Luigi Sturzo
Crisi economica e crisi politica
OPERA OMNIA
DI
LUIGI STURZO
SECONDA SERIE
SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI
VOLUME III
PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO
OPERA OMNIA - SECONDA SERIE - VOLUME TERZO
LUIGI STURZO
IL PARTITO POPOLARE ITALIANO
DALL'IDEA AL FATTO (1919)
RIFORMA STATALE
E INDIRIZZI POLITICI (1920-1922)
ROMA 2003
EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA
CRISI ECONOMICA E CRISI POLITICA
È tale la dura prova che va sostenendo la patria nostra dal
giorno dell'armistizio, quando già aveva compiuto uno sforzo
politico ed economico superiore alle sue energie; è così aspro il
cammino che le si apre dinnanzi, dopo circa due anni di crisi,
che occorre la volontà dei movimenti supremi, salda e generosa,
dei suoi figli, per vincere di nuovo, quando sembra si debba
disperare di ogni vittoria.
Quel che manca è un obiettivo di sincerità, un termine risolutivo
evidente, che leghi gli animi dei molti e determini una
azione concorde e fattiva; manca il consenso su di un programma
concreto di pensiero e di azione, che crei il dinamismo delle
forze, mentre gli elementi disgregatori penetrano nella stessa
compagine statale, che non regge all'urto formidabile; manca
l'uomo delle grandi speranze e dei grandi odii, che polarizzi le
forze vive e che trascini alle lotte decisive.
Incombe l'equivoco, in tutti i campi della economia e della
politica, equivoco dal quale bisogna uscire, se un'azione rapida
e fattiva vorrà imporsi ai trepidi, agl'incerti, ai dubbiosi, agli
assenti, a coloro stessi che operano nell'adattamento quotidiano
del caso per caso, nella speranza vana che verrà il momento in
cui il caso crei la situazione favorevole e determini la fase risolutiva.
L'equivoco nella economia pubblica, nella politica statale,
nella lotta dei partiti, acuisce la crisi che incombe sull'Italia,
determina gli stati d'animo delle masse diffidenti e
ostili, e rende adatto il terreno alla propaganda rivoluzionaria
e alle folli visioni distruttive e catastrofiche.
Per contribuire in qualche modo a uscire dall'equivoco e ad
orientare il nostro pensiero verso termini di approssimazione
per una risoluzione delle crisi presenti, economica e politica,
questa sera tenterò di esprimere un pensiero che, ispirato alle
direttive del partito popolare italiano, resta però un pensiero
personale, che può essere discusso da amici e da avversari, come
lo sforzo onesto di chi ama la patria e vuole servirla con tutte
le sue forze nei momenti più difficili e nelle ore più pericolose.
I.
Se dovessimo dire di aver trovato una chiara direttiva nei
lavori dei settecento della grande commissione del «dopo guerra»,
creata dall'on. Orlando, come appello a tutte le competenze
economiche e politiche d'Italia, affermeremmo una cosa
non vera. L'oblio coperse, nello stesso giorno in cui venne alla
luce, quell'esame parziale, incompleto, unilaterale del problema
visto uno o due anni fa, e superato nello stesso giorno in cui
venne posto. Non possiamo che registrare la chiusa ipertrofica
di un periodo democratico-retorico, quello delle commissioni:
per il bene comune auguriamo che non torni più alla ribalta
della vita pubblica.
La guerra lasciava intanto circa novanta miliardi di debiti
mentre si prospettava un disavanzo annuale enorme e insopportabile
che prevedevasi dai dieci ai venti miliardi all'anno.
Nello stesso tempo venivano meno le sovvenzioni dell'estero,
sotto forma di prestiti di guerra, e aumentava l'inasprimento dei
cambi, che dovevano arrivare a termini assurdi anche per merito
di un istituto statale che potrebbe sopprimersi. Gli economisti
e gli storici della guerra ci diranno fra l'altro tutti gli
errori economici compiuti dal 1914 al 1918, e forniranno gli
elementi di studio per gli statisti dell'avvenire. Noi intanto ne
portiamo il peso e ne registriamo i dati, in cerca di soluzioni.
Il famoso intercalare di Francesco Saverio Nitti «consumare
di meno e produrre di più» non ebbe la fortuna dell'appello
alla resistenza lanciato da Vittorio Emanuele Orlando dopo
Caporetto, perché mancò la spinta di una catastrofe imminente
che non si sentiva, e venne meno qualsiasi azione pratica direttiva
ed efficace: rimase allo stato di frase retorica.
Com'era possibile ottenere un successo, quando alla corsa
per i consumi offriva il mezzo dei rallentamenti del regime annonario
della guerra; si creava con gli aumenti di stipendio il
circolo vizioso degli aumenti di prezzi; e d'altra parte non si
faceva corrispondere alla volontà di lavoro e di produzione
quell'ambiente di riforme e di sforzi, pari alle esigenze psicologiche
delle masse che tornavano dalle trincee e in rispondenza
alla sicurezza del capitale per l'utile impiego nella rinnovata
vita economica del paese?
Così passarono i mesi lunghi e trepidi, nell'inazione e nel
silenzio del parlamento, che aveva perduta la sua vera funzione,
mentre si fabbricavano i decreti-legge nella piccola fucina
della burocrazia senza il controllo della opinione pubblica, nell'attesa
di invocare riforme economiche e politiche quale programma
del dopo guerra; e la tensione generale era polarizzata
verso la conferenza di Parigi e verso il problema dei nostri confini
adriatici e specialmente di Fiume, come al problema centrale
di tutta l'azione politica ed economica del paese.
In questo stato di marasma il problema agrario e il problema
industriale ebbero fasi impreviste di arresto e di deviazione;
la cosiddetta bardatura di guerra, aggravata da quella
posteriore con tentativi di monopoli, di consorzi e di enti fittizi
e mastodontici, rese più difficile l'attività commerciale; e fra
stenti enormi cominciò a riprendersi e a tentare le vie risolutive
l'iniziativa privata, che era mortificata da legami statali
e burocratici e resa difficile dalle incertezze di un torbido
domani.
Le prime convulsioni di carattere generale nel campo economico,
furono quelle del luglio 1919 contro il costo della vita:
fu una facile insurrezione eccitata da elementi anarcoidi e da
spinta politica, maturata però attraverso sei mesi di facile illusione
che dopo la guerra i prezzi dovessero scendere; e resa
acuta invece dalla salita senza freni di questi, per evidente
abbandono del controllo pubblico sui larghi margini della
audace speculazione privata. Il saccheggio delle rivendite e
degli esercizi, le «gride» alla spagnola del ribasso del 50 per
cento, le commissioni popolari per i calmieri, diedero l'impressione
fugace di un arresto alla ascesa dei prezzi, che riprese
invece con ritmo accelerato; e a compensare le asprezze dei costi
e la insopportabilità della scarsezza delle merci di uso, si invocava
nuovo caroviveri per gli impiegati e nuovo aumento di
salari per i lavoratori. L'immagine della palla di neve, nel
circolo dei prezzi del mercato e degli aumenti di salari e delle
paghe, saltava agli occhi di tutti; mentre l'effetto immediato fu
l'aumento del disavanzo dell'erario e la svalutazione della moneta:
che alla loro volta determinavano ed erano determinati
reciprocamente dai fattori degli alti costi o degli alti salari.
Si disse: perché lo stato ritarda il prestito della vittoria?
Difatti dal novembre 1918 si arrivò tra la fine del 1919 e del
1920, prima di tentare un prestito. Venticinque miliardi dovevano
servire a rimettere un po' di equilibrio nell'economia pubblica
e a rendere meno fallace la finanza statale. Il risultato non
fu pari alle speranze, sia per la reale portata del prestito che
servì a trasformare non pochi titoli dei prestiti passati; sia
perché arrivava con ritardo di un anno, quando già era scossa
la fiducia produttiva del paese, e le sorti della politica estera
erano più torbide che mai; sia infine perché le proporzioni delle
esigenze dell'erario erano assai più vaste dei venticinque miliardi
richiesti. Lo sforzo nazionale doveva impegnare ben altri
capitali per far fronte al risanamento finanziario della nazione;
tanto più quanto il bilancio del paese era minato, fin da allora,
dallo spaventoso deficit dell'acquisto del grano estero, per circa
sette miliardi; e dai deficit crescenti di tutti i servizi pubblici,
specialmente delle ferrovie e delle poste e telegrafi.
Il movimento di questi ultimi ebbe una fase acuta con gli
scioperi nazionali del gennaio scorso; si è avuta una serie di
ulteriori agitazioni da allora ad oggi, indice di una irrequietezza
che, al di fuori di tonalità politiche, tormenta tutta la classe
degli impiegati dello stato e pesa sul pubblico erario come un
masso insostenibile quasi pari a quello del deficit per il prezzo
del grano.
Questi problemi, insieme ad altri, lasciò Nitti in eredità
all'attuale ministero presieduto da Giolitti; il quale, mentre
evitò subito il problema del prezzo del pane, perché la pubblica
opinione era agitata dal decreto-legge che obbligò Nitti a
presentare dimissionario il suo terzo ministero, imperniò il suo
ritorno sui provvedimenti finanziari più urgenti per normalizzare
in qualche modo la economia pubblica.
Il ministero precedente sulla trama del progetto Meda, ma
con deviazioni notevoli, aveva adottato i primi provvedimenti
finanziari del dopo guerra, che dalla tassa sul patrimonio a
quella sul vino, avevano avviato lo stato con una certa timidezza,
a domandare ai contribuenti il dovuto concorso. Giolitti affrontò
subito la questione della nominatività dei titoli e quella dei
profitti di guerra i cui progetti volle rapidamente approvati
dalla camera dei deputati e oggi dal senato, come mezzo di risanamento
finanziario dello stato e come elemento concorrente,
insieme all'inchiesta sulla guerra, a determinare uno stato di
equilibrio morale atto a dare efficienza maggiore all'equilibrio
finanziario, che affannosamente si tenta.
Non possiamo ancora esattamente prevedere gli effetti pratici
delle nuove leggi finanziarie, le quali, specialmente quella
della nominatività dei titoli, ebbero forti attacchi dal punto di
vista tecnico. La discesa dei titoli italiani nella quotazione dei
mercati e quindi l'aumento del cambio al punto da valutarsi
una perdita della ricchezza nazionale a dieci miliardi da giugno
ad oggi, non possono attribuirsi alle leggi Giolitti come ad unico
fattore; mentre c'entrano insieme altri fattori diretti ed indiretti,
economici e politici, di indubbia gravità ed efficienza. Però
non possiamo disconoscere che, nel quadro della politica giolittiana,
le leggi finanziarie testè votate, oltre che un vero provvedimento
fiscale, rappresentano un numero di valore psicologico
e tattico, sia pure a tinte demagogiche. Anche perché, quello
che è mancato a Giolitti come a Nitti, quale linea direttiva e
quale valore anche tributario, è stata la posizione centrale del
problema della economia produttiva nazionale, che dovrà ancora
essere affrontata nella sua interezza. Dico quale valore anche
tributario, perché non è possibile fare della finanza tributaria
senza tener presenti due problemi: restare ai margini della produzione
attuale senza intaccarne le sorgenti; e dare sviluppo
alla produzione futura per ottenere insieme agli incrementi
della ricchezza, la maggiore potenzialità tributaria e l'elevazione
economica interna di fronte allo sviluppo dei traffici con
l'estero.
Noi da due anni ci aggiriamo in un circolo vizioso: diminuiamo
l'efficienza produttiva nazionale, attardiamo e facciamo
arrivare alla fase acuta i problemi connessi della produzione
e distribuzione della ricchezza, accentuando con le stesse leggi
fiscali, il fenomeno dei maggiori costi e la depressione della
nostra moneta e dei nostri titoli. Le fasi intermedie non sono
che piccole alterazioni di una crisi progrediente, della quale
oggi segnaliamo le difficoltà.
* * *
La questione più grave, perché più generale e perché rappresenta
gran parte della nostra economia nazionale, è quella
agraria.
Non è questa solamente una questione economica: però, comunque
si guardi attraverso il fenomeno psicologico e politico,
si risolve prevalentemente in una questione economica. Il motto
detto in trincea e ripetuto per le ville e le campagne: «la terra
ai contadini», oltre che trovare, nelle oscure latebre dello spirito,
la vecchia tradizione romana e medievale della terra divisa
ai soldati, rispondeva ad un bisogno di espansione interna,
anche perché, come era da prevedersi, l'emigrazione dopo la
guerra non poteva riprendere il suo ritmo né subito né completamente
in rapporto alle esigenze di equilibrio del lavoro e alla
capacità produttiva della terra, nelle attuali condizioni del dopo
guerra. Oltre alle crisi del tonnellaggio per l'emigrazione transoceanica,
oltre alle difficoltà reali degli altri stati belligeranti,
siano vincitori o vinti, a ricevere mano d'opera straniera, ostava
uno stato psicologico irriducibile. Il soldato che per cinque anni
ha avuto tesi i suoi nervi nell'ansia della guerra, nelle insonni
trincee, nelle tormentose attese, nell'eccitamento della battaglia,
lontano dalla famiglia, tornando a casa aveva bisogno della
calma domestica, del lavoro sicuro, della fiducia nell'avvenire.
E il contadino sintetizza, sia pure in forma empirica e non
sempre razionale, questa calma, questa sicurezza e questa fiducia
nella terra.
Non valsero avvisi ai governanti del periodo della guerra,
per preparare una soluzione adeguata al problema: ricordo i
voti del congresso dei sindaci siciliani tenuto a Girgenti nel
gennaio 1917, del congresso degli interessi del mezzogiorno tenuto
a Napoli nel giugno 1917, di quelli degli agricoltori tenuti
a Roma nel gennaio 1918 e a Palermo nel settembre 1918, oltre
ai congressi di partiti quali il socialista e il nostro, che sicuramente
affrontavano il problema da diversi punti di vista, ma
con una visione chiara della urgenza e della imponenza del
fenomeno agrario del dopo guerra.
Infatti, appena dopo pochi mesi dall'armistizio, durante lo
stesso periodo di smobilitazione, si iniziarono qua e là, e poi
divennero quasi generali in Italia, le agitazioni agrarie. Il colorito
politico che poterono assumere e le differenze della impostazione
delle questioni secondo le diverse regioni, non attenuano,
ma dànno la caratteristica parziale e forse la più visibile
del fenomeno. Ma come la febbre che non è il male ma è il
segno del male, così le diverse fasi delle agitazioni agrarie svelarono
quel fenomeno fondamentale di crisi di terra e di produzione,
che in due anni non ha trovato né adeguata né iniziale
soluzione. Infatti non è a dirsi una soluzione la disposizione a
favore dell'opera nazionale dei combattenti, che ha facoltà all'acquisto
coattivo delle terre, da assegnare in forma di godimento
temporaneo o definitivo a cooperative dei combattenti.
A parte l'irrazionale concessione ad un ente autonomo, misto
tra privato e pubblico, delle funzioni strettamente di diritto pubblico,
quali sono quelle di espropriazione delle terre e di rescissione
dei contratti, il problema non può essere limitato né al
numero né alla ragione dei combattenti, né può essere contenuto
nelle ristrette funzioni di un'azienda centralizzata la quale, sia
pure divenendo ipertrofica, non potrà soddisfare alle esigenze
collettive che a lungo scadere di anni e in misura inadeguata.
Né tampoco può riguardarsi come una soluzione il decreto
Visocchi del 2 settembre 1919, attenuato subito con la circolare
del 12 settembre, messo in non essere di fatto, attraverso commissioni
senza mezzi e senza autorità, e poi ricorretto dal decreto
Falconi del 22 aprile ultimo scorso, che ha dato luogo
alle attuali tempestose vicende di Sicilia, dove divampa l'occupazione
delle terre, che l'anno scorso ebbe il suo massimo sviluppo
nel Lazio.
Sono questi provvedimenti empirici, incompleti, irrazionali,
che per se stessi, avulsi dal quadro della realtà economica e al
di fuori di una politica organica, creano illusioni, svalutano
l'azione dello stato, rendono incerta la coltivazione dei campi
e alienano gli sforzi del capitale per l'incremento della produzione,
alterando il vecchio regime senza edificarne uno nuovo,
nella sua complessa e organica sistemazione.
Purtroppo, oltre alla mancanza di previdenza e di assistenza
legislativa e statale organica ed effettiva, è mancata la
visione realistica ed efficace dei proprietari terrieri; i quali han
creduto che nessun mutamento di regime economico fosse o possibile
o necessario; hanno confuso il fenomeno economico imponente
e reale con quello politico; han dato la colpa alla propaganda
delle leghe socialiste e a quella delle unioni del lavoro
e delle leghe bianche, come atta a creare un iperfenomeno agrario
che non esisteva o non era da valutarsi; ed hanno resistito
acuendo la lotta di classe.
La questione dei patti agrari, il tentativo di trasformazione
della mezzadria in affittanza, la domanda del diritto della prelazione
o del dovere dell'offerta, il tentativo di eliminare l'intermediario,
si chiami fittavolo o gabellotto, assumendo la gestione
dei grandi fondi in cooperative, messi in rapporto alla
sete di acquisto del terreno a qualsiasi prezzo da parte dei
contadini, e in rapporto alla grande speculazione terriera di
acquisti e vendite fatte da grosse aziende, sono elementi di un
quadro complesso di crisi economica che il contadino può sentire
inconsciamente, ma che l'intermediario e il proprietario
debbono comprendere in modo più largo e completo e riportare
alle ragioni prime di crisi della economia nazionale.
In queste condizioni, la lotta, con le fasi favorevoli e contrarie
a ciascuna delle parti in contesa, si risolve in una vera
diminuzione di potenzialità produttiva e di efficienza lavorativa;
il fenomeno economico si trasporta nel campo politico, acutizzato
ed esasperato dalle caratteristiche della lotta di classe.
È evidente che la capacità contributiva dell'economia e della
proprietà agraria, invece di aumentare, come è necessaria esigenza
collettiva, viene a diminuire, limitando i margini all'alta
pressione tributaria che viene imposta nell'interesse dello stato.
Come sarà possibile in questo caso realizzare ancora altri
cespiti per l'erario senza inaridire le fonti della ricchezza, e
senza determinare una più larga crisi, che involge di per sé il
problema fondamentale economico della proprietà individuale
privata, e della garanzia perché si sviluppi e progredisca
attraverso il risparmio e la produzione? E tutto ciò in un momento
in cui la pressione dei debiti dello stato per cento miliardi
e il deficit annuale da dieci a venti miliardi debbono
principalmente gravare sulla ricchezza immobiliare, della quale
la terra è la parte maggiore e realmente produttiva?
Perché qui sta il perno della questione, che desidero sia
rilevato dai benevoli ascoltatori.
L'Italia è purtroppo un paese povero, che è stato fertilizzato
dalla volontà dei suoi lavoratori e dalla forza del risparmio;
ma le risorse della sua economia vengono principalmente
dalla terra; siano prodotti che vadano direttamente al consumo
nazionale ed estero, o che ci vadano trasformati da una industrializzazione
incipiente o progredita, è proprio la terra, e aggiungo
le viscere della terra, cioè le nostre miniere e le nostre
acque, quelle che formano la ragione principale delle nostre
ricchezze.
L'industria o si appoggia ai prodotti agricoli idrici e minerari
del nostro suolo e ne sfrutta le energie, o si basa sul valore
assolutamente preponderante del lavoro sulla materia prima
importata: altrimenti è destinata a fallire e a gravare sulla economia
del nostro paese, già povero e oberato di debiti, nella
maniera più insopportabile. Per questo occorre aumentare la
capacità produttiva del suolo e del sottosuolo, aumentare la
perfezione tecnica e lavorativa delle nostre industrie trasformatrici
dei prodotti, ed eccitare i nostri commerci di esportazione,
per potere avere una bilancia commerciale che attenui la differenza
in perdita e crei capacità contributiva, che equilibri il
bilancio ordinario e dia un mezzo sicuro per elevare il valore
della nostra moneta e diminuire i prezzi del costo della vita.
La recente agitazione degli operai metallurgici ha gettato
una maggiore luce sul problema che andiamo esaminando.
Può in Italia esistere un'industria siderurgica? e fino a
quale limite e con quali condizioni può in Italia esistere un'industria
metallurgica? e a quale prezzo per tutto il complesso
della economia nazionale? Non dico l'osservatore superficiale,
ma almeno chi ha l'abitudine dell'esame dei fatti economici
deve avere notato come una industria, che è costretta a importare
dall'estero materie prime e carbone, non può immettere sul
mercato interno i suoi prodotti se non a condizione o di fornire
prodotti nei quali il lavoro sia prevalente, o di avere una
mano d'opera scarsamente rimunerata in confronto alla mano
d'opera estera; o di avere una protezione tale per il mercato
interno da superare con tale mezzo la concorrenza estera.
Orbene, il caso della siderurgia e quello della metallurgia
presente oggi non è certo il primo sopra indicato, poiché il
costo delle materie impiegate, importate dall'estero, soverchia
o equipara il costo del lavoro; né è il caso oggi che tali industrie
si avvantaggino di una mano d'opera mal rimunerata e
costretta ad intenso lavoro: questo sistema è per fortuna in
gran parte sorpassato.
La protezione, tanto giustamente combattuta, può mai diventare
così proibitiva da vincere la concorrenza estera? Le
attuali asprezze del cambio, che per le nazioni a valore monetario
peggiore, formano una temporanea ma forte protezione,
indicano quale mai barriera insopportabile dovrebbe imporsi
all'Italia in regime monetario normalizzato.
Ebbene, la siderurgia e la metallurgia pesante debbono
smobilitare o trasformarsi se non vogliono andare in perdita,
e se il paese non vorrà tollerarne il peso parassitario, a danno
del lavoro più produttivo, e specialmente della economia agricola,
che, nel giuoco delle protezioni, dovrebbe sopportarne
per prima le dure conseguenze.
* * *
Questo fenomeno, che oggi ha turbato un ramo importantissimo
della nostra industria, riannodato al quadro dell'economia
generale del paese, rivela ancor di più la crisi entro la quale
ci dibattiamo, che non è solamente all'interno, di distribuzione
di ricchezza e di mezzo e ragione di lavoro, ma anche all'estero,
per le attività di scambi e di mercato.
Fino a che l'Italia è tributaria all'estero di materie prime,
si chiamino grano, cotone, carbone, ferro e simili; fin che tale
tributo non è attenuato dallo sforzo produttivo e trasformativo
delle proprie materie; fin che, soprattutto, il lavoro delle braccia
del nostro popolo, che è la ricchezza precipua della nostra
nazione, non rende quanto può servire a equilibrare la nostra
bilancia commerciale, noi ci dibatteremo in un circolo vizioso,
senza via d'uscita; aggravando perciò le condizioni interne,
attenuando di conseguenza quella fiducia estera, che è necessaria
allo sviluppo della nostra economia, turbando ancora di
più i rapporti tra capitale e lavoro, acuendo la crisi, sottraendo
allo stato la possibilità di mezzi finanziari necessari, e trasportando
nel campo politico, come sfogo inane e torbido, quel
che sostanzialmente è crisi generale dell'economia del paese.
Per far ciò tutti convengono che il regime economico attuale
non risponde più e che occorre trasformarlo. Come in tutti i
momenti critici della vita collettiva si assommano i problemi
vissuti e non risolti attraverso lunghi anni di maturazione; così
oggi in Italia si sono acutizzati tutti i nostri problemi, da quello
agrario a quello industriale, a quello doganale, a quello emigratorio,
con una forma di imponenza e di urgenza che non
ammette dilazione.
In questa gravissima crisi, il fattore mano d'opera è il più
interessato, perché è il fattore principale umano di ogni attività
produttiva, è la forza caratteristica specifica, è l'elemento
che subisce con maggiore sensibilità gli effetti. Come nella grave
crisi di circa un trentennio fa, si deve al coraggio con cui fu
affrontato il rischio dell'emigrazione operaia, e alle abitudini
di risparmio fino al sacrificio dei nostri contadini, il fattore
principale di superamento; così oggi saranno le masse lavoratrici,
sotto l'assillo di questa più vasta crisi, a ristorare col loro
sacrificio le sorti economiche del nostro paese. A un patto,
però: che possa ambientarsi il lavoro produttivo in uno stadio
di sicurezza e di tranquillità; che l'emigrazione non sia sfollamento
di masse che si spostano, nuovi iloti di altri popoli
o servi della gleba, nelle tormentose oscillazioni del mercato
mondiale della mano d'opera; che si sviluppi la nuova forza
organica e si trasformi il vecchio regime economico in condizioni
per cui il lavoro trovi la sua piena ragione di attività e di vita.
Così il problema si proietta dal puro campo economico in
quello politico, e ne subisce le rifrazioni di altri ben più gravi
turbamenti. Si delineano nel campo economico e si proiettano
nel campo politico le diverse tendenze risolutive: quella puramente
individualistica, che riguarda il tema del gioco delle
libere forze, con la eliminazione dei più deboli e la vittoria
dei più forti; quella comunistica, che associa e livella tutti in
unico regime produttivo e fruitivo dei beni prodotti, sotto l'unica
disciplina della comunità a scopo economico; quello centralizzatore
dello stato produttore e distributore attraverso forze associate
monopolizzatrici; e quello infine misto individuale organico
decentrato, in cui le forze associate e quelle libere individuali
trovano una ragione di espansione nel regime di libertà.
Il cozzo fra queste tendenze non è nel campo delle teorie,
elaborate da scolastici e da studiosi; è nel concreto dell'azione,
che trasportata dal campo economico in quello politico, genera
una enorme confusione di elementi contrastanti, di forze combinate,
di adattamenti momentanei, di soluzioni temporanee ed
inadeguate. Non mancano la confusione del linguaggio, la sovrapposizione
di tendenze, l'incertezza di criteri, tanto da non
trovare più la linea logica e pratica dei provvedimenti politici.
E sorge intanto imponente il movimento della massa lavoratrice,
orientata al comunismo russo che polarizza le forze
nuove nel campo dei ceti medi e tenta la trasformazione economica
e politica, quasi per proprio conto, avulsa dal resto della
vita nazionale, nello sdegno del titano insidiosamente ferito,
che medita la vendetta. Essa servì un tempo il capitale, che speculò
sui salari nel creare l'industria della terra e dell'officina;
oggi dalla terra e dall'officina, nella crisi economica che incombe,
sorge il grido di riscossa che tenta speculare sul capitale fino
ad annullarlo.
La lotta scuote i cardini della società; mina le fonti produttive;
attenua le forze di resistenza sociale; penetra negli ingranaggi
dello stato e ne attenua le ragioni di ordinamento e di
forza; per arrivare a divenire un nuovo re Sole, affermando:
Lo stato sono io!
II.
La crisi politica è solamente una conseguenza di quella
economica?
Il gioco delle forze è misterioso nella natura fisica e in
quella sociale: è un dinamismo fatto di azioni e di reazioni,
che spesso sfuggono all'analisi più accurata, ma che divengono
vita complessa, mista di forze materiali e di volontà, che determinano
e son determinate a vicenda; in ciascuno che vuole
efficacemente diviene un centro fattivo, che si crede autonomo
e che è legato a sua volta, che vince gli ostacoli e, superate le
difficoltà, ne crea altri: in un determinismo sociale, nel quale
l'individuo umano spesso vince se stesso e libera le sue forze,
ma subisce insieme la pressione di altre forze sentite e non
conosciute, nella vicenda degli eventi umani, nel vincolo di una
solidarietà misteriosa di cause ed effetti.
Così la politica non è accorgimento di pochi che guidano
la società, o funzionalità di organi, che si sovrappongono agli
individui: è un fenomeno di rifrazione di altre cause, sopra
uno schermo visibile, che sintetizza una ragione sociale: e insieme
un'azione che ripete le sue ragioni dalle condizioni psicologiche
ed economiche, morali e organiche della società. E siccome
l'economia è il termine utile di una enorme serie di attività
umane, perché ne condiziona l'esistenza e ne agevola lo
sviluppo, non solo materiale ma anche morale, come mezzo al
fine, così le crisi economiche sono più profondamente sentite
nell'ámbito della vita politica.
Però la scossa data alla nostra compagine nazionale non è
solamente né inizialmente economica: la scossa è stata fondamentalmente
morale.
Certo dalla guerra, combattuta per circa tre anni e mezzo
in condizioni politiche e morali equivoche sia per il modo come
fu impostata, sia per le divergenze interne, sia per il modo come
fu condotta politicamente e militarmente, non poteva non scaturire
un profondo disorientamento nazionale. La spinta del
fine nelle operazioni umane individuali e collettive è tanto più
efficace, quanto più è visibile e sentito; allora diviene la sintesi
delle più audaci attività e dei più grandi sacrifici.
La vittoria italiana, conquistata a prezzo di tanti dolori e
di sforzi immani, poteva essere in parte l'elemento di unificazione
del pensiero degli italiani nel dopo guerra, come quella
che dava il diritto a realizzare le ragioni stesse della guerra, a
creare un ambiente di pacificazione, a determinare meglio i
rapporti morali ed economici con l'estero, a rifare la propria
economia, e ad assumere una posizione di iniziativa di equilibrio
tra i popoli, tra vincitori imperializzanti e vinti umiliati.
Purtroppo, colpa di uomini e di eventi, l'Italia fu imbottigliata
proprio fin dalle giornate della vittoria e dell'armistizio,
e vide man mano scoprirsi la rete di fitti inganni a lei tesi
durante la guerra, con la inconscia connivenza degli stessi nostri
uomini politici; e si è dibattuta, da allora, quale uccello in
stretta gabbia, in un quasi fallimento diplomatico e morale, è
inutile dissimularlo, veramente tragico.
Nei primi sei mesi dell'armistizio il pensiero italiano si incantò
sulla questione di Fiume; i nostri fratelli italiani di quella
nobile e tormentata città avevano posto il problema il 30 ottobre
1918 in base all'autodecisione; ma la soluzione, ostacolata
con tutte le male arti della diplomazia di qua e di là dell'oceano,
non poteva essere il centro di tutta la politica italiana, fino al
gesto di Orlando di lasciare Parigi, mentre i mercanti della
guerra curavano la divisione del bottino. Il pericolo dell'affamamento
americano per la questione adriatica fu agitato da
Nitti, che cercò di richiamare gli italiani alla realtà della crisi
interna ed economica, svalutando però le posizioni politiche e
tentando soluzioni empiriche. Così Smirne è data ai Greci,
così viene segnata l'intesa di Tittoni con Venizelos, così viene
abbandonata l'occupazione albanese e viene compromessa la
situazione dalmata; così si torna a discutere sullo stato autonomo
di Fiume congiunto o no all'Italia; si abbandona ogni
pretesa coloniale, si smobilita completamente l'esercito e si dà
l'amnistia ai disertori; si rende possibile uno stato di inferiorità
politica estera perfino in confronto con la Jugoslavia, al punto
che alla vigilia del convegno di Pallanza il patto di Londra, pur
riconfermato a San Remo come ancora effettivo diplomaticamente
e giuridicamente, aveva perduto ogni consistenza politica da
far valere nelle contrattazioni con gli jugoslavi. Su questa strada
si è arrivati, sotto Giolitti, come logica conseguenza, al ritiro
delle truppe italiane da Vallona, e alla situazione umiliante
fatta alla nostra nave da guerra a Spalato.
Ho voluto tracciare questo quadro, non per fare della cosidetta
politica nazionalista o imperialista, così poco confacente
ad un'Italia povera e demagogica; e neppure per fare un'analisi
critica delle fasi della politica estera dei nostri rappresentanti,
perché riconosco che molti errori erano conseguenza di premesse
o non comprese o non volute o non poste da loro; ma per dar
ragione della crisi morale che ha pervaso lo spirito pubblico,
al punto che oggi tutta la nostra storia della guerra di ieri si
può dire non appartenga più alla coscienza di molti italiani,
e il ricordo politico ne sia attenuato più che non quello della
storia del nostro risorgimento.
La discussione parlamentare fatta dai deputati e dai senatori
sull'annessione del Trentino è passata senza la commozione
pubblica dei grandi avvenimenti storici: e il cinquantenario
della unificazione patria dopo la guerra e contemporaneamente
alla completa unione degli italiani alla madre patria è trascorso,
direi quasi, nel silenzio e nella dimenticanza.
Un popolo vive di storia, anche nelle più gravi distrette e
nei dolori più profondi: è la continuità della stirpe, è la forza
della razza, è la ragione morale della vita, è la tendenza dell'anima
immortale che abbraccia nel presente, anche doloroso,
le memorie del passato e le congiunge con le speranze dell'avvenire.
Oggi invece un arresto morale, come una sincope, ha colpito
la patria nostra. Forse una qualsiasi soluzione del problema
estero dei nostri confini, e il fatto che l'Italia assume un carattere
di disinteresse a qualsiasi problema di vantaggi territoriali
e di posizioni imperialiste, le concilierà la fiducia estera e le
permetterà di sollevare e di riprendere attraverso commerci
avviati e accorgimenti politici la sua posizione morale; tanto più
necessaria, quanto più la vita all'estero dei nostri connazionali
è legata in gran parte alla politica estera italiana, e la nostra
economia deve dall'estero trarre forza e mezzi di esistenza.
Questo dà luce alle ragioni della nostra politica estera che non
può essere fatta di abbandoni e di debolezze; e che quindi esige
una politica interna rispondente a creare uno spirito pubblico
elevato moralmente e politicamente in un equilibrio di forze e
di attività.
***
L'avvento di Giolitti al potere fu conclamato dalla stampa
liberale come quello dell'uomo che avrebbe potuto ridare un po'
di forza all'autorità dello stato, così compromessa dal ministero
Nitti. Nel fatto, anche sotto il presente ministero sono avvenuti
quegli stessi fatti di sovrapposizione privata individuale o collettiva
alla ragione statale, che caratterizzarono il periodo degli
scioperi ferroviari, postali e agrari del passato ministero. Anzi
il fenomeno torbido dell'occupazione delle fabbriche nel conflitto
metallurgico è stato accompagnato da episodi gravi di sottrazioni
di armi, di assalti ad ufficiali e a pubblici agenti, di
armamento di guardie rosse, forme queste di deviazione anarchica
antistatale, pari agli antichi rivolgimenti medievali.
Il fenomeno, da qualsiasi lato si guardi, dimostra che la crisi
politica è più profonda di quel che si creda, al di là della portata
dell'indirizzo pratico di governo, che può agevolarne per
debolezza le manifestazioni, o ridurne con energia la portata,
ma non eliminarne l'esistenza.
Di conseguenza, lo spirito pubblico ne rimane scosso, e quindi
aumenta la crisi morale del paese, col graduale e progressivo
impoverimento dei centri reattivi e tonizzanti; con ripercussione
immediata sull'opinione pubblica estera; cosa che si traduce in
diminuzione di fiducia interna ed esterna e in ripercussione
sulla stessa economia generale, che a sua volta reinfluisce sullo
stesso spirito pubblico.
Insieme alla sfiducia verso il governo, è resa generale nel
paese la sfiducia verso il parlamento, come rappresentanza legittima
e degli interessi nazionali e delle forze democratiche.
Povertà di uomini, disorientamento di indirizzi, inazione legislativa
e verbosità oratoria, mancanza di agilità per prevenire i
tempi, seguirne il ritmo accelerato e convulsivo, registrarne i
propositi e trasformarli in leggi. Il parlamento dovrebbe essere
la suprema volontà del paese; è invece lo schermo su cui arriva
refratta e svisata la proiezione di parte di quel che si agita
nella vita nazionale.
Esso non può, perciò, dare autorità ad un governo, a qualsiasi
governo che voglia riprendere in mano il timone dello
stato, se non sa fiancheggiarlo nel perenne assalto alla finanza
e alla macchina statale, che va avanti per un cammino in margine
alla vera vita della nazione, creando a sé e alle attività
individuali e associate normali le barriere delle leggi e dei regolamenti,
che solo si sorpassano se colpi di catapulta infrangono
senza resistenza quella costruzione rigida e fragile della burocratizzazione
statale accentrata.
Non è la prima volta che manifesto pubblicamente e vivacemente
anche la mia opposizione irriducibile contro lo stato
accentratore e contro la burocrazia da esso nata, e che, come il
mostro della favola, da esso è divorata. E non è per rilevare
deficienze tecniche e organiche di un ordinamento, nel quale
tanti ottimi elementi cercano d'imprimere un ritmo più rispondente
ai tempi con lodevole ma inane sforzo, che io ne fo qui
un cenno; ma per completare un quadro di analisi della crisi
politica, della quale l'accentramento statale è uno dei fattori di
più lenta ma di maggiore dissoluzione, inficiando tutta la tela
organica sulla quale si regge l'attuale ordinamento pubblico.
Ai margini di questa attività centralistica si alimentano da
molti anni i germi di arresto al progresso, di ipertrofia e di
deviazione insieme. Lo stato tende continuamente a divenire il
tutto nella vita della nazione, perché si crede o si vuol credere
e far credere che tutto ciò che è regolamentato, controllato
e riportato sul piano della vita pubblica, si normalizza e si sviluppa
in una armonica rispondenza con le altre attività private.
Le funzioni dello stato sono in vero aumentate e possono
aumentare all'infinito, preparando quella fase di socialismo statale
che fu per alcun tempo l'obiettivo di molti di quella sponda,
che oggi sembrano, ma non sono di fatto sorpassati.
È naturale che questo sforzo abbia prodotto l'elefantiasi,
e che i nervi e i muscoli non reggano più l'immane corpo; e
lo stato è costretto a cedere una parte delle sue funzioni e delle
sue attività, — sottratte già all'iniziativa privata e agli enti
locali o agli organismi che ha assorbiti eliminandoli — ad altri
centri, ad altri organismi nuovi e senza responsabilità e senza
garanzia né per lo stato né per i cittadini. E per giunta, come
uno affetto dalla malattia della voracità, continua e tenta nuovi
elementi di assorbimento e di centralizzazione nel momento
stesso in cui vuole cedere e smobilitare e alleggerire le funzioni
della sua pesantissima macchina.
Così non arriva più a regolare il nuovo, per mancanza di
organi adatti, e il vecchio per eliminazione di funzioni e di
attività; creando alla periferia reazione e sfiducia; e fornendo
il mezzo agli elementi invadenti e procaccianti di prendere
dallo stato tutti quei favori tangibili con i quali si creano
monopoli e diritti propri di una nuova anarchia di stato.
Direte: È forse questo il sogno morboso di un ipercritico?
È uno stato d'animo tormentato dagli avvenimenti che non si
possono facilmente spiegare, e dei quali si ingrandiscono le
linee per trovarne una ragione, che resta invece nella introspezione
della propria mente? È un turbamento prodotto dalle
catastrofiche previsioni di rivoluzioni immediate?
A me sembra invece che la crisi morale e politica del nostro
popolo e dei nostri ordinamenti dia il segno di una maturazione,
precipitata dagli avvenimenti, nel nichilismo che la borghesia
liberale dominante ha portato fino alla esasperazione.
Anche nei momenti più favorevoli della vita economica e politica
del paese, prima della guerra, mancava un preciso orientamento
economico e politico, una vera linea centrale, sintetica,
finalistica; si è ondeggiato sempre in politica estera e interna,
in economia e nei problemi del lavoro; oggi un colpo all'industria,
domani all'agricoltura o ai commerci; un momento
triplicisti, un altro con la Francia o l'Inghilterra, colonialisti
e rinunciatari; a metà verso le classi lavoratrici e a metà verso
il capitale borsistico e speculante; nella ignoranza ufficiale dei
problemi tecnici, nella svalutazione costante dei valori morali,
nel disconoscimento delle forze vive del lavoro, spesso lasciate
a se stesse all'estero nella emigrazione forzata e avventurosa;
all'interno nella sconoscenza del valore agricolo e produttivo
del mezzogiorno, che dava e dà alla bilancia commerciale le
sue stremate e sì ricercate ricchezze; e tutto ciò acutizzato da
una continua tendenza a sopprimere l'iniziativa privata e a
centralizzarne le energie.
Oggi le incertezze e le sofferenze nel campo dell'economia,
l'impoverimento dello stato, le difficoltà che angustiano d'ogni
parte, rendono acuto il disagio e creano il pericoloso senso di
sfiducia che pervade gli ordinamenti statali, purché la classe
dominante e detentrice del potere ha compiuto il suo ciclo storico,
insieme alle sue benemerenze e alle sue debolezze, e la
crisi politica che la nazione patisce si riverbera sugli istituti che
la borghesia liberale rappresenta, ma dei quali essa non ha più
in mano il timone per la resistenza e per la trasformazione.
Così solo si comprende come sia possibile in Italia da un
lato una propaganda antistatale senza ritegni e senza limiti, impregnata
di odio e fatta di violenze; e dall'altra il cedere continuo
in ogni ordine di pubblica attività verso gli stessi elementi
che conducono la lotta, e che di essa e per essa rafforzano i
propri organismi e la propria vitalità. Che meraviglia che possano
comandare nelle ferrovie di stato e nelle poste e telegrafi
e nelle tramvie pubbliche, uomini sovversivi quali Rossoni,
Ottolenghi e Sardelli? Che Corradetti abbia in mano i porti e
Giulietti le navi mercantili, anche offerti a titolo di regalo dal
ministero della industria? Che meraviglia che le officine d'armi
di stato, i cantieri e gli stabilimenti della guerra e della marina,
le acciaierie e gli opifici appartenenti allo stato si cedano a
organizzazioni socialiste favorendone in modo palese e occulto
il finanziamento? Che meraviglia che ad esse si faccia il privilegio
di monopoli nelle rappresentanze organiche dello stato,
nei lavori pubblici, nei consigli e nelle commissioni, siano o no
paritetiche, nominate per decreto reale o ministeriale?
È la forza antistatale che monta e si avanza, che trova di
fronte a sé gli organismi dello stato, i quali cedono, di trincea in
trincea, mezzi economici e strumenti politici, non in nome di
un programma di riorganizzazione del paese, ma in nome di
una debolezza che non resiste, in nome di un equivoco che va
scoperto, in nome di una transazione di sfiducia.
Questa è una crisi politica più degli uomini che delle istituzioni;
ma pervade le istituzioni stesse perché arriva alle sorgenti
dell'autorità, del diritto e delle responsabilità collettive;
tenta le forze della economia pubblica, altera i rapporti di
quella privata: e non può avere altra soluzione che o un programma
e una forza nuova di restaurazione, o la cessione del
potere abbassando la bandiera vinta di fronte a quella vincitrice.
***
Ma è proprio così? siamo veramente allo stato acuto di una
Caporetto politica? o le successive fasi potranno presentare quel
margine di resistenza all'elemento borghese liberale, che gli
permette di tenere le posizioni con tentativi di trasformazione
e di assimilazione? ovvero passeremo attraverso le forme violente
di una rivoluzione di stile classista?
Sarebbe da persona leggera rispondere alle insistenti domande,
con previsioni categoriche. E sarebbe d'altra parte una
analisi vana e sterile questa, se si fermasse alla visione della
crisi, senza segnare una via approssimativa di risoluzione. Gli
avvenimenti possono sorpassare le previsioni e impedire che la
volontà fattiva tenti determinare risultati diversi e migliori; è
dovere ed è sempre gloria dell'uomo lo sforzo di redimersi e
di superarsi internamente ed esternamente, nel gioco delle forze
e nella necessità degli eventi.
Il fatto centrale dell'attuale fase rivoluzionaria è dato dal
problema del lavoro, dalla ragione della sua organicità, dalla
trasformazione dei suoi rapporti col capitale, dal valore della
sua produttività e dalla forza della sua rappresentanza sindacale
e politica. Attorno a questo fatto maturano i partiti politici
italiani: tanto è vero che ogni altro partito che si sviluppa ai
margini di altri fattori, manca di rispondenza e di vitalità
attuale, ed è destinato a lasciare la caratteristica di partito,
per vivere quale semplice associazione a scopo limitato o quale
titolo fittizio di settore parlamentare.
Così il partito nazionalista e quello dei combattenti, quello
riformista e il repubblicano non sono più frazioni viventi, se
non quando cercano un orientamento di pensiero e di azione
nell'ampia sagoma dei partiti borghesi liberali e democratici.
E questi alla loro volta, quale che ne sia il nome assunto nel
parlamento, rappresentano in gran parte le classi terriere, industriali
e professioniste, e si basano su elementi incerti, che coi
legami personali e tradizionali, specialmente nel mezzogiorno,
mantengono ancora la loro base nel regime economico presente,
lasciandolo però esposto agli attacchi, attenuato di vigore e di
resistenza, non tanto vivo per potersi difendere, né tanto morto
da essere soppiantato.
Completamente orientato verso il lavoro, fino alla forma
della dittatura economica e politica di esso, è quel socialismo,
che ha assunto la forma comunistica e catastrofica della terza
internazionale, con la frazione massimalista, pur mantenendo
nella sua ampia linea tendenze diverse e opposte per metodo
e per contenuto, organismi cooperativistici e imprese a base
utilitaria e con impuri contatti col capitale.
Però, mentre al movimento demoliberale manca una forza
centrale e sintetica, che non può essere la difesa delle istituzioni
perché non vuole essere un partito conservatore e sostanzialmente
riesce solo ad essere demagogico; il movimento socialista
si orienta verso il problema del lavoro, come unica
espressione organica economica e politica della ragione collettiva
della società. Sotto questo aspetto i socialisti sono semplicisti;
e come tutti i semplicisti annullano la relatività dei problemi
e li riducono a formule, in cui viene confusa la finalità
con la realtà e la negazione trionfa sull'affermazione. La potenza
suggestiva del socialismo negativo e formalista sta nel fatto avvenirista
e mistico della catastrofe, dell'apocalissi, non più del
mondo di qua in confronto al mondo di là, come fu la suggestione
mistica del millennio medievale, ma della società borghese
presente in una società lavoratrice del domani, che livellando
le differenze elimina le ingiustizie. Così avviene che da
un lato ogni categoria di malcontenti e di sfruttati si rivolge
come ad elemento di salvezza alle camere del lavoro, aumentando
così il numero di coloro che vedono il problema della trasformazione
sociale attraverso il punto di vista personale o classista,
sempre soggettivo e unilaterale; e dall'altro aumenta lo
zelo e il fanatismo dei proseliti, che divengono prepotenti verso
coloro che ancora non vogliono riconoscerne il dominio e subirne
la soverchieria. Così si spiega il fenomeno della costrizione
violenta verso avversari a far loro prendere la tessera
rossa, che dovrebbe essere scelta e chiesta con libera volontà
e per valore di convinzione: pari a quei barbari convertiti al
cristianesimo che, nella rude loro fede, mantenevano i loro
costumi di prepotenza e costringevano con le armi gli altri a
battezzarsi. E mistica o mitica è anche la concezione della Russia
bolscevizzata: Lenin tipo del civilizzatore sovversivo, nuovo idolo
di folle ignare, simbolo di ribellione e di sforzo antisociale.
Fenomeni, questi, di movimenti medievali trasportati nel
secolo ventesimo e innestati sul tipo del socialismo germanico,
che ebbe in Italia il suo quarto d'ora intellettuale, ma che si
svolse vicino e ai margini del movimento di folle, che invece
credevano e credono più facilmente all'anarchismo, ieri di Cipriani
e oggi di Malatesta.
E se il socialismo italiano non fosse insieme cooperativismo,
organizzato, alimentato, sorretto dallo stato, sindacalismo reso
forte dallo stesso stato e dagli industriali o dagli agrari, adattamento
politico evolutivo, un tempo diretto da Ferri a Bissolati,
da Berenini a Bonomi, e oggi da Treves e Turati a Buozzi
e D'Aragona; avrebbe una caratteristica molto più temibile ed
audace, eliminerebbe l'equivoco e creerebbe sul serio il fenomeno
della rivoluzione violenta. Per questo i tentativi di Nitti
e di Giolitti sono orientati verso il centrismo socialista, nella
speranza d'una divisione e di un distacco che serva a dare ai
partiti borghesi quel tanto di vitalità e di orientamento, che
essi oggi più non hanno.
***
All'economia del lavoro come fenomeno centrale prevalente
orienta le sue forze anche il partito popolare italiano: non è
l'omaggio alla divinità che sorge, è la tradizione cristiana del
lavoro reso libero dalla schiavitù ed elevato alla nobiltà spirituale
e civile delle maestranze dei comuni italiani, che oggi
rivive nelle nuove ragioni sindacali e politiche, che la grande
industria e i grandi commerci e la moltiplicata e ampliata vita
moderna hanno maturato in un secolo di servitù economica.
Però il partito popolare italiano non riduce il problema
complesso e organico ad una linea semplicista e negativa, come
è lo schema massimalista del comunismo, né lo idea avulso dalle
condizioni di fatto, che oggi premono sulla vita economica e
politica italiana; ma ad esse lo condiziona e per esse lo sviluppa
e sostiene.
Un primo elemento fondamentale è dato nel termine finale
della nuova economia, avvicinare cioè il lavoratore ai mezzi di
produzione e renderlo partecipe del valore produttivo, senza
sopprimere né attenuare la individualità libera e operante. La
piccola proprietà rurale, fiancheggiata e resa salda economicamente
e tecnicamente da forme cooperative e consorziali; la
trasformazione cooperativistica delle grandi aziende agricole,
condizionata allo sviluppo e alla potenzialità economica e tecnica
delle associazioni contadine; l'azionariato e la partecipazione,
comunque costruita, alle aziende industriali; lo sviluppo cooperativistico
nelle imprese dove il lavoro è molto e l'alea è ridotta
e limitata; sono postulati del partito popolare italiano, per
arrivare a due termini fondamentali: la trasformazione del salariato
in collaboratore cointeressato allo sviluppo dell'azienda,
e quindi alla gioia e ai dolori della produzione; e la trasformazione
della grande impresa centralizzata, capitalistica, monopolistica,
in industrie a largo cointeresse sociale e perciò sindacate.
Il salariato assente dalla produzione, merce ed elemento di
contrattazione, lasciato al gioco delle sorti prospere o avverse
della grande industria, ha portato la società venuta dalla concezione
classica liberale alla sua crisi morale ed economica;
e il movimento di grandi masse associate si ripercuote nella
compagine politica. Le provvidenze assicurative e tutelatrici,
che hanno basato la politica di oltre trenta anni fatta a spizzico
e non mai completata, sono valse a normalizzare il movimento.
Il bivio oggi è segnato su questo punto: il socialismo sotto
qualsiasi denominazione non può rinunciare alla lotta di classe,
che è resa seria e fondamentale nel campo del salariato; e
quindi tende ad acutizzarne i rapporti col capitale per arrivare
ad una dittatura di classe. Il partito popolare italiano tende
alla trasformazione dei rapporti del lavoro e alla eliminazione
del grande salariato, e ciò sia pure come transizione contingente,
anche attraverso la lotta sindacale, per arrivare per
approssimazioni pratiche alla collaborazione delle classi come
suo termine finalistico.
E poiché in ogni economia, anche in quella associativa
come la mezzadria nell'agricoltura, vi sono oggi elementi di
deficienza organica che turbano i rapporti fra i diversi fattori
della produzione, si tende efficacemente verso il termine del
maggior cointeresse del lavoro alla sua realizzazione produttiva,
fino a potere trasformare il lavoratore in proprietario parziale
o totale dei mezzi di produzione, compresa la terra e
l'officina.
Questa linea programmatica per noi non è per sé stante,
solamente polarizza oggi il movimento economico e politico;
però sta e deve stare nel quadro vasto e prevalente delle ragioni
della produzione e dell'economia generale del paese. È
una ambientazione morale e tecnica del problema produttivo,
sia pure con facili e prevedibili crisi di arresto parziale e momentaneo;
perciò noi siamo contrari a forme convulsive e di
rapina sociale e politica; e vogliamo che gli elementi dirigenti
nel campo economico e in quello politico vadano incontro al
problema e non piglino invece la posizione di aggrediti che cedano;
perciò noi organizziamo le masse sindacalmente e cooperativisticamente,
perché premano nel campo economico e si
formino una coscienza tecnica elaborativa della propria forza;
perciò tendiamo, sul terreno politico, a che la nostra forza e il
nostro pensiero siano valutati e seguiti.
***
Ma il nostro partito, come tutte le forze nuove, segna la
sua crisi, proprio sul suo terreno specifico di attività, crisi di crescenza
e di sviluppo; anch'esso è costretto a subire gli stadi
della lotta per l'esistenza e il processo critico della sua evoluzione.
Nel campo del lavoro, per i liberali e parte di elementi
conservatori, anche religiosamente a noi vicini, siamo i bolscevichi
neri, coloro che soffrono di mimetismo socialista e, negli
atteggiamenti, follaioli; e trovano in ciò elementi parziali per
una falsa valutazione e per una ingiusta generalizzazione. Di
fronte alle tendenze interne, il problema sindacale e cooperativo
del lavoro e della produzione, mentre è ipersentito da una
frazione, non è visto come centrale e preponderante da altra
frazione, pur convenendo e gli uni e gli altri sulla valutazione
realistica e programmatica del problema. La proiezione di
questo fenomeno interno ha toccato un lato notevole della
vita del partito popolare italiano, quello del collaborazionismo
parlamentare.
Una corrente, che in parte rappresenta più da vicino l'idea
sindacalista, era contraria alla collaborazione parlamentare di
governo, sia pure su basi determinate d'intesa, fra le quali quelle
di carattere economico-sociale; ciò per una tesi generale sui rapporti
del partito con la borghesia, oltre che per mancanza di
fiducia negli uomini di governo dei partiti liberali, e anche
per difficoltà parlamentari di realizzazione immediata e a breve
scadenza.
L'altra tendenza, quella che prevalse e che, da dicembre ad
oggi, meno la parentesi di due mesi del secondo ministero Nitti,
accettava la collaborazione di governo, attraverso le fasi delle
crisi politiche fu indotta e, direi meglio, costretta dallo stesso
peso del numero a contribuire a che il parlamento funzionasse
e che un governo in Italia ci fosse, per dar tempo alla maturazione
di orientamento pubblico, che in una grave ora come
quella che l'Italia attraversa dall'armistizio in poi, facesse riesaminare
agli uomini e ai partiti le loro posizioni di combattimento.
Purtroppo questa sincerità onesta, che ha tentato nelle diverse
e non molte manifestazioni parlamentari di determinare
negli altri elementi di maggioranza una ragione di convergenza
verso i nostri punti di vista e verso le ragioni programmatiche
della nostra attività pubblica, ha trovato enormi difficoltà pratiche,
parte per colpa di uomini e parte per colpa di eventi.
Ma nel contatto forzato e nei facili contrasti si è avuto un
turbamento di rapporti, un aumento di diffidenze, un tentativo
di sopraffazioni, che han culminato nelle coalizioni dei democratici
con i socialisti a favore del divorzio e contro la proporzionale
amministrativa; e rendono ancora più aspre le lotte
elettorali che in questi giorni si combattono per i consigli comunali
e provinciali.
Nella mente degli avversari alleati siamo ancora il terzo
incomodo, non troppo forti per essere temuti, né troppo deboli
per essere sopraffatti; sempre combattuti se come alleati siamo
troppo autonomi, o se come avversari pretendiamo il rispetto
alla nostra forza. Hanno perciò accentuato, nella speranza di
dividerci, le divergenze tra collaborazionisti e anticollaborazionisti,
estremisti e centristi, ieri nel congresso di Napoli alimentando
polemiche e diffidenze; lo ritentano oggi per le elezioni
amministrative fra intransigenti e transigenti, fra elettori
cattolici e popolari, con una acredine e voluttà da nemici.
Purtroppo è un'alleanza, questa, con persone e non con partiti,
dai quali quindi dobbiamo difenderci, mantenendo in confronto
agli alleati la nostra posizione presa fin dal nascere del
partito.
Perciò la tattica intransigente fu applicata nelle elezioni
politiche col sistema proporzionale ed è stata oggi riconfermata
nelle elezioni amministrative comunali e provinciali, perché
risponde ad una esigenza di vita del nostro partito. È un
metodo connesso intimamente alla necessità di valutazione del
nostro programma pratico, differenziato da quello degli altri;
è una proiezione dell'autonomia della nostra personalità di partito,
nel campo delle realizzazioni della vita pubblica; è una
difesa della nostra caratteristica ed essenza popolare dalle confusioni
democratiche e demagogiche delle frazioni del liberalismo
borghese; è la prosecuzione del processo di liberazione iniziato
dal partito fin dal suo apparire nella vita politica italiana.
La nostra insegna è stata indicata nell'appello del 18 gennaio
1919, ed è stata resa plastica nel nostro segno elettorale:
«la libertà». E per conquistarla di fronte alla centralizzazione
del potere nei partiti liberali e di fronte ai vincoli ferrei e prepotenti
dei socialisti, dovevamo e dovremo ancora viverla e farla
sentire come minoranza combattiva e fattiva, senza i legami che
possano incepparne il cammino nella vita pubblica e menomarne
la personalità politica.
Così sorse il partito popolare italiano aconfessionale, pur
professando idee finalistiche etiche e cristiane; così ebbe la sua
base su tutte le classi sociali, pur affermando il suo programma
sindacale per l'elevazione del lavoro; così propugnò la rappresentanza
proporzionale politica e amministrativa e proclamò la
più rigida intransigenza elettorale, pur ammettendo gli eventuali
contatti della vita del governo, della cosa pubblica sia
locale che statale, a scopi determinati e per esigenze concrete.
Oggi le esigenze sono convergenti nel problema centrale da
noi prospettato: l'equivoco su tale problema non può reggersi,
e bisogna uscirne: è urgente che parlamento e governo escano
dall'agnosticismo sociale e affrontino sul serio le audaci riforme
sociali nel campo agrario e nel campo industriale, e quelle rappresentative
del lavoro, che il partito popolare italiano sostiene
e propugna.
***
Parecchi ci rimproverano che la insistenza, con la quale noi
poniamo il problema sociale economico e politico del lavoro,
ci faccia dimenticare tutte le altre esigenze della vita nazionale,
alle quali rispondono anche diverse affermazioni del nostro programma;
e credono, io direi fingono di credere, che noi in ciò
vogliamo fare una assai sciocca imitazione degli atteggiamenti
socialisti. È un errore di prospettiva che facilmente si rettifica.
Il partito popolare italiano è un partito sintetico nel programma
ma realizzatore nella vita. Come abbiamo visto, il
punto centrale oggi è per l'Italia il problema della produzione,
ambientata e resa efficace e sicura dalla soluzione del problema
del lavoro: a questo si lega il problema dell'organizzazione sindacale
che si prospetta nella riforma degli istituti pubblici e
loro rappresentanze; riforme che possono avere efficienza se
rese agili dal decentramento politico, amministrativo ed economico,
che può valorizzare le forze, le risorse, le caratteristiche
locali e regionali, così varie e diverse in Italia, da non potersi
annullare e livellare neppure attraverso cinquant'anni di legislazione
e di ordinamento statale centralizzato.
E perché produzione e lavoro siano efficienti, occorre la valutazione
economica dei rapporti con l'estero, l'equilibrio della
bilancia commerciale, la regolamentazione dell'emigrazione, la
tutela e il rispetto del credito italiano all'estero. Vi sono insieme
connessi i problemi intellettuali e morali; elementi di elevazione,
forze reali di attività, sviluppo di energie, che bisogna
educare e orientare. Come dimenticare questa sintesi? Come
dimenticare le ragioni etiche superiori, che sono la forza centrale
delle attività umane, che ne elevano la tonalità, ne coordinano
i fini e ne superano le deficienze e i dolori, le lotte e le
ingiustizie, che in qualsiasi società restano a indice della debolezza
della nostra natura limitata e finita?
Ma ogni periodo ha la sua fase acuta centrale; e sbaglia chi
crede di trasportare a suo talento il pensiero delle masse da un
termine all'altro.
Come nel periodo del risorgimento l'idea-forza era la conquista
della libertà politica e delle forme rappresentative e
l'unificazione delle regioni italiane in nazione, e a questo termine
o convergevano o si coordinavano o comunque attraverso
questo elemento finalistico erano veduti tutti gli altri problemi;
così oggi il termine vittorioso della guerra è superato, il problema
dei confini adriatici è rientrato nell'ambito dei problemi
esteri — per i quali purtroppo in Italia si ha, insieme al
facile sentimentalismo, una generale ignoranza —; i problemi
morali quali oggi sono posti, cioè divorzio e libertà d'insegnamento,
occupano e preoccupano molto noi, popolari e non
popolari, più che altro per il nostro sentimento religioso e per
la nostra visione etica della vita; ma non occupano né preoccupano
gli altri partiti, né polarizzano agitazioni di contrasto e
cozzo di grandi masse: oggi il problema del lavoro sta al centro
del contrasto, è il termine fondamentale della grande crisi
italiana.
Orbene, per quanto la vita non crei le soluzioni unilaterali
o astratte, ma realizzi soluzioni complesse e legate alla continuità
storica nazionale, anche quando le rivoluzioni violente
pare annullino il passato; pure ci avviamo a gran passi alla trasformazione
economica e politica della società.
La rivoluzione in Italia non può venire nel senso violento,
classista o leninista; dopo pochi giorni ci mancherebbero grano,
carbone e materie prime, e verrebbe la miseria, cattiva consigliera
agli individui, pessima agitatrice delle folle.
È così: ma non ci culliamo su questo elemento come se fosse
un bel parafulmine sulla nostra patria. Qua bisogna andare alle
soluzioni: o l'economia soverchia la politica; o viceversa il problema
politico istituzionale diventa il campo di lotte per la
conquista economica. Cedere non vale; resistere non si può;
occorre trasformare. È questa la voce del partito popolare italiano,
voce di minoranza, voce che si vuole equivocare, soffocare,
sopprimere da coloro che sono stati detentori tradizionali
del potere; voce che si nega dai socialisti con mezzi violenti
nel campo della vita del lavoro; ma noi tentiamo di farla sentire
alle masse, conquistando faticosamente il nostro posto di
combattimento. Noi crediamo ancora che il terreno politico,
quello delle attuali istituzioni, quello della vita amministrativa
e parlamentare, sia il terreno di lotta e di conquista; perché
vogliamo che la lotta e la conquista siano pacifiche e siano trasformatrici
per vigore di leggi che regolino le iniziative e normalizzino
le forze del paese.
***
Che se questo terreno debba oggi o domani restare ancora
nella sua crisi impotente al ritmo della vita, e tenere il nostro
paese nelle angustie dell'oggi e nell'incertezza del domani, noi
crediamo che si imponga l'appello al paese, che oggi rifà le
sue amministrazioni locali, con prevalenza di colore politico, e
che domani ritenterà il rifacimento politico con la forza delle
sue organizzazioni sindacali.
Se questa mia parola, che oggi ha tentato un'analisi obiettiva
per gli altri e per lo stesso partito popolare, lasciando la
freddezza dell'esame, deve in questo momento rivolgersi commossa
a tutti, amici e avversari o indifferenti, che si trovano
qui, questa parola commossa, che trova la sua fonte di calore
nell'amore alla patria nostra, sarà sinceramente, profondamente,
una parola di fede!
L'Italia attraverso la sua povertà, i suoi dolori, la lotta di
paesi amici e di paesi avversari, le sue convulsioni interne e le
sue debolezze di uomini e di partiti, l'Italia si salverà. Essa ha
una missione che, per chi crede, è provvidenziale; nella creazione
del diritto, nella educazione dell'arte e nella organizzazione
centrale del cristianesimo. A questi termini non può fallire
il suo cammino.
Oggi è Lenin, che alle menti ignare del popolo che ha bisogno
di idoli e di uomini-simbolo, eccita gli animi e apre
speranze di nuovi orizzonti attraverso i bagliori della rivoluzione:
ma noi italiani, che forse per i primi, nei paesi occidentali
e latini, affermiamo il diritto del lavoro nella sua nuova
fase sindacale come elemento di produzione e di rappresentanza
politica; noi italiani che affermiamo con audacia il diritto
degli umili di fronte alle altre nazioni, che oggi dopo la guerra
rinnovano le affermazioni imperialistiche del passato; noi italiani
affermiamo una conquista morale, civile e cristiana di
gran lunga più salda e più reale che non siano i movimenti bolscevichi
che si tentano in imitazione di una Russia ancora medievale
e anarchica.
A questa conquista contribuiamo noi, partito popolare italiano;
con la forza dei nostri organismi, col valore del nostro
programma, con la lotta di resistenza ai rossi che soverchiano,
di differenziazione dagli altri che cedono, con la posizione centrale
assunta per la trasformazione sociale.
E noi abbiamo fede che la patria nostra, per la quale combattiamo
e lavoriamo, uscirà dalle angustie che la travagliano
e la travaglieranno per un pezzo, rifatta nella sua unità morale,
nelle sue forze indistruttibili e nella sua missione civilizzatrice,
vincendo col lavoro la sua crisi economica e vincendo per il
lavoro la sua crisi politica.