
Che hai che non mangi?                ròba, non la pòsso finire.
Sèi bèll'e arrenata?</q>              Son pròprio sázia.</q>
  </p>
<p>
<q>Vuòta un pò' il tuo             <q>Adagio, caro mio, non 
bicchière, Nando; il vino             corriamo tanto; hò già
è la poppa dei vècchi.</q>            bevuto più del sòlito.</q>
  </p>
<p>
<q>Via, fatti cuòre, di' un'altra  <q>Per farti piacere, cara Bita,
parolina a questo dolce,              ne prenderò un'altra
tu, che sèi tanto ghiotto.            cucchiaiata, ma credi,
Non ti far pregare.</q>               gli avevo già fatto onore.</q>
  </p>
<p>
<q>Una susina, Lèlla.</q>          <q>Sì, ma una sola.</q>
  </p>
<p>
<q>Ma che, una per òcchio!         <q>Basta, basta; dammi 
Sono piccoline.</q>                  piuttòsto lo schiaccianoci.</q> 
                                
  </p>
<p>
E ora muòia l'avarízia e viva l'allegria! Ècco
una bottiglia d'Asti, messa in ghiaccio. Guardate, 
com'è appannata! Qua il tiratappi, che io la stappi!

<pb n='150' />	

Avete sentito lo schianto? Che bèlla spuma, e come
brilla il vino ne' bicchièri! Amici, io non fò bríndisi, 
perché non ci hò gamba, ma dico soltanto: alla salute 
de' mièi cari òspiti! Evviva! — E noi, battèndo i 
bicchièri alla tedesca, brindiamo con tanto di cuòre alla 
tua salute e a quella di tua moglie, ringraziando della 
gentilíssima accogliènza fáttaci e della geniale serata 
passata in vòstra compagnia! Evviva!
  </p>
  </div>
</body>
  



</text>
</TEI>