Pietro Fanfani

I diporti filologici


I DIPORTI FILOLOGICI DI PIETRO FANFANI con altri opuscoli della materia medesima FIRENZE TIPOGRAFIA DI G. CARNESECCHI E FIGLI Piazza d'Arno 1870 AVVERTIMENTO La prefazione a questo libro la ho lasciata fare a Carlo Dati con quel suo mirabil Discorso Dell'obbligo di ben parlare la propria lingua; ed a me riman solo da avvertire, che questi Diporti, e gli altri opuscoli miei, sono seconde o terze edizioni, ritoccate qua e là e corrette: che, il Dialogo del Prof. Di Giovanni, l'ho stampato innanzi all'opera mia dei Diporti, perché di essi parla ex-professo, e compie con molta dottrina e con elegante dettato, alcune proposizioni da me solo accennate. La intenzione mia è stata quella di fare un volume da trattarlo con profitto coloro che amano e professano gli studj di lingua, né credono oziose le quistioni sopra di essa, anzi le reputano di gran momento alla vera Italianità: e (absit arrogantia verbo) mi conforto che, se il presente libro si farà entrar nelle scuole, lo leggeranno con utilità e non senza qualche diletto, i giovani studiosi; ed i maestri ne piglieranno spesso materia ad efficaci lezioni nella soggetta materia. PIETRO PANFANI. DIALOGO VIII. Pietro, Cesare, Antonio, e Fiore Fiore è a' nostri contadini abbreviatura di Ferdinando, da loro pronunziato Fiordinando, perché, non entrando loro a quel modo, e' se lo cucinano in quell'altro, immaginando che nella sua composizione ci entri il fiore, e qui posandosi la loro mente. contadino. F. Le siegghin costì nello scrittojo, parte ch'i' vo Parte e parte che, avverbio proprio a significare che un'azione è fatta nello stesso tempo d'un'altra, e che vale in quel medesimo tempo, nel tempo che, frattanto e simili: fu usitato agli antichi, e a Dante stesso, benché, per poca notizia di lingua, gli sia da alcuni commentatori, che vi fan su delle solite prediche, negato sì fatto valore. E negato non gli si sarebbe se que' tali fossero stati o venissero in Toscana a sentirlo tutto giorno in bocca a' nostri contadini, ed anche a gente di città. per ippadrone, ch'e' gli ha esser qui oiltre. A. Bravo Fiore: ma non gli dir che ci son io. F. La 'un si dubiti. C. Lesto! corri. F. Gnorsì: i' golerò, non che corrire. A. Vedi tavolino arruffato ch'e' tiene! o come fa a ritrovarsi con tutta questa strage di libri e di fogli? Guardiamo un po': Monosini, Flos italicae linguae: Varchi, l'Ercolano: gli Adagj del Manuzio: il Supplemento del Gherardini: il Vocabolario del Manuzzi; i 7 fascicoli della nuova Crusca: il Sogno di Fiorindo, e poi e poi: e ogni cosa in combutta, mezzi aperti e mezzi chiusi. E' mi par di vedere la bottega d'un ferravecchio. C. E qui tre o quattro lettere; e là un pacco sigillato, che va, a chi? ah! al P. Sorio. Ma sta: che foglio è quello che ha disteso costì dinanzi a dove scrive? A. E' c'è un diluvio di voci e di modi latini, appuntati così secchi secchi. C. Da' un po' qua...... Ecco lui, sta fermo. P. Oh! ben venuti questi galantuomini: a questo tempo non vi ci facevo più.... Gua'; e io mi pensavo che fosse Gigi! che buon vento ha portato quassù il mio dolcissimo Toníno? A. Ho trovato qui Cesare ne' Fondacci di S. Niccolò, e mi son lasciato condur fin quassù, dacché era tanto che ruminavo di venirti a fare una visita, e farti un po' disperare, come tu sai. P. Bravo Cesare, non puoi credere quanto ti son tenuto: ma di Gigi che n'è? C. Gigi non è potuto venire per cagioni di ufficio: verrà un di questi giorni. P. Mettetevi a sedere. A. Sì, e levaci intanto d'una curiosità: che è quello scartafaccio che hai lì davanti? P. Te lo dirò io: sono appunti di modi famigliari latini, massimamente di Plauto, rispondenti a modi famigliari nostri; e di tutti quelli che tu vedi qui segnati ci ho gli esempj in contanti, da poter far toccar la cosa con mano a chi con mano toccar la volesse. A. Se metterai in ordine tutta codesta roba, ed esemplificherai, e discorrerai le ragioni di ciascuna voce e maniera, tu farai un capo d'opera di filología. P. Non ci accadono le tue minchionature: e, minchionare per minchionare, potrei farlo io a te, per amore del gallicizzar che fai sempre e parlando e scrivendo; e potrei aver colto la gallina sull'uova con quel tuo capo d'opera che ora t'è uscito di bocca. A. Attenti! ecco il Flagellumdei de' gallicismi e de' neologismi. Guarda la gamba! P. Guarda la gamba, sì... che ti pare di aver detto una bella cosa? sentiamo un po'. L. (Ho capito, principiano a tipizzarsi). A. Non dico appunto d'aver detto una bella cosa, mai poi... P. Ma poi, ma poi.... Lo so che era in uso anche nel 500, e un esempio, di Veronica Gambara per altro, si trova in una sua lettera pubblicata di fresco dal conte Antonenrico Mortara; ma perciò resta egli ch'e' sia il pretto francese chef-d'-oeuvre, e che si abbia a scambiare col più umano capolavoro, quando non si abbia a dire opera più eccellente, o simile? A. O bene via: tu a me e io a te. E anche tu, che quell'amico che sai ti nominò giusto il Flagellumdei de' francesismi e de' neologismi, anche tu, a carte 546 della Etruria, poni lo sciocco modo studj coscenziosi, usato e soprusato a questi giorni così fuor di proposito: ché non c'è il più vile arfasatto, sordo come un muro alle voci della vera coscienza, il quale non ficchi però questa bastarda coscienza per tutto, e non faccia gli studj coscenziosi, l'esame coscenzioso, non porti le più coscenziose cure nel tale o tale affare e va discorrendo: modi strani e svenevoli se altri ce n'è. P. Bravo Toníno: botta e risposta; e mi sta meglio che 'l basto all'asino. La tua riprensione per altro (chiunque te l'abbia imboccata, ché non può essere erba del tuo orto) è giustissima, e ti ringrazio mille e mille volte dell'avermi fatto accorto di tal mio sproposito. Ma chi sa quanti altri errori sì fatti ci sarà per i miei scritti, benché mi studj al possibile di fuggire tutto ciò che sa di nuovo e di forestiero. Intanto mi correggo di quello scappuccio, e confesso ch'io dovevo dire studj ben ordinati, o fatti di proposito, o accurati, o diligenti, o amorosi e simili: e mi raccomando che, se ti abbatti in qualche altro fallo, leggiucchiando le cose mie, che tu non lasci di riprendermene. A. Non pensare, no: tu lo sai che tra me e te, benché all'amichevole, c'è sempre qualche battibecco. C. Ma dite una cosa? quanto avete intenzion di durare con codesto tu per tu? e' mi par d'esser qui come la bietola ne' tortelli. P. O chi ti para che tu non entri in quistione anche tu? e dall'altra parte di qualcosa s'ha a parlare. C. Sì, o entra in quistione!.... e' state per ingollarvi, e non date tempo al tempo, e vi levate l'un l'altro la parola di bocca: è proprio un bel volere entrare in quistione! Su, facci un po' gustare alcuno di que' riscontri da modi latini a italiani. P. Ché Va pronunzianto come se fosse scritto ch'è con un poco di strascico; e anche al modo che fanno alcuni, cioè come se tra l'h e la e ci fosse una i (chiè): ed è maniera che il popolo usa continuamente ad esprimere negazione. ... non ci può esser tempo: e poi chi sa che non gli abbiate già notati voi stessi, o veduti notati da altri? come che io non abbia scelto se non quegli che in altre opere non mi è venuto fatto di raccapezzare. A. Ed avendogli veduti, che mal sarà a ripetergli? e' potrebber dar anche materia a qualche discussione, da cui ne succedesse pur qualche utilità. Via: fuoco alla colombína. P. Le saran bubbole: ma su. Voi udite ad ogni poco tra 'l nostro popolo di sì fatti parlari: La tal cosa l'ho fatta proprio da me, E' v'è salito da sé, cioè Senza altrui ajuto, Con le sue proprie facoltà; o in altre parole latine, Suo Marte. E queste sono proprietà di lingua familiare che, secondo la regolare sintassi, non istanno a martello; ma che vagliono tant'oro nell'essere accorciative e bene spieganti. Le avevano anche i Latini; e Plauto fra gli altri dice Capt. 2. 3. Facili memoria memini a me (sebbene altri legga memini tamen). Rud. 2. 5. Nam haec litterata' st: ab se cantat cuja sit. A. Per la prima mi aspettavo di meglio: qui veramente non c'è sfoggi. P. O che t'aspettavi tu? qualche Sogno di Scipione, o qualche capitolo delle Tusculane? allora e' bisogna che tu parli da te a te, se vuoi di codesta roba. C. Toníno, chi ceca trova. A. Mi sta bene: ma chi s'adira non si ricatta. Son qui ad aspettare il porco alla ghianda. C. Pietro, bada a me, e non dar retta alle sue pazzie. Tira innanzi. P. Bada a me? Lo vedi? anche i Latini avevano la stessa formula, a noi sì comune, di domandare altrui attenzione. Così Plauto, Capt. 3. 4. Sed quaeso, hercle, agedum, adspice ad me. A. Eh! bada ve': c'è proprio da farne le stímite. La cosa vien da sé, che a prestar attenzione a ciò che altri dice, e' si guarda naturalmente in viso. P. Canta, canta!.... ma ricordati, un par d'orecchi e' seccan cento lingue. A. Codesto proverbio non sempre tiene: ed anche tu hai fatto orecchio di mercante a' vituperj di quel valentuomo tu m'intendi; e tuttavía la sua lingua e de' suoi scherani non si è ancora seccata, e t'odia più a morte che mai. P Me autem odit, dice S. Matteo, quia testimonium perhibeo de illo, quod opera ejus mala sunt. C. E batti con quella canaglia! tu se' tu che gli fai parer da qualcosa col tuo sempre votartici il capo. Ma che dicevi tu costà di stímite e non istímite? P. Egli ha voluto fare un po' del classico, per ammenda del suo spropositare in lingua; e ricordandosi che il Pulci usa la frase Fare le stímite per Fare atti di maraviglia (ché fra gli atti di maraviglia c'è pur quello di stender in alto le braccia, come si dipinge S. Francesco in sul ricevere le stigmate), e lui l'ha voluta ficcare nel suo discorso. — Ha' visto, Cesare, chespallucciata egli ha fatto al sentir dire che sproposita in lingua? A. O se è vero!... chi sa quel che ti pensi d'essere con la tu' lingua! E pur tu lo sai: purus grammaticus, purus asinus. P. O chi ti dice di no? O chi ti dice d'esser un dottore? Ma pensa che aliud est grammatice, aliud latine loqui: ed io non fo il grammatico; ma pongo solo tutto il mio studio nel coltivare la filología, per impedire, quanto è da me, che la nostra lingua si guasti affatto; e mi ingegno di usarla il meno peggio che posso, lasciatomi metter su da quella bestia di Cicerone, che, parlando giusto della língua e della eloquenza, gli scappò detto: Quamobrem quis hoc non jure miretur, SUMMEQUE IN EO ELABORANDUM ESSE ARBITRETUR, ut quo uno homines maxime bestiis praestent, in hoc hominibus ipsis antecellant? Se pure questo, che non è latinus grossus, tu lo mandi giù netto e senza masticarlo. A. Aspetterò che tu me lo spieghi tu... C. Ho capito via: e' va a finire che vo' fate a' capelli. Ma a proposito: quel tuo Far una spallucciata mi ha tornato in mente una cosa, della quale volevo domandarti. L'altro giorno leggevamo in una casa il primo torno del Davanzati pubblicato dal Bindi, ed abbattemmoci alla faccia 76, dove Libone va a uscio a uscio da' suoi parenti raccomandandosi ch'e' lo difendano da grave accusa; e vi si dice che tutti, per non s'intrigare, si ristringono nelle spalle con varie scuse. A questo luogo il Bindi fa una nota, dicendo che il MS. servito alla ediz. giuntína del 1600 leggeva Fanno spallucce, e che fu cancellato, e correttolo sopra di sua mano il Davanzati, Si ristringono nelle spalle: e pare che si dolga della fatta cancellatura, dacché aggiunge in quella nota: E sì che quello (Fanno spallucce) è bel modo e vivo; e per volgarità ce n'ha de' peggio. Chi: Sta bene la correzione; chi: Stava meglio prima; ma non venimmo a conclusione di nulla. Io non vedevo l'ora di poterne domandare a te. A. Attenti! l'oracolo soffia. P. Raglia, raglia! — A me pare che la correzione fatta dal Davanzati sia più che necessaria, dacché varie frasi ci sono nella lingua, per le quali, accennando atti diversi delle spalle e della persona, si viene a significare diverse cose. Per esempio dianzi ho detto Fare una spallucciata: questa frase non è nel Vocabolario, ma è dell'uso comune, e si dice quando l'uomo fa uno scatto con una spalla, alzandola con isdegno o stizza; col quale atto significa, o che non gli cale di qualche cosa dettagli o fattagli contro ; o che alcuno lo ha fradicio, e non vuol più saper di lui. C'è il Fare spallucce, che si fa ficcando il capo in seno, come suol dirsi, e sollevando in alto ambedue le spalle; ed è atto significativo di non sapere una cosa onde altri ti interroga; o di domandare soccorso o limosina comecchessía. C'è poi il Ristringersi nelle spalle, che si fa ravvicinando l'una all'altra le scapole, o palette che s'abbia a dire; e questo atto è di chi rifiuta sotto un colore o sotto un altro di porgere altrui il domandato soccorso; ed alcuna volta anche di chi quasi per forza si acconcia a fare l'altrui volontà: il che è significato anche dal Chinare il capo. Gli esempj vedigli nel Vocabolario, benché non tutti spiegati a dovere. Da questo dunque puoi raccogliere che il Fare spallucce sarebbe stato il proprissimo di Libone, che a uscio a uscio andava caendo soccorso; ma che a' parenti di lui, i quali gliel negavano, sta sol bene il Ristringersi nelle spalle; e il Davanzati corresse consigliatamente. A. O questa poi è stata una bella e una dotta dicería, ecco! bravo Pietro. S'ha a fare stampare con tanto di Frullone innanzi, e s'ha a riporre nell'archivio dell'Accademia della Crusca, da servire alla compilazione del Vocabolario; previa però l'autorizzazione dell'Arciconsolo e di quegli altri signori. P. Previa la bestia che hai addosso. E' gli dice a coppie: ora c'è il previo e l'autorizzazione! A. Tu mi ci ha' colto. Ma sentiamo: come avevo a dire? P. Invece di previa potevi dire mediante, o anche precedente, come leggesi nella Legge del 1726 per il Taglio degli Appennini della Montagna di Pistoja (nella qual Legge vi sarebbe ricchissima e buona messe di voci proprie); e invece di autorizzazione potevi dire licenza, facoltà. E poi, volerne! così per l'una come per l'altra. Ma, tanto, con te è buttato via il ranno e 'l sapone. C. Ma lo sapete che è? con le chiacchiere ci siamo scordati del proposito nostro; e il ragguaglio de' modi famigliari italiani co' latini è rimasto nelle secche di barbería. A. Guarda un po', Pietro, se tu lo levi co' tuoi ammennicoli filologici. P. O la guardi, la servo subito: non son io quel che a sì fatto suono non entri in ballo. E dacché ho usato questo modo famigliare Non son io che faccia, di qui ripiglierò il corso, notando che esso, e Non è che egli faccia o simili, per il semplice Non fo, Non fa, eran pur usitati a' Latini, ed a Cicerone massimamente. Famil. 5. 21. Ego enim is sum, qui nihil unquam mea potius quam meorum civium causa fecerim: cioè Ego enim nil feci unquam. Ad. Brut. ep. 14. Neque tamen is sum, ut me mea maxime delectent. Acad. 1. Zeno nullo modo is erat, qui, ut Theophrastus, nervos civitatis incideret. E altri che potrebbono allegarsi a grappoli. A. Posso dir anch'io la mia? P. Palam mutire plebejo piaculum est; ma pure, sentiamo. A. E' mi pare che questo modo di dire sia compagno a quel di Farinata là nell'Inferno: Ma fui io sol colà, dove sofferto Fu per ciascun di tórre via Fiorenza, Colui che la difesi a viso aperto. Ci ho azzeccato? P. Non è compagno compagno, ma certo lo arieggia; ed in bocca tua questa osservazione val qualcosa, che tanto di rado ti apponi in opera di lingua, e co' Classici nostri ci vai un poco grosso. A. Oh! Laus Deo, disse suor Chiara: una volta ho detto bene. P. Usiamo a tutto pasto la preposizione Di che segna relazione di tempo, come Di giorno, Di notte, Di quaresima; e così articolata Del tal anno, Del tal mese e simili. Anche i Latini usavano il De in questo significato: Plaut. Asin. 3. 1. 13. Ergo una pars orationis de die dabitur mihi. Q. Curt. 8. 3. Ut jugulent homines, surgunt de nocte latrones. Cicer. ad Quint. Fratr. 2. 5. Fac ut considerate diligenterque naviges de mense decembri. Ma guarda, prima che m'esca di mente, vo' notare un'altra cosa. Quando io diedi fuori i Conti di antichi cavalieri, mi parve strano avverbio Antepría per Innanzi, Prima, in significato di Piuttosto. O che leggendo Plauto non trovai proprio l'Ante prius? non come avverbio di elezione è vero, ma di tempo: il che per altro non fa nulla, trattandosi qui della sua forma e non del significato. Ecco l'esempio: Trin. 5. 17. Nec qui esset noram, neque eum ante usquam conspexi prius. A. Costì non c'è Ante prius, ma c'è Ante da sé, e prius da sé. P. Tu, che t'era riuscito infilarne una bene, non avevi più aprir bocca; se no, co' tuoi spropositi, fai credere che quel che ha' detto bene dianzi tu l'abbia detto a caso. O non lo sai, bel frate, che in questo mondo e' c'è una razza di figura grammaticale che si chiama Tmesi, per la quale una parola composta, e anche una semplice, si spezza in due, e ci si pianta tramezzo altre parole; e che pure quella smezzata è virtualmente come se fosse intera? Per te dunque in Massili portabant iuvenes ad litora tana, non c'è più il Massilitana: in Septem subiecta trioni non c' è più il Septemtrioni: in Saxo cere comminuit brum, non v'è più il Cerebrum: in Acciò solamente che conosciate, non v'è più l'acciocché (entrando anche nelle Tmesi italiane): in Non dovevi di meno conoscere, non v'è di più il Nondimeno; e così il dico di sei o di sette come di millanta che tutta notte canta, dolcissimo il mio Ferondo. Te l'avevo detto: Palam mutire plebejo piaculum est. A. E io ero venuto quassù per far disperar lui! la mula mi par che si rivolti al medico. Ma, bada ve', non si può azzardar proprio nulla alle tue mani. P. Peggio palaja! uno non aspetta l'altro: ora c' è l'Azzardare. A. Oh! sai com'è? da ora in là tu m'ha' fradicio. Va' al diavolo tu e la tu' pedantería dell' uggia. C. Guarda com'è tinto! lo sapevo che il cappello tu l'avevi a pigliar tu alla fine. A. Non ho preso cappello io; ma se è vero..... non si può aprir bocca, subito e' dà il répete. Non si sa chi gli par d'essere! E stata una gran bestemmia l'Azzardare? come s'ha a dire? Sentiamo. L. Magari! Arrischiare, Avventurare, e altri a diecine. Ma vedo che tu incocci; e non fiato più. C. Bravo! continua il tuo raffronto. P. Sì, rompiamo il tempo. È frase elegante italiana il Dar bere, e Dar mangiare; e da preferirsi al Dar da bere e Dar da mangiare, come sa chi ha l'uso de' Classici italiani, e come sa per conseguenza anche il nostro Toníno. A. E batti..... C. Andiamo via, non attizzare il fuoco. P. Quella frase è tale quale nel latino: in Plauto, in Terenzio, in Livio, dove tale quale si trova Dare bibere: dell'altra sorella però Dar mangiare non se ne ha esempio latino, benché lo insegni l'analogía: Plaut. Pers. 5. 2. 40. Age, circumfer mulsum, bibere da usque plenis cantharis. Cicer. Tusc. 1. 26. Homerum audio qui Ganimedem a Diis raptum ait propter formam, ut Jovi bibere ministraret, cioè porgesse bere. Livius 4.° 47. Jussit sibi dare bibere. Terent. Andr. 3. 2. 4. Quod jussi, date ei bibere, et quantum imperavi date. La qual frase, come è ora proprietà di nostra lingua, e' fu già della latina, la cui regolar costruzione non patisce l'unir così due infiniti: il perché nega, ma a torto, il Goveano potersi dir latinamente; e il Giovenale vi appone nel suo bel commento questa nota: Hoc dicendi genus DATE EI BIBERE consuetudine magis quam ratione dictum est, nam duo verba, sic una juncta, male cohaerent sine nomine aut pronomine, ut si dices: Dic facere. A. Guarda che lago d'erudizione ch'e' ci ha fatto! chi non sapesse che mestiere agevole è il far l'erudito..... Là, polvere negli occhi: «Avanti, avanti, signori: io sono il primo medico che vada ora per il mondo: guardino bellezza di matricole e diplomi: il mio specifico...». E così tu col tuo scialacquare erudizione e citazioni. P. Sì, povero Toníno, sfogati: purga un po' la bile. C Ma dimmi un po', Pietro, quel Bibere, piuttosto che per infinito, non potrebbe stare in quegli esempj come per sostantivo? P. Eh! bada ve' che tu non abbia ragione.... Sicuro, alcuni voglion dire che gl'infiniti per sostantivi, come gli ha la lingua greca, la italiana, ed altre per avventura, la latina non gli ha: ma è egli poi vero? A me mi par d'esser più che certo d'averne notati assai esempj; che ora non so dove me gli pescare: ma sta..... uno mi torna a mente, ed è quel d'Orazio nella Poetica: Scribendi recte sapere est et principium et fons: dove il sapere è certo il soggetto della proposizione. C. Così mi pare che si contenti il Goveano, e che si tolga via lo sconcio de' due infiniti allegato dal Giovenale. P. S'ha a dir così? diciamolo. In ogni caso per altro resta sempre che il nostro dar bere è fratello del dare bibere. A. Ohe! amico, Scribendi recte sapere est principium, hai inteso? e tu, che pretendi di scriver bene, dove l'hai il tuo sapere? P. Te lo dicevo io? ha preso il Sapere d'Orazio per il Sapére nostro: ci corre, mio dolcissimo Toníno, ci corre: Sapere non vuol dir la dottrina, o la sapienza, ma il buon senno, il buon giudicio: vuol dir quello che non hai tu, e che mai non avrai. A. E che tu hai a sacca, non è vero? Sicuro un filologo distinto come te..... P. Dàgli: ora c'è il Distinto! ma che diavol hai oggi? tu non apri bocca come non dici uno sproposito; volevi forse dire valoroso, singolare, cospicuo. C. Pietro, non ti confonder più con lui, e tira via. P. Mangiare o dormir fuori, dice il nostro popolo, non per significare all'aria scoperta, ma per Mangiare e dormire in altra casa dalla sua; e modo simile tu lo trovi in Plauto: Mostell. 2. 2. 53. Ego dicam, ausculta, ut foris coenaverat Tuus gnatus, postquam rediit a coena domum ec. C. Guarda! a conto di questo dormir fuori mi torna a mente un garbato lazzo d'uno scolare di medicina. Aveva comandato il Rettore di uno Spedale che i giovani di medichería non dormissero fuori a patto niuno, affinché per sorte non dovesse mancar cura agli ammalati; e tra que' giovani ve n'era uno che, senza badare a tal comandamento, non v'era notte che la dormisse nello Spedale. Il Rettore era uomo di sangue ben rosso, e non si domanda se la mosca saltassegli al naso. Chiama il giovane: — O non avevo dato ordine che i giovani di medichería non dormissero fuori? — Sì signore. — Sì signore, eh? e lei, a farl'apposta, tutte le sere dorme fuori. — Non è vero. — Non è vero? e con che faccia lo nega! c'è mille che glielo possono mantenere a faccia. — Vengano questi mille. — Eccoti venir su, chiamati dal Rettore, e pappíni e guardie, cum gladiis et fustibus contro il povero giovane. Ed il Rettore: — Dite, è vero che il signore lì dorme quasi tutte le notti fuori? — Illustrissimo sì — tutti in coro. — Lo sente, che ne dice? — Io dico, e ridico, che non ho per niente disubbidito, rispose il giovane: ella comandò che niuno di noi dormisse fuori, e fuori non ho dormito mai; ché sono stato tutte le notti in casa del mio amico Sempronio, e ho dormito in un bravo letto. — La cosa finì in una risata; e gli ordini furono dati per innanzi con parole chiare e lampanti, senza ombra di figure grammaticali o rettoriche e di sintassi irregolari. A. Tu ha' fatto bene a rallegrare questa seccaggine con la novellína dello scolare: un altro po' m'addormentavo dall'uggia. P. E io, per farti dispetto, vo' continuare. Ma, prima ch'io me ne scordi, vo' chiarire un luogo di Dante, sul quale altra volta ho discorso, ma, che non finì di persuadere alcuni letterati. In quel verso «Per la dannosa colpa della gola» fu primo lo Strocchi a dire che dannosa valeva dispendiosa, che manda in rovina per il troppo che costa; e che viene dal latino, dove damnosus ha lo stesso significato, confortando il suo detto con un esempio d'Orazio. Io scrissi dovecchessía (che ora non l'ho a mente) parermi giusta la interpretazione dello Strocchi, e la confortai con altro esempio parimente d'Orazio, dove è un damnose bibamus, che vale beviamo tanto da mandare in rovina chi ce lo dà, perché lo dice uno, che, invitato a cena, e trovatoci poco e mal da mangiare, e' voleva ricattarsi almeno col bere. Ma la cosa tuttavia non entrò ad alcuni, i quali nel dannosa di Dante voglion solo intendere dannosa all'anima, senza considerare che qui Dante vuole applicare questo aggiunto per particolare alla Gola, il che sta bene a intenderla come lo Strocchi; dove, nel modo che essi vogliono, sarebbe comune a tutti i vizj e peccati capitali. Per vedere ora se si convertono questi ritrosi, vo' citare altri esempj dove damnosus sta per sumptuosus, e damnosus homo sta per prodigus, sumptusque nullius rationem habens. Plaut. Truc. 1. 1. 63. Eadem, postquam alium repperit, qui plus daret, Damnosiorem, me exinde amovit loco cioè, spiegato a modo nostro: Trovatone un altro che le dava di più, e che non aveva il granchio alla tasca, la mi diede l'erba cassia. E innanzi aveva chiamato damnosos homines i lenoni e le bagasce, perché in essi si spendono molti danari. E damnosus per fonditore di sue facoltà, o macinone come dice il nostro popolo, lo usa Plauto medesimo. Pseud. 1. 5. 1. Si de damnosis, aut de amatoribus Dictator fiat nunc Athenis atticis, Nemo antecedat filio, credo, meo. Il tutto ribadito e confermato da Seneca, il quale esclamava, sdegnosamente garrendo gli scialacquatori de' suoi tempi : Quid est coena sumptuosa flagitiosius, et equestrem censum consumente? A. Avanti avanti, signori! Compratelo, compratelo, ché a poco ve lo do. P. Síe, dammi del ciarlatano: vada per quando tu mi portavi alle stelle con lodi tanto smaccate che facevano afa anche a me. Ci sono avvezzo a queste celie: e non puoi credere che spasso è per me il patirle, e il leggere tante lettere scrittemi anni sono da coloro che adesso dicon di me ogni peggio del mondo. E come tiro avanti con loro, così tiro avanti con te; che per altro da loro sei ben diverso, dacché la tua stizza e la tua ruggine dura tanto solamente quanto duran le nostre botte risposte, e poi vóltati in là non è altro, e siamo più amici di prima. O senti frattanto un altro pochino della mia cantafavola filologica. É comunissimo fra 'l popolo questo proverbio Dare il pane e la sassata, per significare che altri fa ad altrui buon servigio, e nel tempo medesimo gli fa un mal garbo: il qual proverbio non è nel Vocabolario; con tutto che se ne trovi la origine nella Aulularia di Plauto, dove Euclione dice: Altera manu fert lapidem, panem ostentat altera. C. Dimmi un po' ora, mutando discorso, che significato pensi tu che abbia il verbo Aemmare? P. Aemmare? non lo so io: non l'ho mai trovato. C. O non l'hai letto il Centiloquio del Pucci? P. Sì. a pezzi e a bocconi: ma poi lo buttai via, perché mi seccava. C. Il verbo Aemmare dunque è lì: e siccome la Crusca novella ne reca esempio, e la sua dichiarazione non mi quadra, così volevo sentir te. P. Umh! guardiamo la Crusca novella, e riscontriamo nel Centiloquio. La Crusca eccola qui: quell'altro piglialo, ché ecco là le Delizie del P. Ildefonso. C. Ecco ogni cosa. O guarda la Crusca come dice: «AEMMARE. Esser d'avviso, Stimare. Voce usata dal Pucci, Centil. 61. 58. « Perocché a' Fiorentin diè poi gran danno; E questo è vero come qui s'aemma». Ora il Pucci vuol accertare il lettore che ciò che racconta è vero: c'è egli ma' dubbio che per premere di suo concetto il suco volesse dire: è vero come qui si stima o come qui siam d'avviso, essendo il verbo Stimare e il modo Esser d'avviso significativi di Avere la tale o tal opinione, la qual può esser anche falsa, e non punto atti per conseguenza a significare certezza? tanto più poi se si considera che il Pucci è semplice raccontatore, e non ha nell'allegata narrazione dichiarato esser la sua opinione piuttosto una che un'altra, ché allora solo ci starebbe bene il come qui si stima o siam d'avviso. P. Anche a me mi pare quel medesimo che a te; ma vediamo l'esempio in fonte. C. To', ecco libro e carta, leggi. P. Messer Guglielmo fu accomiatato, E fe' vista d'andarne per maremma, E con Castruccio si fue accozzato: E fu a lui come all'anello gemma, Perocché a' Fiorentin diè poi gran danno, E questo è vero come qui s'aemma. Castruccio fece cavalcare a 'nganno D' intorno a Prato, per quel ch'io ne creda, Per liberare Altopascio d'affanno. C. Che te ne pare? P. E' mi pare che non ci cada in verun modo lo Stimare, o L'esser d'avviso, per le ragioni che hai allegato tu: le quali sono confortate da ciò, che due versi sotto l'autore usa tal formula (Per quel ch'io mi creda), e la usa non ad accertare il raccontato da lui, ma a significare qual'è la sua particolare opinione rispetto al fine che aveva Castruccio cavalcando intorno a Prato. Chi mi domandasse per altro che cosa vuol dire quel Come qui s'aemma, io crederei d'accertare dicendo che importa Come qui si scrive: e chi mi domandasse la ragione di tal verbo, io risponderei, ma non certo di dare nel segno, che tal verbo può esser formato dalla lettera emme, che agevolmente si adatta a tal formazione, la qual lettera, per sineddoche considerata per tutto l'abbiccì, si sia esso verbo tirato a significare lo scrivere, come scrivere non è altro che segnare lettere di esso abbiccì. O potrebbe anche dirsi, che, essendo il poema del Pucci annali in poesía, e solendosi dire, invece del tal anno del secolo, il tal millesimo; e il millesimo essendo significato dalla lettera emme; potrebbe anch'essere dico, che il Come qui s'aemma fosse scritto dal Pucci per Come si registra qui in questo millesimo. Io dico così per trovar pure una ragione di questo verbaccio; ma anche queste bisogna tirarcele co' denti. Circa poi allo Stimare o Esser d'avviso della Crusca non accade parlarne, dacché né il contesto lo patisce, né ragione se ne trova alcuna. Molte sono le osservazioni che potrebbero farsi di questo genere, e le farei, se tanto non fossi assediato di faccende quant'io sono da un pezzo in qua. A. Oh! le gran faccende! Il Ministro degli Affari esteri dell'Impero francese non c'è per nulla. P. Ecco un'altra bestialità. Quel Ministro degli affari esteri non è ben detto in buon italiano. A. Intanto e' c'è anche nella Crusca novella con due esempj. P. Ed è appunto un gran fatto che nella Crusca novella ci abbia a esser tanto spesso degli attaccagnoli da reggere gli scerpelloni de' tuoi pari. E di chi sono i due esempj? son del Botta. In molti altri luoghi si veggon tirate fuori voci e modi non buoni, ed autenticati poi con esempj di scrittori non autorevoli in ogni cosa, ed in questa massimamente meno che mai; e fatti poi buoni, che è peggio, dagli stessi compilatori in quel tanto che nel Vocabolario ci pongon di suo. Esempio dannoso e pestilente quanto non si può dire, e che potrebbe, se altri argomenti non vi fossero, riuscire a perdizione della lingua. Così non adopraron mica gli Accademici della prima impressione, la quale (fatta ragione del poco che fin'allora s'era fatto da altri in opera di filologia italiana) è senza fallo la migliore; e te lo mostrerò col confronto un'altra volta che tu venga quassù. Vedi? tornando al proposito, questi affari esteri son riprovati, non che da altri, dal canonico Basi, che pura è Accademico, nella sua Arte oratoria: ma non bastano gli affari esteri; ché, nella dichiarazione di questo parlare non buono, si usa pure la voce Diplomazia pretta francese, che è ripresa dall'Ugolini e dal Puoti, il quale dice: «E comeché amendue sien voci nuove, pur non «Diplomazia, che è di forma tutta francese, ma «DIPLOMATICA vorremmo si usasse, italiana d'indole «e di forma, quantunque nel sentimento «proprio valga Scienza de' Diplomi C. Bada ve', se t'ho a parlar chiaro, mi pari di maniche troppo strette: e rammentati che chi troppo tira la corda si strappa. P. Piano, a' ma' passi, dicevano i nostri vecchi: intendimi sanamente. Io non dico che le due cose qui da me riprovate sien da scomunicar chi le usasse; ma volli dir solamente che non istà bene il vederle autenticate ed usate da chi della lingua dovrebbe esser geloso custode; perché ne' così fatti è peccato e scandalo ciò che in altri è a mala pena da riprendersi: come sarebbe scandalo e peccato grave ne' sacerdoti ciò che ne' secolari è lievissimo, perché i sacerdoti delle cose sacre sono custodi, e debbono essere altrui specchio di purità e di santità. E fosse almeno una sola, o fosser tre o quattro le mancanze di questo genere! e non fosse vero pur troppo che le lingue si vanno alterando, ed anche spegnendo per questa via! e che spenta la lingua è spenta pur la nazione! C. Sta: è picchiato. (Ringraziamo Dio, se no chi sa dov'andava a parare!) P. Chi è? Avanti. F. Signori, le scusino: i' son io. Sior padrone, e' c'è quissignore Cioè quel signore. I contadini e la gente del volgo cambia in simili casi l'e di quel in i; e per comodo di pronunzia non fa sentire la l, ma ci mette in suo scambio la consonante onde comincia la voce seguente. Cosi quiccane, quillibro, quibbastone e simili per quel cane, quel libro, quel bastone. dell'aittro giornaccio, con quella palandrana grigia, che ha bisogno in tutti i mo' di parlagghi. I' ghiel'ho ditto che la ci àa Aveva. gente di fora, e che la unn' arrebbe La unn' avrebbe. La non avrebbe. potucho abbadagghi: ma lui duro! e' stavea Stavea e Davea dicono comunemente alcuni contadini per S'ava e Dava. lì 'mpalato che parea un boto, e dicea: I' l'aspetteróe. I' mi pensáo che, statoci un pezzo, e' si 'olesse uggire e andassene: ma síe!..... Allora per la megghio e' m'è parso di vienilla a chiamare e addio, perché la se lo levi di torno lie' signoría da sene. P. Digli che ora vengo. F. Gnor sì. P, Scusate, amici, vi lascio un momento soli. C. Fa' fa' pure il tuo comodo: noi intanto andremo qua verso l'uccellare, dacché il tempo è un poco allargato. P. Sì, bravi; verrò a trovarvi là. Addio a or ora. DIALOGO XI. Questo Dialogo fu messo per Prefazione al volume di Rime burlesche di eccellenti autori, Firenze, Le Monnier, 1856. Don Sughero Pesamondi e il Raccoglitore. S. Ma che son tempi da ridere questi? ma che noi altri Italiani non s'ha mai a metter giudizio? non ci abbiamo a occupar di qualcosa meglio che queste Raccolte, e queste bambocciate di lingua e non lingua? Come si fa a venir fuori adesso con le Poesie burlesche? Sentite, caro Fanfani, avevo un concetto assai migliore del vostro giudizio. R. Non vada in collera, signor Sughero riveritissimo; e faccia un po' più piano, che non si levi tanta polvere. Che vuole? io so assai di tempi e non tempi: piuttosto che al pianto e al fare il sornione, la natura mi ha fatto inchinevole al ridere e allo stare allegro: sono stato sempre appassionatissimo per gli studj di lingua: son sempre andato matto de' nostri scrittori berneschi: mi è parso che, essendo pur tristi i tempi, non sia obbligo il rattristirgli anco di più, stando sempre a frignare; ma che sia invece una carità fiorita il cercare di disacerbargli con qualcosa di piacevole; e però ho messo insieme questo libretto. S. Belle ragioni! ma non potevate spender il vostro tempo un po' meglio? e chi leggera codeste baggianate, non potrebbe leggere invece qualche altra cosa che gli educhi la mente e il cuore, che gli ispiri alti sensi, che lo renda cittadino degno della patria sua? R. Eh! eh! signor Sughero, per carità non entriamo in questi venticinque soldi. Ma le par egli ch'io possa porre la mira tanto alta, e tanto possa correre il mio cavallo? è gala se abborraccio qualcosa attorno agli studj di lingua. Altre opere pregiate tocca agli ingegni grandi suoi pari il farle: da voi soli può aspettare gloria ed onore la patria: voi soli potete ajutarla col senno e con l' opera: noi, poveri pedantucoli linguajuoli, non possiamo far altro che battervi le mani; e ci contentiamo che le nostre bazzecole servano come di scuro al chiarissimo delle opere vostre; e ci contentiamo di essere come manovali che portino i sassi e la calcina a quegli splendidi edificj che voi avete architettato; se pure è vero, come parmi, che anche la lingua in una nazione c'è per qualcosa. S. O che seccatura! siamo al solito: e codesta musica l'avrò sentita mille volte. Ma che accade perdercisi tanto attorno la lingua? che importa che le parole sieno un po' più o un po' meno belle, quando sono ottime le cose, e quando di cose ci è tutto il bisogno, e di parole non ce n'è punto? R. Che vuol ch'i' le dica, ella avrà ragione da vendere; ma io e i miei pari ci lasciamo sopraffare da certi cotali, che il mondo chiama uomini sommi, a' quali saltò il grillo di dire che la lingua è vera gloria di una nazione, ed anzi è cosa tanto congiunta colla nazione, che ne' più grandi libri del mondo, la Bibbia e la Divina commedia, lingua e nazione suonano spesso quel medesimo: che lo studio di essa è nobilissimo e santissimo: che la lingua è come uno specchio nel quale cadono i concetti di tutti i pensanti di una nazione, e dal quale si riflettono i pensieri di tutti nella mente di ciascuno: che essa è mezzo da insegnare le ottime discipline, e da esprimere acconciamente i pensieri dell'animo, e però tanto più l'oratore e lo scrittore otterrà il suo fine, quanto più saprà pigliar l'animo di chi lo ascolta o lo legge con la eleganza e con le grazie della elocuzione: che il giudizio e l'intelletto sono ajutati in gran maniera dal retto uso dei vocaboli più proprj, e che intelletto e linguaggio vivono quasi una vita comune: che la lingua in fine è ciò che ne disferenzia dai bruti, ed è la cagione per cui siamo umani e civili; e degna per questo che ciascuno l'ami, la coltivi, la difenda. Síe síe, le solite intemerate; lo so che Platone, Cicerone, Dante e alcuni altri grandi uomini han detto queste e simili cose. R. Ecco, appunto codesti: e non alcuni, ma molti altri lor pari. S. O se vi dico lo so; ma anch'essi avevano in questo la lor parte di pedante. R. Eh! sarà: lo dice lei..... S. E poi a' loro tempi non c'erano le nobili e generose idee che son venute su a' nostri giorni: non aveano le loro patrie i bisogni che ha ora la nostra: ora, vi ripeto, ci vogliono cose e non parole. R. Lo dice lei..... Ma, e pure anche uomini sommi del tempo nostro, e che ben conoscono le condizioni nostre, ed amano la gloria della nostra patria, anch'essi, guardi, ripetono quelle medesime dottrine, e col precetto e con l'esempio ajutano efficacissimamente gli studj di lingua, e lodano i coltivatori di essi. S. E anche loro sono in questo pedanti: ci vuol poco! — Ma già, siamo usciti dal proposito: io dicevo delle poesie burlesche, e voi mi siete entrato in lingua. R. Abbia pazienza, signor Sughero, ma è stato lei il primo a entrarci: e poi la quistione all'ultimo è tutt'una, perché le poesie burlesche le ho date fuori principalmente per gli studiosi della lingua. S. Oh! mancava roba da dar fuori per esempio di lingua, senza ricorrere a quelle buacciolate, e in questi tempi. R. Ecco, le dirò: a me, così idiota, mi parve che, per imparare un poco di lingua andante e nervosa, ed efficace ad un tempo, giovino più simili letture che qual altra si voglia, perché qui più che altrove si vedono que' modi familiari così vispi e calzanti, e quel fare semplice ed alla mano, che manca generalmente negli scritti dei nostri barbassori, e che è il vero cinto di Venere in opera di scrivere. S. Síe, o se lo dico; si vuol ciance canore: si vuol la veste bella, senza badare alla sposa. R. Eh no, signor Sughero: si vuol bella la sposa: ma le si vuol mettere una veste dicevole alla sua bellezza: perché anche un bel corpo mal vestito e sucidamente, perde ogni pregio: dove per contrario anche un corpo non al tutto bello, ma acconciamente e semplicemente vestito e adorno, piglia dell'attrattivo, e non solo piace, ma si fa anche amare. La lo sa: vesti un ciocco, pare un fiocco. S. E io vi dico invece che l'abito non fa il monaco. R. Codesto proverbio va inteso per il suo verso, e non letteralmente; perché l'abito, mio buon signor Sughero, non solo fa il monaco, ma fa il prete, fa il vescovo, fa il capitano, fa il re, fa ogni cosa; e questo non ha bisogno di prova. Ma torniamo a Cam, come disse quel predicatore. Non solo ho creduto utili queste poesie per lo studio della lingua, ma ho creduto ancora che quelle argute invenzioni, quelli accorti partiti, quelle ingegnose maniere di significare in modo singolare i concetti più comuni, dovessero giovar molto a far prendere la facilità di verseggiare, a lisciare le menti un po' ruvide, a svegliare gl'ingegni un po' sonnolenti. S. E a fare il buffone. Noi abbiamo bisogno di Tirtei, e non di Burchielli, né di Berni. R. Oh! per l'amor di Dio, signor Sughero, che vuol far dei Tirtei dove mancano i Greci? Io come io, dico che abbiamo piuttosto bisogno di Persj o di Lucilj: e questo genere di poesía può essere il casissimo a formare un buon satirico, dovendo appunto il satirico usare lingua popolare e pedestre. S. Ma che ci ha che fare la satira ora? R. E' ci ha che fare, se non m'inganno; perché la satira, onesta e urbana, ma severa, e' mi par che abbia un fine nobilissimo e santo: e mi pare che un buon satirico sia da riverirsi e da ammirarsi da tutta una nazione, come quegli che ha il mandato di ritrar gli uomini dal vizio ed eccitargli virtù; ed è il vero poeta della civiltà. Veda: a' nostri giorni è vissuto, e tutti e due noi ci abbiamo avuto amicizia, il povero Giusti: egli si studiò con le sue poesíe di combattere tutti i vizj e tutti gli abusi della nostra patria; e, salvo alcune cose che non vengono da tutti approvate, le sono eccellenti così per la forma, come per la materia, ed egli è salutato per il vero poeta civile: e come è l'idolo poetico di lei, così è di tutti coloro che hanno vero sentimento del buono e del bello. Eppure, la lo sa, il Giusti aveva sempre in mano i nostri poeti berneschi, e non si vergognava di chiamargli suoi maestri: e se lei, signor Sughero, volesse tanto chinarsi che buttasse gli occhi su questo volume, parecchie volte si troverebbe ad esclamare in leggendo: Guarda! qui pescò il Giusti. S. Mi fate ridere: datemi una testa come quella del Giusti.... Già l'ho presa anche con lui, perché è stato cagione che si leggano le pazze balordaggini de' suoi imitatori. R. Questi sciocchi non meritano neppure di esser nominati; e sono debito lor premio le risate di scherno e di compassione che i savj fanno alle stolte lor cantafavole. S. Come dire che non c'è ancora chi le loda.... R. Va bene; ma la lode tanto ha valore quanta ha autorità e senno chi la dà. Essi fanno, tra loro poetastri e scribacchianti, quell'inverecondo palleggio di lodi, onde parla il Giusti medesimo; ma quel palleggio accresce il riso e la compassione di chi ha un po' di senso comune. S. Sta tutto bene, ma non mi persuadete. R. Che vuol ch'i' le dica? All'ultimo non tutti saranno del suo pensare: non tutti saranno uomini gravi come lei, signor Sughero: tra tanti ci sarà pur qualcheduno che ami lo studio della lingua: qualcuno che ami di ridere e di spassarsi un poco: qualcuno che non tenga le poesíe burlesche per una buffonata affatto, e creda anzi che a qualche cosa possa giovare il leggerle: e fra tutti questi qualcuni, si metteranno insieme tanti compratori del libro, che Le Monnier non avrà buttato via il suo a stamparlo. Il mondo è bello perché varia, e varj sono gli umor, varj i cervelli, a chi piace la torta a chi i tortelli. S. È vero; ma io, per me, non lo leggo. Addio Fanfani, Dio vi dia buon giudizio. R. A rivederla, signor Sughero: e a lei gli mantenga quello ch'ell'ha.