Luigi Sturzo
Il mezzogiorno e la politica italiana
OPERA OMNIA
DI
LUIGI STURZO
SECONDA SERIE
SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
VOLUME III
PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
LUIGI STURZO
IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
DALL'IDEA AL FATTO (1919)
RIFORMA STATALE
E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
ROMA 2003
EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
IL MEZZOGIORNO E LA POLITICA ITALIANA
I.
Nel programma del partito popolare italiano, fu messa sul
piano politico, come affermazione fondamentale (per la prima
volta in Italia) «la risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno».
Così è detto al capo V; e nel primo congresso nazionale
tenuto a Bologna nel giugno del 1919 fu riaffermato che il
problema del mezzogiorno è di carattere «nazionale». Questa
impostazione data da noi a nome di un partito — e non più
come opinione personale, alla ripresa dell'attività politica del
dopo guerra, — passò ad altri partiti, che in varie forme fecero
anch'essi simili affermazioni, benché non le avessero inserite
nel loro programma; da ultimo anche il fascismo, che sembrava
escludere affermazioni credute particolariste come questa, ha
sentito che al problema del mezzogiorno deve darsi portata
nazionale.
Però, mentre tale impostazione risponde ad una realtà profonda
— che da noi meridionali è certo più sentita e meglio
intuita — non ha avuto fin oggi che una semplice espressione
esteriore e teorica, e ciò per la mancanza di una impostazione
politica di tale problema, sì da poter creare un orientamento
sintetico e convergente di tutti quegli aspetti, tecnici, finanziari,
economici e morali, che con una frase significativa e sintetica
vengono detti «questione meridionale».
Premetto che per mezzogiorno intendiamo non solo quello
continentale dall'Abruzzo alla Calabria, ma anche le isole di
Sicilia e Sardegna. È naturale che così vasta regione, anzi agglomerato
di regioni, abbia molti problemi da agitare e da risolvere.
Ma la convergenza di tante condizioni quasi omogenee, la connessione
di interessi e di economie, la simultaneità e univocità
di cause e similarità di effetti — pur nel vario e diverso sviluppo
politico, che li assomma e li proietta nella visuale nazionale,
— fanno dei tanti problemi un problema solo, formidabile e premente
sulla coscienza pubblica.
Quando noi diciamo che la questione del mezzogiorno è un
problema «nazionale», intendiamo ciò sotto un duplice aspetto:
in quanto gli effetti dei problemi che la compongono si ripercuotono
in tutta la nazione, e in quanto è dovere nazionale
risolverlo nella sua intera portata. Ora non sarà ciò possibile,
se noi che siamo figli del mezzogiorno e che nella politica nazionale
diamo molto della nostra attività e dei nostri sentimenti,
non ci formiamo una coscienza pubblica della «questione» nella
sua portata sintetica e nella sua ragione politica, perché possa
irradiarsi e diventare forza motrice di altre energie, locali
e statali, economiche e morali di tutta la nazione.
Il partito popolare italiano si è prefisso questo cómpito fin
dal suo inizio, e ne volle prendere impegno segnandolo nelle
sue tavole programmatiche; e la sua azione e quella dei propri
uomini al governo non è stata priva di utili effetti, e le varie
affermazioni alla camera non furono sterili e vane. Ed oggi,
prendendo occasione dal quarto anniversario della costituzione
del partito, in questa metropoli del mezzogiorno — che ne
ha tutti i fascini e che ne incentra tante energie — intendo
riaffermare il programma del risorgimento meridionale, quale è
nella sua natura complessa e nella sua ragione nazionale, parlando
sul tema «Il mezzogiorno e la politica italiana». Alla presenza
di tante rappresentanze, venute dalle regioni più lontane,
e di questa calda folla di vario sentire politico ma di un sol
palpito per le nostre terre, a nome del partito popolare italiano,
intendo ripetere, in questo giorno, per noi fausto e pieno di
speranze, quanto nell'aprile del 1920 il nostro secondo congresso
qui a Napoli volle dimostrare di solidarietà e di comprensione
dei nostri mali, ma con un piano reso dall'esperienza più maturo
e più sicuro nelle linee ricostruttive, e con una volontà
ferma e decisa di lavorare e cooperare alla soluzione per l'interesse
e il bene della patria nostra. Questa patria, che non è
solamente geografica né solamente politica, dalle Alpi al Lilibeo
è tutta una unità inscindibile, ed è tutta in un travaglio morale,
politico ed economico, per risolvere la sua crisi (della quale
parte notevolissima è il mezzogiorno) e riprendere il suo cammino
di civiltà e di progresso.
***
Stando e vivendo fuori dell'ambiente meridionale, — nel
contatto con studiosi, uomini politici, economisti, finanzieri,
persone dedite agli affari, giornalisti di qualche cultura e burocrati
di discreta levatura — si ha l'impressione che il maggior
numero di costoro consideri il problema meridionale anzitutto
come un effetto dell'indole, dei costumi, dell'indirizzo culturale,
della mancanza di iniziativa e di coraggio da parte degli
abitanti di queste belle e disgraziate regioni; in secondo luogo
come una questione di lavori pubblici, specialmente locali, ai
quali lo stato già provvede con una certa specialità di metodi
e con concorsi finanziari più larghi che per altre regioni, intervenendo
anche di là da una equa misura per quelle condizioni speciali
che veramente esistono, ma che spesso gli uomini politici del
mezzogiorno esagerano, per abitudine retorica e a scopo di facili
clientele elettorali. Così la figura del meridionale è caratterizzata,
nella opinione di molti, come quello che non fa, né sa
fare quanto dovrebbe, per superare le difficoltà del proprio ambiente,
e mendica dallo stato aiuti e favori, non sempre proporzionati
o completamente utili, né sinceramente disinteressati.
Sì, è vero, vi sono problemi speciali, come quello degli agrumi
e degli zolfi in Sicilia, quelli del terremoto a Messina, in
Calabria, nella Marsica, la malaria, le arvicole, le frane in molte
regioni, i porti di Bari, Palermo e Napoli, le bonifiche a Caserta,
Salerno, Cosenza e Cagliari; ma in quali regioni non vi sono
problemi locali di varia natura e di urgente soluzione?
Ogni provincia italiana, si può dire, ha il suo bene e il suo
male; forse per questo si è mai parlato in Italia, come di questione
permanente e immanente di politica generale, di una questione
piemontese o ligure o lombarda o toscana o romagnola?
I più benevoli, quelli che han viaggiato (son pochi gli italiani
che viaggiano a scopo di studio e di politica oggettiva) hanno,
sì, una impressione generica di vari problemi, come quelli della
viabilità, dei trasporti, del latifondo, della pubblica sicurezza
nelle campagne, e così via; ma per lo più deformati da preconcetti
di una letteratura romantica che ci diffama, oppure da incomprensione
degli stati d'animo della nostra popolazione; sentiti
attraverso la coloritura sentimentale della nostra conversazione
imaginosa e superficiale, che spesso fa deviare anche gli
studiosi nelle loro inchieste ed analisi dei nostri mali.
Del resto è facile, in una conoscenza affrettata, misurare le
nuove cose apprese col metro delle cose già conosciute in altri
ambienti, e non comprenderle nella loro ragion d'essere e nel
loro profondo significato, onde viene eliso qualsiasi sforzo pratico
da una dualità di modi di valutare e di apprezzare le stesse
cose, che determinano due posizioni veramente diverse fra il mezzogiorno
e il resto dell'Italia. Pochi sono quelli che fuori della
nostra terra conoscono il nostro problema, e non tutti sono in
grado di far valere la loro esperienza. D'altra parte, bisogna
convenire che la falsa impostazione politica della questione è
dovuta a noi; siamo abituati oramai a domandare al governo,
più che allo stato, ogni aiuto, ogni intervento diretto o indiretto,
buono o cattivo, efficace o inutile, possibile o impossibile; e ciò
senza che vi corrisponda, da parte nostra, una forma di attività,
di preparazione risolutiva, di cooperazione efficace, di impostazione
realistica e di solidarietà politica delle nostre forze. Onde
è purtroppo doloroso dover constatare che da trent'anni che si
parla apertamente di questione meridionale (prima se ne parlava
sottovoce), non si è riusciti a rimuovere una sola delle cause
fondamentali della nostra inferiorità; solo si è ottenuto (bontà
degli eventi) quel tanto di azione statale quanto se ne sarebbe
ottenuta senza parlare di questione meridionale, ma solo sostenendo
(come si fa in ogni regione) quei particolari interessi o
quelle necessarie provvidenze che rispondono a determinati problemi
concreti. Chi mai si sarebbe opposto alla costruzione delle
Calabro-Lucane, se venivano proposte con la stessa semplicità
con cui si parlò della Cuneo-Ventimiglia o della Ovada-Genova?
E quando si pensò alle bonifiche emiliane, forse si diede loro la
stessa impostazione che all'eterno acquedotto pugliese? Del porto
di Savona si fece meno rumore e più fatti che non di quello di
Bari; e il porto di Palermo, già in costruzione, è insidiato assai
più che non sia quello industriale di Venezia.
Nessuno potrà affermare che, senza agitare la questione meridionale
— come una paurosa e complessa tragedia di un popolo,
— non si sarebbero ottenuti allo stesso modo quei provvedimenti
e molti altri, nella più o meno equa e razionale distribuzione
dei lavori pubblici. E mentre la letteratura sulla questione
meridionale è larga e vasta (come raccolta di dati e studio
di elementi), la impostazione politica del problema è stata
tentata solo sporadicamente e senza efficacia da vari uomini
nostri di qua e di là dal faro. Ma sono state voci isolate, inascoltate,
alle quali ha fatto seguito la facile lamentela e la inefficace
protesta, quasi mai un'azione concorde e forte; e tutti i provvedimenti
adottati dallo stato hanno avuto una particolare importanza
per curare qualche fenomeno del male, ma non affrontavano
in pieno le causali del male.
Per arrivare a un risultato sicuro, occorre anzitutto rifare
il nostro orientamento, superare la formula dualistica che pone
in antitesi mezzogiorno e governo, anzi mezzogiorno e stato,
come due entità diverse e in contrasto, come se noi meridionali
non fossimo elementi e forze costitutive dello stesso governo e
dello stato italiano. Anzi occorre fare un passo ancora più decisivo.
Occorre superare il nostro stato psicologico che ci mette
in condizioni di inferiorità, perché nell'accentuare questo contrasto
e nel riportarlo alle condizioni diverse con le altre regioni
d'Italia (specialmente del nord), sembra che si attenda un ausilio
esterno, lontano, invocato, invece di creare noi un programma
politico della questione meridionale, tale da divenire nostra
convinzione, nostra formula, nostra forza (al disopra dei partiti
politici che ci dividono) e farlo divenire, con la efficacia delle
minoranze convinte, pensiero generale degli italiani.
È possibile ciò? Ci saranno questi uomini, questi partiti,
questo «club» intellettuale che creerà nel mezzogiorno la sua
nuova coscienza e la sua nuova forza?
II.
Chi guarda la storia del mezzogiorno nel periodo del risorgimento
italiano e la funzione intellettuale e politica avuta nel
movimento di un secolo di travaglio spirituale e politico, non
si rende conto come sia potuto avvenire che — appena unificato
il nostro paese e superato lo sforzo nazionale nel compimento
dell'unità — gli uomini politici del mezzogiorno e della
Sicilia non seppero né intuire le cause iniziali e profonde della
crisi dell'ex-regno, né prevenirne gli effetti, né approntarne i
rimedi. Ed io li voglio scagionare subito, quei valentuomini che
diedero alla causa nazionale l'appassionato entusiasmo e il più
elevato sacrificio di ogni interesse, di che è capace il cuore di
un meridionale. Le cause erano immanenti e più forti della
stessa volontà umana; ma bisogna anche convenire che molti di
essi non conobbero i problemi economici generali e non ne intuirono
le interferenze di interessi internazionali; e ciò per vari
fattori, quali l'educazione intellettualistica e teorica, la tradizione
professionista urbana o terriero-feudale dei signori di provincia,
le sole classi che, nel difficile e stentato contatto di
popolazioni isolate, vissero la vita politica del tempo. Inoltre,
nel mezzogiorno non vi erano ebrei che, come classe bancaria
trafficante internazionale, avessero intessuto la trama dei
nuovi commerci e delle industrie incipienti, con quella abilità
che viene dall'assenza di passione politica e morale, e che
forma il distintivo della razza, la quale si insinua in tutti i
meandri del bene e del male traendo vantaggiosi profitti. La
preparazione intellettuale dei meridionali era prevalentemente
giuridica e l'indirizzo di cultura era teorico; i tentativi di studi
pratici, economici, amministrativi, tecnici, si svolgevano con
semplice ritmo locale, e non potevano influenzare il resto dell'Italia,
che già viveva una sua vita, più accelerata, specialmente
nel campo pratico e tecnico, orientandosi quasi tutta
verso la Lombardia ed il Piemonte.
Due Italie venivano unite insieme, una del nord e l'altra
del sud, per sforzo spirituale e politico delle classi intellettuali,
per reazione contro il governo assoluto — che da noi era divenuto
un malgoverno, appoggiato alla polizia e sostenuto da plebi
misere, fiduciose e turbolente insieme — e per quell'istinto
collettivo verso l'unificazione considerata mezzo di salvezza nella
trasformazione della grande economia, che determinò le aspirazioni
democratiche del secolo XIX, creò i moti nazionali dei
popoli, e dalle Americhe, liberate dalla soggezione coloniale
europea, passò nel vecchio nostro continente e vinse la grande
battaglia nella quale la nuova borghesia fu la trionfatrice.
Il mezzogiorno non aveva una vera borghesia, ceto intermedio,
autonomo, trafficante, audace; la pressione feudale era stata
assai forte, anche dopo l'abolizione delle feudalità. I comuni liberi,
che avevano formato nell'agro attorno all'abitato i medi
proprietari, erano troppo pochi per costituire una classe nuova
intraprendente, verso cui polarizzare altre forze, specialmente
quella del lavoro. I centri urbani erano il campo dei professionisti,
e questi fecero la politica; i centri rurali, per lo più agglomerati,
vissero del loro campanile e della loro terra. Il linguaggio
delle due Italie non si fuse nell'anima delle diverse popolazioni.
I «piemontesi» (così erano chiamati tutti i burocrati mandati a
«colonizzare» il mezzogiorno) ebbero l'aria di conquistatori a
buon mercato; non conobbero, compatirono e oppressero. L'elemento
nostrano s'irrigidì; un solo merito ebbe: superò il particolarismo
regionale per sacrificarne anche i buoni effetti all'idea
nazionale unitaria, e il concetto di patria prevalse sopra
tutte le ragioni e i risentimenti locali; anzi, per timore che si
potesse dubitare di questo lealismo politico, non si tentò mai
di far prevalere interessi speciali del mezzogiorno, come se potessero
essere guardati come antitetici agli interessi nazionali.
Nobile il sentimento che univa la nostra gente alla patria una;
ma errore pratico quel timore che non ebbero altre regioni più
sicure e più forti, dove non si prospettò mai il particolarismo
come un pericolo o come un torto verso la nazione. Il nuovo
regime aderì più facilmente al nord che al sud, non per maggiore
o minore sentimento patrio, ma per la maggiore convergenza
di interessi, la più facile solidarietà morale, il più rapido
ritmo di vita, che si orientava in gran parte verso il settentrione.
Il resto dell'Italia centrale gravitava verso Roma; le crisi spirituali
ed economiche di Roma preparavano la Roma burocratica,
la Roma dei buzzurri, la Roma dell'edilizia nuova e dei
traffici politici, e, per un pezzo, fecero vivere due Rome, centro
di speranze e di trepidazioni per tutti gli italiani. Ma mentre
l'alta Italia moralmente si unificava, attirando a sé le forze del
centro — per cui Milano fu detta la capitale morale — e mentre
Roma si sforzava di superare la sua crisi interna, il sud
rimaneva fuori dal nuovo ritmo, come una zona in stasi morale,
in crisi economica, in turbamento politico. Era stata soffocata
la resistenza calabrese con i suoi briganti, le rivolte di Palermo
erano state domate; l'introduzione delle leggi del regno sardo
doveva essere per i nostri padri la vera unificazione spirituale
(errore che oggi col medesimo spirito si rinnova per le Venezie
Giulia e Tridentina); e quando, dopo sedici anni di dubbi, di
amarezze e di speranze, arrivò la sinistra al potere, agevolata
del retoricismo meridionale, essi credettero che quello fosse il
momento della nuova trasformazione politica del mezzogiorno
per arrivare al livello delle altre regioni.
Il colera rivelò all'Italia meravigliata la parte coperta e
oscura di Napoli bella, come la crisi zolfifera rivelò il «caruso»
siciliano; i terremoti fecero conoscere le Calabrie prima che
Reggio, Messina e la Marsica fossero distrutte; l'emigrazione
come esodo di popolo abbattuto economicamente, impressionò
ed allarmò governo e nazione; i fasci siciliani del ʼ93 e le inchieste
— celebri per i nomi di Jacini, Sonnino, Franchetti, di
San Giuliano — mostrarono il grado di inferiorità economica
e sociale della grande agricoltura e del latifondo; Zanardelli
corse alla scoperta della Basilicata; così, dal ʼ76 al ʼ902, eventi
tragici e volontà di uomini politici fecero spuntare le legislazioni
del mezzogiorno; ma non venne per questo la unificazione
spirituale; anzi fu accentuata la distanza dualistica fra mezzogiorno
e governo, fra sud e nord.
L'avvento della sinistra con la partecipazione del mezzogiorno
aveva aggravato la concezione parlamentarista e la sua gravitazione
sulle masse elettorali, non ancora emancipate dalla influenza
personalistica e di campanile. La necessità del gioco
parlamentare, divenuto quindi vero metodo di governo, detto
«trasformismo», fece largamente sfruttare i difetti di sentimentalismo,
le condizioni di povertà economica, la impreparazione
tecnica e politica del nostro mezzogiorno.
Giorni fa, nel discorso tenuto a Torino, analizzando la crisi
del parlamento, ho rilevato come una delle cause fondamentali
di essa sia stata il dualismo delle diverse condizioni economiche
e politiche dell'Italia. Benché il problema venisse, in quel discorso,
considerato da un altro angolo visuale, pure non saprei
meglio farlo con altre parole, e gli uditori mi perdoneranno
se qui cito me stesso.
Dopo avere accennato in quel discorso al decadimento della
camera, argomento oggi all'ordine del giorno; dopo aver ricordato
che di tale decadimento parlavano uomini politici e uomini
di studio da molti anni, e che lo stato di disagio e di urto
fra parlamento e coscienza nazionale ha più di quarant'anni,
aggiungevo testualmente:
«Il periodo è caratterizzato dalla democrazia, che ha tentato
di domare prima, di assorbire poi, infine di scompaginare la corrente
proletaria; essa, vero strumento borghese, servì assai bene
alla incipiente industria italiana, anche e specialmente a quella
parassita, a carico e a spese dell'agricoltura e delle classi medie;
e nel suo gioco politico pose sul medesimo piano le due forze
del capitale industriale e del lavoro industriale, avvantaggiando
il primo con la protezione e l'altro con i salari, ambedue assalendo
per diverse vie lo stato in un'azione di pompaggio del denaro
della campagna e dei risparmi non bene affidati, né allo stato
come contributo d'imposte, né alle banche come mezzo di deposito
e di impiego. Era il momento della trasformazione e dello
sviluppo della nostra economia giovane e incerta, e le crisi ne
soffocavano l'inizio; la classe più intelligente e fattiva prese
naturalmente il dominio e la direttiva della vita pubblica, e
fu la industriale che governò per interposta persona.
«I commercianti degli zolfi, dei nitrati, dello zucchero, ricorsero
al medesimo sistema e ne ebbero favori; ma la vera
agricoltura fu assente dallo stato democratico e parlamentare;
diede occasione alla larga letteratura sui patti agrari, specialmente
del mezzogiorno, dalla inchiesta Jacini in poi; vide in
molte plaghe depauperarsi la campagna a causa dell'emigrazione
contadina; e cominciò a sentire la politica come espressione di
vita provinciale, ove il feudo elettorale del collegio uninominale,
i buoni rapporti con la prefettura e i carabinieri, la preminenza
amministrativa all'ombra del proprio campanile, rappresentavano
la somma della sapienza politica di equilibrio fra l'agente
delle imposte e lo sfruttamento del lavoratore, che diedero i
tristi bagliori dei fasci del ʼ93 e delle agitazioni del ʼ98.
«Questa posizione politica e questa struttura economica di
due Italie, senza nesso interno, insieme alla improvvisazione
retorica degli estremismi radicali, fecero degenerare l'istituto parlamentare,
creando il parlamentarismo.
«Una salda catena legava alla stessa sorte il parlamentarismo
democratico, la burocrazia amministrativa e il sistema
elettorale del feudo politico. La degenerazione del costume elettorale
era causa delle maggioranze personalistiche; queste dovevano
vivere dei favori del governo, il quale aumentava le sue
competenze nel campo amministrativo ed economico per potere
avere la maggiore ingerenza nella vita del paese».
Orbene, in questo pervertimento della vita politica parlamentare,
proprio il mezzogiorno e la questione meridionale figurano
come «alibi» per una politica economica a favore delle
industrie dell'alta e media Italia, e servono come base parlamentaristica
ai governi trasformistici di Depretis e di Giolitti,
i quali seppero penetrare ancora di più, e meglio dei precedenti
governi, nelle divisioni locali delle nostre regioni, dominare con
i favori e con le minacce. L'elemento estremo del mezzogiorno,
da Imbriani a Bovio, faceva della politica retorico-idealista; lo
stesso Colaianni, che diede valido contributo allo studio dei problemi
meridionali, non seppe superare i forti pregiudizi delle
sue origini anticlericali e repubblicane; e l'anticlericalismo meridionale
servì assai bene al gioco politico. Di tradizione tanucciana,
giurisdizionalista e statale, l'anticlericalismo prese facilmente
le classi intellettuali e gli spiriti estremi, che in gran
parte erano lontani dal pensiero e dalla pratica cristiana. Esso
fu legato, nella cultura e nella concezione statale, allo spirito
unitario e nazionale; cosa che coprì la merce avariata delle
competizioni campanilistiche, dalla tolleranza della mafia e della
camorra, alle clientele locali prepotenti e malversatrici; che il
governo centrale, con sapienza antica di dominazioni spagnolesche,
seppe tollerare e favorire, e, a volte, anche, perché no?,
minacciare, per il disinteressato scopo di avere le maggioranze
sicure alla camera dei deputati, anche in provvedimenti che,
senza dirlo, ferivano interessi vitali del mezzogiorno. E moltissimi
votarono quelle leggi in buona fede; non ne penetrarono
lo spirito, non ne previdero gli effetti, non ne conobbero la
struttura, non ne valutarono la portata economica e la ragione
politica.
Il dominio era ed è purtroppo in mano all'alta banca, e
questa non è mai esistita nel mezzogiorno; il Banco di Napoli
e il Banco di Sicilia sono enti pubblici, che hanno un cómpito
ben circoscritto e giustamente al di fuori dei giochi di speculazioni
e di impieghi aleatori, ed hanno, non certo a loro vantaggio,
la funzione di istituti di emissione, che ne limita ancora
di più la vitalità e lo sviluppo e ne burocratizza la organizzazione.
Comunque, l'azione di tali istituti è ben localizzata e
poco influisce sul resto della economia nazionale e dell'orientamento
statale. L'alta banca e l'alta finanza erano altrove, nella
loro sede più naturale: influivano sulla vita politica — in quanto
è espressione e spesso conseguenza del fenomeno economico —
e ne determinavano lo sviluppo, in quanto la politica può, a
sua volta, creare e sviluppare il fenomeno economico.
A questo punto sarà bene osservare che noi meridionali
non possiamo negare la nostra ammirazione e anche la nostra
approvazione al superbo tentativo dell'alta e media Italia per
la propria trasformazione fatta dopo l'unificazione; anzi dobbiamo
riconoscere che è stato questo uno dei più importanti
fattori del superamento della crisi economica, che si abbattè
sull'Italia, proprio dopo raggiunta la sua unità e dopo compiuto
il periodo di assestamento giuridico-politico del nuovo regno.
Dico ciò anche perché nessuno mi fraintenda nell'analisi che
vado tentando, come se io, che sono unitario italianamente e
anche unitario nella espressione del mio partito politico, voglia
insistere sul dissidio fra nord e sud, concezione oramai sorpassata.
Dicevo, adunque, che la pressione della finanza bancaria
ed industriale sul governo e sull'indirizzo statale, non poteva
riferirsi a problemi meridionali, se non per coordinazione diretta
o indiretta, e quindi la valutazione politica di tali problemi
veniva a mancare nel peso della bilancia degli affari.
Le stesse industrie, a tipo domestico e artigiano, — che
prima del 1860 avevano nel mezzogiorno promettente sviluppo,
non inferiore a quello del nord, quale la seta, la lana e il cotone
— non potevano attirare l'attenzione dei finanzieri, perché
vennero meno col cadere delle linee doganali interne e non
poterono tentare la loro trasformazione industriale, perché lontane
dal mercato generale. La stessa marina mercantile napoletana
e siciliana — che primeggiava in confronto alle altre —
con l'unificazione perdette la sua posizione; la Sicilia rimase
ancora per parecchio tempo nel tentativo di trasformazione e
certo ne ebbe vantaggio, finché anche questa industria non si
coordinò con quella ligure.
Il mezzogiorno fu perciò considerato esclusivamente agricolo;
di un'agricoltura arretrata, di poco rendimento, meno le
zone vesuviane o etnee o della conca d'oro, le litoranee adriatiche
e tirrene. Agricoltura del latifondo abbandonato dal proprietario,
agricoltura di rapina del gabellotto o del subaffittuario,
agricoltura afflitta dal brigantaggio di campagna, dalla mafia,
dall'abigeato, dalla malaria e dal disboscamento. Chi avrebbe
affidato i capitali a un tale mezzogiorno senza istruzione e
senza volontà, i cui mezzi finanziari non potevano rispondere
al ritmo rigoglioso e orgoglioso della economia moderna? Intervenga
lo stato e faccia quel che può; faccia strade, faccia scuole,
faccia acquedotti, porti un po' di civiltà; e poi il mondo finanziario
accorrerà in aiuto del mezzogiorno.
Questo è stato il grande errore di impostazione della «questione
meridionale» e il processo storico e legislativo fino allo
scoppio della guerra. Ma la guerra rivelò un mezzogiorno ancora
povero e ingenuo nei suoi figli, così robusto però moralmente,
così sano spiritualmente, così pieno di energia e di resistenza
fisica — pur sulle creste fredde di montagne nevose, alle
quali non era abituato — così devoto al sacrificio per la patria,
da far pensare anche agli estranei che il mezzogiorno non può
essere guardato come una colonia economica, o come campo
di sfruttamento politico, o come regione povera e frusta, alla
quale lo stato fa la concessione di una particolare benevolenza.
No, il mezzogiorno è vivo come un'entità integrante la vita stessa
nazionale, come una forza reale da sviluppare nella sintesi delle
forze italiane; il suo travaglio economico e morale è il travaglio
della intera nazione.
III.
Poiché il fenomeno che abbiamo descritto è stato fin ieri
costante; e poiché l'istinto economico, se vi fossero stati mutamenti
sostanziali nelle correnti generali in rapporto al nostro
problema, li avrebbe rivelati subito; è necessario renderci
esatto conto delle ragioni sostanziali che, direi quasi, giustificano
il fatto economico che si è svolto dal ʼ60 al ʼ915, senza per
questo giustificare il fatto politico, al quale tutt'al più si daranno,
come dicono i giudici, delle attenuanti.
La lotta insinuata fra nord e sud non è, né può essere guardata
come una lotta di egemonia politica ed economica; anche
perché il sud non può dirsi che abbia lottato; ha mormorato,
ha protestato, ha scritto libri ed opuscoli, ha fatto discorsi;
manca in tutto ciò la sostanza e il terreno della lotta. C'è stato
invece un naturale assorbimento di forze; dico «naturale», perché
non saprei altrimenti definire questa azione di flusso economico
verso il nord. Infatti, tutto lo sviluppo della economia
europea, dall'epoca napoleonica in poi — sotto l'influenza della
trasformazione della industria piccola e domestica in grande industria
manifatturiera, dopo l'apertura di grandi traffici e la
invenzione di mezzi rapidi e potenti di comunicazione — prima
nella concezione liberista di marca inglese, e poi nel regime protezionista
— superato il periodo di assestamento europeo con
l'unificazione italiana e la costituzione dell'impero germanico,
nella pace che seguì la guerra del ʼ70, lo sviluppo economico
industriale e l'attività commerciale erano di fatto centro-europei.
L'Italia, con il suo porto di Genova e l'hinterland lombardo,
con le nuove comunicazioni rapide con la Francia, la Svizzera e
la Germania; l'Austria-Ungheria con Trieste e Fiume e il vasto
hinterland commerciale dell'ex-impero, formavano i campi di
attrazione e trasformazione industriale e commerciale, verso cui
doveva gravitare gran parte della economia del nostro paese. Era
quindi naturale che in alta Italia si intensificassero i trasporti,
che la rete ferroviaria fosse più densa, che le industrie fiorissero
e che la popolazione, già favorita dalle migliori condizioni
del suolo e dell'abitato, in un ritmo più accelerato del giro
del danaro, potesse con minori difficoltà (che del resto non furono
poche) superare la crisi del nuovo regno — nell'abbattimento
di vecchie barriere e nella trasformazione dell'antico artigianato
— conquistare una competenza tecnica, vincere nella
lotta e divenire i forti industriali, i commercianti audaci, i finanzieri
coraggiosi della nuova Italia. Sventura volle che alle
iniziative sane si unissero quelle non sane, le parassite, e che
queste divenissero centro di speculazioni politiche attorno al
governo che mancava di una visione complessiva esatta, sia
nella valutazione delle nostre materie prime, sia nel coordinamento
di una politica economica nostrana con la politica estera.
Qui sta il perno della crisi meridionale. Nel rigoglio di queste
nuove forze e nel bisogno di protezione e di danaro, l'economia
del nord, cioè tutta l'economia industriale dell'Italia, non poteva
che rivolgersi al governo e alle banche, e, a mezzo di queste,
esercitare la funzione (naturale anch'essa) di assorbire le energie
minori, di utilizzare a proprio vantaggio altre forze, di orientare
a sé il resto del proprio mondo; e come si comprava con i
migliori salari la «connivenza» (non sempre nel senso buono)
delle classi lavoratrici, orientate verso il socialismo, così si conquistava
con i «premi politici» (dico così per pudico eufemismo)
il consenso di «sfruttamento» (senza fini cattivi, anzi
spesso senza averne la coscienza), dico, di sfruttamento delle
energie e delle condizioni del mezzogiorno. Non vi fu perciò lotta
egemonica, ma lento assorbimento, depauperamento, disintegrazione,
irrigidimento nel campo dell'amministrazione locale e della
ripercussione politico-parlamentare, nel campo dello sviluppo
industriale ed agricolo. Le forze del mezzogiorno perdettero o
meglio non acquistarono mai l'iniziativa politica — non ostante
avessero avuto uomini validi al governo da Bonghi a Gianturco
— e non ostante che per alcun tempo meridionali fossero a
capo del governo, sopra tutti Crispi, che, pure tra grandi difetti
e avversioni, ebbe almeno una concezione meridionale che fu
insieme italiana. Infatti voi avete il diritto di domandarmi:
c'era una concezione economico-politica meridionale che potesse
coesistere con lo sviluppo industriale dell'alta Italia, sviluppo
naturale, e perciò non sopprimibile né coercibile, al quale
opportunamente, logicamente, si volsero le altre forze politiche
e finanziarie del paese?
A questa domanda, che è la domanda centrale del problema,
e come critica storica pel passato e come costruzione per l'avvenire,
mi sforzerò di dare una risposta chiara e, spero, decisiva,
per la migliore comprensione della «questione meridionale».
***
Come l'alta Italia ha una zona naturale di commercio e di
comunicazioni che s'irradia nell'Europa centrale, specialmente
del nord e dell'est, ed ha il suo sbocco a Genova — ed è bastata
l'apertura delle Alpi prima e la triplice alleanza poi, a creare
fino allo scoppio della guerra una economia che avesse per
centro Milano — e in séguito alla guerra abbiamo meglio
conosciuto il valore economico di Trieste e Fiume in rapporto
al bacino danubiano; così il mezzogiorno continentale e le isole
hanno la loro zona nel Mediterraneo, e sono non solo il ponte
gettato dalla natura fra le varie parti del continente europeo
in rapporto alle coste africane ed asiatiche, ma il centro economico
e civile più adatto allo sviluppo di forze produttive e
commerciali e punto di interferenza degli scambi. Il Mediterraneo
fu sempre il bacino dell'Europa più denso di traffici; e la
civiltà di vari millenni dimostra che sempre il Mediterraneo avrà
una sua economia che non può venir meno, perché basata su necessità
naturali. Anche quando il commercio con le Americhe aprì
altri sbocchi all'attività umana e spostò le correnti europee;
anche quando la formazione dei grandi stati del centro Europa
variò il punto di riferimento e di convergenza degli interessi
del mondo civile; anche quando la rapidità dei trasporti, a
mezzo delle macchine a vapore per terra e per mare, modificò
enormemente il ritmo dei traffici; con le naturali oscillazioni
dei nuovi fattori di vita economica e politica, il Mediterraneo
rimase un baricentro di attività produttiva che congiungeva
l'Europa all'Africa del nord e all'Asia fino ai Carpazi. E il taglio
dell'istmo di Suez fu il passo gigantesco che servì a riattivare
i commerci di mare con le Indie fino all'estremo Oriente, senza
il lungo giro delle coste oceaniche dell'Africa.
Francia e Inghilterra — quando l'Italia nuova e unita poteva
ben pensare che era suo principale interesse e diritto la
riconquista del Mediterraneo — si avvidero che una terribile
concorrente sorgeva nelle acque del sud, e la politica di insidie
e di sorprese fu un piano che a vicenda, e con diverse mire,
coltivarono a danno dell'Italia. Il punto di principale riferimento
era la costa africana; e mentre la Francia teneva l'Algeria
e l'Inghilterra insidiava l'Egitto, l'Italia poteva aspirare alla
Tunisia, che, per ragioni di clima, di vicinanza, di cultura, di
fertilità e di sviluppo politico, il nostro paese aveva ben diritto
di avere: non solo come terra di colonizzazione demografica
(cosa che già avveniva dai primi anni del regno), ma anche come
zona di influenza politica; però la buona occasione fu lasciata
sfuggire per la celebre politica delle «mani nette». Oggi, i 130
mila italiani di Sicilia che abitano la Tunisia e che con i loro
sforzi ne han fatto un centro economico di prim'ordine, hanno
la minaccia di essere naturalizzati francesi, e vedono già impedito
e contrastato il loro sviluppo morale, la loro attività economica,
il loro commercio con la madre patria.
La Tripolitania e la Cirenaica, divenute nostre colonie —
e fu atto di savia politica — sono state per un decennio tenute
come feudo della burocrazia, come campo perfino di penetrazione
massonica, in uno stato di incertezza coloniale, specialmente
nei rapporti con la Senussia e senza serio tentativo di
colonizzazione. Il problema portuale della Cirenaica è fondamentale
quanto quello della proprietà fondiaria e della viabilità.
Lo sforzo politico italiano deve essere quello di creare specialmente
in Cirenaica uno sbocco permanente al flusso emigratorio
e al commercio, che dovrebbero, attraverso la nostra colonia,
congiungersi all'Africa centrale. Purtroppo, nel trattato di
Londra la nostra politica coloniale poteva essere rivalutata, ma
non si ebbe alcuna visione sintetica; la rettifica dei confini
restò una frase insignificante; e anche oggi l'Inghilterra tergiversa
per la linea orientale e il Giubaland; occorreva una precisa
impostazione di interessi, di sbocchi commerciali e di sicurezza
di confini, la cui mancanza sinora ha reso vani i sacrifici
compiuti.
L'Egitto finalmente ha tolto da sé il protettorato inglese;
campo di espansione economica e culturale italiana, è trascurato
per paura dell'Inghilterra; e mentre una savia politica
verso gli arabi di Libia potrebbe far convergere a noi molti
interessi arabi dell'Asia e dell'Egitto, non è affatto curato il
problema nella sua caratteristica di politica generale, che investe
tanta parte dei nostri interessi.
Crispi sognò l'impero africano, pensò che l'Abissinia potesse
essere italiana; s'illuse, e non fu compreso nella parte realistica
della sua politica; l'errore di Rudinì dopo Adua fu grande;
oggi le colonie del mar Rosso vivacchiano; e la nostra aspirazione
su Gibuti fu compromessa da Sonnino nelle conversazioni
interpretative del patto di Londra. Forse egli non poté
vincere la resistenza francese, non può dirsi che non apprezzasse
il valore coloniale di Gibuti.
Era opportuno fare in Asia Minore una politica di mandati
e di occupazioni economiche, destando verso di noi i sospetti
turchi, per quell'accordo tripartito non utile strumento di incerta
espansione capitalista? Era necessario l'accordo con Venizelos
che tradiva le aspirazioni dell'Albania e annullava venti
anni di politica italiana, filo-albanese? Era possibile un'intesa
commerciale ed economica con l'Albania, invece del sogno di
occupazione o di protettorato o simili, infranto a Vallona? Sono
domande, alle quali la nostra storia darà una risposta, che fin
da ora io credo sarà negativa; servono a dimostrare che nel
Mediterraneo c'è da fare una politica, non analitica, particolaristica,
del caso per caso, ma coordinata e lungimirante.
Dopo la guerra l'Italia si è incantata nell'episodio fiumano
nell'alto Adriatico, episodio sentimentale e doloroso, ma che
poteva avere, in un quadro generale, una soluzione migliore di
quella data oggi con i trattati di Rapallo e di Santa Margherita;
e non tenne conto del Mediterraneo, del quale è parte
viva l'Adriatico, non come un lago morto e per sé stante, ma come
un braccio di mare teso dal sud al nord, in una vitalità di commerci
col centro continentale.
Escludo che questa si chiami politica imperialistica, lontana
dal pensiero e dalle convinzioni di noi popolari. Un paese
che, come il nostro, ha esuberanza di braccia e necessità di espansione,
non può, senza diffamare il proprio nome, fare una politica
emigratoria di lavoratori senza capitali e con scarsa preparazione
tecnica e intellettiva e inondare i mercati mondiali —
determinando le ripercussioni di concorrenza nella mano d'opera
e lo sfruttamento del lavoratore; — ma deve sforzarsi di divenire
centro di una economia relativa alle proprie fonti produttive,
e crearvi attorno una larga sfera di consensi e di attrazione;
non solo per correggere il fenomeno emigratorio, ma
per trasformare la sua stessa potenzialità produttiva in realtà
di commerci e di industrie. Questo doveva essere il programma
italiano della nostra politica mediterranea, l'indirizzo costante
e intelligente, nelle difficoltà perenni e insidiose della politica
estera.
***
Alcuni opinano che storicamente sia un errore credere che
il sud Italia possa avere una sua floridezza, e quindi divenire
un notevole centro economico del bacino mediterraneo, sì da
determinarvi una politica realistica. Senza voler fare una discussione
storica — che si allontanerebbe dalle linee di un discorso
— credo che il tema della povertà naturale del mezzogiorno
abbia forzato la mano perfino ad uno studioso e profondo conoscitore
del nostro problema quale Giustino Fortunato. Nessuno
nega che le condizioni fisiche, demografiche ed economiche delle
regioni del sud siano difficili e siano state aggravate dalle vicende
storiche; ma sarebbe errore conchiudere per una inferiorità
insanabile.
Quando la cultura e l'economia dall'oriente vennero verso
occidente, e crearono Atene, Cartagine e Roma, le colonie fenicie,
greche e romane svilupparono feconde energie, Siracusa divenne
centro di attività mediterranea; il fiorire di arti e di scambi
determinò un riflusso di civiltà superiore a tutte le altre plaghe
italiane. E quando Roma repubblicana, prima dell'espansione
gallica, ebbe la sua attività mediterranea e soggiogò Cartagine,
la Sicilia era il centro naturale degli scambi, e fu detta il granaio
di Roma, la Campania e l'Apulia furono zone necessarie
di sviluppo economico e commerciale. Ma quando Roma imperiale
allargò il suo ritmo, il nord e il lontano oriente divennero
i suoi confini, il grano venne dall'Egitto più copioso e a miglior
prezzo, la Gallia Cisalpina divenne la zona annonaria, e il mezzogiorno
e la Sicilia perdettero la loro funzione centrale. Fenomeno
simile, nota Gino Arias, è avvenuto all'Inghilterra, la
quale, sotto la protezione della pace imperiale, garantita la libertà
di scambio con le più lontane regioni dell'impero, vide
decadere la sua agricoltura e riprodursi il suo latifondo.
Ma quando l'economia del Mediterraneo si sposta verso
Bisanzio — nuovo centro politico di congiunzione fra l'Asia
e l'Europa — e parte dell'Italia meridionale e la Sicilia dipendono
dall'impero orientale, l'attività economica e la ripresa dei
commerci (benché turbata dalla insicurezza del mare) ebbero
un periodo di grande rifioritura; e Bari nell'Adriatico, Amalfi
e Salerno nel Tirreno, Messina nello Jonio poterono assurgere
a città marinare di prim'ordine, avere potere e influenza politica,
dominare il mare prima che Genova e Venezia prendessero
in mano la direttiva del commercio; e la Sicilia, sotto la
dominazione araba, normanna e sveva, rifulse di singolare
splendore.
Giustino Fortunato, nel suo severo esame, confrontando nelle
varie epoche le condizioni del nord con quelle del sud, arriva
alla conclusione della superiorità delle prime sulle seconde per
condizioni naturali profonde e insopprimibili. A parte la non
completa valutazione storica e pur consentendo in molti rilievi
economici, egli obbediva a preoccupazioni polemiche: quella di
dimostrare che la unità italiana non ha danneggiato il mezzogiorno
(tesi che per noi è superata e dal fatto e dal valore che
noi diamo all'unità nazionale, al di sopra di qualsiasi altro interesse),
e la preoccupazione di dimostrare che a un mezzogiorno
naturalmente povero, occorre la solidarietà nazionale per
farlo risorgere, il che può divenire un errore di impostazione
del nostro problema. Il mezzogiorno, non ostante le sue povertà
naturali, la contrarietà del suo clima e la sua deficiente organizzazione
sociale e politica, ebbe periodi di floridezza; e
questi coincisero con una politica mediterranea. Veramente la
parola «politica» nel senso moderno non è punto esatta, perché
più che linee e direttive di politica voluta e prestabilita (a
parte il periodo romano), vi furono fenomeni e fatti politici
sotto l'influsso delle economie prevalenti. Queste crearono città
come Siracusa e Agrigento, Taranto e Bari, Pesto, Capua e Benevento,
Amalfi e Salerno, Palermo e Napoli; cioè il mezzogiorno
della costa lussureggiante o della pianura ferace, a cui faceva
capo la produzione agricola e pastorizia dell'interno, e la ricchezza
mercanteggiata nel Mediterraneo. Il mezzogiorno povero
— che soffre di tutte le avversità del clima, di tutte le asprezze
della terra, di tutte le oppressioni fiscali, delle incursioni barbariche,
della rapacità straniera, che per essere difeso diventa
feudo della Santa Sede — è quello che non ha potuto polarizzare
la sua economia verso la costa, non ha potuto formare il
ceto agrario libero e produttivo con l'enfiteusi, non ha potuto
superare le difficoltà dei trasporti e avvicinarsi al mondo che
pulsa negli affari e nella vita: lotta gigantesca di secoli per ogni
popolo, nel flusso e riflusso della civiltà e della economia.
Quando la economia si sposta verso il nord e i banchieri
toscani e genovesi tengono il mondo europeo in pugno; e le
Americhe aprono al vecchio continente nuove attività, e il turco
incalza in Oriente; il regno delle due Sicilie diventa un punto
dello scacchiere delle grandi forze in gioco e in lotta, che è conteso
per l'equilibrio europeo e per il dominio delle famiglie reali
e imperiali; ma la sua decadenza è segnata, come la decadenza
greca sotto l'impero romano, e le sue forze intime si irrigidiscono;
finché, nel secolo XVIII, poté formarsi una nuova coscienza
politica, e dare un primo impulso alla valorizzazione
delle sue forze, che nel secolo XIX prepararono il nostro risorgimento.
L'unità nazionale fu così la vera forza di salvezza del mezzogiorno,
creò ad esso una coscienza civile e politica e diede una
spinta nuova di forza economica. Occorreva trovare il suo centro
di sviluppo e di vita, e questo centro è il Mediterraneo.
IV.
Si domanda da parecchi se è mai possibile che, nelle condizioni
presenti, il mezzogiorno possa superare le difficoltà economiche;
e, sia pure favorito da un indirizzo politico prevalentemente
mediterraneo, vincere la lotta della concorrenza e
passare da un'economia quasi passiva a un'economia attiva.
Ora io affermo con ogni convinzione che questo mezzogiorno
povero, con condizioni fisiche aspre e difficili, che ha una ragione
di permanente inferiorità agricola nella sua scarsa umidità,
nelle lunghe siccità e nelle pioggie irregolari, che ha da
secoli accumulato rovine con i disboscamenti, con le frane, con
la malaria; questo mezzogiorno, non bonificato e senza una coscienza
industriale, né un'attrezzatura commerciale, né una finanza
bancaria forte e autonoma, può risorgere; se (badisi al
se) la politica che la nazione italiana, non solo i governi ma
la nazione italiana, saprà fare, sarà una politica forte e razionale,
orientata al bacino mediterraneo, cioè atta a creare al
mezzogiorno un hinterland che va dall'Africa del nord all'Albania,
dalla Spagna all'Asia Minore; se questo significherà
apertura di traffici, circolazione di scambi, impiego di mano
d'opera, colonizzazione sotto il controllo diretto della madre
patria; perché tale fatto darà la spinta a creare nel mezzogiorno
un'agricoltura razionale e maggiore sviluppo di commerci, pari
alla propria importanza produttiva.
Intendiamoci: il risorgimento meridionale non è opera momentanea
e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge,
o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera
lunga, vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come
spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali.
Quando perciò imposto il problema nella sua ragione fondamentale
di politica economica ed estera, intendo riportarlo
alla sua essenza, ma non credo che sia perciò risolvibile a
tamburo battente.
Spiego anzitutto il termine di connessione. La spinta a una
grande trasformazione economica deve essere data dalla certezza
del vantaggio, e dalla sicurezza che sarà per quanto è possibile
duratura. Per quante leggi si facciano, non si possono
superare queste barriere della economia; né d'altro lato era possibile
per il passato, e molto meno sarà possibile per l'avvenire,
pretendere che lo stato abbia mezzi adeguati a concorrere utilmente
ed efficacemente alla trasformazione economica del mezzogiorno;
né è a credere che lo stato possa impunemente violare
le leggi economiche, e creare d'un tratto una forza produttiva
ove non esista.
Lo sforzo politico deve essere, per legge naturale, pari allo
sforzo economico, necessario a vincere gli ostacoli che si frappongono
ad avere una produzione rimunerativa. Qui sta il nodo
del problema; qui debbono convergere le forze autonome, quelle
nazionali e quelle statali; cioè quelle morali, quelle economiche
e quelle politiche.
Commette un grave errore chi nega al mezzogiorno lo sforzo
di superamento, limitato a modeste energie, reso difficile da
condizioni asperrime, a crearsi una agricoltura razionale (nessuno
dirà che l'agricoltura del 1860 e quella di oggi siano le
stesse), a tentare la trasformazione dei prodotti propri. Lo sforzo
è stato discontinuo, limitato ad alcune zone, provato da crisi
fortissime, senza una vera assistenza da parte dello stato, la cui
opera è stata deleteria principalmente per tre ragioni: per il
regime doganale, per la pressione tributaria e per la uniformità
di legislazione economica.
Non posso che limitarmi ad alcuni accenni rapidissimi, dato
il tema vasto di questo discorso.
Uno dei criteri fondamentali che doveva dirigere la politica
dello stato italiano, fin dal 1860, doveva basarsi sul fatto che il
mezzogiorno era paese naturalmente povero, di scarsa potenzialità
economica e in condizioni non favorevoli di espansione; invece,
si magnificò retoricamente la bontà e l'ubertà della zona
dove fiorisce l'arancio, si ricordò il giardino delle Esperidi, si
esaltò il bel cielo, il sole fecondo, la terra ferace.
Errore di prospettiva iniziale, che diede le prime delusioni;
ma quando cominciò lo sforzo di produttività agricola, sotto il
favorevole regime del trattato commerciale del 1863 stipulato
con la Francia (verso la quale, in regime abbastanza libero, si
orientò il mezzogiorno); e già le migliorate condizioni dei trasporti,
nella relatività di quel periodo, cominciavano a destare
le prime energie, dopo tanto tempo di torpore, ecco il primo
colpo grave inferto al mezzogiorno agricolo con le tariffe doganali
del 1877. Con esse si inaugura il regime protezionista —
voluto anche dagli stessi meridionali, — con la convinzione che
anche noi potevamo creare la nostra industria, non pensando che,
per creare un'industria che vinca la concorrenza, occorre almeno
parità di condizioni: cosa che il mezzogiorno non poteva ottenere,
se non altro per la distanza e i costi di trasporto. Questi
venivano per di più alterati dalla protezione siderurgica e dalla
ripercussione sulla mano d'opera e sui consumi generali. Il circolo
vizioso, che è legato alla protezione, fa pagar dalla stessa
economia quel che si crede di vantaggio generale e che invece
diviene il vantaggio di una economia privata.
Che dire poi quando l'industria protetta è anche, direttamente
o indirettamente, sovvenzionata o premiata? Oltre il contributo
che dà l'economia nazionale per la inferiorità della propria
produzione da smerciare all'estero (ricordiamo, noi meridionali,
che il trattato di commercio con la Francia, rinnovato
nel 1881, fu denunziato nel 1887, e la guerra di tariffe che ne
seguì sconvolse i nostri mercati), vi è anche il danno che ne
soffre il contribuente, che paga le tasse allo stato, perché questo
le trasformi in premi all'industria protetta. Con questo sistema
di soffocamento i meridionali credettero di poter avere un'industria
con il concorso statale, mentre il regime di protezioni
e di premi giovava all'industria del nord e danneggiava il
nostro mercato.
I trattati commerciali, specialmente con l'Austria e la Germania,
del 1891 e 1892, giovarono in qualche modo all'agricoltura,
ma allora l'emigrazione agricola andava prendendo grave
e pernicioso sviluppo, e la crisi bancaria toglieva quella parte
di risparmi che doveva essere destinata alla produzione. E pure
lo sviluppo del commercio dell'olio, del vino, degli agrumi, degli
ortaggi e frutta fresche e in conserva, crebbe notevolmente;
quale mai sarebbe stata la spinta alla trasformazione agricola
del sud, se il regime doganale fosse stato meno ingiusto? Si dice
che in compenso si ebbe il dazio sul grano: vecchio errore già
confutato dall'on. Colaianni. È facile dimostrare che, in rapporto
alla popolazione meridionale, la produzione granaria del mezzogiorno
è insufficiente al consumo locale, quindi anche il mezzogiorno
è tributario all'estero e paga, o pagava, il suo dazio sul
grano anche per le sue industrie granarie e le sue paste; per
le quali è necessario lo scambio di qualità per le razionali miscele.
Il dazio doganale servì allo stato come cespite d'entrata;
e favorì i produttori di ogni regione, anzi più il nord che il sud,
perché il costo di produzione granaria è meno alto nel settentrione.
Del resto, tanto l'assenza di tale dazio quanto la sua permanenza
dà luogo a speculazioni di mugnai o a guadagni di
commercianti o a utili di latifondisti, nel gran crogiolo che
è il traffico di simili derrate.
Il sistema doganale non ebbe miglioramenti, né mutamento
di indirizzo fino alla guerra. Nella discussione dei trattati doganali
il contrasto fra economia agraria ed economia industriale
ebbe rilievi dagli economisti e sulla stampa; qualche vantaggio
particolare, ottenuto per l'agricoltura, non modificò l'indirizzo
protezionista industriale. Dopo la guerra, l'oscillazione
della moneta e il regime proibitivo che sopravvisse, resero difficile
la ripresa commerciale specialmente dei prodotti del mezzogiorno.
Austria, Russia e Germania, mercati della nostra agricoltura,
non hanno, e per qualche tempo ancora non avranno,
capacità di acquisto; la Francia è meglio servita dalla Spagna e
tenta già la sua unione doganale con Tunisi; la tariffa doganale
Alessio ha confermato e aggravato il vecchio regime protezionista,
ferocemente voluto dalla pazza economia del dopo guerra da
tutti gli stati e al quale regime l'Italia non poteva da sola sottrarsi.
Oggi i trattati di commercio che si vanno stipulando
potranno giovare al mezzogiorno, se il mezzogiorno saprà farsi
valere.
***
Altro colpo forte all'economia nostra è stato dato dal sistema
tributario. Veramente il nostro non è un sistema, ma una congerie
di leggi, venute su dai più disparati criteri sovrappostisi
a leggi e a regimi precedenti (fra i quali ottimo quello delle
Due Sicilie) col tentativo di una unificazione affrettata e irrazionale.
Ma come i più deboli fra noi risentono di più dei colpi
d'aria, del freddo, del caldo eccessivo e di ogni altra influenza
esterna, così il mezzogiorno, più debole, colpito da gravi disdette,
con più limitata capacità produttiva, reggeva meno al sistema
irrazionale dei nostri tributi. Sono stati raccolti con diligenza
i dati statistici di sperequazione tributaria fra nord e sud, che
servirono a sfatare il pregiudizio (da qualcuno ancora oggi mantenuto,
ma credo per ignoranza) cioè che il mezzogiorno pagasse
meno del resto d'Italia; fu dimostrato ad esuberanza che pagava
di più, non solo relativamente, in quanto più povero, ma
anche assolutamente, cioè nel rapporto di parità fra tutte le
regioni. E pensare che quando fu deliberato il nuovo catasto,
fu dai più ritenuto che tale legge di perequazione fondiaria
dovesse essere un atto di giustizia verso l'agricoltura del nord,
che si riteneva gravata molto di più di quella del sud. È bastato
che il catasto si ultimasse (cosa che ormai può servire per la
descrizione parcellare della proprietà, non mai per la riforma
tributaria), per dimostrare tutto il contrario; tanto che Sonnino
propose la riduzione del 50 per cento della fondiaria erariale
a favore delle provincie nostre.
Il sistema proporzionale e non progressivo dei tributi sui
terreni ha evidentemente danneggiato l'agricoltura meno ricca,
come quella del mezzogiorno; per giunta i nostri terreni sono
quasi tutti gravati da oneri ipotecari, sì da potersi affermare che
la proprietà meridionale rurale abbia due padroni; però nel
fatto è il padrone primo — quello che coltiva e che nella maggior
parte dei casi ha fatto tali debiti per coltivare e trasformare
la sua terra — che è anche colpito dalla ricchezza mobile del
mutuo; e senza speranza della presunta rivalsa. Ed è strano il
fatto che mentre all'industria si deduce il passivo del debito,
all'agricoltura non si deduce. Tutta la storia dell'imposta e
della sovrimposta, col vecchio e col nuovo catasto, in rapporto
al mezzogiorno, è intessuta di errori e di danni, non riparati
nemmeno oggi, anzi aggravati da una campagna furiosa, fatta
dagli industriali a mezzo dei loro giornali per colpire di ricchezza
mobile l'industria agricola diretta, che era stata esentata,
allo scopo di sviluppare sempre meglio le energie agricole
responsabili e trasformatrici in confronto alle altre. I recenti
provvedimenti De Stefani possono avere una giustificazione nelle
condizioni dell'erario, per quanto ci sia da dubitare assai di una
possibilità organizzativa del contributo senza gravi sperequazioni
e di una reale utilità della imposta stessa; certo che, così
come viene costruita, va a colpire ancora di più la nostra agricoltura
meridionale.
Chi non ricorda il danno notevole che viene a noi per il
fatto dei nostri centri rurali agglomerati e densi di popolazione
agricola, quali nelle Puglie, nell'interno della Sicilia e della Sardegna,
e in quasi tutto l'interno del continente? Sono case di
contadini che, considerate come abitazioni urbane, vengono regolarmente
colpite. E questo fenomeno demografico e sociale,
imposto da condizioni fisiche, storiche e politiche, e che è argomento
di inferiorità economica, si ripercuote in tutto il regime
fiscale ed economico dello stato. I comuni sono classificati in
base alla popolazione, agli effetti del dazio di consumo e delle
varie tasse comunali. Questa classificazione opera in senso inverso
per i sussidi e gli aiuti finanziari dello stato, per le scuole,
per gli acquedotti e per ogni altro provvedimento. Onde, a correggere
questa sperequazione, sono state create leggi a favore,
quali le leggi speciali per la Sardegna, per la Basilicata, per
la Calabria, e la legge fondamentale del 1906 per tutto il mezzogiorno.
Ma mentre la pressione tributaria e il regime doganale
operano con costanza e normalità, le leggi di favore non sono
applicate: ovvero, nella loro applicazione, subiscono, e per i
limiti del bilancio e per le ulteriori difficoltà finanziarie (dalla
guerra libica ad oggi), una costante diminuzione, sicché il disquilibrio
fra le regioni delle altre parti l'Italia e il nostro
mezzogiorno ne viene più che mai aggravato.
***
Questo accenno vale per la terza causa di inferiorità nostra,
cioè la uniformità legislativa, specialmente nel campo economico.
Questo errore iniziale del regno italiano è riconosciuto
da tutti, ma non è affatto rimediato.
Le leggi non sono creazione aprioristica di cervelli — siano
pure come quello di Giove, dal quale uscì Minerva; — sono
invece, e allora hanno un vero valore, un processo di realtà vissuta
e concreta che, in un determinato momento critico, trovano
la loro espressione morale, legale e la loro formula scritta. Questo
processo dinamico della realtà economica e amministrativa
dovrebbe essere lasciato all'adattamento locale: come avviene
in Inghilterra, come in parte era nella vecchia Austria, come,
per il sistema federativo di un tempo, aveva il suo naturale fondamento
anche nella Germania di ieri. Invece l'Italia prese per
modello la Francia, la Francia di Napoleone e la Francia repubblicana,
dove la vita centralistica di Parigi assorbe e polarizza tutta
la Francia, e dove la tradizione storica e l'ampio respiro economico
assorbono le energie di provincia e spesso le annullano.
Così le leggi scritte, stilizzate fino all'ultima virgola, i regolamenti
di esecuzione sino ai più minuti dettagli, partono dal
centro, dall'unità di dominio e di interessi.
In Italia, questa unità di dominio e di interessi mancava.
La diversità delle sue regioni e la dualità delle zone, di qua e
di là del Tevere, davano vari centri, non un centro. Roma è
centro storico, morale, non economico. L'Italia non poteva trovare
una misura unica, che creasse una metropoli per tutta la
sua lunga linea dalle Alpi al Lilibeo: doveva imitare l'Inghilterra,
non la Francia, e dare il dinamismo legislativo alle sue
forze varie, non la forza statica dei suoi regolamenti: come un
letto di Procuste, ove o il capo o i piedi dovevano esser recisi
per troppa lunghezza, o si dovevano manovrare le corde della
tortura e stirare muscoli e nervi, se, o il capo o i piedi, risultavano
più corti della misura.
E la realtà, più imperiosa dei preconcetti teorici, batteva
alle porte del nostro parlamento e della burocrazia, inciprigniti
nel culto della uniformità formale, per essere ascoltata. Si facevano
le leggi: accenno a quelle agrarie. Il disboscamento pazzo
del mezzogiorno imponeva una ricostruzione forzata, che rinsaldasse
le nostre pendici appenniniche e i nostri burroni,
se mi è lecito dire, nembrodici. La legge del 1877 fu il salvacondotto
di tutto il devastamento delle foreste alte e dei densi
sottoboschi. Quando si pensò al rimboscamento, si ideò una
commissione di classifica, la quale dimenticò che le Alpi erano
una cosa e un'altra le montagne e le rupi del mezzogiorno.
Si parlò della zona del castagno uguale per tutta Italia; o
geografia ignorata dalla burocrazia, come ti sei vendicata a
nostro danno!
La ricostruzione dei pascoli ebbe i sussidi dello stato, ma
la legge parlava di pascoli montani e furono quelli del nord.
La legge sulle bonifiche non ebbe seria applicazione da noi.
Storia lagrimevole! La bonifica idraulica, pensata come risanamento
di zone malariche, allagate e impantanate, era principalmente
fatta per gli abitati e per le zone padane. Quale
enorme differenza! Ivi la pianura domina: la montagna è lontana
centinaia di chilometri. Si trattava di liberare la terra
dall'acquitrino, di prosciugarla, di livellarla e in secondo
tempo di rimetterla a cultura. Così la legge trattò solo la
bonifica idraulica. Ebbene, nel mezzogiorno l'abitato da risanare
era lontano, rifugiatosi da secoli sulle creste delle montagne
o sugli aspri pendii di alti colli; l'acqua era poca e povera,
stagnante per falso corso o per mancanza di buona arginatura.
Guai a levar quell'acqua e impoverir quelle terre! La malaria
rimaneva lo stesso e l'aridità sopraggiungeva, e per giunta, il
bacino montano, non curato, creava i letti tormentosi ai fieri
torrenti, che arrivando al piano distruggevano i lavori già iniziati.
Così, per un errore tecnico e per una legge egualitaria, nel
mezzogiorno la bonifica è un mito ed i milioni spesi dallo stato
sono andati in gran parte perduti; più di 400 milioni nel mezzogiorno
continentale e circa dieci in Sicilia. L'anno scorso si
pensò agli enti di bonifica; la lunga gestazione regolamentare
fece perdere del tempo, oggi il vento delle novità li spazza via.
Si comincia da capo; credo che nel nuovo testo unico delle
leggi sulle bonifiche sarà incluso quanto l'esperienza di quarant'anni
ha insegnato, cioè che le due bonifiche del nord e
del sud sono tecnicamente ed economicamente diverse. Troppo
tardi, ma sempre in tempo!
Potrei continuare, ma allora la mia conferenza diventerebbe
assai lunga, anzi lo è di già. Accenno ai problemi agricoli
— e voi ne comprendete la ragione, — ma dovrei anche accennare
ad altri problemi, compreso quello della scuola. Anzi, principale
quello della scuola, la quale per una legislazione uniforme
di orari, di metodi, di criteri didattici, ha reso pochi servizi
al mezzogiorno, dove le ragioni dell'analfabetismo non sono
nella infingardaggine delle popolazioni o nel pregiudizio politico
e religioso, come si disse un tempo, ma nelle condizioni
sociali ed economiche che dovevano vincersi e superarsi con
metodi speciali, come qualche volta han fatto iniziative private
e da ultimo l'istituto contro l'analfabetismo. Tutta la storia
dell'edilizia scolastica e del regime economico degli enti statali,
fino alla legge Daneo-Credaro, dimostra l'errore di questa uniformità,
che ha perpetuato le condizioni di inferiorità del nostro
mezzogiorno, al quale non riparò la legge del 1906.
Dovrei fare la storia del regime dei cantieri e della marina
mercantile, improntata quasi esclusivamente al doppio interesse
degli armatori e dei siderurgici della media e alta Italia; cosa
che si ripete oggi, attraverso i tentativi di accaparramento, diretto
e indiretto, delle energie statali ai danni del mezzogiorno.
Uno degli errori più notevoli è quello delle tariffe dei trasporti
ferroviari. Il sud è per posizione geografica il più lontano
dai centri mercantili italiani e stranieri dell'Europa; e
quindi i costi dei suoi prodotti vengono naturalmente aumentati
dai costi di trasporto. Le tariffe si mettono in rapporto ai
centri di smistamento e di mercato. Così la Germania coordinava
la sua rete al centro Amburgo, come l'Austria-Ungheria
ai centri Trieste e Fiume. L'Italia meridionale ha il suo retroterra
limitato, e se i suoi porti di Napoli, Bari, Messina, Catania,
Palermo, Cagliari hanno un commercio mediterraneo o transoceanico,
ciò nonostante essa non può fare a meno per i suoi
prodotti dei trasporti ferroviari; la unicità delle tariffe nuoce
e danneggia, ed arriva, per certi trasporti, ad un regime veramente
proibitivo.
L'elenco dei vari rami dell'economia e dell'amministrazione
è molto lungo, e mi fermo: siamo tutti convinti che per l'Italia
non solo la legge uniforme è un errore sostanziale, ma è anche
errore la legge speciale, fatta con mentalità livellatrice e formalistica,
avulsa dalla realtà pulsante e viva di coloro che sentono
e operano nelle varie regioni.
È questo un torto la cui colpa è da attribuirsi specialmente
ai meridionali. Quando i nostri uomini politici, i nostri industriali
e agricoltori, i nostri burocrati sono fuori dell'ambiente
e vanno a partecipare ai consessi politici o economici, mostrano
una grande agilità di mente, spesso prontezza di comprensione
e genialità, adattamento facile ed intuizione rapida; ma si
lasciano inserire nel ritmo della politica, dell'economia e della
legislazione, ispirata e metropolizzata nel nord; e quando essi
prospettano incompleti, frammentari — in forma sentimentale
e idealistica — i problemi del sud, li isolano, li riducono a
forme concessive e di eccezione, e invece di risolverli, li fanno
complicare e alterare nel crogiolo delle leggi e dei regolamenti.
Sotto questo aspetto deve guardarsi il problema delle spese
pubbliche nel mezzogiorno, che non sono semplici criteri di
favori che lo stato elargisce, ma ragioni organiche di vita locale
o mezzo e strumenti di sviluppo generale, che lo stato integra o
assume a suo carico, per la rivalutazione di energie produttive.
Ma tutto ciò è impossibile se non si riforma il metodo, se
l'Italia del sud non prende la sua posizione politica di saper
fare e volere le sue leggi come elementi diretti della sua attività
e del suo pensiero, e di saperle attuare con le sue forze
organiche e con la sua caratteristica regionale. Oggi si può parlare
di regione, senza violare il principio nazionale e unitario:
ebbene, parliamone noi, che dobbiamo, meglio degli altri, conoscere
i nostri bisogni e i nostri interessi, e che dobbiamo superare
la nostra crisi, non domandando l'elemosina dei favori
governativi, ma creando la nostra coscienza politica, nell'organismo
della nostra vitalità e nel naturale sviluppo della nostra
forza.
Così rispondo affermativamente al quesito, che assilla il
pensiero italiano e meridionale, se il mezzogiorno può trasformarsi
da un regime economico passivo a un regime attivo — si
intende, nella affermazione di una politica mediterranea; — ma
a condizione che si superino le tre barriere poste dal regime
doganale, dalla pressione tributaria, dalla legislazione uniforme
e livellatrice.
V.
Vi sono energie adeguate del mezzogiorno per potere — sia
pure con la linea politica così precisata nel triplice rapporto
economico, tributario e amministrativo — affrontare il suo avvenire
come centro mediterraneo? A questa domanda l'istinto
mi dice di rispondere di sì; ma prima di rispondere, occorre
analizzare i fattori sostanziali di questa rinascita.
Il primo è quello delle braccia dei nostri lavoratori meridionali.
L'emigrazione è stata una penosa «via crucis» tanto
dell'emigrante fuori patria, quanto della nostra economia e della
nostra vitalità civile e domestica in patria. Una prova tragica,
che noi oggi vediamo di lontano, come un grave pericolo sorpassato
e come un doloroso esodo di popolo in cerca di altra
patria, a cui la propria era matrigna. Oggi la prova pel mezzogiorno
può dirsi superata: molte vittime vi sono state, e di tali
vittime è seminato il cammino della conquista umana; ma la
prova aspra ci ha dato risultati degni di un gran popolo nel
suo divenire.
L'amore alla patria, alla famiglia, al culto, alla tradizione
religiosa è rimasto come un grave vincolo morale che ci lega
ormai a un'altra Italia che si è formata nell'America del nord e
del sud e nell'Africa settentrionale. Le rimesse degli emigranti
hanno influito sulla bilancia commerciale, che la sola nostra produzione
non poteva colmare; coloro che son tornati in patria,
hanno portato l'esperienza del mondo ed i risparmi dei loro
sudori, ed hanno costituito una piccola proprietà produttrice,
che ripara le perdite di quella che veniva venduta per emigrare
o che era messa all'asta dal fisco e dai creditori.
Ma questo fenomeno, ieri dannoso e oggi confortevole, ha
mostrato che il nostro lavoratore meridionale ha volontà, energia,
facilità di apprensione, forza di resistenza. Ora, perché non
può in patria dimostrare quanto dimostra all'estero? È notevole
questo fenomeno: trasportate il meridionale fuori del suo ambiente,
mettetelo nel contrasto della vita, perché ne superi le
difficoltà, toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza,
e ne farete un altro uomo.
È l'ambiente nostro, che deve essere trasformato e vivificato.
A far ciò occorrono mezzi idonei. Il rilievo principale,
che ho letto in molti libri che parlano del mezzogiorno, è che
non vi sono capitali e che il ritmo del denaro è tardo. Gli statisti
daranno ragione a coloro che dicono che il mezzogiorno
non ha capitali; io dico che esso non ha fede nel suo capitale,
e quindi gli altri non hanno fede in esso, non perché di fatto
non vi siano dei capitali — benché in misura inferiore alla media
generale per abitante italiano, — ma perché questo capitale
o è messo nelle casse postali e di risparmio, ovvero in istituti
che sviluppano la loro attività principale fuori del mezzogiorno,
e in imprese che poco ci daranno in fatto di risorse e di compensi.
E pure, al pensiero di come i nostri padri han potuto rendere
fertili le zone costiere di Amalfi e Positano e le lave di
Catania, han tentato la colonizzazione di vasti latifondi, ovvero
han trasformato in vigneti le zone alpestri della Calabria, c'è
da aver fiducia nella volontà tenace, nel risparmio fatto di
sacrifici della nostra gente, quando la speranza, anche tenue,
ne alimenta le forze.
Le iniziative private, quali le nostre casse rurali e le leggi
sul credito agrario fino al decreto-legge Micheli del 7 giugno 1920
— basato sui due grandi istituti del Banco di Napoli e di Sicilia,
— segnano l'inizio del nostro risorgimento agricolo, che
ebbe le crisi formidabili della filossera, della mosca olearia,
della peronospora, della biancorossa; e si deve a questo sforzo
di denaro e di risparmi, esclusivamente nostri, se si poté vincere
l'usura feroce e rifare in parte notevole la produttività del
nostro suolo esausto, mediante una più o meno ragionevole
concimazione.
Le due iniziative statali del consorzio zolfifero e della camera
agrumaria di Sicilia — che diedero qualche utile risultato,
ma che di fatto, partendo da erronei concetti economici,
falsarono per via il carattere e la funzione loro con infiltrazioni
politiche — oggi possono essere discreditate e tali da doversi o
trasformare o eliminare; ebbero aiuti statali, ma gran parte del
capitale impiegato era dei nostri risparmi, fatti di sudori e non
frutto parassita di facili impieghi ai margini dello stato.
Questa forza di risparmio e le agevolezze del credito agrario
oggi, nella crisi economica generale, hanno limiti imposti o
insormontabili; è la condizione generale del nostro paese, che
ci fa invocare, con opportune prudenze e precauzioni, il capitale
straniero. Il tentativo di impianti idroelettrici, fra i quali
primo e di grande importanza nazionale l'utilizzazione delle
acque della Sila (il cui piano ha già avuto, oltre le agevolazioni
di legge, parte del finanziamento); il programma di bonifica
agraria e di irrigazione (primo e di enorme utilità quello della
piana di Catania, in corso di concessione); il completamento
della rete stradale agraria e comunale, esigono capitali ingenti;
altri capitali occorrono per gl'impianti trasformatori dei prodotti
agricoli, di cui abbonda il mezzogiorno. La nostra capacità
ed i limiti del nostro risparmio non sono adatti a simili
imprese; i nostri banchi, i nostri istituti di risparmio non possono
affrontare l'immobilizzo del denaro; ma basta che i nostri
capitali mostrino di non rifuggire da tali imprese, per orientarvi
fiducioso il capitale del nord e quell'altro straniero, che
ha bisogno di sfogo e di utile impiego.
L'on. Luigi Luzzatti ammoniva nel 1901: «quale sarà l'avvenire
del mezzogiorno, tale sarà quello del regno, poiché se
non si rialzano le sue sorti, esso impoverirà le altre parti d'Italia»;
però, a destare questa solidarietà, il mezzogiorno ha la
potenzialità non solo nella facoltà di risparmio ancora forte,
perché la vita da noi ha meno agi ed è più vivo il senso della
parsimonia, ma nell'istinto di salvezza, che oggi è più imperioso,
perché la crisi generale opera come stimolo decisivo.
* * *
Io ho fede nelle nostre forze naturali; perché queste possano
utilizzarsi, occorre una efficace preparazione, che sarà
un'altra vigilia (come fu aspra vigilia l'emigrazione), cioè l'avviamento
della gioventù alla sua formazione tecnica.
Errore e miseria han portato una parte del ceto semiborghese,
e anche del ceto operaio, verso l'impiego: l'istruzione
secondaria di ginnasio, di scuole tecniche e anche (strano a dirsi)
di scuole agrarie, han preparato una falange in cerca di posti.
Il piccolo impiego comunale di usciere, di commesso di segreteria,
l'impiego della guardia di finanza, del carabiniere, della
guardia di pubblica sicurezza, l'impiego burocratico dello stato
dànno una fortissima percentuale di meridionali. La non sufficiente
rimunerazione (oggi che i costi sono così alti) e lo sfollamento
burocratico serviranno (come è capitato alla guardia regia,
che aveva almeno l'80 per cento di meridionali) a dare un
colpo a questa concezione casalinga del modesto ma sicuro impiego,
ricercato anche per una pretesa elevazione sociale nel
poter lasciare i ferri del mestiere e indossare una divisa. Occorre
invece una preparazione e istruzione tecnica e professionale,
per avere una nuova generazione che si orienti verso il
mondo del lavoro utile e produttivo. Via le così dette scuole
popolari tecniche; diamo al mezzogiorno scuole professionali
specializzate; formiamo veramente uomini preparati alla lotta,
sia che vadano all'estero, sia che restino in patria. L'operaio
italiano è preferito, non solo per l'assiduità del lavoro e la sua
sobrietà (almeno in confronto con gli altri), ma per la sua facilità
nell'apprendere e nell'adattarsi, e non solo perché costa meno,
ma per il suo rendimento; onde per questo lato le nostre industrie
possono ben affrontare e superare la concorrenza. Ma se
questo geniale lavoratore fosse tecnicamente preparato, avrebbe
una potenzialità assai maggiore, e potrebbe servire all'inquadramento
e alla guida di quelle forze, che noi abbiamo, e che
non sappiamo utilizzare.
***
Al capitale formato dai sudati risparmi, al lavoro geniale,
corretto da preparazione ed esperienza tecnica (due valori che
si trovano largamente, nel mezzogiorno, allo stato inerte) occorre
aggiungere altri due elementi, perché la nostra razza si rafforzi,
si tempri nella lotta e maturi essa da sé la sua risurrezione: il
risanamento igienico e il rinvigorimento morale. L'inizio esiste:
i comuni che hanno acquedotti oggi sono numerosi; due o tre
decenni addietro, la percentuale di comuni sprovvisti di semplice
alimentazione idrica erano moltissimi; la lotta antimalarica
mediante la chinizzazione prima della guerra procedette
discretamente, e in alcune parti bene: ricordo l'opera della
croce rossa. Anche la lotta antitracomatosa e quella antitubercolare
procedono con un certo successo. Certo, la percentuale
di morbilità e di mortalità è notevolmente diminuita da quella
di un tempo, e le statistiche di leva militare dànno degli indici
di miglioramento abbastanza confortanti. L'ospedale non è un
privilegio di grande città; l'asilo infantile si è diffuso nei minori
centri, la propaganda igienica nelle scuole è tentata; voglio
ricordare le scuole all'aperto del mio comune e gli asili di padre
Semeria nella Basilicata.
Perché non moltiplicare simili istituzioni, invece di sciupare
tempo, denaro, energie, nell'asprezza delle lotte locali, di
carattere personalistico, senza ideali, senza grandi soddisfazioni,
che vincolano ogni sana attività e contristano e rendono abietti
a sé e agli altri inutili, vittime e succubi della malavita locale
qualunque ne sia il nome specifico o storico?
L'altro elemento di forza è il rinvigorimento morale. Il rispetto
alla famiglia, la santità del focolare domestico, la continenza
dei costumi è un pregio, o era un pregio, del nostro ambiente:
l'emigrazione, che spesso divide la famiglia per lunghi
anni, ha recato grandi mali all'ambiente morale. La miseria
aggiunge i suoi stimoli al decadimento, specialmente nella formazione
del carattere e nella sua tempra, quando, invece di
spingere alla lotta per superare le condizioni aspre della vita,
trova il terreno di adattamento a degradanti mestieri o a parassitismi
sociali. Là dove il lavoro afferra l'uomo e lo costringe
allo sforzo per tutta la vita, lo redime e lo eleva moralmente:
molte braccia vi sono e il lavoro produttivo purtroppo è ancora
insufficiente. Bisogna proporzionare il rapporto tra braccia e
lavoro; avremo tre effetti: uno morale, uno sociale, uno economico,
effetti salutari per il nostro avvenire.
***
Un problema tecnico-sociale, che, per la sua vastità, può
ben dirsi un problema meridionale (benché non tocchi tutte le
nostre regioni), è quello del latifondo, e si connette alle condizioni
economiche, demografiche, sociali e morali del nostro contadino.
Che egli agogni a due beni, il pezzo di terra e la casetta,
è noto a tutti; ne sente intera la passione, che ha un fondamento
domestico sano e razionale; una delle piaghe di zone come le
Puglie e l'interno della Sicilia, è proprio il bracciante o il salariato,
che vive nei centri urbani e non si interessa alla produzione
della terra; il salario è il solo suo cespite per quei giorni
lavorativi che il nostro clima consente. Chi ricorda le inchieste
agrarie, i salari di fame, i patti angarici, giustifica l'emigrazione.
Sarebbe un torto attribuire tutta la colpa al crudele padrone o
al signore assenteista o al gabellotto strozzino, di che è piena
la letteratura del problema; molte delle cause del male sono
state e sono tuttora naturali, economiche e politiche; l'azione
degli uomini, però, vi ha la sua parte; e quando questi non hanno
i freni sociali e morali, può degenerare fino al sopruso, fino alla
violenza. Ma si sa che gli eccessi si scontano; e il non aver voluto
o potuto iniziare una soluzione onesta e razionale del problema
terriero, ha dato luogo prima all'abbandono da parte del
proprietario assenteista, che ha aggravato i latifondi di ipoteche;
poi all'abbandono operaio per l'emigrazione; infine (dopo
il ritorno di molti emigranti per la guerra e la difficoltà di una
nuova emigrazione) ai tentativi legali ed illegali di occupazione
e di esproprio, alla pressione economica dell'acquisto da parte di
società di contadini, anche al disopra del prezzo normale. Tutto
un periodo caotico, che prepara altri danni: quando, diminuite
le asprezze del cambio che formano oggi barriera doganale, il
prezzo del grano scenderà ancora, e la crisi agraria sarà acuita
per le difficoltà della normalizzazione del mercato e l'incapacità
di acquisto delle nazioni vinte. Ebbene, sarebbe da folli
non vedere che questo problema del latifondo è nella fase dinamica,
e deve avere un suo ciclo razionale. I tentativi legislativi
sono stati criticati, perché meccanizzavano la soluzione del problema
e non davano i mezzi sufficienti alla soluzione. Non vengo
qui a discutere la parte tecnica; sarebbe fuori tema. Solo dico
che l'iniziativa statale creava tre vantaggi: primo, quello del
concorso governativo alla spesa della bonifica agraria (case,
corsi d'acqua, strade), che sono necessario inizio all'avviamento
risolutivo dell'immane problema; secondo, quello del credito
agrario per l'acquisto dei terreni, atti a cultura intensiva e a
formare la proprietà familiare; terzo, quello della riforma dell'enfiteusi
e della creazione dell'istituto di riscatto. Oggi la reazione
agraria spazza di un colpo questo buon inizio, per la paura
che i proprietari nutrivano dell'esproprio coattivo: forma già
in azione con l'opera dei combattenti, che non ha perciò turbato
il nostro regime di proprietà e la nostra agricoltura.
I meridionali non hanno compreso che dovevano imitare i
bonificatori romagnoli, emiliani e veneti; questi — non preoccupandosi
molto di certe questioni giuridiche sul regime di proprietà
— si fecero aiutare dallo stato in tutti i modi per redimere
i terreni dalla palude, renderli atti alla grande cultura,
farne centri di abitati floridi e di colonie numerose. L'obbligatorietà
del consorzio, la possibilità di esproprio, l'alea della
spesa, che cosa sono di fronte al vantaggio capitalistico della
grande industria agricola della bonifica? Non così i nostri
misoneisti; invece di discutere, negarono; e lo stato risparmia i
denari che avrebbe dovuto spendere nel sud. Se la crisi agraria
verrà a battere alle nostre porte, avremo popolazioni turbolente,
alle quali non si potrà dare il piombo invece del pane; oppure
popolazioni che di nuovo si avviano all'estero, quantunque
dure siano le sorti dell'emigrazione disorganizzata. Il problema
del latifondo è immanente, è di carattere economico e sociale,
ha riflessi politici; e l'attuale ministero non può ignorarlo, o
riporlo nel dimenticatoio con una frase, come ha creduto di fare
l'on. De Capitani.
La soluzione del problema agrario deve contribuire a formare
quel ceto medio economico, che è molto limitato nel mezzogiorno,
e che è uno dei nessi connettivi più saldi della società;
e che — per il fatto di non essere né troppo piccolo né
abbastanza ricco — sente meglio la spinta al lavoro, alle imprese,
ai guadagni, e quindi è una forza dinamica di primo
ordine, molto maggiore di quelli che possiedono troppo, che
sono lontani dal tumulto della vita che lavora, privi della ebbrezza
che dà il contatto con la natura, che si trasforma e si
rinnova nelle sue forze produttive.
Un secolo di sforzi, dopo l'abolizione della feudalità, dopo
la quotizzazione dei demani comunali, dopo la vendita del patrimonio
ecclesiastico, con tutti gli errori commessi, è valso a
formare una prima zona intermedia fra il semplice lavoratore
salariato e il latifondista; ed è erroneo dire che non esista il
ceto medio nell'agricoltura meridionale. Certo, in nessun posto,
meno nelle zone litoranee (che fan così bella cortina alle
asprezze dell'interno), il successo del ceto medio è alla pari di
quello del Piemonte o della Liguria. Ma bisogna aggiungere che
né la politica generale, né la cultura scolastica, né l'avviamento
professionale hanno contribuito assai a questa radicale trasformazione,
che è tanto più difficile nel mezzogiorno, quanto minore
è il capitale circolante e quanto più avverse sono le condizioni
della natura, che non possono essere vinte senza grande
sforzo. Però questo sforzo è, e deve essere, veramente nostro:
poggiato su basi tecniche, solide, di attività e di intelletto. Dico
«intelletto», perché la nostra cultura scientifica e ideologica,
deve mirare, nella sua generalità, a formare una base realistica
ai nostri problemi economici, tecnici e politici; perché le idee
sono la prima forza, sono quelle che determinano la volontà,
che creano le energie, che formano la grande sintesi dell'attività
umana.
La visione del nostro essere, delle nostre deficienze, dei bisogni,
degli interessi, delle forze insite al nostro organismo, deve
essere fatta da noi, ed essere completa. Così soltanto il mezzogiorno
sarà rivalutato con le altre regioni d'Italia, non come un
ingombro pesante per la prosperità nazionale, ma come pari
nelle responsabilità e nell'attività al resto della patria nostra.
VI.
Un'ultima domanda: una politica del mezzogiorno così descritta,
che faccia perno sul Mediterraneo, non ferirebbe gl'interessi
dell'alta Italia, non potrebbe darci un fallace indirizzo
in politica estera?
È un vecchio pregiudizio, non espresso certo in termini così
chiari, né prospettato in un quadro sintetico, come ho creduto
di fare oggi a Napoli; è un vecchio pregiudizio, al quale sono
legati interessi colossali, per ragioni di politica internazionale
non del tutto italiane, né del tutto utili all'intera compagine
del nostro paese.
La risposta alla prima parte della domanda è stata da me
chiaramente accennata in questo discorso, affermando che una
politica del Mediterraneo può coesistere con una politica del
centro e dell'oriente europeo; aggiungo che una tale politica
risponde contemporaneamente e solidalmente agli interessi reali
e legittimi del sud e del nord, agricolo e industriale. L'alta
Italia manifatturiera deve, per necessità, gravitare verso il bacino
danubiano, come l'alta Italia agricola dovrà, col tempo,
ritentare la conquista dei mercati svizzeri e tedeschi. Ebbene,
nessuno dei vecchi stati, che la guerra ha trasformato o distrutto,
ha interessi diretti nel Mediterraneo in contrasto con noi; se
la Jugoslavia tende a Salonicco, non può per questo danneggiarci,
mentre si deve fare con la Jugoslavia nell'Adriatico una
politica che si coordini alle nostre esigenze. Gino Arias, scrivendo
appena dopo l'armistizio, depreca il ritorno di una politica
economica con la Germania e gli ex-stati austriaci, perché
potrebbe a nostro danno ripetersi il tentativo di asservimento
del periodo triplicista; e crede che l'agricoltura italiana ne possa
fare a meno. Oggi le condizioni economiche e politiche dell'Europa
centrale non consentono imperialismi economici a nostro
danno; né i rapporti fra l'Italia e la Germania di oggi hanno
qualsiasi somiglianza o proporzione con quelli di quarant'anni
fa. Per giunta, la nostra capacità industriale oggi è migliorata
e lo sarà del pari domani, per quella utilizzazione di forze
idroelettriche, che ci daranno una, per quanto parziale, autonomia
dalla soggezione del carbone.
Nessuno oggi, del resto, vuol rinnovare gli errori di una politica
siderurgica che costringa il resto dell'Italia a intisichire.
La politica del carbone e del petrolio può farsi e deve farsi dall'Italia,
senza vincoli politici e militari che ne rovinerebbero
l'avvenire. Quando il centro d'Europa avrà normalizzato i cambi,
avrà raggiunto una possibile capacità di acquisto, e sarà
risolto il problema delle riparazioni che oggi ci tormenta, dovremo
trovarci con l'attrezzatura commerciale e industriale adatta,
perché tornerà ad essere, anche meglio di prima, un futuro
mercato italiano. E qui cade acconcio accennare a quel tentativo
di unione doganale, che nell'agosto scorso parve per un
momento possibile con l'Austria. Tale unione, se concepita come
una soluzione del problema austriaco, che tanto interessa
l'Italia, era certo un errore; però, se prospettata come un elemento
di un piano politico futuro, sarebbe di grande importanza,
anche perché risolverebbe il problema di Trieste e di
Fiume. Quando le condizioni monetarie lo potranno consentire,
una unione economica e possibilmente doganale dell'Italia con
la Jugoslavia, l'Austria, la Cecoslovacchia e l'Ungheria potrà
inaugurare un regime di liberi scambi. Potrebbe soffrirne qualche
industria, ma i commerci aumenterebbero, e una nuova vita
si infonderebbe nel vecchio corpo della nostra economia.
Non voglio la taccia di sognatore: ogni idea nuova e vasta
ha difficoltà a penetrare; la discussione sui giornali è stata notevole.
La vecchia Intesa cade: meno l'interesse comune delle
riparazioni tedesche e dei debiti e crediti, oggi il legame politico
fra Inghilterra e Francia e Italia è scosso; i rapporti di
buon vicinato e di vitalità economica dovrebbero continuare,
superando naturali contrasti. Se la Francia diverrà monopolizzatrice
del ferro e del carbone (cosa che all'Italia non giova),
deve pur aver un mercato per vendere tali materie prime. Inoltre
la Francia e l'Italia hanno interesse a non volere un'Austria
legata o, peggio, unita alla Germania; e l'Italia dal suo canto ha
tutte le ragioni a non volere ricostruito l'ex-impero austro-ungarico,
neppure sotto l'aspetto di unione economica danubiana,
che ricreerebbe con più asprezza, nel bacino adriatico,
le vecchie lotte economiche e politiche. L'Adriatico deve essere
mare comune all'una e all'altra sponda, e deve entrare nella
nuova sfera di attività economica; Trieste deve risorgere, Fiume
non deve morire; il loro hinterland sono Jugoslavia, Ungheria,
Austria e Cecoslovacchia, e reciproco mercato è l'Italia: ponte
verso ovest, sbocco di mare, forza economica superiore alla
loro, nazione che non fa e non può fare imperialismi, e non
può destare apprensioni ed ostilità.
Ebbene, questa politica sarà la nostra, insieme a quella mediterranea:
politica puramente economica, di lavoro, di scambi,
di cooperazione, di pace, di dignità verso l'estero (affrettiamoci
a chiudere la vertenza di Rapallo e Santa Margherita con la
Jugoslavia); in cui le due parti dell'Italia, nord e sud, abbiano
due centri di sviluppo e di convergenza, come un insieme economico,
che spunta più chiaro dalle rovine della guerra; la
quale, insieme alla sicurezza dei nostri confini e al completamento
della nostra unità, speriamo ci abbia dato la coscienza
della nuova posizione politica. Non certo quella di essere l'ancella
o il terzo incomodo dell'Intesa (che nulla seppe dare a
noi del bottino di guerra, cosa che oggi ci giova nella valutazione
morale degli altri popoli); non certo quella di puro equilibrio
nel gioco delle grandi forze internazionali in contrasto,
come avviene oggi nell'urto dell'Inghilterra con la Francia; ma
quella posizione centrale, che possa farci fare una politica di
pacifica espansione mediterranea e adriatica, che valga a valorizzare
la nostra economia e gli sforzi produttivi delle nostre
industrie e dell'agricoltura. Così il sud un'altra volta, dopo
l'unità morale e politica conquistata nel 1860, si ricongiunge al
nord nella unità economica, intravista, iniziata e voluta nel
tormento del dopo guerra.
VII.
Mi direte che faccio della poesia. No; voglio essere una voce
che risuoni e richiami ad una realtà, presente e futura, fatta
di elementi concreti, come una politica lungimirante che dia
ad un popolo coscienza di sé. I tedeschi, dopo le vittorie napoleoniche,
ebbero le lettere di Fichte come un richiamo alla
coscienza del loro essere. Dal 1815 al 1870, in mezzo secolo e
più, essi giunsero alla conquista della loro personalità politica,
della loro autonomia di razza, della loro esistenza economica.
Si crearono così l'impero nel loro paese, nel mare e nelle colonie.
Dal 1870 al 1914 lo sforzo immane li portò alla guerra, e quindi
alla tragedia. Ma la loro coscienza di popolo non viene meno.
Noi, come italiani, dal punto di vista politico ed economico
abbiamo la stessa storia, benché in altre proporzioni. Furono i
politici e gli scrittori del mezzogiorno che, dopo il tentativo di
Murat, sognarono una unità italiana, monarchica e federativa,
ma unità. Cinquanta anni, e la nostra unità — sforzo di una
classe intellettuale e cittadina più che di massa — ebbe i successi
romantici del risorgimento. La coscienza unitaria del mezzogiorno
non divenne coscienza politica e coscienza economica
nazionale; deve divenirlo. Ecco lo sforzo.
I partiti politici di ieri erano localistici, campanilistici, personali,
frazionati; il contatto limitato fra le provincie meridionali
isolava la vita cittadina; Napoli, Palermo, Bari, Cagliari
non erano metropoli, perché anch'esse lontane dal ritmo economico,
con partiti localizzati, tormentati da problemi finanziari,
assillati dalla mafia e dalla camorra, di che si giovarono alternativamente
i partiti locali e il governo centrale.
Oggi basta: i partiti nazionali debbono far sentire che la
cerchia della vita politica è estesa dall'un campo all'altro d'Italia,
che la solidarietà, invocata da Giustino Fortunato, non è
un semplice ed assurdo altruismo di due popolazioni che abbiano
interessi, mentalità, costumi diversi, ma una convergenza
di politica e di economia, in uno sforzo restauratore della nostra
vita nazionale.
Per questo noi neghiamo il diritto a ministri e a uomini
politici di venire a scoprire le nostre regioni, a compatire le
nostre miserie; domandiamo ai partiti e al governo di conoscere
fin dove la politica nazionale trova la sua convergenza nello
sviluppo degli interessi locali.
Per noi popolari il problema è sintetico; comincia col risanamento
della nostra vita pubblica da ogni forma di parassitismo
locale e di oppressione governativa, che crea l'abbiezione
del pulcinellismo e del girellismo, lo sfruttamento delle basse
voglie di partito, attenuando le attitudini a comprendere e a
vivere la politica del paese. Noi vogliamo cooperare a far vivere
il mezzogiorno con la sua vita e la sua figura, non avulso dal
ritmo della economia e della politica nazionale, ma come parte
integrante dell'Italia una: una di spirito, di volontà, di interessi,
di fede, di vita e di avvenire. Sprezza e calpesta il mezzogiorno,
chi ne sfrutta gli istinti e ne mantiene l'asservimento
politico. Noi popolari, pochi, modesti, sinceri, diciamo una
parola di verità e di amore al mezzogiorno: tutti i popolari,
non solo i meridionali, tutti i fratelli di ogni parte d'Italia
che stasera sono qui presenti in ispirito nel nome del nostro
programma e della nostra idea.
Agli altri partiti non neghiamo il merito di avere agitato
da tanti anni la questione meridionale, benché nello stesso
tempo non abbiano contribuito a formare una salda coscienza
collettiva, per l'intristimento doloroso delle coalizioni e delle
clientele. Ma noi popolari, arrivati da pochi anni nella vita
politica, abbiamo avuto il merito della nuova impostazione, che
oggi, in questo giorno che ricorda la nostra costituzione di partito,
riaffermiamo, quale corollario degli sforzi fatti — alla
camera e fuori, al sud e al nord — per destare fra noi e presso
gli altri una vera coscienza della questione meridionale, in
quanto problema nazionale e unitario.
Il socialismo meridionale non ha mai impostato il problema
nel suo complesso; ha rilevato le condizioni sociali così depresse
e il triste fenomeno del bracciantato agricolo o della disoccupazione
urbana, e li ha sfruttati a fini politici. Per esso colonie,
Mediterraneo, tariffe doganali non sono che strumenti borghesi:
le popolazioni povere e i lavoratori stanchi di lotte e di
speranze sono andati o vanno al socialismo, per un gesto di protesta
o come per un'ultima speranza.
Il massonismo anticlericale delle nostre provincie ha allontanato
le classi urbane e professioniste dalla fede e dalla pratica
cristiana, prima in nome della nazione, poi in nome della scienza,
ed ha rotto così i rapporti morali fra le classi alte e il popolo.
Occorre che quel che il partito popolare italiano fa nel
campo politico, facciano gli organizzatori nel campo sociale e
dell'azione cattolica, specialmente giovanile e femminile, per
rinsaldare i vincoli sociali fra le varie classi in nome delle virtù
cristiane, perché nostro male profondo è l'abisso che spesso
separa le classi sociali, che si ignorano e si odiano, mentre la
politica spesso unisce coloro che sfruttano il popolo e se ne
fanno sgabello.
Oggi, fascisti e nazionalisti si dividono l'entusiasmo e l'arrivismo
meridionale. Non discuto la conversione di molti democratici
e liberali di ieri, né dei socialisti, passati al fascismo e
al nazionalismo; ma debbo onestamente auspicare che si sollevino
dalla visione di interessi localistici e di preminenze personali,
ad una visione più vasta della questione meridionale e
della sua dinamica. Se una parola può venire da me al mio
amato mezzogiorno, alla mia Sicilia, lontana ma sempre presente
al mio cuore, è che cessino i conflitti locali, che siano
superate le competizioni di parte, che a tutte le energie si dia
il diritto di vita e di lavoro. Non si aggiunga al vecchio tormento
quello nuovo delle violenze, sicché la vita cittadina divenga
intollerabile nella risurrezione di dominii proconsoleschi
o di sopiti desideri di feudi politici.
La vecchia democrazia personalista è forte nel mezzogiorno:
sta in agguato, aspetta, si insinua nelle pieghe dei nuovi partiti,
vive del suo bagaglio, del vecchio idealismo retorico, del procacciantismo
parlamentare, dell'anticlericalismo locale. Essa non
ha saputo elevarsi a forza motrice della vita del mezzogiorno,
perché ha superato l'affarismo provinciale e non è mai divenuta
un vero partito nazionale.
Il fascismo, come metodo, dovrebbe valere ad abbattere le
vecchie costruzioni e impalcature che danneggiano e inquinano
la nostra vita. Sarà da tanto? O non ripeterà l'errore di fare del
mezzogiorno il campo di speculazione politica e di clientele?
non perderà qui la sua fisionomia, asservendosi alle consorterie?
la gioventù nuova saprà superare le insidie delle volpi politiche
e la tentazione di credersi dominatrice, senza esserlo? Il pericolo
maggiore però sta altrove; non è una presa di possesso
alla garibaldina, che muta il mezzogiorno e lo fa rivivere; ma
nessuno di noi si augura che, dietro al fascismo al potere, forte
della sua gioventù, debole della sua inesperienza, si annidino
la speculazione dell'alta banca, l'internazionalismo ebraico, la
siderurgia del nord, e si ripeta per l'avvenire lo sfruttamento
del passato. Sta al mezzogiorno — cioè a tutte le forze politiche
meridionali, nella solidarietà difficile, ma doverosa, della nostra
terra e del nostro popolo — che la questione meridionale venga
conosciuta, sentita, valutata, e che si superino i vecchi e i
nuovi ostacoli a risolverla.
La redenzione comincia da noi. Questo è canone fondamentale
che noi popolari del mezzogiorno proclamiamo, come un
inizio di forza e di vitalità che deve conquistarci il dovuto posto
nella vita italiana; la redenzione comincia da noi! La nostra
parola è questa: il mezzogiorno salvi il mezzogiorno! Così il
resto dell'Italia riconoscerà che il nostro è problema nazionale
e unitario, basato sostanzialmente sulla chiara visione di una
politica italiana mediterranea e di una valorizzazione delle
nostre forze.
Questa visione non deve essere monopolio di partito, ma
coscienza politica della nostra gente, che seppe i dolori e le
lacrime di ieri, che visse le più splendide civiltà, che dovette
piegare allo straniero, ma rimase, nell'animo, latina, cristiana,
meridionale: come il retaggio di tre civiltà in una, nella esuberanza
di sentimenti e di idealismi, che splendono in Napoli
bella e in Palermo ferace: come la visione di un perpetuo sogno,
come l'immagine di un futuro sperato e voluto, come il segno
precursore del nostro risorgimento.
A questo risorgimento del mezzogiorno noi — popolari e
meridionali — vogliamo cooperare, come ad una nuova forza
sorgente per la saldezza e grandezza della patria italiana, che
riaffermi, nel futuro domani, i vecchi e i nuovi diritti nel
Mediterraneo.