Oscar Hecker
Il piccolo italiano: manualetto di lingua parlata
IL PICCOLO ITALIANO
MANUALETTO DI LINGUA PARLATA
AD USO DEGLI STUDIOSI FORESTIERI
COMPILATO
SUGLI ARGOMENTI PRINCIPALI
DELLA VITA PRATICA
E CORREDATO
DEI SEGNI PER LA RETTA PRONUNZIA
DAL
PROF. OSCAR HECKER
DOCENTE DI LINGUA ITALIANA ALL'UNIVERSITÀ DI BERLINO
TERZA EDIZIONE RIVEDUTA
8°-14° MIGLIAIO
FREIBURG (BADEN)
J. BIELEFELDS VERLAG
1910
I. In Viaggio.
Ci sono divèrsi mèzzi, per viaggiare per tèrra.
Da gióvani, volèndoci godere, a nòstro agio, le
bellezze di un paese pittoresco o in qualche_manièra
interessante, agguerriti da contínue passeggiate
da noi fatte fin da piccini, volentièri andiamo
a pièdi. Sappiamo che le marce, non esagerate,
fanno un gran bène alla salute, rinfrescando la
mente e rafforzando tutta la mácchina.
Partiamo per qualche gita, possibilmente in
compagnia di uno o di due amici, la mattina
al fresco, col bastone in mano, il binòcolo e la
borraccia a tracòlla, e sulle spalle lo záino con
dentro le provviste e la biancheria indispensábile.
Camminando d'un passo giusto, né tròppo lèsti
né tròppo adagio, potremo fare parecchi chilòmetri
di fila, senza stancarci. Siamo di buòna
gamba noialtri! Prenderemo di preferenza - di
estate al sole è un brutto camminare - un viottolo
ombreggiato, che ci risparmierà anche il polverone
della strada maestra. Badiamo, però, di
non allontanárcene tròppo, perché, a internarsi in
un bosco, facilmente uno si pèrde.
Se non fóssimo prátici del paese che attraversiamo,
consultiamo, a buòn conto, oltre alla bússola,
ogni tanto la carta topográfica, e, capitando a un
crocícchio (dove la strada si biforca), non disprezziamo
l'aiuto di qualche (palo) indicatore («Che
c'è scritto? ci lèggi? A me non mi rièsce decifrarne
un'acca!»). Nel dúbbio di avere smarrita la strada
(«Ma siamo nella buòna strada? Vi confèsso il vero,
non mi ci raccapezzo più. È un affare sèrio!») non
seguitiamo ad andare a casaccio, facèndo forse
mille rigiri inútili, ma invece, potèndo, rivolgiámoci
per informazioni a un passante.
«Scusi, signore (scusate, galantuòmo; ehi, quella
dònna!), vado bène di qua a N.?» Oppure: «è questa
la strada per andare a N.?»; o ancora: «di dove si
passa per andare a N.?» Ci risponderanno: «Sì signore;
è questa; vada pur sèmpre a diritto.» Ovvero:
«Nò signore, ha sbagliato, bisogna che ritorni addiètro
fino al primo paesèllo, e pòi vòlti a dèstra; passando
di qua, l'allungherèbbe parécchio.» — «Non ci sarèbbe
da prèndere una scorciatóia?» — «Nò signore, la più
corta è quella che le hò indicato.» — «Ci abbiamo sèmpre
da far molta strada?» — «Piuttòsto!» — «Quanto ci si
mette, andando di buòn passo?» — «Un'ora e mèzzo
per lo meno.» — «Grázie tante!» — «Niènte!»
Essèndo stracchi («Mi duòle la vita, i pièdi non
me li sènto più, sono stanco mòrto!», faremo una
sòsta per riposarci, sdraiati sull'èrba, e, nello stesso
tèmpo, ci rifocilleremo con uno spuntino: «Buòno
questo caffè, e come lèva la sete! E questo panino dice
pròprio mángiami, mángiami! — — Òh èccoci ristorati.
Su, via, non ci tratteniamo di più; il sole è basso, è
l'ora di partire. E pòi quei nuvoloni laggiù non mi
persuádono, c'è da èsser còlti dall' acqua. Avanti!
Non vorrèi che, facèndo tardi, ci toccasse a passare la
nòtte all'apèrto. — Ah! finalmente siamo giunti alla
mèta. Quella accanto alla chièsa è la nòstra locanda.
Che pò' pò' di camminata, duro fatica a règgermi in
pièdi! Mi par mille anni di andare a lètto! Stanòtte,
cari mièi, dormiremo senza culla. A domani l'ascensione
di quel monte che ci sta dinanzi. Saliremo fino in
cima, arrampicándoci a guisa di capre. Di lassù si
dève godere una vista splèndida. Chi sa, che panorama!
Speriamo di avere una bèlla giornata.»
Mentre in un'ascensione sémplice, scevra di
perícoli, si può fare a meno della guida, questa
riuscirèbbe invece indispensábile, se si trattasse
di una gita sulle nevi perpètue di un ghiacciáio.
Lì anche l'alpinista provètto, per quanto svèlto
di mèmbra e intrèpido d'ánimo, non contènto di
èssersi munito di fortíssimo bastoncione ferrato,
delle grappèlle acuminate da adattarsi alle scarpe,
e del piccone (che dève servire a scavare gradini
nel ghiaccio), ricorre per aiuto a una o due guide,
alle quali, nei punti più árdui, si lega per mèzzo
di una sòlida fune, onde evitare il tremèndo perícolo
di precipitare (in un burrone oppure in un crepaccio),
qualora sdrucciolasse o mettesse un piède
in fallo. Assicurati a quella manièra, potranno
felicemente cómpiere l'ascensione e la discesa,
basta che, lontani da una capanna di rifugio, essi
non vèngano sorpresi dalla tormenta, o — pèggio
ancora — travòlti da una valanga, che, in un
áttimo, li seppellirèbbe tutti senz'alcuna via di
scampo. In questo caso a nulla varrèbbero gli
sfòrzi di una squadra di soccorso, mandata dopo
qualche tèmpo, con cani appòsitaménte addestrati,
alla loro ricerca. Forse non arriverèbbe nemmeno
a rintracciare i cadáveri di quelle disgraziate víttime
dell'alta Montagna!
Chi - come in generale gli italiani - tròva
pòco gusto a viaggiare a pièdi, preferirà in luòghi
dove non ci passi la fèrrovía, di andare in vettura,
se la borsa glielo permette, ovvero di servirsi della
diligènza, guidata dal postiglione, che, in Germánia,
all'arrivo e alla partènza suòna allegramente
il suo còrno. La diligènza (a cavalli), destinata
a sparire forse in tèmpo non lontano, va, continuamente,
perdèndo terreno per la concorrènza
vittoriosa della fèrrovía, mèzzo di traspòrto cèrto
meno poètico, ma, d'altra parte, assai più còmodo
e, per la sua rapidità, cèrto più adatto ai bisogni
dell' uòmo modèrno. E dire che ai nòstri vècchi
pareva pure di viaggiare tanto velocemente in
diligènza, quando, a ogni stazione postale, potévano
concèdersi il lusso dei cavalli di ricámbio,
e ricórrere al trapelo nei punti più árdui della
strada in salita!
Il primo tronco di fèrrovía costruito in Itália,
fu quello da Nápoli a Pòrtici, il quale venne inaugurato
il ventisèi settèmbre 1839. Le numerose,
ma non ancora sufficiènti strade ferrate del continènte
italiano, riunite in due gruppi, la Rete
Adriática (R. A.) e quella Mediterránea (R. M.), e
amministrate prima da società private, sono state
riscattate da parte dello Stato, e dipèndono ora
dirèttaménte da quello. È un fatto degno di nòta
che, qualche anno fa, alla línea Milano-Gallarate
è stato applicato il sistèma della trazione elèttrica,
di cui cèrto è l'avvenire.
Il traspòrto delle persone e dei bagagli si
eseguisce mediante trèni (ossia convògli) che córrono
sopra verghe di fèrro (dette rotáie), collocate
a due parallèlaménte sull'árgine della fèrrovía.
Gli scambi, servènti a far passare un convòglio
da un binário a un altro, son manovrati
da un deviatore (o barattáio), che òccupa un posto
di grande responsabilità; la mínima negligènza
da lui commessa può dar luògo a un deviamento
(«il trèno è deviato, è interrotta la línea») o ad uno
scontro («due trèni si sono incontrati, ci sono tante
víttime!») e comprométtere, così, la salute e la vita
di chi viaggia. Siccome le disgrázie ferroviárie
sono purtròppo tutt'altro che rare, c'è chi stima
prudènte di contrarre un'assicurazione contro gli
infortuni. Esístono non pòche varietà di trèni.
Ci sono i trèni direttíssimi, detti anche trèni lampi,
perché slanciati, almeno su parte del percorso,
con rapidità vertiginosa; i trèni dirètti, che si férmano
solo nei punti più importanti; i trèni accelerati,
che non sono altro che trèni òmnibus con
velocità alquanto aumentata; i trèni misti (per
viaggiatori e mèrci); i trèni mèrci; i trèni speciali
fatti partire fuòri d'orário, e i trèni di piacere, a
prèzzi ridotti, concèssi dall'Amministrazione per
qualche occasione straordinária (stagione de' bagni,
esposizioni, pellegrinaggi ecc.).
Un trèno complèto si compone della mácchina
(o locomotiva) col suo tènder, del bagagliáio, del
vagone postale (a cui spesso supplisce un compartimento
solo, provvisto, al di fuòri, d'una cassetta
da lèttere), e di un cèrto número di vetture destinate
ai viaggiatori, le quali sono divise in tanti
compartimenti di prima, seconda, e tèrza classe,
contenènti dai sètte ai dièci posti.
La seconda italiana, per eleganza e comodità,
è inferiore a quella tedesca, e la tèrza, raríssima
a trovarsi nei direttíssimi, tròppo lascia a desiderare
riguardo all'indispensábile pulizia. In ogni
compartimento ci sono due sportèlli (alla partènza
riscontriamo se sono stati chiusi bène con la maniglia
e la nòttola), due finèstre — è pericoloso
spenzolarsi! — e quattro finestrini («mi fa il favore
di chiúdere almeno in parte, ci hò vènto; mi permette
di abbassare un pochino il cristallo, si sòffoca dal caldo
e l'ária è guasta; le dispiace se tiro la tendina? mi
dà nòia il sole»); c'è pure, in alto, da tutt'e due
i lati, la rete per il bagaglio a mano, insufficènte
quasi sèmpre a ricéverlo tutto («signori, favoríscano
tirare un pò' da parte la loro ròba; ci dève entrare
anche la valigia mia; vediamo, con un pò' di buòna
volontà si accòmoda ogni còsa.»).
Trattándosi di trèni dirètti, in nessún compartimento
manca il segnale d'allarme, corrispondènte
al freno a vapore, del quale, pena una fortíssima
multa, non ci possiamo servire, per fermare il
trèno, che nell'imminènza di un grave perícolo.
Sotto i sedili nelle carròzze di modèllo più
modèrno si tròvano i caloríferi a vapore («conduttore,
qui si trèma dal freddo; che forse è guasto
il riscaldamento? — Nò signore, ma quest'è l'última
vettura del trèno, il vapore ci arriva male; dirò al
macchinista di dare un pò' più di pressione.»), ai quali
nei vagoni più antichi supplíscono alla pèggio
con cassette piène d'acqua bollènte, da ricambiarsi
ogni tanto, a qualche fermata più lunga.
L'illuminazione delle carròzze è tutt'altro che
perfètta. Ciascún compartimento, durante la nòtte
e quando s'attravèrsan gallerie (ossia tunnel) piuttòsto
lunghe, è rischiarato da un lume - a gas
nei dirètti, a petròlio o a òlio negli altri — che,
puzzando quasi sèmpre, dà una luce così fiòca da
rèndere impossíbile la lettura («Siamo al búio, s'è
spènto il lume! — Ábbiano paziènza un momento,
manderò súbito qualcheduno per riaccènderlo.»).
Non è permesso fumare nei compartimenti
che non síano a tale uso destinati («Fumatori»).
Chi avesse a nòia il fumo e preferisse — pare impossíbile! —
l'ária pura a quella viziata, prenderà
posto in un compartimento, dove, sulla faccia
intèrna dello sportèllo, c'è scritto «Vietato (proibito)
fumare». Ma anche lì non sèmpre saremo al
sicuro dall'indiscretezza di tanti fumatori italiani
che, quando non ci sono signore («Le dà nòia il
fumo? permette ch'io fumi? - Faccia pure; si accòmodi!
ovvero: Mi dispiace, signore, di doverla pregare
a rinunziare al suo sígaro; il fumo mi fa male
agli òcchi. - Quand'è così...»), pretenderèbbero
di fare assolutamente il loro còmodo, rispondèndo
talvòlta anche male a quello sciagurato che, fòrte del
regolamento (ci vuòle l'unánime consènso dei viaggiatori!),
insistesse, perché smettéssero di fumare.
Per le signore che viaggian sole o con ragazzi
piccini, ci sono in ogni trèno dirètto, almeno per
la seconda classe, appòsiti compartimenti «Dònne
(Signore) e ragazzi.». Nei trèni direttíssimi e a lunghe
percorrènze, chi può spèndere, vedrà, con piacere,
il vagone-ristorante, dove farà tutt'i suòi pasti
con ogni còmodo; egli, per la nòtte, approfitterà,
senza dúbbio, del vagone-lètto, nel quale su divani
rifatti a uso lètto si dòrme discretamente. Rammentiamo
però, che, nei vagoni-lètti italiani, sono
ammessi i soli viaggiatori di prima classe, pagando,
s'intènde, la rispettiva soprattassa.
Fórmano il personale d'un trèno il capotrèno,
che sovrintènde a tutto l'andamento, il macchinista
e il fochista, addetti al servízio esclusivo della
locomotiva, le guárdie (ossia conduttori), e alcuni
frenatori. Per sorvegliare la línea, dando col disco
e con la bandierina rossa i segnali del caso, e per
chiúdere, a suo tèmpo, calando la barrièra, i passaggi
a livèllo (assai meno sicuri di quelli sotto
livèllo), sono adibiti numerosi cantonièri oppure
cantonière, abitanti i casòtti che si védono sparsi
sull'árgine lungo la línea ferroviária.
Volèndo èssere ammessi a viaggiare in fèrrovía,
bisogna munirsi di appòsito biglietto (non
trasferíbile a tèrzi). I ragazzi, in Itália, se di età
inferiore ai tre (!) anni, sono trasportati gratuitamente;
quelli d'età compresa fra i tre e i sètte (!)
anni págano la metà del prèzzo ordinário, mèzzo
biglietto, che, però, dà loro il diritto di occupare
un posto per intero («Signora, quant'ha questo bambino? —
Ha due anni e mèzzo. — Ah davvero?
A vederlo, non parrèbbe! — Eppure l'assicuro io
che non ha di più; che ci hò che far io, se è grande
per la sua età?! — Va bène, va bène.»).
Di biglietti ce ne sono divèrse spècie. Quelli
sémplici, valévoli per una data corsa; quelli d'andata
e ritorno, buòni solamente fino all'último trèno
del giorno in cui vèngono rilasciati, se non che
la validità di quelli distribuiti il giorno avanti a una
fèsta riconosciuta dallo Stato, è protratta fino all'último
trèno del giorno susseguènte (dunque, per
esèmpio, sèmpre dal primo trèno di Sábato all'último
di Lunedì); quelli d'abbonamento annuali,
semestrali, e mensili, fatti a forma di libretto con
la fotografia dell'abbonato.
Ci sono finalmente i biglietti per viaggi circolari
a itinerário fisso ovvero combinábile di vária durata
(secondo l'entità del percorso), prorogábili una
o più vòlte per un mínimo di dièci giorni. Per
questi biglietti è bène tenere a mente che I°
vanno firmati dal titolare 2° vanno ad ogni partènza
esibiti (che pò' pò' di seccatura!) all'ufficio
di distribuzione, affinché vi sia fatto appòsito visto
per la destinazione scelta 3° vanno, quando a uno,
dopo partito, venisse vòglia di fermarsi in una
stazione intermèdia, presentati, súbito dopo l'arrivo,
al capostazione, per ottenér da lui un attestato
dell'avvenuto cambiamento di destinazione.
Volèndo fare un viaggio piuttòsto lungo -
facciamo conto di star fuòri un mese o due -
cominceremo in tèmpo a occuparci dei preparativi
necessari. A questo scòpo stabiliamo prima di
tutto col mèzzo d'una guida stampata (Baedeker
in Germánia, Trèves in Itália) il nòstro itinerário,
che, via via, subirà chissà quante modificazioni
e verrà, magari, più vòlte rifatto di sana pianta.
Consultiamo pòi attèntaménte gli orari dell'Indicatore
generale delle strade ferrate, per sapér
con precisione le partènze e gli arrivi dei principali
trèni delle línee da noi scelte. In último
penseremo a méttere insième tutta la ròba (vestiário,
biancheria, libri ecc.), di cui non potremo
fare a meno in viaggio, tenèndo presènte, che il
portár molto bagaglio non rièsce soltanto d'impiccio
a chi viaggia, ma costituisce per di più
una spesa tutt'altro che indifferènte, le fèrrovíe
italiane non accordando ai viaggiatori nessuna
franchigia di bagaglio.
La nòstra valigia è pronta (e così il pòrtamantò);
il nòstro baule è bèll'e fatto. Speriamo
di averci messo ogni còsa. Una vòlta partiti, si rimèdia
male alle dimenticanze! «E ora chiudiámolo
bène, perché non ábbia ad aprirsi per la strada. Giù
il copèrchio, pigiamo fòrte. Ècco fatto. Dio, come è
peso! Sarà mèglio ammagliarlo, se nò, potrèbbe anche
sfasciarsi. Per finire, arrotoliamo la copèrta, e, infilátici
a mazza e l'ombrèllo, stringiámola nelle sue cigne.
Manca il buco nel punto buòno? Pòco male! Col
temperino se ne fanno quanti se ne vuòle. Ed èccoci
lèsti. Non ci scordiamo di far portár giù nella strada
anche la cappellièra e la sacchina, che, tra le altre còse
d'uso contínuo, contiène un berretto di seta leggieríssimo
e una spolverina.» Secondo il regolamento il
viaggiatore può portare gratuitamente seco in
carròzza còlli di bagaglio (a mano) non più lunghi
di mèzzo mètro, e che, di peso, in complèsso non
súperino i venti chili.
Vèngono ad avvisarci che giù c'è il legno
che dève condurci alla stazione. «Bène, andiamo! -
Vetturino, caricate tutta questa ròba, e conducétemi
alla stazione centrale. Ma bisogna córrere, hò fatto
tardi, e non vorrèi pèrdere il trèno; c'è la mancia!
Stia tranquillo, signore, faremo in tèmpo, il mio
cavallo tròtta che è un piacere! — Tanto mèglio; e ora
addio a tutti, un bacio, un abbraccio. Arrivederci in
buòna salute! - Buòn viaggio, divèrtiti, dacci prèsto
le tue nuòve; non èssere avaro di cartoline illustrate!
- Non dubitate, buòna permanènza a voi tutti!»
Giunti alla stazione e affidata la nòstra ròba a
un facchino — badiamo al suo número — andremo
al finestrino della véndita dei biglietti della nòstra
línea («Scusi, dove si pígliano i biglietti per Venèzia?
- Al tèrzo finestrino a dèstra. — Oh se è chiuso! -
Già, c'è tèmpo alla partènza, non áprono che mèzz'ora
avanti!»). Quanta mai gènte ferma lì, impaziènte
e nervosa, ad aspettare sbuffando il suo turno,
col pòrtafòglio o la borsa in mano! Bè', ci vuòl
paziènza, mettiámoci alla fila.
Intanto prepariamo il denaro corrispondènte
su per giù al prèzzo del biglietto, ricordándoci
che il bigliettináio non è obbligato a fare il cámbio,
quando il rèsto superasse un quinto della
valuta presentata («A cènto lire non ci hò da farle il
rèsto. — E allora? — Pròvi un pò' al buffè, se gliele
cámbiano; ma faccia lèsto! — Dio mio, non sono neanche
prático di questa stazione. Mi faccia la carità, sènta
un pò' un suo collèga, se mi può far questo piacere;
glie ne sarèi pròprio grato!»), pòi, coi fògli gròssi,
cáusa la fúria, gli errori a danno dell'acquirènte
(spècie se forestièro) sono tròppo fácili, e a nulla
varrèbbe un reclamo non fatto immediatamente.
«Òh ma qui non si va avanti, quell'impiegato
ci mette un'eternità a sbrigár la gènte! Per cèrti
trèni d'importanza bifognerèbbe si apríssero due sportèlli, ma andátelo un pò' a dire all'Amministrazione...
Lo stesso che parlare al muro!». Meno male che,
nei grandi cèntri, per agevolare al púbblico l'acquisto
dei biglietti, mássime di quelli internazionali,
ne è stata autorizzata la véndita (che bèl còmodo!)
nelle così dette agenzie di città e in alcuni albèrghi
primíssimo órdine.
Finalmente tocca a noi. «Firènze, prima, andata
sola (una seconda per Gènova, andata e ritorno; Mòdena,
tèrza, mèzzo biglietto); quanto spèndo (quant'è)?» —
«Ventitré lire e cinquantacinque centèsimi?» — «Ma
qui c'è scritto cinquanta centèsimi?» — «Il sòldo in
più è per la tassa di bollo, signore.» — «Ah va bène.»
Accade che il forestièro pòco prático della lingua
non capisca l'ammontár del prèzzo («quant'ha
detto?»), neppure a fárselo ripètere adagio e scolpito.
In questo caso egli pregherà il bigliettináio
di mostrargli il prèzzo stampato sul biglietto o di
scríverglielo sul marmo del davanzale.
Avuto il biglietto, ci occupiamo del baule, che
intanto dal nòstro facchino sarà stato portato all'ufficio
di spedizione («dove si spedíscono i bagagli?»).
Lì pésano il baule in presènza nòstra sulla basculla,
e, applicátovi un bullettino col número
d'órdine e il luògo di destinazione (verifichiamo,
potèndo!), lo mándano su un carretto insième con
altri al bagagliáio del nòstro trèno. A noi riméttono,
all'atto della spedizione una ricevuta, chiamata
scontrino, che ci conviène serbár gelosamente,
per potér, appena arrivati, ritirare senza nòie il
nòstro baule alla distribuzione dei bagagli. Chi
avesse pèrso lo scontrino — sia detto a suo confòrto —
può, tuttavia, contro regolare ricevuta,
ottenere la consegna del suo bagaglio, sèmpre
che gli rièsca dimostrare all'evidènza (dándone
gli esatti connotati e producèndone la chiave) d'èsserne
il proprietário.
Se fosse prèsto, andiamo a far l'ora del trèno
nella sala d'aspètto. «Non c'è ancora il trèno per
Ravenna?» - «Nò signore, è in ritardo di quíndici
minuti, ma dève arrivare a momenti, l'hanno bèll'e
segnalato.» Ècco le pòrte si áprono. Entrando,
bisogna presentare all'impiegato fermo sull'ingrèsso
il nòstro biglietto, che viène da lui bucato
e riscontrato per la data del timbro. In Itália
nessuno (salvo gli addetti all'Amministrazione) è
ammesso nel recinto delle stazioni se non munito
di regolare biglietto o d'un biglietto d'ingrèsso
(da dièci o venti centèsimi), vendíbile prèsso il
bigliettináio ovvero da ritirarsi dal distributore
automático, a meno che questo — fatto assai frequènte —
non sia guasto.
Passati sotto la tettóia, vediamo il trèno che
entra sbuffando e strepitando, e viène a fermarsi
a uno dei marciapièdi. «Per Firènze, Roma, Nápoli,
signori, in vettura!» Spicciámoci, per trovare un
posto buòno. Quelli di preferènza da tutti ricercati
come più còmodi sono i posti negli ángoli (ai finestrini);
perciò, volèndo accaparrársene uno, nelle
stazioni capilínea occorre èsser fra i primi a venire.
«Dove vanno, signori? A Nápoli? in fondo, c'è
la carròzza dirètta!» Gira gira, c'imbattiamo in
un compartimento tutto vuòto. Che fortuna! Ma
è chiuso. «Conduttore, venite un pò' a aprire qui.» -
«Signori, codesto è riservato, guárdino il cartellino; non
ci pòsson montare.» — «Ci hanno mandati in fondo,
ma tutt'i compartimenti sono al complèto.» — «Allora
pròvino più avanti; qui non c'è mòdo di sistemarli.»
E noi anderemo più avanti, e magari in capo
al trèno (non dimentichiamo, però, che, in caso di
scontro, le prime carròzze sono quelle più fácili
a èsser danneggiate). Ma abbiamo un bèl cercare;
avèndo fatto tardi, a tutti gli sportèlli dove ci
presentiamo, siamo invariabilmente respinti con
tanto di «complèto!», e, infatti, da una sommária
ispezione parrèbbe risultare che tutt'i posti sono
presi («mai qui c'è posto per òtto persone, e loro
sono sèi; capisco, si sta male in tanti, ma, d'altronde,
vòglio partire anch'io.»). A vòlte, ci troviamo di
fronte a uno strattagèmma di qualche viaggiatore,
che, per stare più còmodo, avrà oltre al suo occupato
indebitamente un altro posto, mettèndoci
parte della sua ròba e facèndo vista che essa
appartènga a un signore sceso per un momento.
Se ci balenasse tale sospètto, chiamiamo una guárdia
(ferroviária), e la preghiamo di verificare il número
dei viaggiatori del nòstro compartimento.
In caso di simulata occupazione, l'Amministrazione
è in diritto d'esígere dall' indivíduo còlto
in flagrante l'acquisto di un secondo biglietto.
Alla fine ci siamo potuti sistemare, non senza,
però, dar luògo da parte dei nòstri compagni di
viaggio a brontolamenti aspri, scusábili perché,
in verità, indirizzati all'Amministrazione, che,
d'estate come d'invèrno, spietatamente traspòrta
i viaggiatori pigiati come le acciughe. I riguardi
avuti in Germánia al púbblico nella stagione dei
grandi caldi, purtròppo in Itália, dove maggiormente
sarèbbero richièsti, non si sógnano neppure.
Il posto toccátoci («È preso questo posto? — Nò
signore, non c'è nessuno» ovvero «sì signora, ci sta
mio fratèllo, dève tornár súbito») non è, naturalmente,
a un finestrino, ma, per fortuna, tale da andare
all'indiètro (non in avanti), con le spalle cioè
rivòlte alla mácchina («Le pòsso offrire il mio posto,
signorina? ci starà mèglio. — Tròppo gentile, davvero;
se, per lèi, è lo stesso, accètto ringraziando»). Così,
se non altro, avremo il vantaggio di non èssere
esposti alle corrènti d'ária, e potremo fare a
meno di seccare qualcheduno dei nòstri compagni
di viaggio, esigèndo (autorizzati a ciò dal regolamento)
che si tèngano chiusi i vetri dalla parte
del vènto. Facèndo il riscontro del nòstro bagaglio,
ci accorgiamo con spiacévole sorpresa,
che la cappellièra non c'è. «O dove sarà andata?
A casa non è rimasta di cèrto, mi ricòrdo beníssimo
di averla avuta in carròzza; il facchino la dève avér
lasciata nella sala d'aspètto. Il trèno sta per partire,
non c'è più vèrso di farne ricerca. La potrò riavere?
Basta non sia piaciuta a qualcheduno...» In ogni
mòdo, rammentiámoci che gli oggètti trovati
nelle stazioni (o nei trèni) e non reclamati entro
sèi giorni sono spediti alla Direzione Generale,
che, per due anni, li tiène a disposizione di chi ci
potesse avér diritto.
Qualche minuto avanti la partènza, gli sportèlli
— attènti alle mani e ai vestiti! — son serrati
dalla guárdia che viène a chièderci il biglietto.
«Favoríscano i biglietti, signori.» - «Questo biglietto non
è più buòno, signore.» - «Perché?» — «È scaduto fin da
ièri; bisogna che ne prènda un altro.» — «Con questo
biglietto, signora, non può andare col dirètto, le ci
vuòle il supplemento.» — «Quant'è la differènza»? -
«Non glie lo sò dire esattamente; ora le mando il contròllo,
è lui che rilascia i supplementi.» - «Il suo biglietto
è di seconda, signore; quest'è la prima classe.
Bisogna che cambi.» — «Ma in seconda non hò trovato
posto, mi sono messo qui per disperato.» — «Vènga
con me, glie lo tròvo io il posto, hanno attaccato un'altra
carròzza.» — «L'avévano a dire súbito che l'attacávano;
ormai, all'último momento, non mi muòvo
più, davvero!» — «Questa pòi si starà a vedere, sarèbbe
bèlla che tutti, col biglietto di seconda, pretendéssero
di andare in prima, perché ci stanno più còmodi. Non
vuòle scéndere? E io vado a chiamare il signór Capo,
che la metterà fuòri senza tanti complimenti.» — «Andate
pure, ma ricordátevi che siète tenuto a usare
mòdi urbani coi viaggiatori!» — — «Signore, favorisca
scéndere, il posto in seconda c'è; non mi vorrà mica
obbligare a ricórrere a mèzzi estrèmi.» — «Va bène,
signór capostazione, cèdo alla violènza, ma farò il mio
bravo reclamo.» — «Faccia come crede, signore, il libro
dei reclami è a sua disposizione.» È una sodisfazione
per mòdo di dire, il reclamare; si sa bène che, quasi
sèmpre, i reclami lásciano il tèmpo che tròvano.
Al momento fissato dall'orário tutto essèndo
pronto («partènza!! — pronti!!»), il che sarà il caso
di una vòlta su dièci, sonata l'última col campanèllo,
il capotrèno dà, colla cornetta, al macchinista
il segnale della partènza. Il sòlito stridènte
e ripetuto físchio della mácchina ci fa rintronare
la tèsta. Ècco che il trèno si muòve, e, aumentando
gradatamente di velocità, si mette a divorare
lo spázio a corsa sfrenata. «Si vola addirittura.
Guardate, i pali del telègrafo scappan via in un baleno.
Dio, come scuòte questa carròzza! Fa venire il mal di
mare. C'è da cozzarsi uno con l'altro. A momenti
vièn giù tutta la ròba...» È l'inconveniènte del trovarsi
in coda al trèno. Meno male che questo
ora rallènta, ci avrà da fare una curva o da passare
su un viadotto. Ma cammina sèmpre più adagio
è segno che è vicina una fermata.
Infatti, il trèno si ferma, ed ècco la stazione.
«Dove siamo? Come si chiama questo posto? Ma... È
vero che i conduttori i nomi li úrlano, ma chi li capisce,
è bravo!» Scendiamo, non fosse altro che per
sgranchirci, un pò', le gambe, rimaste intormentite
dal lungo tragitto. Non volèndo esporci al
ríschio di rimanere in tèrra, domandiamo a una
guárdia: «Quanti minuti di fermata (quanto si trattiène
il trèno)?» — «Non scenda, signore, si riparte súbito.
Vuòle dell'acqua, signorina? Dia qua, glie l'émpio
io codesta bottiglia. Stia tranquilla, ci darò, prima, una
bèlla sciacquata.» (Diffidare in generale dell'acqua
potábile delle città italiane di pianura!) — — «Ècco
fatto, signorina.» — «Grázie tante, tenete per il vòstro
incòmodo.» — — «Ehi, per piacere, mi chiamate un
pò' il giornaláio?» — Giornaláio!! Èccolo servito, signore.»
— — «Aprite! Mi dite, dov'è il buffet?» —
«Laggiù, in fondo, signore.» — Farò in tèmpo?» —
«Può fare il suo còmodo, ci sono quíndici minuti di
fermata.» Quando uno abbandona per tanto tèmpo
il pròprio posto, è indicato marcarlo come occupato
col lasciarvi della ròba; secondo il regolamento
(bène a sapersi!) basta a questo scòpo un
oggètto qualunque.
«Ècco fatto; o il trèno dov'è? Non è mica partito?»
— «Nò signore, lo fanno manovrare per métterlo su un
altro binário; a minuti tornerà qui.» — «Non ritròvo
il mio compartimento; hò dato un'occhiata di qua e
di là, ma inutilmente.» — «Non si ricòrda del número
della vettura?» — «Nò, purtròppo non hò pensato a
stampármelo nella mente.» — «Ora l'aiuto io. Dica,
con chi èra?» — «Con due signore anziane e con un
prète bèllo grasso. — Aspètti, non ci vorrà mica tanto
a trovarli! Èccoli, signore; sta bène?»
Rimontando, troviamo il nòstro posto occupato.
«Scusi, signore, codesto posto è mio. Tant'è vero
che ci avevo lasciato questo libro.» — Ábbia paziènza,
è piccino, non l'avevo visto. Vuòl dire che mi cercherò
un altro posto.» Non sèmpre in símile caso
riceviamo così cortese risposta. Anzi, a vòlte,
avèndo da fare con un indivíduo pòco educato,
non ci riuscirà indurlo colle buòne ad andársene.
Allora, senza tanti discorsi, ricorreremo al capostazione,
a cui spètta l'última paròla nelle divergènze
che pòssano náscere tra i viaggiatori ovvero
tra questi e il personale. Ma è pur sèmpre una
scèna disgustosa; e però, a scanso di seccature, si
raccomanda marcare in ogni caso il pròprio posto
con un oggètto gròsso che dia súbito nell'òcchio,
come, per esèmpio, un pastrano o una copèrta.
«Ma questa perdinci è una fermata etèrna! Altro
che quíndici minuti! Benedetta la precisione... Mi
dite, o perché non si parte?» — «Perché la línea
non è líbera (fuòri delle stazioni è a un binário solo);
bisogna aspettare l'arrivo del dirètto che va nella direzione
opposta; è in ritardo.» — «Per mutare!» -
«Caro signore, son còse di questo mondo; ci vuòl
paziènza! Non mèrita il conto arrabbiarsi.»
Finalmente entra il trèno che ci ha fatto tanto
allungare il còllo, e il nòstro si rimette in cammino.
Più noiose assai sono le fermate, non previste
dall'orário, in apèrta campagna, quelle, cioè
causate da un guasto sopravvenuto alla mácchina
ovvero alla línea stessa. In questo caso l'Amministrazione
fa operare il così detto trasbordo dei
viaggiatori, per il quale, fermato il trèno, scéndono
tutti e fanno a pièdi il tratto di strada impraticábile,
per pòi montare e proseguire su un
altro trèno che è lì ad attènderli.
Il nòstro luògo di destinazione non sèmpre si
tròva tra quelli toccati dalla línea, e allora, se
nel trèno non ci fosse la carròzza dirètta o se noi
non ci avéssimo trovato posto, a qualche stazione
di diramazione siamo costretti a cambiár trèno.
Di questa necessità verremo avvertiti da una
guárdia che, aprèndo gli sportèlli, griderà, p. es.:
«Per Sièna si cámbia!» E noi scenderemo ad aspettare
la coincidènza, sèmpre che, per uno dei sòliti
ritardi, non l'avremo pèrsa...
Volèndoci fermare in qualche posto da un
trèno all'altro oppure dalla mattina alla sera,
lasceremo il píccolo bagaglio in depòsito («m'insegnate
il depòsito?»), prèsso un impiegato che,
contro ricevuta, lo custodisce mediante la tassa di
un sòldo per ciascún còllo e per ogni ventiquattro
ore, col mínimo, però, di dièci centèsimi, pagábili
alla riconsegna.
Se siamo dirètti all'èstero, ci tocca scéndere
al confine, tutti dovèndo prestarsi alla vísita doganale,
che, per il gròsso bagaglio, viène fatta
in appòsita sala della stazione, mentre quello a
mano è visitato alla lèsta nei vagoni stessi. Apèrti
i bauli e le valige (ceste, casse ecc.), un doganière
ci domanderà: «Ci ha niènte da dázio, signore;
ci ha nulla da denunziare, signora?» — «Nulla, signore,
tutti effètti d'uso; ròba da viaggio, nient'altro.» A
scanso d'ogni responsabilità, potremo anche dire:
«Non saprèi davvero, guardi pure.»
Págano un cèrto diritto i sígari, le sigarette,
e il tabacco, quando oltrepássino una modèsta
provvista destinata a uso personale (sèi sígari di
número!). Sono pure soggètti a dázio i vestiari
o capi di vestiário, le trine ecc., se nuòvi nuòvi,
come pure le cioccolate, i biscòtti, i liquori ecc. in
recipiènti di un cèrto volume non incignati.
Terminata la vísita («hò finito, può chiúdere»),
fatta dal doganière per gli indivídui non sospètti,
in generale, con garbo, delicatezza, e cortesia (egli
fruga un pò' di qua e un pò' di là, quasi pro fòrma),
il nòstro bagaglio viène da lui contrassegnato
col gessetto, e possiamo, dopo riapèrte le sale,
andare liberamente a riprèndere il nòstro posto.
Guai invece a chi venisse còlto sul tentativo d'introdurre
ròba di contrabbando! Italiano, gli toccherèbbe
pagare, in attesa del giudízio, una multa
fortíssima; stranièro, egli verrèbbe facilmente accompagnato
senz'altro in cárcere. -
Dopo tante e pòi tante ore (abbiamo fatto il
viaggio tutto d'un fiato), ècco che, con nòstra somma
sodisfazione — saranno etèrne le nottate! -
il tragitto vòlge al suo tèrmine. Il trèno passa
strepitando sopra le piattaforme della stazione di
arrivo, ed entra sotto la tettóia. Siamo giunti a
destinazione («Bèn arrivati! avete fatto un buòn viaggio?»
- Òttimo, grázie.»). Tirata giù dalla rete tutta
la nòstra ròba, ci affacciamo al finestrino: «Facchino!»
— «Èccolo, pronto!» — «Prendete questa
ròba, sono quattro capi.» — «Ci ha del bagaglio gròsso,
signore?» — «Sì, tenete lo scontrino; il vòstro número?»
— «Diciassètte; prènde una carròzza o va coll'òmnibus
di qualche albèrgo?» — «Con quello dell'Etrúria
(Prèndo una carròzza).» — «Va bène, signore,
si avvii pure, le porterò ogni còsa all'òmnibus (Vuòl
dire che, prima, l'accompagnerò alla carròzza, e pòi
anderò a ritirare il suo baule).»
«Uscita, signori! Di qua l'uscita!» Lasciamo all'impiegato
il nòstro biglietto (se fosse d'andata
e di ritorno, badiamo che egli ci rènda la parte
non bucata!). Che sèrra sèrra, che pò' pò' di
pigío; da far pèrdere il fiato addirittura! È pròprio
questo il momento propízio per le gèsta di
qualche borsaiòlo. Attènti dunque al pòrtafòglio
e apriamo bène gli òcchi; le precauzioni non son
mai tròppe, ché quei signori son di mano lèsta.
E ora chiamiamo una vettura e aspettiamo il
ritorno del facchino. E' ci mette un'eternità; ma
non è colpa sua. La distribuzione dei bagagli,
cáusa l'insufficènza del personale, è una faccènda
lunghíssima, tale da far andár su tutte le fúrie un
pòvero viaggiatore rifinito dalla stanchezza. Ècco
finalmente il facchino col nòstro baule. «Quanto
dovete avere?» — «Faccia lèi (A piacere!)!» — «Che
volete che sáppia io, la tariffa quant'è?» — «Sarèbbe
mèzza lira, signore; ma spèro, mi vorrà dare anche
un pò' di buòna mano.» — «Diámine, tenete.» —
«Avanti, vetturino, andiamo!» Un'altra fermatina
alla pòrta per il dázio consumo (paga gabèlla tutto
quel che è ròba da mangiare o da bere, purché
introdotta in cèrta quantità). Avèndoci riconosciuti
per forestièri, ci rispármiano la seccatura
della vísita, e ci lascian entrare liberamente in città.
Agli stranièri intenzionati di viaggiare nel «Bèl
paese» si raccomanda caldamente d'imparare un
pò' a parlare l'italiano (così dolce, e così fácile per
chi sa di latino o di francese). La loro lingua,
fuòrché nei grandi cèntri, in Itália non è compresa
che da pochíssimi o da nessuno. Stíano pur cèrti
che, a sapersi esprímere in italiano alla pèggio,
magari storpiando le paròle e dando un calcio
alla sora Grammática (basta farsi intèndere!), godranno
al dóppio nel loro viaggio, fuggiranno un
monte di ammattimenti, e — argomento forse ancora
più persuasivo degli altri — spenderanno la
metà del danaro, perché sfruttati assai meno
sfacciatamente da chi (tutto il mondo è paese!)
campa sull'ignoranza dei forestièri.
Sarà pure prudènza per loro munirsi, partèndo,
di regolare passapòrto, vidimato dal cònsole italiano
del posto o del distretto, il quale documento,
oltre a potér tornár loro di grande utilità in casi
non prevedíbili, riuscirà loro indispensábile prèsso
gli uffici postali allo scòpo di farsi riconóscere,
quando essi avéssero da riscuòtere qualche vaglia
o da ritirare lèttere raccomandate o assicurate,
giunte per loro ferme in pòsta.
Il viaggiatore incapace di farsi riconóscere, va
incontro a molti e non lièvi inconveniènti, che,
se non altro, tròppe vòlte gli faranno pèrdere la
paziènza e il buòn umore. Non occorre pòi aggiúngere
per lo stranièro, venuto a stare qualche
tèmpo in Itália, che, più egli cercherà di conformarsi
agli usi del paese (spogliándosi di alcuni
dei sòliti e, pare, inevitábili pregiudizi), e mèglio
se ne troverà, per tutt'i riguardi.
Pei viaggi in mare cèrto meno svariati ma tanto
più salubri di quelli per tèrra, ci serviremo qualche
vòlta di un bastimento a vela, specialmente
per una gita brève; quando invece si tratti di un
tragitto piuttòsto lungo, ricorreremo a un vapore,
che fila tanti nòdi di più all'ora. I più modèrni
e più potènti piròscafi raggiúngono in mèdia una
velocità mássima d'una ventina di nòdi (45 km).
Per l'imbarco ci recheremo in un pòrto di
mare. Staccato il biglietto all'agenzia di una
Società di navigazione, e assicurátaci una cabina,
la nave non partèndo che il giorno dopo, approfittiamo
della bèlla stagione, per visitare gli scali
di cárico e di scárico, il cantière coi bastimenti
in costruzione («a quando il pròssimo varo?»), il mòlo,
dove vediamo tirár l'alzáia, e in último il faro,
costruito a fine di servire, la nòtte, col suo fanale
a luce intermittènte, di guida ai naviganti in vicinanza
della còsta.
E ora facciamo in barchetta a rèmi una passeggiata,
scansando, per la strada, numerosi gavitèlli
e spingèndoci fino al frangiflutti. I nòstri barcaiòli
vógano che è un piacere. Quanti bastimenti
éntrano nel pòrto e quanti altri ne èscono!
È un andirivièni contínuo. Ècco un brigantino,
seguito da una goletta, ècco un vaporetto che tira
un gozzo a rimòrchio. Le navi ancorate sono,
per lo più, mercantili; non manca, però, qualche
vascèllo da guèrra. C'è, quindi, un transatlántico
tedesco, un vero colòsso, misurante quasi dugèncinquánta
mètri di lunghezza e capace di ricévere
fino a duemila passeggièri. Esso primeggia non
solo per la massa, ma anche per l'eleganza, a riguardo
della quale non rèsta ecclissato neppure
dall'yacht americano, quanto mai civettuòlo, fáttogli
ormeggiare accanto.
L'indomani, su un'imbarcazione qualunque,
ci facciamo condurre al fianco del nòstro vapore,
e saliamo a bordo per mèzzo della scaletta di mezzana.
Pòco dopo, tutto essèndo pronto per la
partènza, il capitano dà l'órdine di levár le áncore
e di salpare. Urla la sirèna, l'acqua, sbattuta
violènteménte dalle ali dell'èlica, scròscia e spumeggia,
e la nave, scòssasi tutta, parte, mandando
gròsse núvole di fumo dalle gole dei suòi
fumaiòli e lasciando diètro a sé una lunga scia
luminosa, símile ad un nastro d'argènto. Guidata
dal pilòta sin fuòri della rada, essa s'avvia con
velocità crescènte a prèndere il largo per la sua
rotta; divènta sèmpre più piccina agli òcchi dei
nòstri amici, rimasti in riva a sventolare i fazzoletti,
e, finalmente, fáttasi addirittura un punto
nero, va a confóndersi coll'orizzonte.
Ècco le parti principali di un piròscafo: la
carèna sommèrsa nell'acqua (esso pesca quattro
o cinque mètri), alla quale di dentro corrisponde
la stiva, destinata a ricévere il cárico e la zavòrra,
più o meno grandi secondo il tonnellaggio della
nave; la copèrta coi ponti e i castèlli; sul didiètro
la poppa colla ruòta del timone e con la bússola;
nel mèzzo, o quasi, il locale delle mácchine
(che gròssi volani e che stantuffi enormi!), sormontato
dal palco del capitano; sul davanti la prua
(ossia pròra) col becco, provvista del bomprèsso;
gli álberi di trinchetto e di mezzana (assicurati
alle sartie), con le antenne ossia pennoni, e le vele,
rètte dalle scòtte. L'álbero maestro in cima ci
ha la gábbia per la vedetta. Le vele si spiègano,
si brácciano (si scorcíscono), si ammaínano a seconda
del vènto. La bandièra, issata in poppa,
índica la nazionalità della nave, mentre le banderuòle
dei pennoni lunghe e biforcate, dette fiamme,
sèrvono d'ornamento e per far segnali.
L'intèrno dei grandi vapori contiène un bèl
salone, dei salòtti da conversazione, da lettura
e da fumo, stanzini da bagno, un caffè-ristorante,
e moltíssime cabine per dormire, il tutto bène
illuminato, di giorno da numerose boccapòrte, di
nòtte da tante lampadine elèttriche. In Itália,
i battèlli della Società di Navigazione Generale,
della «Veloce», e di Flòrio e Rubattino sono i
migliori, offrèndo discrete comodità anche per i
passeggièri di seconda classe.
L'equipaggio si compone del capitano, che dirige
tutto l'andamento della nave (impartèndo gli
órdini a mèzzo del pòrtavóce), del secondo, che
fa le sue veci, del timonière, che guida la nave
(facèndola andare a diritto, o piegare a tribordo o
a babordo, o virare sotto vènto o sopra vènto),
del macchinista, dei fochisti, dei marinai (che dòrmono
in cuccette o in amache), dei mozzi, che
fanno il tirocínio, e pòi del mèdico dei cuòchi, e
dei camerièri di bordo.
Quando non tira vènto, il mare è calmo (liscio
come uno spècchio, pare un òlio), e l'allegria regna
tra i passeggièri, prodotta dall'incanto dell'ambiènte
e alimentata dalle árie briose della banda,
che suòna per divèrse ore il giorno. Ma ècco
che il cièlo si annébbia, e si lèva una brezza,
che va rinforzando. Il mare, fáttosi cattivo, comincia
ad agitarsi, ingròssa; sórgono, sèmpre
più minacciosi, i cavalloni dalla cresta spumeggiante.
La nave che, prima, non faceva che
dondolarsi dolcemente, ora, percòssa di fianco dai
cavalloni, si mette a rullare, o, tagliándoli in due,
beccheggia, alzándosi e abbassándosi a vicènda
con ímpeto violènto. I passeggièri, sballottati in
qua e in là, dúrano sèmpre più fatica a règgersi
ritti, pur aggrappándosi al parapètto o a qualche
còrda che cápiti loro fra le mani.
Gli effètti di tale giuòco d'altalena sulla maggiór
parte di essi son disastrosi. Giramenti di
tèsta, travaglio di stòmaco, náusee — con quel
che segue. Preso dal mal di mare, il pòvero
viaggiatore, tutt'intènto a pagare il suo tributo
a Nettuno, non gusta più lo spettácolo stupèndo
e, nello stesso tèmpo, pauroso che gli si para
dinanzi. Egli, dopo brève lòtta, disfatto, traballando
scende sotto copèrta, dove, sdraiato su un
divano, si sfogherà a imprecare alla sciènza mèdica
che ancora non ha saputo trovare uno specífico
per quel male davvero noiosíssimo. È bèn fortunato
chi non lo patisce, potèndo così, indisturbato,
godersi tutte le potènti attrattive di tale
traversata col mare in burrasca.
Però, questi viaggi non sono nemmeno scevri
di veri perícoli, sebbène sui grandi bastimenti
síano forse più sicuri dei viaggi per tèrra. Scatenátosi
un uragano, quante navi non subíscono
gravíssime avarie, quante non rimángono disalberate
e si ridúcono carcasse, che, ribèlli al timone,
vanno alla deriva in balia dei vènti e divèngono
il ludíbrio del mare furioso! Su di esse a vòlte,
apèrtasi sotto la línea d'immersione una gròssa
falla (impossíbile a stoppare), risuòna lúgubre il
comando del capitano: «tutti alle pompe!» Nonostante
gli sfòrzi sovrumani dell'equipaggio, la
nave, seguitando a fare acqua, lèntaménte si sommèrge
(còsa difficilíssima nei modèrni piròscafi
provvisti tutti di tante pòrtestágne). Il capitano,
vedèndo che la sua nave è destinata ad andare,
inghiottita, a picco, più non indugia a dar l'órdine
di calare in mare i battèlli di salvataggio
(che stanno sopra copèrta sospesi alle gru). Così
c'è la speranza che l'equipaggio pòssa scamparla,
sèmpre che la tèrra ferma non sia tròppo lontana
o che, dopo pòco, i náufraghi, avvistato qualche
bastimento e fatti segnali di soccorso, vèngano
da quello pietosamente raccòlti.
Ma tròppo spesso quei battèlli, in generale,
sopraccárichi, colpiti da una ráffica, si capovòlgono
o, sbattuti contro qualche scòglio subácqueo, si
sfásciano, facèndo morire affogati coloro che non
potéssero salvarsi a nuòto. Per facilitare tali salvamenti,
nei piròscafi esístono moltíssimi salvagènte,
ossia ciambèlle di súghero, atte a fare stare
a galla chi se le infila. Più d'un marináio precipitato
da un'antenna o travòlto da un colpo di mare
(«un uòmo in mare!») dève la sua vita a un salvagènte
lanciátogli da mano sollécita e sicura.
A dispètto di tali non infrequènti sinistri, migliáia
e migliáia di viaggiatori s'imbárcano tranquilli
anche su vapori piuttòsto píccoli e di modèllo
antico, persuasi persuasíssimi che, il giorno
fissato dall'orário, dopo un'òttima traversata,
giungeranno senz'alcún inconveniènte all'appròdo
del pòrto d'arrivo, e, amarrata la nave, sbarcheranno
e scenderanno a tèrra sani e salvi. Diávolo,
si sa bène che le disgrázie non tóccano che
agli altri... Fortuna vuòl èssere!
Più pericolosi assai dei viaggi in mare rièscono
quelli aèrei, a tal segno che il número delle persone
andate in pallón volante, quantunque vada crescèndo
d'anno in anno, è sèmpre relativamente
esíguo. Epperò, l'ascensione di un pallone líbero
è uno spettácolo che, per la sua originalità, attira
tuttora moltíssima gènte. Compiuta l'operazione
della gonfiatura (col gas idrògeno), al pallone, trattenuto
a tèrra a fòrza di braccia, viène attaccata la
navicèlla, dove è stato collocato tutto l'occorrènte,
tra le altre còse un paracadute, e la zavòrra consistènte
in tanti sacchi pièni di rena. Tutto essèndo
pronto per la partènza, l'aereonáuta, dà il segnale
di lasciare le còrde, ed ècco il pallone si
èleva maestoso al cièlo fra gli urrà entusiástici
della fòlla accorsa, e prèsto, portato via dal vènto,
va a dileguarsi tra le nébbie dell'orizzonte. Auguriamo
all'ardito aereonáuta che faccia un buòn
viaggio e cómpia felicemente la discesa, spesso
irta di perícoli; basta, nel prènder tèrra, che l'áncora
non pigli bène. Chi volesse provare, senza
ríschio alcuno, almeno parte dell'emozioni d'un
aereonáuta, può levarsi questo gusto, facèndo una
ascensione in pallón frenato, quale non suòle
mancare alle esposizioni aereonáutiche, che oramai
vanno diventando sèmpre più frequènti.
Cèrto non occorre èsser profèta per predire
che il nòstro sècolo sarà quello del volo. Il gran
problèma della dirigibilità degli aereòstati sembra
ormai virtualmente risòlto. Sono notevolíssimi
i progrèssi raggiunti negli últimi anni. Basti
rammentare le aeronavi di Santos Dumont, di
Lebaudy, di Parseval, e, specialmente, quelle
gigantesche di Zeppelin del tipo rígido, che hanno
fatto viaggi di lunga durata per tutta la Germánia,
solcando l'ária con una velocità di circa cinquanta
chilòmetri all'ora e sfidando, vittoriose, i vènti
fortíssimi, se non le tempèste. Anche l'Itália
possiède un dirigíbile (fusiforme), costruito sul lago
di Bracciano dal Gènio militare, il quale, a giudicarne
dalle importanti sue últime gite, pare non
la cèda per nulla ai suòi fratèlli francesi.
E che diremo dello sviluppo addirittura meraviglioso
preso recènteménte dagli aeroplani, ossia
mácchine più pesanti dell'ária? I voli trionfali
eseguiti dal biplano dei Wright e dal monoplano
di Blériot (celebèrrimo per la sua traversata della
Mánica) hanno sbalordito ed entusiasmato il mondo
intero. Ma ancora questi apparecchi ingegnosíssimi,
chiamati cèrto a un avvenire glorioso, sono,
dal lato della stabilità, tutt'altro che perfètti, e
l'aviazione all'ora che corre, non costituisce altro
che uno sport, nel quale la vita di chi vi si dèdica
è posta a contínuo e gravíssimo cimento. Quanti
di questi temerari aviatori, che muòvono intrèpidi
alla conquista dell'ária, non muòiono miseramente
sfragellati, pionièri e mártiri di un'èra novèlla,
realizzatrice del sogno d'ĺcaro!
II. Città.
Un cèrto número di case riunite in apèrta
campagna compóngono un villaggio; moltiplicándosi,
col tèmpo, anderanno a formare prima un
borgo, pòi una città, la quale, quando súperi d'importanza
le altre vicine, potrà diventare il capoluògo
di una provincia o, volèndo così la política,
perfino la capitale d'un paese intero.
La mia città natale, nòta per i suòi bellíssimi
dintorni, stando all'último censimento, fa cèntomíla
abitanti, non contati i sobborghi che rimángono
fuòri della cinta daziária. Essa si suddivide
in tanti quartièri, più o meno distanti dal cèntro,
i quali si estèndono fino alle pòrte delle mura.
Tutti comúnicano fra di loro per mèzzo di strade
(larghe, strette, solitárie, quiète, rumorose, molto
frequentate), che, a dèstra e a sinistra, ci hanno
qualche (strada) travèrsa.
Volèndo sapere la strada fatta da qualcheduno,
gli domanderemo: «Di dove sèi passato?» oppure
«che via hai preso?» — «Non sapete la strada? venite,
ve l'insegno io» ovvero: «non la sò nemmén io,
non son prático di queste parti.» Uno stradone,
fiancheggiato da álberi, si chiama viale; non di
rado sbocca in una piazza, abbellita da giardinetti
púbblici, da una fontana con lo zampillo o senza
(«òggi non butta»), e da un monumento, erètto in
onore di qualche glòria paesana o pátria («ci lèggi
qui? come dice l'iscrizione?»). Per di più, ci sòglion
èsser tante panchine, un'edícola per la véndita
dei giornali, detta anche chiòsco, e, a vòlte, un
baracchino di méscita.
Il nome della strada («Scusi, come si chiama
questa strada? Non è il Corso Vittòrio Emanuèle?
E allora dove rimane?») si lègge alle cantonate,
inciso in lastre di metallo o di marmo, p. es.:
Via Garibaldi, Via Roma, Via de' Tintori, Via
XX Settèmbre. Le cantonate sono, in gran parte,
copèrte di manifèsti, di cartèlli, o cartelloni per
púbblici avvisi e allo scòpo di réclame, in Itália
non usando ancora le colonnette che, a tale ufficio,
con tanto maggiór pulizia si adòprano in Germánia
e altrove. Così, chi vuòle che la facciata
della sua casa non vènga in basso sporcata dagli
attacchini con l'appiccicatura dei fògli variopinti,
bisogna che faccia scrívere sul muro a lèttere
cubitali: «È proibita l'affissione!».
Le case son numerate in manièra che i númeri
pari si tròvino tutti da una parte, e i díspari
dall'altra. Ignorando un indirizzo, e non avèndo
a chi chièderlo («dove sta il signór N.? sta sèmpre
nella medésima strada? non ábita la palazzetta in fondo
a quel viale?»), per una grande città, consulteremo
l'Indicatore Generale, contenènte — più o meno
complètaménte, s'intènde — gli indirizzi degli
abitanti («Ci avrèbbe l'Indicatore novíssimo; sò che
quella signora ha cambiato casa, ma non mi rammento
dove sia tornata.»). Non trovándoci l'indirizzo
da noi cercato, per último potremo ricórrere
all'Anágrafe, ufficio municipale, il quale, contro
una tenuíssima tassa, ci fornirà le indicazioni precise
di cui abbiamo bisogno.
Le vetture, i carri (carretti, carrettoni), i baròcci
(a due ruòte), i velocípedi, insomma tutt'i veícoli,
scansándosi, per lo più, a sinistra, pássano nel mèzzo
della strada, lastricata ovvero selciata. L'asfalto
che dà una superficie pari pari, non usa in Itália, non
potèndo resístere a lungo all'azione del caldo
intènso. Quando si rifà il lástrico di una strada,
questa, spesso con grave molèstia del púbblico,
rèsta impedita («da quella strada non si passa, è tutta
all'ária»); della qual còsa c'informa un cartèllo
con tanto di «É vietato il passo (il tránsito)!»
Ai pedoni sono riservati i marciapièdi, costruiti
un pò' in rialto a fianco delle case, per
salvare i passanti dal perícolo di èssere arrotati,
di rimanere sotto qualche legno («attènti! bádino!»),
di èsser rovesciati da un cavallo, o di venire
schiacciati dai tram e dagli òmnibus. «Che movimento
di carròzze in questa strada! Traversiamo! È
prèsto detto, ma come si fa? Pòver'a noi, c'è da
ammazzarsi! Teniámoci sèmpre dalla dèstra. Ècco, hò
inciampato una signora. Scusi, ve', non l'ho fatto
appòsta. Che fòlla, madre mia! Mi par di soffocare!
Raccomandiámoci alle gómita, per farci largo. Signori,
per favore, mi láscino passare; hò fúria!».
Lungo i marciapièdi si tròvano le zanèlle,
destinate a ricévere le acque di tutta la strada
e a scaricarle nelle fogne. Le strade (súdice,
fangose) vèngono dalla Nettezza púbblica spazzate,
e, quando, nella stagione calda, la pólvere divènta
sèmpre più molèsta, annaffiate divèrse vòlte al
giorno («sta attènto, ècco una botte; scansiámoci, se nò,
ci schizza tutti!»); di nòtte sono illuminate da lampioni
a petròlio, a gas sémplice o a incandescènza
(accesi e spènti dal lampionáio), o anche da lámpade
elèttriche ad arco. «Che bèlla illuminazione in
questa piazza, ci si vede come di giorno; invece in
quel vícolo dal quale son passato ora, c'èra tanto mai
búio che non vedevo dove mettevo i pièdi; tant'è
vero che son entrato in una pozzánghera.»).
Molte città sono poste su un fiume, le cui
rive son congiunte da ponti (a una o più arcate),
provvisti tutti di parapètti, onde impedire le disgrázie.
Ciò nonostante succède a vòlte che qualche
ragazzetto sbarazzino, spenzolátosi tròppo in
fuòri, vada di sotto ad affogare, se non ci sia chi
lo soccorra in tèmpo e lo ripeschi all'último tuffo.
Trattándosi di una grande città o, magari,
di una capitale, ci sarà un número straordinário
di botteghe, di negòzi, e di magazzini, uno più
bèllo dell'altro e con splèndide vetrine artisticamente
accomodate. Vi abbonderanno gli edifizi
púbblici, tra i quali importantíssimi il Município,
la Cámera dei Deputati, il Senato, i ministèri, le
chièse cattòliche e protestanti, la Borsa, il mercato,
la Pòsta, l'Università, i musèi, le gallerie d'arte,
i teatri, gli ospedali, l'orfanotròfio, il tribunale,
le prigioni, il palazzo della questura, qualche casèrma
militare e quella dei pompièri.
Il servízio di púbblica sicurezza in una città
è dirètto dal delegato, che ha alla sua dipendènza
non pòchi questurini e guárdie (in uniforme o
travestite), ed è coadiuvato dall'arme dei carabinièri,
che — a cavallo o a pièdi — fórmano
un còrpo militare scelto. Le guárdie, in generale,
sono assai cortesi e premurose nel dare le informazioni
chièste loro da qualche forestièro («scusi,
la più corta per andare alla stazione, quale è?»; «mi
saprèbbe indicare un tabaccáio?»; «c'è una cassetta
postale per qui?»; «dove potrèi trovare un legno?»;
«passa di qua l'òmnibus che pòrta al camposanto?»;
«a che ora si apre questo musèo?»; «è chiusa questa
chièsa; come si fa, per entrare?»).
La púbblica sicurezza, che avanti il 70 lasciava
tanto a desiderare, ora è, generalmente, bène organizzata,
cosicché le tristi gèsta del brigantaggio
(sequèstri di persone perpetrati allo scòpo di estòrcere
una bèlla somma per il riscatto) sono finite
per sèmpre. Òggigiórno in Itália le aggressioni,
le rapine, ed i furti non sono più frequènti che
altrove. Numerosíssimi invece sono sèmpre i fatti
di sangue, chè nella decisione delle liti tra la
bassa gènte tròppa parte prènde ancora il famigerato
coltèllo. Specialmente da Roma ingiù,
quante gióvani vite troncate, tutti gli anni, da
quell'iniquo strumento di vendetta!
La casèma dei pompièri nelle grandi città è
collegata telefònicaménte alle stazioni di minore
importanza. Per avvertire i pompièri dello scòppio
d'un incèndio («un bruciamento! dove brucia?»), in
tanti punti della città si tròvano impiantati i
chiamapompièri elèttrici utilíssimi quanto le bocche
da incèndio, sparse per le vie e messe in qualche
locale púbblico (teatri, musèi, scuòle ecc.).
Il male è che, tròppe vòlte, l'allarme per un
incèndio («al fuòco, al fuòco!») vièn dato tardi, di
mòdo che i pompièri, accorsi a precipízio con le
pompe a mano e a vapore, tròvano lo stábile in
un mar di fiamme e le scale invase tutte da dènso
fumo. Allora penseranno, prima di tutto, a salvare
la gènte in perícolo a mèzzo della scala
aèrea; oppure se questa non ci fosse, spiegheranno
i lenzuòli di salvataggio, dove raccòlgono incòlumi
quasi sèmpre le persone che, preclusa ogni altra
via di scampo, si búttano dalle finèstre o dai terrazzini.
In séguito i pompièri daranno mano all'òpera
dell'estinzione, e, domato l'incèndio, ai lavori
di sgombro. Spesso i danni, prodotti dal fuòco
e dall'acqua, sono notevolíssimi. Che disastro
per il proprietário del fabbricato, se, da uòmo pòco
previdènte, non ha pensato ad assicurarlo!
Chi, dopo avér girato parécchio per una città,
visitando quel che mèrita d'èsser visto, sentirà
il bisogno di ristorarsi, entrerà o in un caffè o in
una birreria o in una trattoria, o, volèndo, anche
in un'osteria, dove, però, non bázzica altro che
la gènte del pòpolo. Nei caffè — come l'índica
il nome — la bevanda che si piglia di preferènza,
è il caffè, nero quasi sèmpre, a vòlte mescolato
con latte e detto allora cappuccino, ovvero caffè
e latte separato; c'è, però, chi si fa portare un
thè (con panna ghiaccia e biscòtti), una cioccolata
(con la panna montata e qualche pasticcino), un
pònce, un vèrmut coll'acqua di Seltz, un bicchierino
di liquore, e, nei mesi di gran caldo,
molti prèndono una granita (di limone, d'arancio,
di caffè) oppure un gelato di crèma (alla vainiglia),
di cioccolata, o di frutta.
«Camerière, mi ripulite un pò' questo tavolino?
Il marmo è frádicio. Giornali tedeschi, ce ne avete?
È in lettura il Berliner Tageblatt? allora dátemi della
ròba illustrata, le Fliegende Blätter, o la Jugend, se c'è»;
«hò da scrívere una lèttera, mi portate tutto l'occorrènte?
anche qualche cartolina con vedute della città!»
Nelle birrerie, che, da un ventènnio in qua,
vanno moltiplicándosi in Itália, si beve, per lo
più, birra di Viènna o di Mònaco, servita in bicchièri
o in gòtti. Una grande contiène circa
mèzzo litro. La birra, quando è ghiaccia e spillata
da una botte incignata di fresco, è una bíbita
squisita e che lèva la sete.
Nelle trattorie invece non si beve che il vino,
che còsta pòco ed è, in generale, di òttima qualità.
S'intènde che, per gustarlo, i forestièri, avvezzi a'
vini francesi più amábili e più passanti, bisognerà
che ci fácciano un pò' la bocca. Per il sòlito,
si méscola coll'acqua, perché, bevuto puro, facilmente
dà alla tèsta e ubriaca. Tra i vini da pasto
(sono quasi tutti neri) priméggiano il Barbèra, il
Baròlo, il Grignolino, e il Valpolicèlla dell'Itália
settentrionale; il Chianti, il Montepulciano, il
Pomino, il Rúfina, il Carmignano della Toscana;
il vino d'Orvieto, quello dei Castèlli Romani,
e il Montefiascone (del Lázio); il Gragnano, il
Capri, il Falèrno, e il Lácrima Christi del Mèzzogiórno;
questi últimi, bianchi, e, come pure il Marsala,
piuttòsto gravi si bévono in fondo al pranzo.
Il vino, in molte parti dell'Itália, si consèrva
in cèrti recipiènti di vetro panciuti e rivestiti di
sala, detti fiaschi. Questi, perché il vino non pigli
l'aceto, sono abboccati con un dito d'òlio, che,
incignandoli, va levato con un pò' di stoppa. Un
fiasco intero tiène due litri o giù di lì; la misura
fissa non c'è. Per còmodo del consumatore esístono,
almeno nelle fiaschetterie toscane, anche i mèzzi
fiaschi, i quarti, e gli ottavini; dove questi non
usássero, si paga a peso il vino bevuto.
Si mangia a prèzzo fisso («quanto si spènde?»),
o, forse più spesso, alla carta, sceglièndo in questo
caso i piatti che più corrispóndono al nòstro
gusto. Non tutti saranno pronti o da farsi lì per lì
(«per il risòtto ci vuòl venti minuti, signore»), e così,
chi avesse fretta, farà bène a prèndere il piatto
del giorno. Entrati in una trattoria e accomodátici
a un bèl posticino («a questo tavolino nò, è fissato,
ci dève venír qualche assíduo»), ci faremo dare dal
camerière («Buòna sera, signore; che còsa prènde?
Hanno ordinato, signori?») la lista de' vini e la carta,
e, possibilmente, gli ordineremo súbito tutto quel
che vogliamo mangiare («portátemi prima una minèstra
sul bròdo, pòi una costoletta di vitèllo con pisèlli
per contorno, e, per finire, cacio olandese e un
pò' d'uva»), per non avere ad aspettare tanto fra
un piatto e l'altro («Quanto mi fate allungare il còllo,
è mèzz'ora che aspètto! — Ábbia paziènza un altro
minutino solo, signore; la sèrvo súbito.»).
Per lo più, siamo serviti con attenzione e alla
svèlta. Caso mai, per eccezione, il servízio lasciasse
a desiderare («ma che razza di servízio è questo?
guardate questo piatto, è súdicio, questo bicchière è
sbocconcellato, manca il cucchiaino per il dolce, e non
c'è un solo stecchino da dènti!»), faremo chiamare il
padrone e ci risentiremo con lui. Quando abbiamo
finito («Camerière, il conto! — Pronto, signore!»),
paghiamo (il pane non è gratis), lasciando, se siamo
rimasti contènti, per ogni lira un sòldo o due
di mancia al camerière che ci ha serviti.Vedi anche il capitolo XV. Pasti; a távola.
Per dormire, i forestièri vanno in qualche locanda
o albèrgo, raccomandato dalla Guida o da
amici, dove li avrà portati il respettivo òmnibus,
che si tròva alla stazione all'arrivo di tutt'i trèni
importanti («Dove siète alloggiati? — Siamo scesi alla
Croce di Savòia»). Giunti all'albèrgo, domanderemo
una cámera all'albergatore o al primo camerière,
dicèndo, p. es.: «Ci avrèbbe una cámera
con un lètto? La vorrèi sul davanti (sul didiètro),
esposta a mèzzogiórno. Se ce ne avesse una non tròppo
in alto... Mi hanno detto che è tutto pièno, ma,
forse, c'è posto nella succursale.» — «Ci abbiamo una
cámera al secondo piano; favorisca salire.»
Pòi (al camerière che ci ha accompagnati su):
«Questa è tròppo piccina, non mi ci rigiro; la nòtte
ci si dève soffocare dal caldo. Mai più! Fátemene
vedere un'altra più grande e più sfogata. Non ce
ne sono altre líbere? Male... Bè', ci vuòl paziènza;
per una nòtte, mi adatterò. Il lètto è piuttòsto duro,
e pòi non ci ha nemmeno lo zanzarière; c'è da èsser
mangiato vivo con questa stagione! Vuòl dire che mi
porterete uno zampirone (un fídibus insetticida). Il
piumino lo potete levare, non sò che fármene; guardate
invece, se pòsso avere un guanciale di crino. Il
prèzzo di questa cámera? Cinque lire? Non è pòco,
davvero! Ma tutto compreso, èh (Quasi sèmpre il
servízio e, d'invèrno, il riscaldamento sono da sé!)?
Va bène, fate portár su il bagaglio. Che c'è ancora?
Ah, la schèda per il registro dei forestièri. Ècco, tenete,
ci hò messo nome, cognome, professione, e pátria;
penserete voi a aggiúngere la data e il número della
cámera. Òh, all'altra me ne scòrdo... Domani mattina
vòglio èsser chiamato alle quattro, ma dite al facchino
di picchiár fòrte; hò il sonno duro!»
Per risparmiare ai viaggiatori la fatica di fare
le scale, negli albèrghi di lusso c'è l'ascensore,
che, in un momento, li traspòrta da un piano all'altro.
In ogni cámera c'è il suo campanèllo
(a còrda o elèttrico), che si suòna una, due, o tre
vòlte, secondo che si vuòle il camerière, la dònna,
o il facchino. «Ha sonato, signore? — Sì, mi portate
un caccao con due biscòtti inglesi?»; «Che còsa
desídera, signora? — Non ci hò acqua per lavarmi,
e máncano i fiammíferi. — Scusi, porterò súbito ogni
còsa.»; «Comandi, signore! — Portate giù tutta questa
ròba, e dite al bureau che mi prepárino il conto; fra
mèzz'ora parto. - Va bène, signore.»
I pasti non c'è l'òbbligo di farli all'albèrgo
(facèndoli in cámera, si paga una soprattassa molto
fòrte); ma, volèndo, si può mangiare a távola rotonda.
(«Signore, verrà a table d'hôte? — A che ora si
pranza? alle sèi? ritenete un posto per me» ovvero:
«Nò, hò bèll'e desinato.» Uscèndo per una passeggiata,
diremo al portináio: «se qualcheduno venisse
a domandare di me, dítegli che alle cinque sarò di
ritorno.» La sera, andando a lètto, mettiamo all'uscio
le nòstre scarpe, perché síeno ripulite e lustrate,
e attacchiamo a un gancio la nòstra ròba,
affinché vènga dalla servitù scòssa e spazzolata.
L'indomani, ripartèndo, ci faremo fare il conto
in tèmpo, per poterlo riscontrare, e, se non tornasse,
rimediare all'errore incorso («Questo conto
non sta bène; c'è uno sbaglio; guardi, la somma è
fatta male; e pòi ci hanno messo una colazione di
più. — Ha ragione, signore; ábbia tanta paziènza!»).
L'albergatore, o chi per esso, dopo riscòsso il
danaro, annulla il conto, scrivèndoci il suo bravo
«saldato» attravèrso la marca da bollo.
Nel caso che intendéssimo trattenerci più a
lungo in una città, andremo, per maggiore economia,
a cercare di una pensione, la cui rètta, in
Itália, vária dalle 35 alle 70 lire la settimana,
secondo le pretese di cámera e di vitto. Stando
così a dozzina, si fanno tutt'i pasti in comune cogli
altri pensionanti (ossia dozzinanti), còsa che allo
stranièro, quando si tròvi fra Italiani, òffre òttima
occasione, per impratichirsi nella lingua del
paese. Usa pagare la rètta settimana per settimana.
Saltando, per una circostanza qualunque,
una colazione o un desinare, non si ha, salvo accòrdi
speciali, diritto a nessún rimborso. Ricordiámoci
anche di non lasciár passare il tèmpo
útile per disdire la nòstra cámera.
Chi volesse avere la sua libertà (a tanti le
legature rièscono antipátiche), farà bène a pigliare
in affitto una cámera ammobiliata, che durerà
pòca fatica a trovare, esaminando a uno a uno gli
appigiónasi attaccati sopra o accanto ai portoni
delle case. In generale, non si può fissare per
meno di un mese. La pigione quando si paga
anticipata, e quando posticipata; è una còsa da
convenirsi e da méttersi insième con le altre sul
contratto di locazione, al quale non rinunzieremo
in nessuna manièra, tròppo fácili essèndo i malintesi
negli accòrdi presi a voce.
In tutte le città di una cèrta importanza, per
agevolare le comunicazioni, si tròva impiantato
un servízio regolare di tranvai (a cavalli oppure
elèttrici), che círcolano nell'intèrno e condúcono
alle pòrte o ai dintorni. In Itália i tram, all'opposto
di quel che usa in Germánia, non hanno
che pòche fermate fisse, cosicché, volèndo montare
o scéndere, bisogna far cenno al fattorino, il quale,
col fischietto o col campanèllo, avvisa il conduttore
di fermare. In ogni vettura ci sono dei
posti nell'intèrno, e, per chi preferisce star ritto,
anche sulle due piattaforme («signorina, posti da
sedere non ci sono più, se vuòle star in pièdi...»).
Nell'intèrno dei tranvai chiusi è proibito fumare.
Non esístono in Itália le bèlle carròzze coll'imperiale,
che úsano altrove, così còmode e prátiche
specialmente per i forestièri desiderosi di vedere,
girando, più che sia possíbile.
Appena ci siamo seduti, pregando, se occorre,
la gènte di ristríngersi un pò' («Scusi, signore, mi
farèbbe un pò' di posto? — Vènga, vènga!»), il conduttore
viène a domandarci: «Lèi, signore, dove va?
— All'accadèmia delle bèlle arti; fátemi il piacere di
avvertirmi, quando dèvo scéndere», e ci rilascia un
bigliettino, che conserveremo, per poterlo presentare
a ogni richièsta del contròllo. Il prèzzo della
corsa vária da dièci a trenta centèsimi («Quanto
è? — Tre sòldi, signora»). Quando tutt'i posti son
presi, il fattorino, alla piattaforma posteriore del
tram, mette fuòri una lastra metállica con l'iscrizione
«Complèto», il che fa còmodo a chi, altrimenti,
gli sarèbbe corso diètro inutilmente.
Gli òmnibus, quasi sèmpre a due cavalli, differíscono
in questo dai tram, che non scórrono
sopra rotáie, e non hanno piattaforma anteriore.
I legni (le vetture, le carròzze) destinati al púbblico
sono tutti, o quasi, a un cavallo solo; sono
copèrti e scopèrti, e, per lo più, c'è posto per
tre persone. Si tròvano fermi nei viali e nelle
piazze. Volèndo sapere, se una carròzza, che ci
viène incontro per la strada, è líbera o nò, domandiamo
al vetturino: «Siète impegnato?». Avútane
risposta negativa («nò signore, dove lo dèvo accompagnare?»),
montiamo; essèndo in cinque, tre di
noi, o bène o male, si metteranno in fondo (nei
primi posti), uno sul sederino, e uno bisognerà
che stia a cassetta. Se minacciasse di piòvere,
per non bagnarci, faremo tirare su il mántice,
che faremo ributtare giù, appena il sole rifarà capolino.
«E ora avanti, ma non mi frustate tanto il
cavallo, cèrte còse non le pòsso vedere.» — — «Fermate,
il número settanta è bèll'e passato. — Ora torno
addiètro súbito, signori, avevo capito male.»
La tariffa, redatta in italiano e in francese,
che il vetturino è obbligato a far vedere diètro
domanda, e che, quasi sèmpre, si tròva rimpiattata
sotto un cuscino dei sedili, vária secondo i regolamenti
municipali da città a città, ma il prèzzo
d'una corsa non interrotta, purché non si èsca
dalle pòrte, di giorno, non súpera mai una lira.
Prendèndo la vettura all'ora («facciamo a ore; che
ora avete?»), si paga — nòta bène! — in ogni
mòdo un'ora intera, pòi si conteggia a quarti d'ora.
Caso mai, per il prèzzo, non ci trovássimo
d'accòrdo col vetturino, ce ne rimetteremo a una
guárdia («Quanto dovete avere? Quattro lire? o che
dite mai, vi dèvo dare tre lire, neanche un centèsimo
di più. — Ma lèi sbaglia, signore, non le chièdo mica
più del giusto. — Questo lo vedremo súbito, vado a
sentire quella guárdia. — Vada pure.»); se una guárdia
non ci fosse, imporremo al vetturino, senza
stare a bisticciare, di condurci alla sezione di questura
più vicina. Quasi sèmpre, strada facèndo, il
vetturino, vedèndoci duri, verrà a più miti consigli.
Purtròppo in Itália ancora non è venuto l'uso dei
contatori automátici, che altrove hanno messo fine
a tutte le controvèrsie incresciose, tanto fácili a
náscere, per via del prèzzo, tra i vetturini sfacciati
e il forestière diffidènte perché ammalizzito. Quanti
arrabbiamenti di meno!
Le vetture di piazza in generale non si pòsson
davvero dire eleganti, ma in qualche città (come
Firènze), ne esiste un cèrto número che sono addirittura
civettuòle e hanno perfino le gomme alle
ruòte. I cavalli, sebbène per la maggiór parte
piuttòsto sparuti, tròttan discretamente, guidati
dai vetturini con grande abilità, mentre fra i loro
collèghi tedeschi tròppi sono sèmpre quelli che,
mèzzi addormentati, arruòtano vetture e persone,
e, a svoltare, non rispármiano nemmeno uno dei
paracarri delle cantonate. In qualche gran cèntro,
da pòco tèmpo in qua, si va introducèndo l'uso
degli automòbili púbblici (elèttrici o a benzina),
nei quali, còmodi, quasi silenziosi, e velocíssimi,
ci si va che è un desio. C'è un guáio solo,
ma gròsso: son cari! Eppòi le «panne» a cui
vanno soggètte anche le carròzze mèglio costruite
e guidate dai chauffeurs più espèrti...
Il più líbero e il più popolare fra gli attuali
mèzzi di locomozione è, senza dúbbio, il velocípede.
Il triciclo è adibito più che altro al traspòrto
di mèrci; qualche vòlta, però, lo móntano
signori anziani, che hanno paura delle cadute. La
mácchina maggiormente adoperata è la bicicletta
(da uòmo, da dònna; da viaggio, da corsa; tandem,
quella da due persone), che, avèndo due ruòte
pòco alte, unisce la praticità alla sicurezza. Se
è munita d'un motore, si chiama motocicletta.
Di biciclette ormai le strade formícolano, migliáia
d'indivídui gióvani e vècchi dei due sèssi
e di tutte le classi sociali sceglièndo questo mèzzo
di traspòrto còmodo, sollécito, ed econòmico, il
quale, per di più, fa tanto bène alla salute di chi
è costretto a fare una vita sedentária.
Nell'último ventènnio la bicicletta è andata
d'anno in anno perfezionándosi, e ora si può dire,
che è arrivata a èssere un mirácolo di stabilità,
di leggerezza, e di velocità. Le sue parti principali
sono il teláio, formato da canne d'acciáio
vuòte, con davanti il manúbrio, munito di freno,
e, di diètro, il sellino; le due ruòte, intorno alle
quali sono applicati i pneumátici, cioè i fascioni
di gomma, contenènti ciascuno una cámera d'ária;
e, finalmente, il congegno motore con la catena
ed i pedali. Fra gli accessòri notiamo la borsa
(con dentro qualche utensile come la chiave inglese,
l'oliatore, un cacciavite); una pompa ad
ária, un píccolo lume a òlio o a gas acetilène, e
un campanèllo o una cornetta d'avviso.
Che ci vuòle a imparare a andare in bicicletta?
Bástano i consigli di qualche amico ciclista o del
biciclettáio (dal quale piglieremo a nòlo una mácchina
usata) e pòche settimane di prática, che c'insegneranno
a montare e a scéndere, a mantenerci
in equilíbrio, e a dirígere bène la nòstra
mácchina, scansando le carròzze e le persone.
Novizi, cascheremo più d'una vòlta, ma, con un
pò' di giudízio, sarà diffícile che ci facciamo male
sul sèrio, uscèndone invece sèmpre con qualche
sbucciatura o gráffio da nulla.
Le passeggiate in bicicletta (non lasciamo a
casa la nòstra tèssera!) ci procúrano un godimento
straordinário, basta che, strada facèndo, non sopravvènga
qualche guasto alla nòstra mácchina.
Che seccatura, quando una delle cámere d'ária,
bucata da una bulletta o da un pèzzo di vetro, improvvisamente
comincia a pèrdere, per pòi sgonfiarsi
addirittura! A nulla allora válgono i brontolamenti,
bisogna scéndere, e, se non conosciamo
l'arte delle tòppe da applicarsi sul punto danneggiato,
ci tocca pigliare in mano la bicicletta, e,
con la coda fra le gambe, spíngerla paziènteménte,
passo passo, fino al paese più vicino...
IV. Compre e véndite.
Ècco ora alcune
delle frasi più usate fra compratori e venditori:
Compratore. Venditore.
1. Entrando in una bottega.
Buòn giorno; buòna sera. Buòn giorno, signore (signora,
(Mentre, in Germánia, signorina), che
i signori nelle botteghe, còsa desídera? o Comanda?
per lo più, si lèvano il o In che pòsso
cappèllo, in Itália è l'uso servirla?
di tenerlo in capo.)
2. Il compratore chiède quel che gli occorre.
Mi fa vedér delle fotografie Èccogliene una buòna collezione;
con vedute della può scégliere a
città o qualche album? suo gusto, si véndono
anche separate.
Mi favorisce un ombrèllo Lo vuòle ricopèrto di seta
da acqua? o di mèzza seta?
Eppòi volevo una mazza, Come la desídera? col mánico
andante, da spènder ovvero col pomo?
pòco.
Ci avrèbbe una guida inglese Èccola servita; quest'è
dell'Alta Itália? quella più richièsta.
Mi occorre una penna Guardi, se le fa questa; il
stilográfica. pennino è d'òro buòno.
Mi hanno detto, che da L'hanno indirizzato bène;
lèi avrèi trovato un hò pròprio ciò che lèi
tagliacarte d'avòrio, rilegato desídera. Guardi, è una
in argènto. bellezza!
Ci avrèbbe da darmi un Non ne tèngo, signore.
bocchino d'ambra?
Dove lo potrèi trovare? Pròvi un pò' di faccia.
Mi dà un pánama? Mi dispiace, li hò terminati.
Scusi, il calamáio di mosáico Quello più grande è da
esposto in vetrina a venti lire; quello più
dèstra si può sapere, píccolo glie lo pòsso
quanto còsta? dare per dódici.
Questo libro lo comprai ièri Faccia un pò' vedere, signore.
da lèi, senz'accòrgermi Già, ha ragione.
che, nell'última página, Ora glie lo cámbio súbito.
c'è una brutta mácchia. Ècco qua un'altra
Avrèbbe la compiacènza còpia pulitíssima; e ábbia
di cambiármelo? paziènza!
Si figuri! Son còse che Di nulla! La riverisco.
succèdono; grázie.
3. L' artícolo non piace al compratore.
Per dir la verità, mi piace Ora le pòrto súbito quel
pòco; non ci avrèbbe che c'è di più fine in
nulla di mèglio? questo gènere.
Questo cappèllo non è di Creda, signora mia, codesto
mio gusto. Mi ci vorrèbbe modèllo è di última mòda,
qualcòsa di più venuto fresco fresco
elegante, di più da Parigi.
chic.
Questi guanti mi sémbrano Faccia pure... Hò bèll'e
tròppo larghi; me li visto, le ci vuòle un
pòsso provare? número sotto.
I bottoni son pòco fòrti, Se vuòle, glie li pòsso
hò paura che verranno rinforzare, sarà l'affare di
via súbito. un minuto.
Mi pare che questa stòffa Anzi, signorina, l'assicuro
mi stia pòco a viso. che le dona moltíssimo.
Questa valigia mi ha tutta Mi rincresce; l'última l'hò
l'ária d'èsser pòco stábile. venduta stamani. Se
Ce n'ha di quelle vuòle, glie ne pòsso ordinare
più sòlide? una.
Grázie, ne hò bisogno Allora mi dispiace di non
súbito. poterla servire.
Non tròvo il gènere che Ma che le pare, signore!
desideravo. Scusi l'incòmodo. Vuòl dire che sarà per
un'altra vòlta.
4. Del prèzzo
Quanto còsta? Tre lire e mèzzo, Signore.
Quanto lo fate, Non glie lo pòsso dare a
quest'artícolo? meno di dièci lire.
Quanto vuòle di questa La vendo a 75 centèsimi.
ròba?
Il prèzzo di questo qui? Glie lo lascierò per dièci
sòldi.
Quant'è il mio dare? Ora le fò la noticina...
Sono diciassètte lire e
venticinque centèsimi.
Quanto spèndo in tutto? Lèi spènde trédici lire
precise.
5. Il compratore e il venditore non si tròvan
d'accòrdo per il prèzzo.
Non vòglio spènder tanto. Quanto ci metterèbbe? Se
sarà possíbile contentarla...
È caro, le darò òtto lire. Mi dispiace, signore, sono
prèzzi fissi.
Còsta tròppo! Come tròppo?! Che dirà
mai? Per la qualità, è
pochíssimo.
O se prima ne chiedévano Che vuòle, signora mia;
dièci sòldi! in òggi tutt'è rincarato.
Tre lire e mèzzo il mètro? Non pòsso, davvero! Guardi,
Mai più! Faremo due farò tre lire e venticinque,
e mèzzo. perché è lèi.
Ma che, le dò tre lire, Non dirèi; anzi, faccio un
nemmeno un centèsimo magro affare, ma non
di più, e credo di averla vòglio disgustare un antico
pagata anche bène. cliènte come lèi!
È un prèzzo esagerato! Tutt'altro! Ci avrèi di
rimòrso a chièderle un
sòldo più del giusto.
Dica súbito il ristretto; non Ècco, l'último prèzzo sono
mi piace stare a tirare. quattórdici lire; non ci
guadagno neppure un
centèsimo.
Già... Tutti i negozianti Impossíbile! Non l'hò mai
dícono la stessa còsa; venduto a meno di quattórdici
se non me lo dà a dièci, lire; creda, ci rimetterèi
non se ne fa di nulla. un tanto.
Allora dividiamo la Ebbène, sia; farò pròprio
differènza. un'eccezione per lèi.
Cinque lire di questo Ma lèi mi offènde, signore.
mazzo di fiori? Che mi fa Non sono uso davvero
cèlia? O per chi mi a cambiare i mièi prèzzi
piglia? È vero che son secondo il compratore.
forestièro, ma non son Vada da un altro, e
mica un minchione! vedrà, che nessuno le
farà spènder meno.
6. Il compratore prènde l'artícolo.
Ebbène, lo prèndo. Vuòle che glie l'incarti?
Piglierò questo e quello lì. Glie li dèvo mandare a
casa?
Grázie, non impòrta; è un Come vuòle, signora. Ovvero:
fagottino piccino, e stò Stia tranquilla, signora,
per qui. Ovvero: Mi fra mèzz'ora lèi
farèbbe piacere; Via avrà la sua ròba in casa;
Nazionale, 6. Ma ne hò glie la mando súbito per
bisogno per stasera. il galoppino.
Mi sono deciso per questo Va beníssimo, le occorre
capo. altro?
Niènte, per il momento. Quando avrà bisogno...
Mi potrèbbe spedire tutta Sicuro, signorina; basta che
questa ròba frágile in mi dica a chi e dove
Germánia? la dèvo spedire.
Guardi, l'indirizzo è Si lègge beníssimo. Faremo
questo. Glie l'hò scritto dunque un pacco
bèllo chiaro; così postale; parte òggi stesso,
capirà mèglio. la spesa è di I lira e
75 centèsimi.
E se passasse il peso? Allora lo spediremo per
la fèrrovía a grande
velocità.
Mi raccomando che Non dúbiti, non si
m'imbállino tutto a mòdo! romperà nulla.
7. Il compratore paga.
Pago súbito? Faccia questo favore, ché,
qui non si dà la ròba
che a pronti contanti.
Se è contènto, vorrèi Volentièri, signore. Può
aprire con lèi un conto. pagare a còmodo. Segnerò,
vòlta per vòlta,
quel che piglierà, e ogni
tre mesi le manderò il
suo conticino.
Ècco il suo avere. La ringrázio, signore.
Ci avrèbbe da cambiarmi Ora guardo... Sì, la pòsso
cènto lire? Non ci hò accomodare. Èccole il
spíccioli. suo rèsto, signore.
Tènga un fòglio da Mi dispiace, signora, non
cinquanta. ci hò da farle il rèsto.
E allora come si fa? Se vuòle, pòsso mandare
il garzone a cambiare.
Che non fanno lo sconto Signora mia, lo sconto è
a chi paga súbito? già conteggiato nel prèzzo
modicíssimo.
Buòn giorno (buòna sera). A rivederla.
VI. Vísite.
Le vísite in Itália, si fanno generalmente da
Novèmbre a Maggio, perché, negli altri mesi, per
via del caldo, c'è pòca o punta vita di società.
Contrariamente all'uso tedesco, la Doménica
non è punto indicata, per fare le vísite. Quasi
tutte le signore hanno il loro giorno fisso, del
quale sarà bène informarsi, essèndo fácile passár
da maleducati a non rispettarlo. Le ore di
ricevimento váriano secondo il gusto di ciascuna
signora, ma sono prescelte quelle dalle tre alle
cinque pomeridiane. In quanto all'ábito, trattándosi
di vísita di cerimònia a persona di riguardo,
per l'uòmo il soprábito e il cappèllo a cilindro,
almeno nelle grandi città, son di rigore.
Conversando, si mancherèbbe a non dare a chi
appartiène il respettivo títolo di Altezza. Eccellènza,
Marchese, Conte ecc.Cavalière come pure Commendatore sono titoli inerènti ad
un'onorificènza, conferita dal Re. Dei cavalièri, in Itália, ce
n'è un visibílio, e però se ne fa pochissimo caso; il titolo di
Commendatore invece, per èsser molto meno frequènte, è desiderato
e ricercato dalla gènte ambiziosa. Ai deputati si dà
dell'Onorévole, e sèmpre diciamo sig. Professore,
sig. Avvocato, sig. Pretore, sig. DottoreQuesto títolo comunemente non si dà altro che ai mèdici., sig.
Ingegnère, sig. Capitano ecc., quando non siamo
con loro in istretta relazione. Nell'intimità invece,
si lascia la paròla «signore», dicèndo, p. es.: «Buòna
sera, dottore; vènga qua, professore: sènta, avvocato.»
Va pòi notato, che le dònne, in Itália, non pòrtano
il títolo del marito, salvo, però, quello di
nobiltà (dunque «signora baronessa, signora duchessa
ecc.»). Avèndo da rivòlger la paròla a più persone
dell'uno e dell'altro sèsso, diremo: «Signore
e Signori.» Agli amici, discorrèndo, daremo quasi
sèmpre del tu, riserbando il lèi alle persone di
riguardo e il voi alla servitù ed alla bassa gènte.
Per far vísita a una data persona, andiamo
nella strada e al número dove essa sta di casa,
e avuta dalla portináia («Chi vuòle, signore?» — «La
signora Orsini.» — «Al tèrzo, a dèstra, signore») l'indicazione
del piano — in Itália pòchi méttono all'uscio
una lastra col nome —, soniamo il campanèllo.
Alla dònna di servízio o al servitore che
ci verrà ad aprire («hanno sonato, andate a vedere,
chi è»), domanderemo: «Riceve la signora N.?» o «Ci
sarèbbe la signora?» o «È in casa la vòstra padrona?»
o ancora: «Avrèi da parlare col padrone; dítegli che
è per un affare urgènte, e che lo tratterrò un minuto
solo.» Ci risponderanno, p. es.: «La signora non
è in casa; è uscita, saranno dièci minuti; ritornerà
fra un'oretta; le dèvo fare qualche imbasciata?; la
signora non riceve, è incomodata; il signore non c'è,
è in viaggio, starà fuòri tutt'il mese; il padrone è occupatíssimo,
e la prèga di ripassare domani alla stessa
ora»; ovvero affermativamente: «Sì signore, c'è,
riceve; passi pure. Chi dèvo annunziare? Se mi volesse
ripètere il suo nome... Mi favorisce il suo
biglietto?» - «Tenete, portate alla vòstra padrona anche
questa lèttera di presentazione.» - «Vado súbito a
avvertire i padroni; si accòmodi intanto un momento
in questo salòtto.»
Nel caso che non conosciamo il sig. N., quando
entra dopo pòchi minuti, gli domanderemo, inchinándoci:
«Hò l'onore di parlare col sig. N.?»
E lui risponderà: «Sì signore, per servirla; stia còmodo;
scusi se l'hò fatta aspettare, ci avevo gènte.»
- «Ma le pare, signore.» E súbito dopo: «A che
dèbbo il piacere della sua vísita?» oppure: «In che
pòsso servirla?» E noi: «Non vorrèi abusare della
sua cortesia; ècco dunque in due paròle di che si
tratta». E gli spiegheremo la ragione della nòstra
vísita, ossia ciò che ci ha spinto a portarci da lui.
Raggiunto il nòstro scòpo, ci alzeremo dicèndo:
«E con questo le lèvo l'incòmodo; la ringrázio tanto
della sua garbatezza (dell'accogliènza gentile), e la
prègo di scusarmi del disturbo.» — «S'immágini! Hò
piacere di averla potuto servire. Quando le occorrerà...»
Essèndo andati a vedere un amico, di sull'uscio
gli domanderemo: «È permesso, dò nòia?»
o «Non ti disturbo mica? Sta' còmodo, se ci hai da fare,
me ne ritorno via súbito!» E lui: «Anzi, tutto al
contrário! Figúrati, son pròprio contènto di vederti (sèi
gentile tanto di venire, mi fai un vero regalo!). È un
sècolo che non ti vedo! Ti rèndi prezioso, caro mio.
Qua, prèndi questa sèggiola (méttiti a sedere).» - «Scusa,
se hò tardato parécchio a rènderti l'última tua vísita.
Che vuòi, hò tanto di quel daffare per le mani, che,
difficilmente, tròvo un'ora di libertà. Così hò mancato
anche con te.» — «Ma ti prègo, o che, tra amici, si
fanno di questi complimenti?! Ti compatisco e ti scuso
di cuòre». Pòi domanderà della nòstra salute e di
quella dei nòstri: «Che fai, stai bène? A casa tua tutti
bène?» E noi: «Grázie, benone (non c'è male), e tu,
come stai? Tua moglie s'è rimessa?» Dopo, passeremo
a far due chiácchiere («che c'è di nuòvo?»
oppure: «che notízie mi pòrti?» Introducèndo qualcuno
prèsso un nòstro amico, lo presenteremo
súbito, dicèndo: «Mi permetti di presentarti un mio
compagno di studi, il sig. B.? Desídera tanto di fare
la tua conoscènza.» E l'amico garbatamente, per
lo più, gli stringerà la mano con un «Tanto piacere
(oppure: Fortunato) di conóscerla, signore!»
Se, durante la conversazione («di che discórrono,
se è lécito?»), non abbiamo capito bène quel che
ci hanno detto, domanderemo: «Scusi, signora, non
hò capito; le dispiacerèbbe di ripètere?» oppure «Come
diceva?» Nel linguaggio familiare possiamo dire
anche «Come?» e magari «Còsa?», il quale último
mòdo, però, è tutt'altro che fine. Un forestièro
che duri fatica a comprèndere, farà bène a pregare
chi convèrsa con lui, di parlare meno lèsto e, possibilmente,
più scolpito: «La capisco molto mèglio,
quando discorre adagio e spicca un pò' le paròle.
Che vuòle, son pòchi mesi che stúdio l'italiano.» -
«Ha ragione, scusi, m'èro scordato che lèi è forestièro;
a sentirla discórrere, non si dirèbbe neppure...»
(In Itália, i complimenti còstano anche meno che altrove;
adagio, però, a insuperbirti, amico studioso!).
Chi prática molta gènte, avrà da fare lungo
l'anno parécchie vísite, di cui più e divèrsi pòssono
èssere i motivi. Sono frequentíssime quelle di congratulazione,
per le quali si useranno secondo i
casi le fòrmule seguènti: «Buòn giorno, mio caro, e
mille sincèri auguri di felicità, per il tuo natalízio. Cènto
giorni come questo!» ovvero: «Mi rallegro tanto di cuòre
per il tuo fidanzamento. Tu hai fatto un'òttima scelta.
Pòssa tu èsser veramente felice! A quando le nòzze?
(Quando si mangeranno questi confètti?)» ovvero: «Divido
con voi la giòia e la felicità che vi ha portato la
vòstra creaturina. Che Iddio ve la faccia créscere buòna,
sana, e fòrte!» ovvero: «Non puòi crédere quanto
io gòda nel vederti così perfèttaménte rimessa. Hò
soffèrto tanto, sapèndoti malata. Come ti èri ridotta!
Meno male che ora e affár finito» ovvero: «Caro
signore, mi congrátulo con lèi per la sua nòmina a
Commendatore. Onore al mèrito!» ovvero: «Magnífico
il suo discorso, dènso di concètti e forbitíssimo! Gradisca
le mie più vive congratulazioni!»
Nelle vísite di condoglianza, si adopreranno,
su per giù, mòdi come questi: «Sincère condoglianze;
riceva le mie più vive condoglianze; mi dispiace tanto
della disgrázia che vi ha colpiti; non hò paròle, per
confortarvi; inútile ch'io ti dica tutta la parte che prèndo
al tuo dolore; io lo sènto pròprio come se fosse mio;
poveretto, quanto dèvi soffrire!; guarda di farti coraggio
più che puòi; pènsa a chi ti vuòl bène e ha bisogno
di te.» E via discorrèndo, ché il cuòre e
il tatto soli pòssono suggerire i tèrmini adattati
alle persone e alle circostanze particolari.
Ringraziando, diremo, secondo i casi: «Grázie;
grázie davvero; grázie tante, mille, infinite; ti son grato;
la ringrázio (tanto); la ringrázio infinitamente; gradisca
i mièi più vivi ringraziamenti; ma lèi mi confonde,
non mèrito tanto io; la sua bontà mi commuòve, non
hò paròle per esprímerle tutta la mia gratitúdine.» Le
persone educate, schermèndosi, risponderanno cortesemente:
«Di nulla (niènte); di che?; prègo prègo;
ma che le pare?; lèi non ha da ringraziare, hò fatto
semplicemente il mio dovere.» Se avéssimo da
scusarci, diremo: «Abbi paziènza (non te ne avere
a male); scusate; mi scusi; chièdo scusa; domando perdono;
sono dispiacentíssimo; mi rincresce pròprio!»
«Ma di che?; ma la prègo; non c'è mal di nulla!»
Quando ci troviamo costretti a chièdere un
piacere, più saremo brèvi, e mèglio sarà. «Ti prègo
scusarmi, se vèngo a darti una seccatura, ma non ne
pòsso fare a meno. Ècco qua il favore che mi occorrerèbbe
da te: ..... Ti sarò veramente grato di quel
che vorrai fare per me.» E lui: «Non dubitare, conta
su di me; farò di tutto, per contentarti» ovvero: «Figúrati,
se ti contenterèi volentièri, ma non sò, se mi
sarà possíbile; insomma, non te lo pòsso prométtere,
ma, in ogni mòdo, sta' pur cèrto, che farò del mio
mèglio.» E noi: «Grázie della tua gentilezza. Spèro
che mi darai prèsto l'occasione di contraccambiarti; in
qualunque còsa ti potrò èssere útile...»
Prendèndo congèdo, possiamo fare uso di una
di queste fòrmule, le prime familiaríssime, le
últime piuttòsto cerimoniose: «Addio; addio a prèsto
(a domani, a pòi ecc.); a rivederci a stasera; a rivederla,
stia bène; la saluto; la riverisco; i mièi rispètti,
signora ecc.», e inchinándoci ancora: «Nuòvaménte...»
Quando avéssimo fatto una nuòva relazione, diremo:
«Signore, hò avuto tanto piacere (hò avuto caro)
di fare la sua conoscènza», ricevèndo per risposta
un cortese: «Il piacere è stato mio, signore.»
Lasciando un amico (che cercherà di trattenerci:
«O sta' un altro pò'; che fúria hai d'andár via?
Ah ti aspèttano? Quand'è così, non insisto, ma prométtimi
almeno di tornár prèsto.» - «Più prèsto che
potrò, non dubitare!), spesse vòlte l'incaricheremo
di saluti: «Salútami tuo fratèllo; ramméntami ai tuòi;
tante còse a tua moglie; la prègo dei mièi rispètti alla
sua mamma; i mièi ossèqui (complimenti) alla sua signora!»
E lui: «Grázie, caro, non mancherò»; oppure:
«presenterò; o ancora: sarà servita, signorina!»
VIII. Stagioni e tèmpo.Cioè condizioni ammosfèriche.
Frasi riguardanti il tèmpo.
Che tèmpo fa? Come è il tèmpo?
a) Fa bèllo (fa bèl tempo); è tèmpo buòno; il tèmpo
è bellíssimo, splèndido, magnífico, stupèndo; che
bellezza di giornata!; una giornata di paradiso!
b) È tempuccio; è tèmpo cattivo; è tempaccio; il
tèmpo è pèssimo, orrèndo, scellerato; fa un tèmpo
indiavolato; è una giornata da cani!
c) C'è il sole, un bèl solicino, un sole da spaccár
le piètre; è sereno; il cièlo è limpidíssimo, non
c'è una núvola; il cièlo è copèrto (nebbioso);
c'è la nébbia, una nébbia che s'affetta; la nébbia
si dirada, si dilegua; il tèmpo è brusco, pesante,
afoso, non si respira; c'è una grand'afa.
d) Fa caldo, fa un gran caldo, è un caldo soffocante;
si cuòce, si scòppia (si schianta), si muòre
dal caldo; si suda, si va in sudore; son sudato
mezzo, sono in un mar di sudore; che bèl frescolino!;
è un fresco delizioso; la temperatura
è mite (dolce); comincia a far piuttòsto fresco;
l'ária si fa rígida; fa (un gran) freddo, un freddo
pungènte, indiavolato, un freddo da lupi, un
freddo che fa cascár la coda ai cani; gèla; i vetri
son ghiacciati tutti, e ai tetti che bèi ghiacciòli!;
stamani è meno freddo; a mèzzogiórno ci
avremo il disgèlo; dimòia; che pantano!
e) Il tèmpo è secco, costante, variábile, non règge,
cámbia (è cambiato), è bèll'e guasto, si butta al
cattivo, si rannúvola, si rabbrusca; si rischiara
(si rasserena), fa un pò' d'òcchio, il sole rifà capolino,
il tèmpo si rimette, si mette al bèllo;
il tèmpo ha ròba, è a piòggia (a momenti avremo
l'acqua), è a neve, a burrasca; vuòl piòvere, grandinare,
nevicare, far burrasca; tèmpo úmido.
f) Sprízzola, piovíscola, piòve, (fòrte, a dirotto), vièn
giù l'acqua a catinèlle (come Dio la manda),
dilúvia; è venuto una bussata, un'acquata, un rovèscio,
un acquazzone (ci ha presi l'acqua; non
c'èra da ripararsi, ci siamo bagnati tutti); non
piòve più, è spiovuto; è venuta la brina; névica
(fitto fitto, a larghe falde); che nevicata!; guarda
i fiòcchi mulinati dal vènto!; ha smesso di nevicare;
la neve alza, si strugge (dimòia); grándina;
che pò' pò' di scòssa!; vèngon giù chicchi
di grándine che sembran noci (pòvera campagna
desolata, che strage!); viène su, scòppia
un temporale (una gròssa burrasca), tuòna, lampeggia
(balena); che pò' pò' di fúlmine!; dève
èsser cascato per qui; è venuta una scárica di
fúlmini da far paura, pareva il finimondo; è bèll'e
passata la burrasca; lampeggia a secco; son
lampi di caldo; ha dato il terremòto; è stata
una scòssa fortíssima; avete sentito la romba?;
ha fatto danni, qualche vècchia casa crollata, ma
niènte disgrázie di persone; non ci sono víttime.
g) Le strade sono asciutte, polverose (s'affonda
nella pólvere); sono frádice, bagnate (quante pozzánghere!);
sono fangose, c'è una gran mòta
per la strada, una poltiglia che ci si va a mèzza
gamba! Le strade son allagate, perché è straripato
il fiume. Le vie sono ghiacciate, ci si
sdrúcciola come sul sapone (attènti a cascare!).
h) L'ária è calma, non álita vènto; si lèva vènto,
fa vènto, il vènto rinfòrza, tira un gran vènto,
un vènto che pòrta via; sollèva la pólvere che
bisogna vedere; impervèrsa una bufèra; il vènto
si calma, è cessato, è cambiato. Che vènto è?
È vènto di mare, è vènto d'entro tèrra, vièn
da ponènte, è a levante; è vènto di mèzzogiórno
(S.); tira tramontana (N.), grecale (N.O.), maestrale
(N.W.), sciròcco (S.O)., libeccio (S.W.).
i) È luna nuòva; (non) c'è la luna; è luna crescènte,
calante, pièna (la luna è in quintadècima); che
bèl lume di luna!; c'è un lume di luna che
incanta; è stellato, è uno stellato di paradiso!;
fila una stella cadènte.
X. Salute e malattie.
Frasi sulla salute.
Domande. Risposte.
1° Fra due persone.
Notízie buòne.
Come sta, signore, signora, Bène, grázie, signore ecc.,
signorina? e lèi?
E la salute? Òttima sèmpre!
Come va (la salute)? Egrègiaménte, e a te?
Di salute ti tròvi bène? Beníssimo.
Come si sènte ora? Mèglio, se Dio vuòle.
O il suo stòmaco? Non ci hò più nulla.
Stai mèglio Parécchio, son quasi guarito.
dell'infreddatura?
Notízie più o meno sfavorévoli.
Che fai? Come va la Non c'è male, mi contènto;
salute? così, così; passabilmente;
discretamente; pòco
bène; mi sènto male.
Che hai, poveretto, Ora più, ora meno;
patisci molto? moltíssimo, non hò mai pace.
Si sènte mèglio? Sèmpre al sòlito; pèggio
che mai; nò, davvero,
anzi hò paura di ammalarmi
sul sèrio.
2° Domande intorno a persona assènte.
Informazioni favorévoli.
Come sta suo padre, sua Grázie, sta pròprio bène;
madre ecc.? La sua sta benone; non è mai
signora (Sua moglie) stato (stata) bène come
come sta? ora.
A casa tua tutti bène? Tutti a meraviglia.
Come sta il signór Paladini? Va migliorando; sta benino;
Mi hanno detto che èra sta molto mèglio; non
incomodato (indisposto). ha più nulla; s'è rimesso
perfèttaménte.
È sèmpre a lètto? Nò, è alzato, ma si règge
male in gambe.
Come sta òggi la nòstra È fuòr di perícolo; riprènde
cara ammalata? le fòrze; è entrata in
convalescènza; è in via
di guarigione, e si spèra,
che sia affár finito.
La nòtte come è stata? Benino.
Non risènte più della sua Affatto! è tornata quella
malattia? di prima.
Informazioni sfavorévoli.
Sta tutt'altro che bène; nonostante tutte le cure e
premure, il suo stato s'è aggravato; pèggiora di giorno
in giorno; purtròppo cala a occhiate; la scamperà difficilmente;
è in perícolo di vita; non c'è più speranza;
ce n'ha per pòco; non passa la nottata; i mèdici
l'hanno spacciato (l'hanno fatto spedito); s'è chiamato
il prète; è all'òlio santo; la sua ora è venuta;
è agli estrèmi; ha pèrso i sènsi; la catástrofe è imminènte;
è entrato in agonia; muòre; è per rènder l'último
sospiro; è mòrto (spirato); s'è spènto dolcemente;
ha finito di soffrire; sia pace all'ánima sua!
Frasi d'índole generale.
Come sta bène! Ha l'aspètto flòrido. Che viso
di salute si ritròva! Tu sembri la salute in persona!
Ma sarai ingrassato! Tu pari un carnevale!
Come sèi andato a male! Che viso che ha fatto!
Com'è sbiancata! È giù giù; si règge ritto coi fili.
O che ti metti a fare? Tu hai un gran visuccio. Riguárdati!
Da' rètta, va' a lètto súbito. Se fossi in lèi,
manderèi per il mèdico. Mi dispiace tanto che lèi
non si sènta bène. Come mi rincresce di vederti in
questo stato! Speriamo non sia altro!
Non stare in pensièro; sta' tranquillo, non è niènte;
vedrai che domani non avrai più nulla. Su, coraggio!
Oh che ti abbatti in codesta manièra? Così, non puòi
migliorare davvero. Ci vuòl paziènza, caro mio, la
malattia dève fare il suo corso. A rivederla, guarisca
prèsto! Mi áuguro di vederla prèsto ristabilita.
XV. Pasti; a távola
A távola.
Domande. Risposte.
Mi permette di servirla, Mi favorisca un pezzetto di
signora? Che còsa desídera prosciutto crudo, non
di questo affettato? tanto grasso, sor Gigi.Per gli accorciativi dei nomi pròpri vedi l'appendice
del mio dizionário, rammentato a página 64.)
Pòsso offrirle di questa Grázie, sì; ne prèndo
maionese? volentièri. Fa venír
l'acquolina in bocca.
Su, Cèncio, non ti far Figúrati, altro; non è ch'io
pregare! Che non ti tènta faccia complimenti, ma
questo pasticcio di Strasburgo? è ròba gravetta; dámmene
pochino pochino.
Beppina, che te ne pare di Sono squisiti, non li avevo
questi pisellini? Sono mai mangiati così tèneri
una primízia. e dolci, cara Bice.
Èccole il limone e il sale, Moltíssimo, non potrèbbe
signora Lena. Le piace èsser più fresco. È una
questo pesce? vera delízia!
Sora Tina, le mesco un altro Mi farà piacere; pièno a
pò' di questo vino metà, basta così, grázie!
leggieríssimo? E ora mi ci vèrsi anche
dell'acqua.
Mi passeresti il pepe? Tièni, Mèmmo.
Che ti manca, Maso? Vorrèi un pò' di mostarda
francese, non la sènapa,
frizza tròppo.
Non c'è in távola, ora dico Sta' còmodo, per carità;
che te la pòrtino. ne fò a meno, Gino.
Vorrèbbe un altro pèzzo Mi dispiace rifiutare, ma
di questo rosbiffe? mi è impossíbile.
Ci ritorni a questo pollo, Sì, davvero, è il mio piatto
caro Gianni? predilètto; ne vò matto.
Gradisce un pò' d'insalata, Nò, grázie, non ne prèndo
signora Linda? mai; mi fa male.
Ma, Gegina, il tuo appetito, Già; non mi ci va più nulla.
dove l'hai messo? Tu m'hai dato tròppa
Che hai che non mangi? ròba, non la pòsso finire.
Sèi bèll'e arrenata? Son pròprio sázia.
Vuòta un pò' il tuo Adagio, caro mio, non
bicchière, Nando; il vino corriamo tanto; hò già
è la poppa dei vècchi. bevuto più del sòlito.
Via, fatti cuòre, di' un'altra Per farti piacere, cara Bita,
parolina a questo dolce, ne prenderò un'altra
tu, che sèi tanto ghiotto. cucchiaiata, ma credi,
Non ti far pregare. gli avevo già fatto onore.
Una susina, Lèlla. Sì, ma una sola.
Ma che, una per òcchio! Basta, basta; dammi
Sono piccoline. piuttòsto lo schiaccianoci.
E ora muòia l'avarízia e viva l'allegria! Ècco
una bottiglia d'Asti, messa in ghiaccio. Guardate,
com'è appannata! Qua il tiratappi, che io la stappi!
Avete sentito lo schianto? Che bèlla spuma, e come
brilla il vino ne' bicchièri! Amici, io non fò bríndisi,
perché non ci hò gamba, ma dico soltanto: alla salute
de' mièi cari òspiti! Evviva! — E noi, battèndo i
bicchièri alla tedesca, brindiamo con tanto di cuòre alla
tua salute e a quella di tua moglie, ringraziando della
gentilíssima accogliènza fáttaci e della geniale serata
passata in vòstra compagnia! Evviva!